domenica 9 novembre 2008
R/esistendo a stento.
Sul filo del rasoio scappa il piede di qua e si lacera e scorre il sangue,
scappa il piede di là e cade nel vuoto, ma non odo lo schainto.
Non si schianta il corpo.
Se, precipitando, cadesse, si avvertirebbe uno schainto, qualcosa di vivo.
Un suicidio del copro foriero di una rinascita dell'anima.
Sporgo l'orecchio e con esso l'udito, ma nessun suono risuona nel cavo uditivo.
Sospengo, trattengo le forze, il respiro.
Con/centro.
Sangue che cola dalle vene, lacerazione che sgorga il dolore.
E sentire nel sangue che cola il dolore che va via.
Sollievo del cuore.
Ossigenzione del cuore.
Con il sangue il dolore va via.
Non si puo'.
Ritorno indietro. Qualche passo indietro, mi con/centro.
Resto così, in questa sospensione.
Elimino la vista, ma non mi accieco.
Rimango immobile in equilibrio.
Sospendo l'udito, mi fermo, mi con/centro.
Altro tempo è stato
per il sangue sgorgato. (fa rima)
Il piede pur sempre lacerato, (ancora una rima)
perchè indietro non si torna,
non ci è dato.
sabato 8 novembre 2008
-Elisabeth- I
-I-
Era una persona terribilmente-,
sì ho detto proprio così, una persona terribilmente-.
Certo senza mangiare non si puo’ vivere a meno di non essersi ammaestrati con lontane arti orientali, così scriveva a lui e mangiava un frutto, mmhhh un frutto dolce e arancione e il sapore denso e mieloso se lo rimpastava sulle papille gustative, godendo.
Era una persona terribilmente-
quel lui, certo avrebbe potuto essere una lei, ma in questo caso era un lui dotato di organi genitali maschili e già la nausea le prendeva.
Una strana nausea che non riusciva a motivare, nonostante conoscesse le reazioni fisico chimiche del suo corpo non riusciva a comprenderne l’origine.
Forse l’aria densa di nero degli idrocarburi delle auto. Che nausea che la assaliva, nella città quasi non si riusciva piu’ (neanche) a respirare, a giorni.
Era una persona terribilmente-
lui. Attraente nella sua bruttezza, in quel viso scostante e antipatico che a prima vista sembrava volerla allontanare.
Si erano visti per la prima volta in un luogo di periferia industriale nel nord est della loro città.
Zona dismessa nel suo squallore di abbandono.
Soli in quello stradone grigio e fangoso di periferia incrociavano i loro sguardi, lui diffidente, come al suo solito, lei solare, con il cuore al massimo della sua apertura.
Lei, puerile, lo accoglieva già, non potendo immaginare neanche lontanamente quanto lui le avrebbe riservato.
D’altronde lei era divenuta un’esperta in questa vita e pensava di averle viste già di tutti i colori e non pensava di doversi riparare da eventuali tempeste.
Tempeste al suo orizzonte non si prospettavano, ma al cuore di quell’uomo pessimo, ingrigito, abbrutito, sì.
Lui la prospettava, anzi la creava la tempesta, lui, artefice di quello che poi le accadrà. A lei.
Poiché a lei, ora, della vita di lui non interessa granchè, cerca di immaginarlo lieto nel suo fare ed è certa che lui saprà farlo, fingere, del resto la finzione è la sua specialità.
Si erano incontrati e lei gli era andata incontro donandogli subito la mano e si presentò:
<<Andrea? Sei Andrea? Ciao, io sono Elisabeth, sì, quella della posta elettronica, non mi riconosci?>> e si perdeva così in uno dei suoi splendidi sorrisi dei quali era lievemente consapevole, consapevole, ma senza abusarne, in fondo anche a lei bastava godere di quanto espandeva attorno a sé senza volteggiare nella vanità.
Si unirono quasi subito agli altri, ma lui la seguiva, manteneva sempre un passo dietro a lei, già quel particolare l’avrebbe dovuta far riflettere, ma si sa l’attrazione segue delle leggi sue e relega l’istinto in un cantuccio, chiudendolo dentro e tarpandosi l’udito.
Lui le camminava dietro e lei sentiva già le sue mani sul suo corpo e si eccitava, ma non voleva che questa eccitazione fosse evidente, quindi si concentrava per chiuderla dentro di sé e dava piu’ spazio all’intelletto e dialogava con gli altri, cominciava a discutere dell’ argomento per il quale erano lì.
Scacciava gli occhi di lui dal suo corpo e si ribellava a quell’attrazione che già la vedeva avvinta, avviluppata, schiava del cuore di lui e, per distrarsi dava fuoco alla mente e faceva domande agli altri, a quelli piu’ esperti, ma quegli occhi continuavano a scavare nel suo corpo e lei sentiva un fremito, la sua pelle era divenuta di seta e le vibrazioni la scuotevano, ma insomma cosa voleva quell’uomo?
Già sentiva di amarlo, cazzo si puo’ pronunciare una parola così grande dopo solo un’ora che conosci una persona? Forse no, forse sì, dipende da quello che l’altro poi ci permette di scoprire, quando comincia il gioco del fascino. Lo disse sin dall’inizio che era un gioco, ma lui la contraddiceva vestendo panni non suoi e le diceva, offrendole materiale per una nuova illusione d’amore:
<<A me non piace parlare di gioco quando ci sono dei sentimenti in ballo>>
Lei avrebbe potuto rispondergli:
<<Appunto “in ballo” e il ballo cos’è se non un gioco dei corpi?>>, ma non lo disse.
Accettò quel gioco e vestì i panni di colei che voleva credergli e si tuffò in quel cuore.
Ancora adesso ripensando a lui sente nel cuore quel palpito, quell’eccitazione e vorrebbe prenderlo, farlo suo, impossessarsi del suo corpo per poi arrivare al cuore, ma al cuore non arriverà mai. Lui manterrà sempre le distanze offrendole solo il corpo.
Ma torniamo indietro, torniamo a quella sera di inizio inverno, quella sera umida nello stradone di periferia.
Lei discuteva animatamente come da sua tempra e il fragore che spandeva attorno a sé irrigidiva i corpi della donna che nel gruppo amava impersonificare la leadership.
Quella donna già bruciava d’invidia, ma Elisabeth non lo capiva, lei si concentrava sull’obiettivo di quella riunione, così per non sentire piu’ gli occhi di quell’uomo sul suo corpo si alzò dallo sgabello con un movimento improvviso e inarcò il corpo in avanti poggiando la gamba sull’asse di ferro del sedile cosìcchè, in questa nuova posizione, voltandogli il fianco, acquisiva una maggiore forza, si schiacciò sulla testa il berretto e continuò ad ascoltare attenta la conversazione.
Ma questa nuova mossa improvvisa non ottenne l’effetto desiderato, anzi lui sobbalzò e scosse la testa piu’ volte in un cenno interrogativo o di dissenso, forse di stupore.
Sentiva la forza dello sguardo di quell’uomo sulle sue cosce bianche ben tornite e sognava di farsi baciare, di baciarlo in un impeto di desiderio, di brama.
Terminò la riunione e lei, incerta sul da farsi, tentennò, ma poi decise di andare via.
Non voleva e non poteva aspettarlo, perché avrebbe dovuto lanciarsi in quella nuova storia?
In fondo le sarebbe bastato terminare la lotta in quell’incontro amoroso iniziale.
Non voleva proprio stare lì a cominciare qualcosa, lei detestava gli inizi e tutto ciò che poteva darle l’illusione di un cambiamento, non ci credeva e non voleva sciupare il suo tempo ed il suo cuore. Bastava a se stessa e bastavano a se stessa le occasioni che creava, perché correre il rischio di sciupare tutto?
Così salutò Mario, quello che in fondo le era piu’ simpatico e che le ricordava la sua antica adolescenza e cominciò a scendere le scale.
Al di fuori dell’edificio si soffermò a chiacchierare con la tenuta da leader, giusto per non sembrare scortese e stava per approssimarsi all’ auto quando lo rivide accanto a sé.
Già lui le era accanto, la aveva seguita pur mascherando l’ansietà del desiderio e le era accanto impacciato.
Si sarebbe voluto lanciare in quella nuova avventura, abbandonandosi nelle braccia di quella donna che tanto lo attraeva, ma qualcosa lo fermava e lo fermò sempre, poi.
Così lei dovette prendere l’iniziativa ed abbracciarlo calorosamente come forma di saluto, le aveva ispirato tenerezza quel suo tentennare, come un bimbo spaurito e così non aveva avuto paura di quella dimostrazione di calore.
Non immaginava che lui avrebbe pronunciato altre parole e invece fu lui a dirle:
<<Va bene, tanto io e te ci scriviamo sempre per mail>>.
Si salutarono, si voltarono le spalle, ma lei tentennò e si fermò nuovamente. Lo volle guardare allontanarsi.
Lui così goffo, così buffo che si trincerava dietro quell’aria da intellettuale in trincea, lui con le spalle arcuate in avanti.
Lui che sembrava così vecchio.
Lasciò così l’immagine di lui in quella posa, con quel sapore dentro il cuore e con negli occhi delle lacrime inespresse.
Non sapeva cosa volessero dirle le lacrime, ma sentiva che il cuore di lui sanguinava per qualcosa e se ne fece intenerire. Si fece irretire e scelse di giocare a quel gioco.
Si voltò, stavolta definitivamente, verso quello stradone largo, infinito buio, di periferia, quello stradone che sarebbe stata una ottima metafora di quella storia appena iniziata, ma lei non lo sapeva, non poteva ancora saperlo.
Strinse gli occhi, si guardò nello specchietto retrovisore, si perse in quelle luci fioche, si intrufolò con lo sguardo in quell’ampio magazzino cinese il cui grande portone di ferro era stato da poco spalancato da un piccolo omino e cambiò pensiero e si perse, come al solito, nella sua bella, ricca vita.
domenica 2 novembre 2008
-Persona-
PERSONA di Ingmar Bergman.
RISCRITTURA (appunti)
Il corpo disteso e la schiena arcuata, la sua schiena arcuata e i due seni con le estremità irte per l'eccitazione. Attendevano in un fremito. Un fremito che le faceva irrigidire. Attendevano quelle dita sottili, eleganti. Attendevano che potessero finalmente sfiorarle.
E godeva. Il piacere era quasi pieno e lo attendeva. In modo inconsueto, decodificato, godeva.
Si discostava dalla realtà e quanto piu' la rifiutava con la menzogna, tanto piu' la realtà le andava contro e l'immagine sua si cristallizzava in quella bellezza perfetta, ideale.
Rincorreva il sogno di un corpo perfetto, di un'infanzia eterna che si donasse a tutti per puro narcisismo e nel donarsi si soddisfaceva, ma era nulla e si dissolveva.
Nulla. Nulla se non quel piacere regalato dall'unica che la aveva amata realmente, ma era nulla.
Lei era nulla e si dissolveva nell'aria come ombra, come un soffio divino, perfetto, da adorare.
Come quel suo falso corpo perfetto, divino, falsamente adorabile.
E il figlio la cercava ancora, ma poi svelò l'inganno e se ne liberò. Si liberò di lei.
Si liberò di lei e di quel quarto comandamento e creò una nuova vita.
La sua. E godeva e ne ere felice e si dissolveva nella gioia pura e non attendeva piu' niente.
Godeva baciato dal tempo, dalla vita ed era felice. Pieno. In un attimo d'eternità. Pieno, felice.
venerdì 31 ottobre 2008
-Esther-III parte II
-ESTHER III- Parte II
Ma no, non fatevi rigirare dall’eterna speranza che tutto sia come speriamo nel profondo del nostro cuore.Ognuno diverso, ognuno con un cuore diverso e un cervello mutevole, cablabile. Diverso.
Ognuno diverso con una speranza diversa dall’altro.
No, non è come pensate voi e voi non potreste pensare niente al riguardo perché voi non conoscete maurizio ed esther e non li conoscerete mai.
Il tempo era passato e come se era passato.
Si erano conosciuti che lei aveva 14 anni e lui 4 in piu’.
Rimasti legati da uno strano mistero a cui un nome non so dare, rimarranno legati forse per tutta la vita anche se non dovessero incontrarsi mai piu’.
Anche se, ho detto.
Non necessariamente deve essere così, come il cervello è cablabile anche la vita lo è e, quanto lo puo’ essere, voi lo sapete, no?
Seduti al tavolino, uniti ancora da una strana magia che li aveva fatti incontrare, cominciarono a pronunciare parole di senso.
Non piu’ dialoghi corporei, diedero realtà e vita ai loro percorsi emozionali e cominciarono a parlare come qualsiasi essere umano dotato di corporeità.
Rosa la rossa, avete letto il libro di Ermanno Rea?
Rosa La rossa c’entra qualcosa, non è tutto un delirio , nella mia testa un filo che lega c’è.
Ed esther cominciò con arguzia a penetrare ancora una volta nei labirinti della mente di maurizio, come se conoscesse perfettamente le vie ascose.
Cominciò a navigare per quei sentieri sicura che una parola:
<<E tuo padre?>>
avesse illuminato una certa area celebrale con conseguente e diverso battito del cuore.
E così fu, naturalmente.
Si illuminò quella parte, ma lui non voleva mostrala e tentò ancora una volta di piegare la sua natura di giunco per far vedere l’immagine di quercia.
Quercia e giunco.
Scelse la quercia, ma durò poco, troppo abile era la voce e il cervello di esther che percorrevano strade alla velocità della luce, anticipando le reazioni.
Così cercò di eliminare le fastidiose sovrastrutture per giungere al nocciolo del suo cuore. Finalmente. Per farsi pronunciare quella parola sempre attesa.
<<Qundi, tuo padre? Ed andrea, il suo figlio prediletto generato con la compagna prediletta?>>
<<Mio padre è solo, cioè è rimasto solo>> disse, abbassando lo sguardo come per nascondere la sua forte gioia di fronte a quell’evento. All’evento che vide la sua verità inalberarsi e il soggetto artefice della sua sfortuna al palo di una sofferenza senza limiti.
<<Mio padre è solo, Lucia l’ha lasciato ed anche Andrea>>
<<Andrea? Perché dov’è andato? Lavora fuori Napoli?>>
<<Andrea è in Inghilterra a fare>> s’interruppe un attimo, attimo di pudore e di sospensione come soppesando <<Andrea fa il cameriere in Inghilterra>>.
Così a questo punto la gioia iniziale di Esther fu piena, almeno inizialmente piena e sprofondò in una fragorosa risata, risata che non riusciva piu’ a controllare, talmente fragorosa da contagiare maurizio senza che lui potesse calcolare, immaginare gli esiti di quell’incontro.
"Ma esther è cambiata", sembrava pensare tra sé e sé, "è diventata una donna e che donna! la donna che ho sempre saputo e sempre amato, ora è qui, accanto a me, ancora e non è piu’ mia e non lo sarà mai piu’".
E si ricompose. Dopo questo pensiero il suo cuore si ricompose, richiudendosi.
<<E la malattia? La testa come va?>>
Non avevano mai parlato apertamente della malattia, lui la rifiutava, ora, invece, era tutto così semplicemente chiaro, lei con il suo parlare così facile, così, senza paura, rendeva tutto talmente chiaro che lui non avrebbe potuto neanche per un attimo continuare nell' opera di negazione della realtà.
<<Va bene, ora lavoro, o meglio lavoravo, ora mi sono licenziato, ma sto bene>> cercava, così, di arrampicarsi a qualche specchio, di aggrapparsi a qualche salvagente per non uscirne totalmente disfatto, ma sapeva che quella volta lo sarebbe stato: perdente.
Lo sapeva e si lasciò portare da quella marea inarrestabile, tutto quel che toccava Esther era inarrestabile, una vera forza della natura, un portento.
<<Ma i medicinali? Li prendi?>>
<<Una pillolina, una sola>>
<<E perché? Sai che potresti farene a meno se solo tu->> Si era messa a fare al terapeuta ora, ma in fondo era sempre stata convinta che se lui avesse voluto, se fosse stato meno presuntuoso avrebbe afferrato per le mani il demone e l’avrebbe controllato.
Lei ci aveva sempre creduto, nonostante che la realtà stesse sempre lì pronta a dissuaderla, lei ancora oggi ci credeva. Ancora.
<<Ma perché lo facevi? Perché abusavi di me?>> si decise a pronunciare quella parola, abbassando la voce, ma non lo sguardo, lo mirava negli occhi senza sfida, come se avesse chiesto la cosa piu’ semplice a cui dare una risposta su questa terra.
<<Perché?>>
Lui cominciò ad agitarsi, a toccarsi le mani, a sfregarle, cominciò a dare segni di nervosismo con quei tic del volto.
<<Ma perché…>> ed esitava <<Beh insomma>> proferì, alterandosi improvvisamente, come a voler riprendere il controllo della situazione che gli sfuggiva <<insomma anche tu, tu mi facevi violenza ed io reagivo>>.
Ecco, era arrivato il momento e lei non se lo sarebbe lasciato sfuggire.
Certo non poteva immaginare che l’incontro avrebbe preso quella piega, ma indipendentemente dal come , solo quello poteva essere il risultato, l’approssimarsi alla verità e verità fu.
Esplose in un’ira incontrollabile, la sua voce cominciò ad aumentare di volume piano piano e sbattè il pugno sul tavolo.
<<Non ho capito, ripeti? Io ero una bambina e tu approfittavi di me, io avevo paura e tu ne approfittavi>> ma veramente le erano uscite quelle parole da bocca? Non poteva crederci aveva utilizzato quei termini, bambina, indifesa, violenza, ne aveva avuto il coraggio. Vero? Era vero?
Cominciò a lacrimare, ma lo guardava fisso e cominciò a tremare, un brivido di freddo la percorse. Lui non resse.
<<Sì insomma, cazzo, tu mi facevi violenza con la testa ed io reagivo, in fondo….>>
<<Zitto>> urlò << Zitto, taci. Sei una merda. Non ci provare. Perché, ti ho chiesto perché? Dimmelo>>.
Non diceva o meglio qualcosa diceva, ma non quel qualcosa.
<<Taci, zitto, hai capito? Zitto>>.
I clienti del bar cominciarono a voltarsi ed il gestore si era fermato ad osservarli, conosceva lei, ma non il suo passato.
La scena si fermò nel tempo. Fermò il tempo e tutto si sospese. Lei si sollevò dalla sedia e si chinò su di lui, non come corpo di una mamma accogliente stavolta. Urlava.
<<Allora? Sto aspettando Perché?>>
Lui la guardava sfidandola lievemente, silenziosamente e lei alzo’ il braccio, la mano sembrò percorrere l’aria tagliandola, formano nell’aria una mezza ellisse e.
Si bloccò. Ad un passo dal viso di lui si bloccò. La violenza era arrivata al cuore ferendolo, ma non al viso. La violenza fisica aveva segnato un suo fine. Si era fermata, la violenza fisica non la aveva intrappolata nelle sue leggi di morte, di sopraffazione.
<<Vai a fare i bucchini, stronzo>>
E si voltò e andò via, finalmente libera da quella storia.
mercoledì 29 ottobre 2008
-Genesi-
Le loro giornate erano grigie, piatte, lugubri come quelle stanze buie nelle quali l’odore di antico si miscela a quello della polvere stantia, per noncuranza, per negligenza della cura di sé. Erano donne, tre donne, ma dubbi sulla loro reale identità mi vennero spesso alla mente, da sempre forse, forse sin dalla prima infanzia, quando Esther con gli occhi lascivi apriva le sue gambe per mostrare uno spettacolo che, a mio parere, avrebbe fatto senz’altro bene a tenere per sé, a riservare a sé stessa, ma la sanità mentale credo non l’abbia mai accompagnata, credo, anzi, che il suo cervello si sia da sempre strutturato in modo perverso.
Oggi Esther è una delle tre donne che abitano quella casa e la sua vita sembra scorrere pacatamente, forse fin troppo, come quei laghi calmi da dove ti sembra sempre di poter scorgere improvvisamente un mostro. Un mostro che turbi la serenità apparente del paesaggio.
E così continua, tra alti e bassi, a percorrere il suo cammino quasi come se stesse seguendo delle tracce già percorse, già segnate da qualcuno. In realtà quelle tracce le segnarono i suoi genitori e prima ancora di loro i suoi nonni, inconsapevolmente, tessendo una trama antica, ma sempre uguale a sé stessa nella sostanza, come se a cambiare fosse, in realtà,solo la facciata, gli abiti, l’atmosfera, il secolo, i colori e questo che noi siamo abituati a chiamare destino si ripeteva ormai da generazioni.
A memoria non mi sembra che qualche elemento delle famiglie abbia osato trasgredire, no, a memoria no,
la stravaganza aveva da sempre caratterizzato la famiglia paterna, sin dal secolo precedente a quello in corso, sin dal XIX secolo. Si narrava di questo nonno che era additato come un pazzo perché aveva la stravaganza di discorrere con i morti, anzi no di discorrere , ma sembra che i morti lo avessero scelto per parlare ai terrestri. Questo bisnonno per la verità doveva essere un elemento che, nella sua stravaganza, doveva pur contenere qualche elemento rivoluzionario, ma temo che la sua follia sia poi stata normalizzata, sia poi rientrata. Certo delle sue figlie si narrano vite che, collocate nel XX secolo dovevano apparire certamente inconsuete, come quelle figlia che amò sempre un uomo sposato, un uomo che aveva una famiglia ufficiale, ma che amava lei, avevano un loro rifugio e lui frequentava anche la casa di lei ed era accolto come il fidanzato eterno. Lui provvedeva anche alla sussistenza materiale di lei, si narra che non fosse mai riuscito a lasciare la moglie e i figli perché…, veramente il perché non l’ho mai compreso, se si riuscisse a definire questo perché tutto sarebbe piu’ semplice, comprensibile, ma tempo che non si siano mai dette parole chiare e tutto è rimasto confuso, come la loro vita, come avvolti da una nebbia perenne, umidiccia, la nebbia della paura.
Poi dell’altra figlia si dice che avesse avuto la prima bambina prima di sposarsi, evento che per gli inizi del 1900 doveva esser visto come portatore di scandalo, infatti questa figlia fu poi affidata ad estranei, a una tutrice che abitava in non so quale campagna, per poi essere prelevata bruscamente da loro quando le cose si furono sistemate e questa figlia oggi…
Così la secondogenita dello stravagante che parlava con morti ebbe una progenie numerosa di cui: uno schizofrenico con seri problemi sessuali, un’alcolizzata, una infelice masochista-la figlia che fu prelevata bruscamente- un figliolino morto in tenera età e un uomo infelice incapace di mostrare i propri sentimenti, un uomo vissuto sempre alla sua ombra, all’ombra di questa mamma chioccia, come un rapporto incestuoso ed io ho sempre nutrito dubbi sulla possibilità di un incesto. Quest’uomo infelice ha poi generato due figlie, una delle due era, per l’appunto, Esther.
Da parte della mamma, invece, il quadro si complica ancora di piu’, poiché se finora ho parlato di una famiglia il cui germe della follia ha serpeggiato in modo subdolo, ho pur sempre parlato di una famiglia i cui membri hanno ricoperto cariche statali o cariche di potere all’interno della società, una famiglia benestante che non concepiva il potere come possibilità di ricchezza, ma come affermazione del proprio io represso.
Quest’altra famiglia, invece era molto piu’ patologica nel senso che il male non aveva un “contenitore sociale” che lo racchiudesse ed infatti nelle su manifestazioni era molto piu’ genuina, non eclatante, pur sempre nascosta, ma in un certo senso con una forza dirompente sempre sul nascere.
Per narrare di questa famiglia dovrei parlare della guerra perché quello che so di questa famiglia lo posso solo contestualizzare in quell’humus, humus di paura.
Il capofamiglia che ho potuto immaginare come un uomo ambiguo, mite, ma deciso, di una mitezza che sapeva, però, di autoritarismo, un autoritarismo molto ben camuffato, credo che lo scopo della vita di quest’uomo fosse elevarsi ad altri ranghi, ma di lui non posso dire molto se non che adorava una delle figlie che aveva generato con la sua succube moglie.
Quest’uomo morì d’infarto durante la guerra lasciando i figli e la moglie nella piu’ nera miseria, so, infatti che i figli minorenni si adattarono a svolgere tutti i lavori pur di assicurarsi qualcosa da mangiare e quando le situazioni si assestarono un po’, si narra che fu trovata una banconota di grande valore in uno dei libri del papà defunto. La figlia di quest’uomo aveva un rapporto particolare con il papà , le sue versioni stridono nettamente con quello che si racconta dall’esterno, come se tra i suoi ricordi e la realtà fosse stata operata una cesura e , certamente una forte omissione.
Questa figlia malata psichicamente, ma mai riconosciuta tale dalle istituzioni, fu anche internata un giorno, in età adulta quando già aveva procreato, in una clinica psichiatrica, era stata una ragazza stranamente vivace tanto che il papà aveva dovuto rinunciare all’iscrizione a scuola per tenerla chiusa in casa, fu in quell’occasione che imparò a suonare il pianoforte, il tutto si svolgeva in un’abitazione sita nell’antico centro di Napoli, un’abitazione nella quale si respirava ancora l’ antica Napoli greco-romana.
Questa ragazzina era la preferita di questo papà che, a suo dire, la viziava terribilmente, ma io dubito che sia la realtà. Questa ragazzina testarda e cocciuta ed oltremodo vanitosa non volle vedere il padre in punto di morte, il padre che la reclamava, e solo perché non fu capace di andare oltre il suo orgoglio, non fu capace di andare oltre un forte litigio del giorno prima, ma lei, in realtà non ha mai accennato a nessuno di quest’evento, quasi credo che lo abbia rimosso. Questa ragazzina, oltremodo caparbia e psichicamente labile, ha poi sposato un uomo, un uomo conosciuto e visto solo due volte prima del matrimonio e lo avrebbe sposato solo per andare vai dalla casa dove pativa la fame, lei, infatti, essendo la maggiore, avrebbe dovuto provvedere al sostentamento della famiglia, ma dubito che un carattere come il suo le avesse potuto consentite quest’atto di responsabilità, quindi andò via, abbandonò tutti e si sposò.
Il marito era nella’Arma e la portò subito a vivere in Sicilia in una casa molto povera, in un’abitazione sita al pianterreno, una piccola abitazione composta da un grande camera soppalcata, lei ha sempre raccontato che il marito le prime notti di nozze non dormiva con lei, ma si andava a coricare con la sua amante che aveva il letto sopra questo soppalco e lei sentiva strani gemiti e, a suo dire, non ne capiva la natura.
Così cominciò la vita matrimoniale di questa ragazzina caparbia per poi concludersi, molti anni dopo, nell’odio, in litigi furiosi e in tanto altro che per raccontarlo dovrei scrivere un romanzo.
Il marito si rivelò molto presto un uomo con gravi e seri problemi di natura sessuale, non ultimo la pedofilia.
Questa coppia ebbe tre figli, due donne e un uomo, non tutti, di origine paterna certa. Ecco Esther era la nipote di questa donna. Ed Esther era fortemente turbata psichicamente, ed Esther viveva con la mamma e la sorella in questa casa lugubre, infelice, grigia dove si imponeva, come una regina, l’incomunicabilità, il sielnzio e la solitudine.
lunedì 20 ottobre 2008
-Esther-III, parte I
-III- Parte I
Lo conobbe ancora e forse ancora oggi non lo conosce ancora.Ha anche avuto modo di rincontrarlo, di rincontrarlo e non scappare, come al solito, come al suo solito.
L’incontro avvenne in un’ampia piazza di Napoli, una piazza da sempre rischiarata da un forte sole o da un’ampia luce.
Ma lei lo incontrò in quella piazza di notte.
Si sa che certi paesaggi o luoghi si imprimono nella nostra vita e ne scandiscono se non i ritmi quotidiani, una possibile radice.
Così lei si sentiva radicata a quella terra e da quella terra le sue radici si sarebbero potute espandere fino a toccare i luoghi piu’ remoti della terra, piu’ lontani.
Da una terra vissuta visceralmente si può partire per conoscere qualsiasi terra, per un qualsiasi approdo momentaneo e sentirsi, poi, sempre, come a casa.
L’incontro avvenne in quella piazza e lui era seduto al solito bar come anni prima, come se nulla fosse cambiato, come se nulla potesse/dovesse mai cambiare, come se stesse aspettando proprio lei, lì, immobile, immutato seduto a quel tavolino.
I tratti somatici solo un po’ piu’ gonfi, effetto evidente, risposta urlata a chi volesse sapere dell’andamento della sua “malattia”.
Perché lui si era assuefatto a quella convinzione, quella della sua malattia, vi si era assuefatto come ad una droga alla quale si cede per comodità delegando a lei tutta la vita, sentimenti a carico compresi.
L’aria sfrontata da ragazzino di buona famiglia snob, di quelle particolari buone famiglie di Napoli, quelle che hanno conservato immutato il salotto buono con mobile ereditato, gli era rimasta.
Attaccata addosso come una seconda pelle, come una protezione e lui se ne serviva. Eccolo lì seduto al tavolino con una sigaretta dall’andatura elegante, sinuosa, come doveva essere un giorno andato la sua andatura nei sogni di cigno.
Lo sguardo fisso nel vuoto-o negli occhi di lei? e poca differenza faceva l’una o l’altra ipotesi-, non aveva giocato del resto, lui, con lei, lui, in tutta la sua vita, lui quindi con lei, perché lei era stata tutta la sua vita, non aveva giocato al gioco dell’invisibilità?
Lei non doveva esistere, non doveva avere la percezione della propria esistenza se non quando in essa fosse comparso lui.
Lei già così fragile, bambina fragile, sola e forte, doveva scomparire, riconfermare il senso già innato della sua non esistenza e lo faceva. Era brava in questo, lo aveva appreso nei primi mesi di vita. A scomparire, a non dare fastidio con la sua presenza. A esserci/non esserci solo per accontentare voglie bisogni repressi.
Ecco lei vestita di roccia, ora che tutto era mutato, ora che aveva dovuto scontare con il sangue versato da sé, dalle sue vene per un attimo di fittizia dimenticanza, ecco lei vestita di roccia sospendere per un attimo il respiro, ecco lei che, incontratolo, incontrati quegli occhi assenti, persi nel vuoto, ecco lei scappare e fermarsi di botto e tornare indietro sui suoi passi, ecco lei che in un attimo di non calcolo decide finalmente di non scappare.
<<Al diavolo le voci di coloro che mi dicono: “se lo incontri scappa vai via”, al diavolo, porca puttana, ffanculo, merda, io torno indietro, merda, io torno indietro, io vado>>
Eccola lì, con calma studiata ripercorrere i passi lì dove lui la puo’ vedere, ripercorrere i passi all’aperto fino a rientrare nel bar dove un tetto, quattro o cinque mura possano darle il senso di una qualche protezione, una protezione piu’ protetta del suo corpo. Con calma studiata, con passo elegante entra nel bar per poi affacciarsi dall’orlo della porta e cominciare a fissarlo. Decide di fissarlo, di mirarlo come se al posto degli occhi avesse potuto impiantare un mitra accessoriato di cannocchiale-mirino.
Lo fissa, al diavolo la paura, che il fottuto diavolo se la porti con sé.
Comincia la danza, comincia la lotta, ricomincia la guerra, la battaglia che aveva perso. Lei fiera aquila ferita. Lo fissa, lo sguardo di lui sembra perdersi nel vuoto, ha paura, sente su di sé la pressione, intuisce che qualcosa è cambiato , forse l’ha riconosciuta o forse no, finge di no per prepararsi perché comprende di non aver piu’ il coltello dalla parte del manico ora. Finge sfugge cerca di alleviare la tensione, la sospende, ma lei? Lei senza pietà lo fissa negli occhi, non cede lo sguardo. Ricomincia la danza, la guerra, la battaglia che aveva perso. Lei aquila ferita.
La tensione si avverte, il filo non si spezza è teso, il filo degli occhi negli occhi, la danza, la lotta.
Stop.
Si avvicina, il corpo si muove, potrebbe scricchiolare, rompere la tensione con un errore degli arti umani, no, anche il corpo è come sospeso, pesante fisso nella sua terra, nella sua terra viscerale terra di Napoli. Gli si avvicina, ora lo sguardo non puo’ scappare e lui sobbalza, trema, il corpo si muove. La forza dello sguardo lo ha smosso, la battaglia è cominciata ed il cuore ha fatto sobbalzare la pesante corporeità. Lei si abbassa verso di lui, come un accoglienza, come un caldo corpo di mamma accogliente e si china su di lui, china la sua tenerezza e come un caldo corpo sognato di mamma lo accoglie nello sguardo, nel sorriso e le loro mani si incontrano, si stringono come si incontravano un tempo i loro corpi, ma ora senza violenza, senza sopraffazione, in parità.
Si scaldano le loro mani e ricomincia un quieta danza e i loro occhi si stringono e lui, galantuomo, la invita a sedere.
Così lei si riperde nell’eterno sorriso, quel sorriso di ragazzina persa, si disperde nel sorriso e disperde in esso un po’ delle sue pesanti energie.
Si rasserena seduta a quel tavolino e sembrerebbe, il tempo, essersi fermato, come se non fosse passato. Loro, lì, immutati, seduti ad un tavolino in quel tempo passato a discorrere di non senso, di Leopardi, di quel che dovrebbe essere, dell’ingiustizia, dei sogni da sognare.
Maurizio ed Esther.
martedì 14 ottobre 2008
-Esther- III parte I
Esther lo conobbe un giorno qualunque di un anno non qualunque, in realtà quello era proprio un anno non qualunque, ma di questo non voglio parlare. Allora Esther lo conobbe, conobbe lui, in un giorno qualunque ed era un inizio, un inizio di anno nuovo? Forse, non per lei, ma lei lo sapeva eppure, dico, "eppure non voleva saperlo", lei voleva ribellarsi a quel sapere e vi chiedo: "Poteva? Poteva ribellarsi?"
Esther aveva 14 anni, si dice che a 14 anni si cominci a vivere, si dice, qualcuno dice, che quello è un periodo di mezzo. Potrebbe essere quindi un Purgatorio, o un Inferno? O entrambi? No, entrambi no. Un inferno sì, ma scusate io ricordo di aver parlato di un altro inferno, un inferno del mondo degli adulti, ma questo fu un inferno piu' prolungato, una lenta agonia.
Sì, sembrava dire-e non diceva- <<Ma non guardatemi così, in quel modo indagatore, fisso, come a rimirarmi l'anima>>.
La mia anima non è degna o lo è? In realtà Esther si sentiva un angelo e a tratti un demone, si dice che sia una caratteristica del narcisismo infantile che in menti deviate, al limite, in menti border line, ancora non abbia fatto la sua scomparsa, si dice così ed io non modificherò una virgola di quel che ho scritto, no, forse le virgole sì, perchè irrigidirsi così? In fondo detesto qualsiasi forma di disciplina.
Lui aveva le ali tarpate, uno strano uccello secco con le ali tarpate e il sorriso violentato. Lui, lui si chiamava Maurizio, era un giunco che sembrava venire dall'Oriente, ma violentato da un mondo che non voleva-non poteva- capirlo. Il suo mondo volle controllare e contenere la sua fragilità, il suo essere un giunco, una canna al vento, una canna che avrebbe potuto piegarsi, no, lui doveva essere una quercia e mai piegarsi, spezzarsi sì e così via con le violenze.
Ma, Maurizio, Maurizio tu sai che allora avresti potuto? No, dico che avresti potuto allontanartene. No? Forse non potevi e scegliesti la violenza.
Patrimonio geneSico, forza del patrimonio geneSico che ti impiglia, che ti piglia e ti strattona, che vuole portarti a sè, eh sì, perchè quella dell'istinto di sopravvivenza e di conservazione non è una balla.
Così io scrivo per esorcizzare assorbita da questa malia che mi ammalia, che mi rende dolce l'affondare nella notte da sveglia e mi addolcisco, scaldo i miei fianchi ed il mio cuore.
Maurizio era un giunco, sottile, sembrava a tratti un rapace ed a tratti un tenero capriolo. Potenza dell'ambiguità, della schizofrenia? O dell'identità persa, mai riconosciuta?
Esther sapeva di non amarlo, che mai avrebbe potuto amarlo, che sarebbe stato per lei un lento scivolamento nell'agonia, ma non poteva distaccarsene, come una malia nera, accecante, come una droga e lei si drogava di quell'amore malato che lui sapeva donarle, di quegli amplessi violenti di cui lei riconosceva solo i gemiti, i gemiti di lui. Lei dal corpo violato, dal corpo di bambina violato, lei che si sentiva un poco angelo e un poco demone.
Il corpo esile di lui, del giunco, sapeva riscaldarla e lei DI quella trappola fatale si nutriva, IN quella trappola fatale si abbandonava scordandosi di sè, di sè così ingrombante, di sè che ovunque andava arrecava fastidio. Non avrebbe potuto rinunciare al cuore di lui, al corpo di lui, di quell'amante ora tenero, ora violento e cominciò la sua discesa negli abissi.
Lui la portò con sè consapevolmente, lui non tollerava di esser solo in quell'incontro con il demone ed insieme si avviarono per quella strada, andandogli incontro semi-consapevolmente. Il demone spesso faceva la sua comparsa durante quelle calde serate autunnali o in quelle umide serate invernali la cui ambiguità la nostra terra conosce bene. La Napoli dal ventre caldo e generoso, ma infimo, che tutti accoglie e le sue notti accolsero anche loro due.
Notti di adolescenze inquiete, di una generazione irretita nell'inganno delle barbie, ma che dalla barbie voleva fuggire. Notti di folli ubriachezze percorse nei labirinti di quella città chiusa, di quel ventre a volte molle che sembrava sprofondarli. Notti di sporcizia, del lastricato umido, scivoloso, di infinite camminate notturne, notti di cui si diceva la pericolosità per i vicoli di Napoli, ma notti accompagnate dalla città, dalla città che sapeva proteggerli, che vegliava su di loro come una stanca madre rassegnata, avvizzita.
Sì, in realtà il demone fece la sua prima comparsa molto presto tra loro, si insinuò tra loro, anzi loro esistevano solo perchè c'era lui, il legante indiscusso e loro lo sapevano.
Il demone fece la sua comparsa una di quelle notti umide, dal selciato bagnato, scivoloso e li sorprese abbarbicati uno sull'altro su una fredda, scarna panchina. Loro così intenti a scambiarsi discorsi di senso, a parlare del senso, dell'arte, di ciò che dovrebbe essere, dell'ingiustizia, del dolore, di Leopardi, della poesia e poi Tabu', silenzio.
Ovunque si toccasse e non ci fosse lui, qualsiasi spiaggia lambita non da lui era Tabu' e lei doveva tacere, non per imposizione, certo, ma per tacito terrore. Tacere e sprofondare ancor di piu' in quel buio profondo, quel buio di cui nessun altro, oltre lei, sapeva, il buio che non presentava alcuna possibilità di luce, come una galleria senza uscite a meno che, chiaramente, non avesse voluto sognare di una luce, di una speranza, così come aveva imparato sulle pagine dei libri dell'infanzia, quelli che le avevano fatto compagnia indiscutibilmente al di là di tutto e tutti, i suoi adorati libri di favole quelli che le sussurrarono all'orecchio di un mondo diverso, un mondo che certamente sarebbe arrivato in futuro, come il fatato principe azzurro sul cavallo bianco, casomai alato.
Il demone arrivò e la sorprese con la forza dell'improvvisazione, con il fottuto cigolio di un casco lanciato da Maurizio, un casco che si andò a scontrare sul ginocchio di lei. Sì perchè lei non poteva stare lì in silenzio a pensare. Esther doveva aprirsi. Maurizio pretendeva che lei si aprisse:
Maurizio: << A che pensi?>>
Esther: <<A niente...>>..., e lì cominciava, in quello spazio di silenzio. Quello spazio di libertà non era ammesso perchè lui lì non poteva entrare con la forza del suo pene, no.
Lì era tabu e lui era fuori, non che Esther lo facesse appositamente, sia chiaro, no, lei semplicemente non riusciva ad andare oltre il silenzio, lei non sapeva parlare, le immagini le si affollavano nella mente e lei si ammutoliva. Se esiste un immagine che puo' raffigurarla è senz'altro quella della muta, come la stampa che lei affisse poi un giorno in una delle sue peregrine stanze.
Ecco, si schiantò su di lei e la sorprese così nel suo silenzio, terrorizzata e lei non poteva piu' moversi e piu' lui inveiva piu' lei si immobilizzava, in realtà in futuro si sarebbe profondamente vergognata di questo subire.
Ecco, lo vede ancora oggi quel casco lanciarsi addosso a lei in silenzio con i suoi enormi occhioni tristi dai quali le lacrime volevano sgorgare a fiumi, come un lago profondamente e per troppo tempo represso.
La sera umida, scivolosa, dal selciato li chiudeva e in lei si svolgeva la loro iniziale tragedia. Tragedia ai primordi. Primordi di tragedia.
lunedì 31 marzo 2008
-Rea ed Io-
Il racconto di Caracas alterna momenti di sintesi, che spesso sanno di pudore e di reticenza, a momenti di esasperato descrittivismo, di caccia al dettaglio, come se il senso della vita fosse racchiuso nei suoi frammenti piu’ minuti. Quel che succede nella macchina di Rosa dietro al Mercato del pesce costituisce per esempio una sequenza di una lentezza e di una minuziosità esasperanti perfino per un ascoltatore avido e interessato come me. Caracas parla con la stessa circospezione di un chirurgo che esegua un intervento a cuore aperto.
Rosa andò a sedersi accanto allo sconosciuto sul sedile posteriore dell’auto.
Era quasi sera; un grigio lucido avvolgeva lo spiazzio esaltandone solitudine e separatezza. Caracas percepì con disgusto l’odore acre e acido che proveniva dal compagno di droga di Rosa. Li scrutava entrambi attraverso lo specchietto retrovisore , chiedendosi perché mai quell’individuo evitasse di lavarsi. Il giovane indossava una giacca di finta pelle sopra un maglione grigio girocollo senza camicia. Aveva zigomi sporgenti e mento aguzzo: un volto senza espressione. Caracas rammentò di averlo fissato dopo aver colpito Rosa, pronto a colpire anche lui se soltanto la sua espressione giene avesse offerto un pretesto. Ma nei suoi occhi non aveva scorto altro che indifferenza e lontananza. Proprio come accadeva in quel momento.
A preparare la roba provvide lui: non ci furono discussioni.
♦
Denny era un giovane uomo, di quei giovani uomini ai quali non sapresti dare un ‘età, con il viso angelico di adolescente immaturo, le linee del viso, evanescenti e morbide nonostante la magrezza che ne evidenziava gli zigomi, parlavano di carezze desiderate, supplicate e mai avute, parlavano di amore rubato, violentato, di quegli amori che espropriano la vita dei bambini e li faranno, poi, sentire sempre in perenne colpa di-
Denny era così, di una bellezza acerba, non raccontava, ma parlava per lui il suo corpo abusato, la sua storia che si compiva nel silenzio tragico e nella solitudine dei gesti.
Appena lo vide capì subito che era la persona adatta, lo avrebbe potuto amare per l’eternità, lui così colpevole, così delinquente, ma così poco pericoloso, lui così inerme. Lo capiì e non ci volle molto per passare all’azione, ancora oggi non ricorda come sia potuto accadere, lei, in fondo, una ragazza ancora bambina, forse ancora intatta, un corpo così pieno, così dialogante eppure ancora una bambina, neanche sfrontata e ancora oggi non sa dire come abbia potuto azzardare, ma, si sa, certe alchimie profonde, magiche, si parlano senza parole, senza che lo strumento della voce debba essere attivato e così fu realmente, bastò uno sguardo complice e tutto fu fatto, subito. Ci fu un breve tentennamento da parte di lui, quelle gentilezze così usuali in quegli ambienti e incontri di strada. Sbagliano coloro che pensano e immaginano che in quegli ambienti non ci sia gentilezza, scambio profondo di affetti, pur se scambio disimpegnato, scambio che puo’ lasciare lo spazio improvviso ad una coltellata, una coltellata sempre attesa, come un brivido sospeso.
Inizialmente lui non voleva cedere, in fondo aveva da preservare agli occhi di se stesso ancora un briciolo di dignità, di riguardo, e poi lei era alla sua prima esperienza e se avesse ceduto nel libro della sua vita si sarebbero potute aggiungere altre parole, non avrebbe piu’ potuto dire ai suoi compagni occasionali di non aver mai iniziato nessuno, no, si sarebbe macchiato di un’altra colpa, avrebbe fatto parte di una sottocategoria nella categoria, ma erano tentativi vani di resistenza, tutti, prima o poi, lo avrebbero compiuto quel passo, anche lei, poi, anni dopo, molti anni dopo, inserì nel suo curriculum vitae quella nota “peccaminosa”.
Così fu, ci fu lo scambio di soldi, tanti soldi per la quantità della dose, ma d’altronde la sua fedina morale in qualche modo doveva essere ripagata e quello era il modo, quelli i codici riconosciuti tacitamente.
Poi, dopo i soldi, l’appuntamento e l’eccitazione era grande, lei fu colpita da una forte agitazione che si annidò nella pancia, nel centro emotivo per eccellenza, ma quel’agitazione non la divorava, era un aperitivo, avrebbe dovuto divorarla la roba, dopo. La sua verginità la avrebbe donata a piene mani a quella sconosciuta che da tempo la aveva fatta innamorare di sè, a quella sconosciuta alla quale avrebbe donato tutta sè stessa, finalmente, senza paura, totalmente. Abbandonata totalmente come nelle braccia di una grande mamma, di una nuvola e così fu, la roba non la deluse, l’eroina fece un’altra vittima consapevole, seppe conquistarla pienamente e farla sua come in un grande amplesso amoroso.
Montarono sugli scooter e lei sentì il calore del corpo di lui, gli si avvinghiò addosso e sogno’ che quell’amore la avrebbe accompagnata per il resto dei suoi giorni, che quella sensazione di pienezza, di calore le avrebbe reso le giornate finalmente piu’ accettabili.
Si diresse verso il lungomare, quel lungomare settembrino, grigio, ma aperto come solo nella sua città può essere, il profumo del mare, salaticcio, le si insinuò nelle narici inebriandola e il vento le passava nei cappelli sfiorandole le giovani gambe scoperte.
Immersero i piedi nella sabbia, lei si guardò le scarpe bianche, quelle scarpe che adorava e che le facevano male, oh sì quelle scarpe cosa avrebbe dato per renderle inattaccabili dal tempo, per espropriarle dalla loro natura di bene…
Con questo pensiero rivolto a se stessa si avvicinarono agli scogli, vi salirono sopra e lui forse le diede una mano per farla salire, un semplice gesto di cavalleria.
Si sedettero e rivolsero gli occhi al mare, in quel momento lei si rese conto di non essere sola, con lei c’erano le sue metà, ma anche in quel momento la condivisione era solo un fastidio in piu’, lei era pronta, loro no, una era terrorizzata dal gesto e scelse di non usare la siringa, l’altra era terrorizzata, era come se stesse subendo una violenza. Invece la sua era un’iniziazione perfetta, il momento che tanto aveva sognato, il suo amore si stava per realizzare , il connubio.
Quella volta, la prima volta, la preparazione fu affidata a loro, agli uomini, gli esperti, lei non conosceva ancora il sapore della preparazione, il brivido che tutto annulla, passato, futuro, realizzando nel presente la perfezione, l’unità.. Ancora non conosceva la perfidia contenuta in quell’ ebbrezza, intuiva, ma non conosceva e lascio’ fare, tralasciò i particolari quella volta.
La siringa fu presto pronta, il colore della preparazione, l’odore acre che di lì a poco le avrebbe sconvolto l’esistenza insinuandosi nel profondo dei sensi. Quella volta sotto lo sguardo di rimprovero delle sue metà che, pur se complici, non potevano accettare un abbandono così esplicito e questa fu la loro salvezza.
Lei si abbandono’ nelle mani sapienti di Denny, lui seppe essere delicato nel modo giusto, lei mai aveva accettato prima il contatto con l’ago, la siringa, l’insinuarsi profondo e sottile nelle vene aveva rappresentato un incubo, da sempre, ma in quel momento tutte le paure si sciolsero, e, paradossalmente, quell’ago torturatore, invadente, divenne l’oggetto agognato , lo strumento, il mezzo per il piacere puro.
Il freddo mentale dell’ago la percosse e lei si abbandono’, il liquido scese, piano piano, le linee diminuivano, il colore della sostanza svaniva, entrava dentro il suo sorpo, la rapiva, la conquistava.
Reclinò il capo all’indietro, non tanto, però, da non poter vedere, non fu un gesto di rifiuto, ma di apertura , guardò in alto, nel cielo, si fuse lei e le nuvole. Le nuvole divennero lei, la avvolsero, lei si perse in quell'abbandono, in quell'abbraccio, non era piu’ un corpo, era circondata, le nuvole giocavano con lei, le sorridevano, si sorridevano tra loro e lei, in mezzo a loro, ne sentiva il morbido e vi si abbandonava.
Era l’estasi.
:non ci furono discussioni, Rosa ne aveva riconosciuto d'istinto, sin dal primo momento, la maggiore esperienza e fu lei stessa ad affidargli il compito.
Caracas si mervigliò della fermezza delle sue mani che in quel momento reggevano contemporaneamnete la fiala di acqua distillata e la bustina di carta argentata contenente la droga. Lo sconosciuto chiese a Rosa di aiutarlo e le diede da tenere la bustina. Poi spezzò con un colpo secco la fiala.
Nessuno fiatava, perfino i rumori lontani della città sembravano svanire lentamente per far largo al silenzio un po' spossato di quella deludente conclusione domenicale. Caracas fissò Rosa, che a sua volta fissava le mani del suo vicino che aspirava con una siringa il liquido dalla fiala fino a vuotarla del tutto. Quando ebbe finito, porse la siringa a Rosa che gli consegnò la bustina.
Il giovane restò un lungo momento immobile, le mani sollevate entrambe a mezz'aria. Quindi iniziò con cautela e perizia a versare la polvere nell'ampolla sotto lo sguardo trepido di Rosa e dello stesso Caracas, concentrato sullo specchietto retrovisore.
Fremeva di impazienza in attesa che il rito si concludesse. Non aveva mai assistito a una scena del genere, soprattutto non aveva mai visto Rosa bucarsi. In che parte del corpo si sarebbe infilata l'ago? E l'altro, come si sarebbe comportato' Si sentì invadere da una pena infinita: Innanzi tutto per Rosa, una pena che mescolava mille sentimenti diversi: passione, pietà, rabbia. Ma anche pena per sè, che stava vivendo un'esperienza che di fatto era un cedimento morale, in imperdonabile atto di complicità e di incoraggiamento.
Avrebbe volentieri chiuso gli occhi per uscire da quella scena. Chiuse gli occhi davvero, ma resistette ben poco. Li spalancò di colpo senza neanche deciderlo, indipendentemente dalla volontà. Avvicinò la faccia allo specchietto retrovisore, ne modoficò per la terza volta leggermente l'orientamento.
Ora lo sconosciuto ( non si erano neppure presentati, anzi non si erano scambiati una sola parola) stava riscaldando con un accendino la fiala nella quale era stata iniettata, dopo la polverina, l'acqua distillata. Fece oscillare diverse volte la fiammella a una quindicina di centimetri dal minuscolo contenitore di vetro mostrandosi completamente insensibile al calore.
Poi disse:"E' fatta". E a Caracas parve di udire, piuì che un sospiro, un rantolo di Rosa.
Mentre l'uomo riempiva con la soluzione le due siringhe in parti uguali, vide Rosa stringersi nel proprio angolo con le gambe accavallate. Chiuse di nuovo gli occhi e di nuovo li spalancò di colpo dopo pochi istanti.
Li colse nel momento in cui impugnavano ciascuno la propria siringa. Rosa aveva appoggiato sulle ginocchia la mano sinistra rovesciata e Caracas capi' che avrebbe diretto l'ago sul polso.
Era stravolta, gli occhi le si erano rimpiccioliti, come arricciati; aveva le labbra socchiuse e ansimava.
Caracas non resse e si voltò. Fu un gesto assurdo, con quella coppia là dietro che sembrava vivere i sussulti di una copula e lui che li guardava atterrito e impudico.
lo sconosciuto aprì di scatto la portiera e se ne andò senza dire una parola. Rosa aveva gli occhi chiusi. Tremava leggermente.
♦Ermanno Rea "Napoli ferrovia"
mercoledì 28 novembre 2007
-12 febbraio 1995-
Ossessione, vera me.
Amata/amando.
Terrore.
Tutto tace,
silenzio della solitudine.
Ti amo,
ho paura di perderti.
Soffio di vita che t'involi-cara amata madre.
Ho paura di perderti,
temo il silenzio della morte.
Urlo portato dal vento,
vita che mi avvolge in tenue candore :
la luce fioca e tenue della mia lampadina.
domenica 21 ottobre 2007
-Storie dall'infanzia ed altro-
I suoi occhi giravano in tondo come se la sua faccia fosse stata una palla mobile, una palla mobile posta su una forma cilindrica immobile, fissa. Giravano in tondo i suoi occhi e guardava tutt’attorno a sé, guardava poichè non sentiva ed i suoi occhi erano destinati, così, ad ingrandirsi enormemente. Occhi di Bamby.
Non recepiva i sentimenti, il cuore non si allineava alla realtà. Questa realtà così irreale e allora lei si adagiava nel sogno, si assuefaceva a quell’altra realtà e divenne per sempre il suo segno caratteristico.
Il suo cuore ascoltava i ritmi di quanto la circondava, ma il calore tardava ad arrivare nel centro periferico. Aveva pochi mesi di vita, forse dieci, undici, e pesava un’enormità, come se la corporeità avesse assunto in sé la funzione di equilibrare quella mancanza di calore e il calore si auto-riproduceva: grandezza della natura e infinità dell’istinto di sopravvivenza.
Attorno a sé si muovevano delle persone, in verità. Si muovevano e si sbattevano, anzi. I loro modi/maniere avevano in sé un che di-.
Si sbattevano e si parlavano a strafalcioni, come macchine di ferro che, scontrandosi, producevano strani suoni metallici, quel metallico le arrivava al cuore, ma mal si conciliava con la sua natura morbida e questi lo rifiutava o pensava di rifiutarlo, in realtà imparava, interiorizzava i codici di comportamento e sopravvivenza per la vita, come un manualetto per neonati.
-Neonata, l’ho detto! Era una neonata.
Quei codici che a fatica avrebbe, poi, imparato a decifrare-.
Stop! Ritorno alla neonata.
Assorbiva, assorbiva i rumori e gli occhi rimanevano aperti, quasi sbarrati e per dormire la dovevano cullare con forza. BUM BUM BUM, avanti e indietro, "Bum, Bum, Bum", faceva la culla, così faceva la culla.
Stupita ai bordi del mondo, come affacciata ad una finestra ad osservare il resto da sé e tutto l’intorno rimaneva fuori, estraneo.
Non si fidava di nessuno, ma aveva imparato un compromesso, così da poter andare in giro: aveva imparato a fidarsi o a fingere di fidarsi solo di 4 braccia, di due coppie di braccia, di due persone: donne.
Il resto no, proprio non riusciva a farsi toccare da quell’uomo di sesso maschile che ogni tanto le si avvicinava come a vantare una personale proprietà, si chiedeva chi fosse, se lo chiedeva dal basso della sua saggezza. Lo osservava, quel viso lungo, con quella ruvidezza sul viso che non capiva da dove arrivasse. Sì, ma chi era? E perché urlava sempre? Perché il suo viso non si muoveva e sembrava vivere da Uniespessivo, insomma le guance non si muovevano. Piatto, il suo viso era piatto. Ma chi era? Comunque gridava.
L’ora della pappa era l’ora che preferiva, il cibo entrava in bocca e scendeva nell’esogafo e piano piano un senso di calore la invadeva e mangiava mangiava.
Poi rimaneva sola in quella camera buia e aveva paura. Il buio. La notte. Il vuoto. Il non senso. Che senso aveva tutto ciò? Pareva dire/si.
Poi un rumore estraneo improvviso, la manina di qualcuno che compariva nella culla. Poi silenzio. Buio. Notte.
Gridava. Piangeva. Si fermava. Sapeva che non sarebbe servito a niente. Reprimeva il pianto e stava, così, immobile, in attesa di... Un segno? O che? Non sapeva. Un calore, certo.
Una donna metteva il figlio ancora neonato in una scatola di cartone, gli accendeva la televisione e si recava a lavoro. Più tardi lo metteva nel box, gli buttava dentro qualcosa da mangiare e lo abbandonava nuovamente davanti alla TV, fin quando non rientrava in casa.
Un altro bambino ci ha raccontato che ogni sera era costretto a stare solo nella sua stanza e se tentava di andare in soggiorno i genitori lo mandavano via bruscamente e gli gridavano che quella era l’unica possibilità che avevano di restare da soli
Il rapporto con la figura materna(o di riferimento, aggiungo io) evidenziato dai soggetti intervistati era fortemente caratterizzato da freddezza, distacco, insensibilità o negligenza. Essi denotano carenze affettive e assenza di contatti umani.
L’aspetto del rapporto madre (o figura di riferimento, aggiungo io) – figlio […] è la rispondenza della madre (fig.di rif.), ovvero "la capacità della madre (fig.di rif.)di entrare in empatia con il figlio e di saper comprendere il suo desiderio di attenzioni, nonché il grado di disponibilità o capacità di conciliazione, da parte della madre (fig. di rif.), delle proprie esigenze con quelle del figlio in caso di divergenza e di eventuale rinuncia alla realizzazione dei propri obiettivi".
Malatesta & Izard (1984) sostengono che il bambino, fino all’età di tre anni, si innervosisce e reagisce in modo negativo se la madre non si pone in empatia con lui, magari rimanendo completamente impassibile o voltandogli le spalle in circostanze in cui questo si aspetta invece una conferma di natura emotiva. Nel caso in cui la madre ignori, o quasi, i desideri o i messaggi del bambino, comportandosi in modo passivo e poco affabile, le emozioni del bambino si affievoliscono, si appiattiscono, il bambino cessa di esprimere i propri sentimenti, adottando un atteggiamento apatico (...) se invece il comportamento emotivo della madre è inadeguato e imprevedibile, il bambino è costretto ad adottare un comportamento emotivo estremamente intenso, al fine di suscitare una qualche reazione nella madre. (Geppert & Heckhausen, 1990).
La mancata rispondenza da parte del genitore diventa particolarmente grave laddove viene frustrato il bisogno di sicurezza e stabilità del bambino. Questo favorisce la comparsa di reazioni quali collera o violente contestazioni, dovute al fatto che il bambino si sente ferito.
Tale processo descrive chiaramente le conseguenze di legami affettivi inesistenti o instabili-ritrosi. L’affetto presuppone protezione in situazioni critiche. Non possedendo una certezza di questo tipo, tali individui sono caratterizzati dall’assenza di modalità comportamentali adeguate.
-autocontrollo e responsabilità-
L’autocontrollo e la responsabilità nei confronti di se stessi, associati al libero arbitrio, possono essere minati soprattutto attraverso metodi educativi violenti. Nel caso di bambini spesso soggetti a punizioni, l’educatore severo occupa una posizione di primo piano, in quanto "gestisce e controlla il comportamento. Essi non hanno mai imparato a gestire e controllare il proprio comportamento" (Fullgrabe, 1983).
Ne è una conferma la teoria di Becker (1964), il quale ha riscontrato che i bambini cresciuti in un atmosfera gradevole osservano maggiormente i divieti e, qualora ciò non si verifichi, sviluppano maggiori sensi di colpa.
La famiglia Gein viveva in una fattoria fuori Plainfield, remota cittadina del Wisconsin, ribattezzata dagli stessi abitanti “il buco morto dello stato”.
La madre, Augusta, donna dal carattere dominante e fanatica religiosa, costrinse i figli Edward ed Henry (questi morirà anni dopo in un incendio) a isolarsi dalla società esterna, e in modo particolare nei riguardi del sesso femminile
Ed Gein nasce in una famiglia degenerata in cui la madre ha l'assoluto controllo della casa, mentre il padre è una figura pressochè inesistente ed incapace di avere un ruolo nella famiglia e le sue giornate le passa in veranda a fissare la campagna ed a bere.
La madre, Augusta, disprezza praticamente tutti in famiglia, a partire proprio dal marito George, dal quale però non si separa per un solo motivo.
Augusta è una fanatica religiosa e, pertanto, non contempla il divorzio tra le possibili soluzioni di un matrimonio fallito. La famiglia Gein vive grazie ai guadagni di una piccola drogheria, che viene portata avanti sempre da Augusta. L'attività commerciale va abbastanza bene, tanto da consentire alla madre di poter acquistare una tenuta in una cittadina più piccola, Plainfield.
Lo scopo di questo trasferimento era solo quello di poter consentire ad Augusta Gein, di poter controllare meglio i due figli, ai quali non permetteva di avere amici e di frequentare nessuno perchè, secondo il suo fanatismo, tutto il mondo era malvagio e le donne rappresentavano solo il peccato che poteva portare alla perdizione.
Per dirla con parole sue, le donne erano tutte puttane, e l'unica pratica sessuale ammessa era quella finalizzata alla procreazione. I due fratelli, Ed e Henry, così riescono solo a frequentare la scuola, per il resto vivono pressoche isolati da qualsiasi contatto con l'esterno
Nella fase della pubertà, il soffocamento da parte della madre si fa più pesante. Al termine delle lezioni, Ed torna a casa dove come ogni pomeriggio è costretto ad ascoltare la consueta lettura della Bibbia, da cui Augusta trae i passi più cruenti del vecchio testamento in cui si parla solo di punizioni divine, morte e redenzione. Sempre in questo periodo della sua vita, Ed viene scoperto a masturbarsi nella vasca da bagno. Questo gli costerà dei bagni in acqua bollente per ottenere la purificazione dal peccato.
Nel 1940, il padre George muore e da questo momento, l'altro fratello comincia ad avere forti litigi con la madre, finalmente si ribella e cerca di riappropriarsi della propria vita e consiglia al fratello di fare altrettanto e non seguire gli insegnamenti distorti.
Ma per Ed questa è una cosa inaudita. Nessuno può contestare il pensiero della madre, nonostante lei lo additi sempre di essere un fallimento e di essere uguale a suo padre. Così, durante un incendio che nel 1944, si sviluppa nei pressi della fattoria, mentre tutti, compreso Henry e Ed, danno una mano per circoscrivere le fiamme, Henry scompare "misteriosamente". Ed corre a cercare aiuto, dichiara di aver perso di vista suo fratello a causa del fumo, ma poi è in grado di portare i soccorritori esattamente dove il corpo di Henry giace senza vita. Il cadavere viene trovato senza segni di ustioni e con diverse contusioni alla testa, ma nessuno pensa di aprire un'inchiesta e il caso viene archiviato come morte accidentale per probabile caduta.
Edmund Kemper III nasce in una famiglia caratterizzata dalla presenza di una madre autoritaria e alcolizzata, e da un padre assente nel contesto familiare, e senza nessuna autorità.
Fin dall'infanzia i problemi tra il piccolo Ed e la madre furono insormontabili, soprattutto per l'aperta preferenza che aveva lei per le sorelle più piccole. E' sempre la madre ad accusarlo, fin da piccolo di essere la causa di tutti i suoi problemi di salute, cosa che crea forte contrasto tra i due e frequenti e violente litigate, che lo vedevano sempre finire rinchiuso nel seminterrato al buio per punizione.
Ed inizia a crescere e diventa un ragazzone alto, ben oltre la media dei suoi coetanei (in età adulta arriverà a misurare 2 metri e 7 centimetri) e questo gli procura tanti altri guai. Prima di tutto, come sempre, da parte di sua madre che lo manda, dall'età di 10 anni in poi a dormire nel seminterrato per "paura" che lui potesse, durante la notte, sopraffare e violentare le sorelline nel sonno. Inoltre la sua stazza gli provoca problemi non indifferenti anche con i suoi amichetti, che non lo vogliono a giocare con loro e lo trattano da adulto, tanto che lui inizierà ad isolarsi e diventare sempre più timido e chiuso.
I maltrattamenti psicologici subiti da parte della madre generano odio verso di lei nel bambino Ed, e questo odio va sempre più aumentando, a tal punto che di notte, anzichè violentare le sorelle, come sua madre diceva di temere, entrava in camera sua armato di coltello, si avvicinava a lei, e qui rimaneva in silenzio fantasticando di ucciderla, cosa che tuttavia poi non fece. Non ancora...
I Lucas vivono in una baracca fatiscente in mezzo al bosco con nove figli, dei quali Henry è l'ultimo, nato quando sua madre aveva 53 anni. Il padre era un ex ferroviere che aveva perso l'uso di entrambe le gambe quando, dopo un turno di lavoro, si era addormentato ubriaco sui binari e un treno l'aveva travolto.
Trascorreva la giornata in sedia a rotelle in casa senza mai lasciare la bottiglia. Viola Lucas, la figura dominante della famiglia, era una donna alcolizzata e violenta. Girava sempre con un fucile in mano, faceva la prostituta per racimolare qualche soldo ed aveva l'abitudine di picchiare tutti in famiglia con un bastone di ferro per qualsiasi motivo, soprattutto il piccolo Henry verso il quale nutriva un odio particolare ed immotivato.
In uno di questi episodi lo picchiò così forte da lasciarlo esanime per 3 giorni. Riceveva i suoi clienti in casa e costringeva Henry ed il marito ad assistere all'incontro […].
Ma le violenze psicologiche non finivano qui. Viola aveva l'abitudine di mandare Henry a scuola vestito da femminuccia, scatenando le prese in giro degli altri bambini, e se una maestra per consolarlo gli faceva un regalo, la madre andava su tutte le furie e lo picchiava a sangue.
Un giorno, giocando in cortile con il fratello più grande Andrew, che aveva un coltello, i due ragazzini cominciano a litigare ed Andrew colpisce Henry con il pugnale ad un occhio. La madre lo porta al pronto soccorso soltanto dopo diverse ore, ma ormai la pupilla e il bulbo oculare erano compromessi, così ad Henry viene impiantato un occhio di vetro. Questa menomazione lo rende ancora più chiuso ed introverso […]. Nel 1950 il padre si allontana di casa dopo l'ennesima violenza della madre e si lascia morire assiderato nel bosco.
Del focolare domestico ricorderà bene poco in quanto a causa dell'alcoolismo di Olav, il matrimonio arriva al capolinea quando Nilsen ha solo 4 anni. Betty e Dennis così si trasferirono a casa dei nonni materni. Qui visse la sua infanzia, affezionandosi morbosamente al nonno, Andrew White, che però morì presto, quando Dennis ha soltanto sei anni. Ed è proprio la morte di suo nonno a lasciare il primo grande vuoto nella vita del bimbo Dennis. Ma al dolore della morte dell'unica persona per la quale aveva provato affetto si aggiunge un altro grosso trauma. Sua madre, senza prepararlo, decide di portare Dennis a vedere il cadavere del nonno. Anni dopo lui stesso definirà quel momento come la sua "morte emozionale
Non recepiva i sentimenti, il cuore non si allineava alla realtà. Questa realtà così irreale e allora lei si adagiava nel sogno, si assuefaceva a quell’altra realtà e divenne per sempre il suo segno caratteristico.
Il suo cuore ascoltava i ritmi di quanto la circondava, ma il calore tardava ad arrivare nel centro periferico. Aveva pochi mesi di vita, forse dieci, undici, e pesava un’enormità, come se la corporeità avesse assunto in sé la funzione di equilibrare quella mancanza di calore e il calore si auto-riproduceva: grandezza della natura e infinità dell’istinto di sopravvivenza.
Attorno a sé si muovevano delle persone, in verità. Si muovevano e si sbattevano, anzi. I loro modi/maniere avevano in sé un che di-.
Si sbattevano e si parlavano a strafalcioni, come macchine di ferro che, scontrandosi, producevano strani suoni metallici, quel metallico le arrivava al cuore, ma mal si conciliava con la sua natura morbida e questi lo rifiutava o pensava di rifiutarlo, in realtà imparava, interiorizzava i codici di comportamento e sopravvivenza per la vita, come un manualetto per neonati.
-Neonata, l’ho detto! Era una neonata.
Quei codici che a fatica avrebbe, poi, imparato a decifrare-.
Stop! Ritorno alla neonata.
Assorbiva, assorbiva i rumori e gli occhi rimanevano aperti, quasi sbarrati e per dormire la dovevano cullare con forza. BUM BUM BUM, avanti e indietro, "Bum, Bum, Bum", faceva la culla, così faceva la culla.
Stupita ai bordi del mondo, come affacciata ad una finestra ad osservare il resto da sé e tutto l’intorno rimaneva fuori, estraneo.
Non si fidava di nessuno, ma aveva imparato un compromesso, così da poter andare in giro: aveva imparato a fidarsi o a fingere di fidarsi solo di 4 braccia, di due coppie di braccia, di due persone: donne.
Il resto no, proprio non riusciva a farsi toccare da quell’uomo di sesso maschile che ogni tanto le si avvicinava come a vantare una personale proprietà, si chiedeva chi fosse, se lo chiedeva dal basso della sua saggezza. Lo osservava, quel viso lungo, con quella ruvidezza sul viso che non capiva da dove arrivasse. Sì, ma chi era? E perché urlava sempre? Perché il suo viso non si muoveva e sembrava vivere da Uniespessivo, insomma le guance non si muovevano. Piatto, il suo viso era piatto. Ma chi era? Comunque gridava.
L’ora della pappa era l’ora che preferiva, il cibo entrava in bocca e scendeva nell’esogafo e piano piano un senso di calore la invadeva e mangiava mangiava.
Poi rimaneva sola in quella camera buia e aveva paura. Il buio. La notte. Il vuoto. Il non senso. Che senso aveva tutto ciò? Pareva dire/si.
Poi un rumore estraneo improvviso, la manina di qualcuno che compariva nella culla. Poi silenzio. Buio. Notte.
Gridava. Piangeva. Si fermava. Sapeva che non sarebbe servito a niente. Reprimeva il pianto e stava, così, immobile, in attesa di... Un segno? O che? Non sapeva. Un calore, certo.
Teatro Vita- Vita Teatro – Teatro Vita – Vita Teatro
da "La tela nera"
Un altro bambino ci ha raccontato che ogni sera era costretto a stare solo nella sua stanza e se tentava di andare in soggiorno i genitori lo mandavano via bruscamente e gli gridavano che quella era l’unica possibilità che avevano di restare da soli
-NOTE-
-empatia-
L’aspetto del rapporto madre (o figura di riferimento, aggiungo io) – figlio […] è la rispondenza della madre (fig.di rif.), ovvero "la capacità della madre (fig.di rif.)di entrare in empatia con il figlio e di saper comprendere il suo desiderio di attenzioni, nonché il grado di disponibilità o capacità di conciliazione, da parte della madre (fig. di rif.), delle proprie esigenze con quelle del figlio in caso di divergenza e di eventuale rinuncia alla realizzazione dei propri obiettivi".
Malatesta & Izard (1984) sostengono che il bambino, fino all’età di tre anni, si innervosisce e reagisce in modo negativo se la madre non si pone in empatia con lui, magari rimanendo completamente impassibile o voltandogli le spalle in circostanze in cui questo si aspetta invece una conferma di natura emotiva. Nel caso in cui la madre ignori, o quasi, i desideri o i messaggi del bambino, comportandosi in modo passivo e poco affabile, le emozioni del bambino si affievoliscono, si appiattiscono, il bambino cessa di esprimere i propri sentimenti, adottando un atteggiamento apatico (...) se invece il comportamento emotivo della madre è inadeguato e imprevedibile, il bambino è costretto ad adottare un comportamento emotivo estremamente intenso, al fine di suscitare una qualche reazione nella madre. (Geppert & Heckhausen, 1990).
La mancata rispondenza da parte del genitore diventa particolarmente grave laddove viene frustrato il bisogno di sicurezza e stabilità del bambino. Questo favorisce la comparsa di reazioni quali collera o violente contestazioni, dovute al fatto che il bambino si sente ferito.
-caso-
Fullgrabe (1983) e Lempp (1977) sostengono l’importanza del ruolo svolto dal caso, giungendo alla conclusione che "il caso può determinare uno sviluppo diverso all’interno di personalità analogamente strutturate: di due criminali ne viene arrestato solamente uno; di due ex carcerati, solamente uno si sposa e conduce una vita borghese; in ogni caso soltanto uno dei due diviene un criminale!" (Fullgrabe, 1983).
-probabili eventi scatenanti-
Nei confronti di circostanze avverse, quali per esempio l'improvviso stato di disoccupazione, si chiudono a riccio, si concentrano esclusivamente su quel singolo problema, escludendo tutto il resto all’infuori delle fantasie, dalle quali si aspettano una soluzione".Tale processo descrive chiaramente le conseguenze di legami affettivi inesistenti o instabili-ritrosi. L’affetto presuppone protezione in situazioni critiche. Non possedendo una certezza di questo tipo, tali individui sono caratterizzati dall’assenza di modalità comportamentali adeguate.
-...ed ora sulla tanto declamata "volontà"-
A tal proposito, sarebbe opportuna un’analisi del ruolo svolto dalla volizione. Le azioni non sono provocate esclusivamente da una situazione scatenante, e quindi dalla motivazione che ne consegue, bensì anche dalla volontà di esecuzione. Coloro che si trovano alle soglie della criminalità ma che poi non divengono criminali potrebbero eventualmente differenziarsi da altri in virtù della forza di volontà, la quale non è sempre autonoma, bensì può essere anche condizionata da fattori ambientali.-autocontrollo e responsabilità-
L’autocontrollo e la responsabilità nei confronti di se stessi, associati al libero arbitrio, possono essere minati soprattutto attraverso metodi educativi violenti. Nel caso di bambini spesso soggetti a punizioni, l’educatore severo occupa una posizione di primo piano, in quanto "gestisce e controlla il comportamento. Essi non hanno mai imparato a gestire e controllare il proprio comportamento" (Fullgrabe, 1983).
Ne è una conferma la teoria di Becker (1964), il quale ha riscontrato che i bambini cresciuti in un atmosfera gradevole osservano maggiormente i divieti e, qualora ciò non si verifichi, sviluppano maggiori sensi di colpa.
-ALTRE STORIE-
Edward “Ed” Gein nacque nel 1904 da un padre alcolizzato, da cui subì ripetuti abusi sessuali, e da una madre pazza.La famiglia Gein viveva in una fattoria fuori Plainfield, remota cittadina del Wisconsin, ribattezzata dagli stessi abitanti “il buco morto dello stato”.
La madre, Augusta, donna dal carattere dominante e fanatica religiosa, costrinse i figli Edward ed Henry (questi morirà anni dopo in un incendio) a isolarsi dalla società esterna, e in modo particolare nei riguardi del sesso femminile
-Altro dal sito: www.serialkillers.it/intro.htm-
-Ed Gein-Ed Gein nasce in una famiglia degenerata in cui la madre ha l'assoluto controllo della casa, mentre il padre è una figura pressochè inesistente ed incapace di avere un ruolo nella famiglia e le sue giornate le passa in veranda a fissare la campagna ed a bere.
La madre, Augusta, disprezza praticamente tutti in famiglia, a partire proprio dal marito George, dal quale però non si separa per un solo motivo.
Augusta è una fanatica religiosa e, pertanto, non contempla il divorzio tra le possibili soluzioni di un matrimonio fallito. La famiglia Gein vive grazie ai guadagni di una piccola drogheria, che viene portata avanti sempre da Augusta. L'attività commerciale va abbastanza bene, tanto da consentire alla madre di poter acquistare una tenuta in una cittadina più piccola, Plainfield.
Lo scopo di questo trasferimento era solo quello di poter consentire ad Augusta Gein, di poter controllare meglio i due figli, ai quali non permetteva di avere amici e di frequentare nessuno perchè, secondo il suo fanatismo, tutto il mondo era malvagio e le donne rappresentavano solo il peccato che poteva portare alla perdizione.
Per dirla con parole sue, le donne erano tutte puttane, e l'unica pratica sessuale ammessa era quella finalizzata alla procreazione. I due fratelli, Ed e Henry, così riescono solo a frequentare la scuola, per il resto vivono pressoche isolati da qualsiasi contatto con l'esterno
Nella fase della pubertà, il soffocamento da parte della madre si fa più pesante. Al termine delle lezioni, Ed torna a casa dove come ogni pomeriggio è costretto ad ascoltare la consueta lettura della Bibbia, da cui Augusta trae i passi più cruenti del vecchio testamento in cui si parla solo di punizioni divine, morte e redenzione. Sempre in questo periodo della sua vita, Ed viene scoperto a masturbarsi nella vasca da bagno. Questo gli costerà dei bagni in acqua bollente per ottenere la purificazione dal peccato.
Nel 1940, il padre George muore e da questo momento, l'altro fratello comincia ad avere forti litigi con la madre, finalmente si ribella e cerca di riappropriarsi della propria vita e consiglia al fratello di fare altrettanto e non seguire gli insegnamenti distorti.
Ma per Ed questa è una cosa inaudita. Nessuno può contestare il pensiero della madre, nonostante lei lo additi sempre di essere un fallimento e di essere uguale a suo padre. Così, durante un incendio che nel 1944, si sviluppa nei pressi della fattoria, mentre tutti, compreso Henry e Ed, danno una mano per circoscrivere le fiamme, Henry scompare "misteriosamente". Ed corre a cercare aiuto, dichiara di aver perso di vista suo fratello a causa del fumo, ma poi è in grado di portare i soccorritori esattamente dove il corpo di Henry giace senza vita. Il cadavere viene trovato senza segni di ustioni e con diverse contusioni alla testa, ma nessuno pensa di aprire un'inchiesta e il caso viene archiviato come morte accidentale per probabile caduta.
-Edmund Kemper-
Edmund Kemper III nasce in una famiglia caratterizzata dalla presenza di una madre autoritaria e alcolizzata, e da un padre assente nel contesto familiare, e senza nessuna autorità.
Fin dall'infanzia i problemi tra il piccolo Ed e la madre furono insormontabili, soprattutto per l'aperta preferenza che aveva lei per le sorelle più piccole. E' sempre la madre ad accusarlo, fin da piccolo di essere la causa di tutti i suoi problemi di salute, cosa che crea forte contrasto tra i due e frequenti e violente litigate, che lo vedevano sempre finire rinchiuso nel seminterrato al buio per punizione.
Ed inizia a crescere e diventa un ragazzone alto, ben oltre la media dei suoi coetanei (in età adulta arriverà a misurare 2 metri e 7 centimetri) e questo gli procura tanti altri guai. Prima di tutto, come sempre, da parte di sua madre che lo manda, dall'età di 10 anni in poi a dormire nel seminterrato per "paura" che lui potesse, durante la notte, sopraffare e violentare le sorelline nel sonno. Inoltre la sua stazza gli provoca problemi non indifferenti anche con i suoi amichetti, che non lo vogliono a giocare con loro e lo trattano da adulto, tanto che lui inizierà ad isolarsi e diventare sempre più timido e chiuso.
I maltrattamenti psicologici subiti da parte della madre generano odio verso di lei nel bambino Ed, e questo odio va sempre più aumentando, a tal punto che di notte, anzichè violentare le sorelle, come sua madre diceva di temere, entrava in camera sua armato di coltello, si avvicinava a lei, e qui rimaneva in silenzio fantasticando di ucciderla, cosa che tuttavia poi non fece. Non ancora...
-Henry Lee Lucas-
L'infanzia di Henry è una delle più terribili che si possa immaginare […].I Lucas vivono in una baracca fatiscente in mezzo al bosco con nove figli, dei quali Henry è l'ultimo, nato quando sua madre aveva 53 anni. Il padre era un ex ferroviere che aveva perso l'uso di entrambe le gambe quando, dopo un turno di lavoro, si era addormentato ubriaco sui binari e un treno l'aveva travolto.
Trascorreva la giornata in sedia a rotelle in casa senza mai lasciare la bottiglia. Viola Lucas, la figura dominante della famiglia, era una donna alcolizzata e violenta. Girava sempre con un fucile in mano, faceva la prostituta per racimolare qualche soldo ed aveva l'abitudine di picchiare tutti in famiglia con un bastone di ferro per qualsiasi motivo, soprattutto il piccolo Henry verso il quale nutriva un odio particolare ed immotivato.
In uno di questi episodi lo picchiò così forte da lasciarlo esanime per 3 giorni. Riceveva i suoi clienti in casa e costringeva Henry ed il marito ad assistere all'incontro […].
Ma le violenze psicologiche non finivano qui. Viola aveva l'abitudine di mandare Henry a scuola vestito da femminuccia, scatenando le prese in giro degli altri bambini, e se una maestra per consolarlo gli faceva un regalo, la madre andava su tutte le furie e lo picchiava a sangue.
Un giorno, giocando in cortile con il fratello più grande Andrew, che aveva un coltello, i due ragazzini cominciano a litigare ed Andrew colpisce Henry con il pugnale ad un occhio. La madre lo porta al pronto soccorso soltanto dopo diverse ore, ma ormai la pupilla e il bulbo oculare erano compromessi, così ad Henry viene impiantato un occhio di vetro. Questa menomazione lo rende ancora più chiuso ed introverso […]. Nel 1950 il padre si allontana di casa dopo l'ennesima violenza della madre e si lascia morire assiderato nel bosco.
-Dennis Nilsen-
Del focolare domestico ricorderà bene poco in quanto a causa dell'alcoolismo di Olav, il matrimonio arriva al capolinea quando Nilsen ha solo 4 anni. Betty e Dennis così si trasferirono a casa dei nonni materni. Qui visse la sua infanzia, affezionandosi morbosamente al nonno, Andrew White, che però morì presto, quando Dennis ha soltanto sei anni. Ed è proprio la morte di suo nonno a lasciare il primo grande vuoto nella vita del bimbo Dennis. Ma al dolore della morte dell'unica persona per la quale aveva provato affetto si aggiunge un altro grosso trauma. Sua madre, senza prepararlo, decide di portare Dennis a vedere il cadavere del nonno. Anni dopo lui stesso definirà quel momento come la sua "morte emozionale
lunedì 23 novembre 1998
-Senza titolo-
Da sempre, sin dai tempi che la mia mente riesce a percorrere, come quelle antiche pellicole di film che tornano all'origine della trama percorrendo visibilmente all'incontrario tutta la storia, così ritorno ai tempi dell'infanzia. Tristi e felici tempo di solitudine. Anche all'ora ero buia, anche ora non voglio appartenere a questo mondo. La mia mente, la mia fantasia, alimentandosi con magiche fiabe, rappresentava il mio guscio, la mia protezione da quel mondo che tanto cattivo ai miei occhi appariva e il rifiuto mi assaliva.
L'esigenza di un cantuccio solo mio, sacro, intoccabile, che nessuno, per rispetto avrebbe dovuto toccare, e quel cantuccio non c'era e quel che c'era dovevo da sola difenderlo e non mi riusciva e così fallivo. Mi rivedo così e quel che piu' occupa lo spazio della mia immagine sono due grandi occhi scuri, profondi, dietro i quali, piccolo piccolo emergeva un vivo scintillio, una vana ricerca di un qualcosa che ancora oggi non so cosa è, ma so che è qualcosa di introvabile, un tesoro nascosto, inaccessibile a questo uomo vivente questa terra che piu' terra non è, mondo sì, mondo di cemento armato che nessun tenero fiorellino puo' perforare per ricercare la vivificatrice luce del sole.
Un suicidio progettato, il mio, forse il migliore nel suo genere. E con questa illusione continuo.
Il pavimento ieri, quel freddo pavimento mi tremava sotto i piedi, terrorizzandomi l'idea di poter perdere chi, ancora una volta ricalcando gli antichi meccanismi, ma con maggiore finale intensità oggi, ha rubato la mia esistenza.
Destino, triste destino il mio, ma forse mi converrebbe cominciare a crederci.
Quante lotte perse per volermi contrapporre a lui, per cercare di sconfiggerlo. Quanta passata sofferenza, quante parole di morte da me scritte, quanto dolore. Dolore, dolore e chi potrà pagarne il conto? Penso solo la mia morte. La decisione predeterminata di essa.
Quanti anni potrò ancora vivere senza Lucio, con lui e le sue precarie condizioni della sua salute? E quando lui verrebbe a mancare? Come continuare da sola? Il sole potrà ancora sorgere per me come potrebbe sorgere oggi? O decidere la mia morte con lui? La morte decisa prima che essa arrivi da sola a sconfiggere uno solo di noi due? Anche in questo la crudeltà.
O Signore perdonami sin da ora per il gesto che un giorno compirò, non trafiggere la tua spada nel mio già sofferto cuore. Perdonami per quel giorno.
E la morte ritorna ancora, ancora una volta nelle mie prospettive di vita, ed è ancora una volta morte insieme ad un altro, come con Maurizio, insieme ad un'altra persona la cui sofferenza giunge ai limiti della vita, della mente, del controllabile.
L'esigenza di un cantuccio solo mio, sacro, intoccabile, che nessuno, per rispetto avrebbe dovuto toccare, e quel cantuccio non c'era e quel che c'era dovevo da sola difenderlo e non mi riusciva e così fallivo. Mi rivedo così e quel che piu' occupa lo spazio della mia immagine sono due grandi occhi scuri, profondi, dietro i quali, piccolo piccolo emergeva un vivo scintillio, una vana ricerca di un qualcosa che ancora oggi non so cosa è, ma so che è qualcosa di introvabile, un tesoro nascosto, inaccessibile a questo uomo vivente questa terra che piu' terra non è, mondo sì, mondo di cemento armato che nessun tenero fiorellino puo' perforare per ricercare la vivificatrice luce del sole.
Un suicidio progettato, il mio, forse il migliore nel suo genere. E con questa illusione continuo.
Il pavimento ieri, quel freddo pavimento mi tremava sotto i piedi, terrorizzandomi l'idea di poter perdere chi, ancora una volta ricalcando gli antichi meccanismi, ma con maggiore finale intensità oggi, ha rubato la mia esistenza.
Destino, triste destino il mio, ma forse mi converrebbe cominciare a crederci.
Quante lotte perse per volermi contrapporre a lui, per cercare di sconfiggerlo. Quanta passata sofferenza, quante parole di morte da me scritte, quanto dolore. Dolore, dolore e chi potrà pagarne il conto? Penso solo la mia morte. La decisione predeterminata di essa.
Quanti anni potrò ancora vivere senza Lucio, con lui e le sue precarie condizioni della sua salute? E quando lui verrebbe a mancare? Come continuare da sola? Il sole potrà ancora sorgere per me come potrebbe sorgere oggi? O decidere la mia morte con lui? La morte decisa prima che essa arrivi da sola a sconfiggere uno solo di noi due? Anche in questo la crudeltà.
O Signore perdonami sin da ora per il gesto che un giorno compirò, non trafiggere la tua spada nel mio già sofferto cuore. Perdonami per quel giorno.
E la morte ritorna ancora, ancora una volta nelle mie prospettive di vita, ed è ancora una volta morte insieme ad un altro, come con Maurizio, insieme ad un'altra persona la cui sofferenza giunge ai limiti della vita, della mente, del controllabile.
sabato 21 novembre 1998
Senza titolo
Tristezza nel rileggere delle parole scritte da Lucio sul vecchio diario dell'anno in cui eravamo insieme
Ricorda Valeria:
certa gente, non
trova un nome con
cui chiamarsi, e
capita che essa segua
la prima cosa che
trova e questa si chiama
"cattiva fortuna"
Lou Reed
for
Lucio
Ho sempre avuto un acro rispetto per l'ordine con il quale sono state scritte le parole, siano mie o di altre persone. La loro appartenenza al passato, è questa la condizione che mi fa amare il loro modo di porsi nella realtà.
Questo inizio del diario è, forse, la mia fine. Ciò che infine ho raccolto di me e che desidero trasmettere a chi rimarrà a combattere in questa realtà, in questo crudele mondo.
Devo crederci? Devo credere alle mie futili (perchè a loro non segue ancora un agire) affermazioni? Non so, è quel che ora mi resta di me i di quel "me " passato o che "dovrebbe" appartenere ad un vicinissimo passato. Quel me che io ho tanta paura e tanta poca voglia di abbandonare.
Penso al mio futuro e mi vedo nel fare una scelta, di fronte alla quale vigliaccamente vorrei chiudere gli occhi della ragione, dell'analisi.
Gialle pagine che scelsi per i miei intimi colloqui, una ansiosa sera di novembre, in una riluccicante libreria che tanto mi riportava al mio io passato, lontano e non contaminato dall'eroina.
Un vicino stridio di corvi mi riporta alla realtà di quest'istante.
L'imperativo "qui ed ora" risuona categorico. Il godimento che traggo da questa realtà, dal contatto lucido che la mia anima riesce ad avere con essa qui ed ora. Mi ritempra, ma è un istante. L'istante magico dell'arte che, come per incanto, riesce ad elevarmi alle altezze di Dio, concedendomi nuovamente di assaporare quella serena, paradisiaca atmosfera... e tutto ciò sulle meravigliose, celestiali, note di un Beethoven, di un Brhams.
Questo singolo, isolato istante, fratello di un altro concedutomi tempo fa, no, non sarà lui a modificare il mio destino.
Continuando nella mortale determinazione.
martedì 4 agosto 1998
-Senza Titolo-
Riprendere il filo con me stessa e mai perderlo, disattenzione, altri che ti coinvolgono nelle loro/mie situazioni.
Ma la mia situazione? Certo, se non comincio a pensarci da me, il mondo attorno non avrà alcun valore.
Caldo, freddo, stress o tranquillità, pace o guerra, come una fitta nebbia dissolveranno le loro immagini e il nulla mi si presenterà dinanzi agli occhi, al cuore, quel gelo che tanto somiglia alla misteriosa morte.
Morte che sempre ci accompagna dal mattino alla sera, come un vecchio vizio, un vizio assurdo.
L'assurdità della morte che continuamente emulo con quel rito fatto di ago, sangue, acqua e fuoco e, paradossalmente, emulandola, cerco di abituarmici.
Illudendomi di conoscerla per esorcizzare la paura.
Manca dio, è nascosto e io non lo vedo, pur cercandolo. Sbaglio strada, certamente, e, mancando lui, manca il senso, un senso a cui affibbiare l'intera esistenza.
Ma la mia situazione? Certo, se non comincio a pensarci da me, il mondo attorno non avrà alcun valore.
Caldo, freddo, stress o tranquillità, pace o guerra, come una fitta nebbia dissolveranno le loro immagini e il nulla mi si presenterà dinanzi agli occhi, al cuore, quel gelo che tanto somiglia alla misteriosa morte.
Morte che sempre ci accompagna dal mattino alla sera, come un vecchio vizio, un vizio assurdo.
L'assurdità della morte che continuamente emulo con quel rito fatto di ago, sangue, acqua e fuoco e, paradossalmente, emulandola, cerco di abituarmici.
Illudendomi di conoscerla per esorcizzare la paura.
Manca dio, è nascosto e io non lo vedo, pur cercandolo. Sbaglio strada, certamente, e, mancando lui, manca il senso, un senso a cui affibbiare l'intera esistenza.
domenica 3 maggio 1998
Senza titolo
Mi stupisco del cambiamento riportato il 30 aprile, si potrebbe dedurre che io non voglia uscire dal problema droga, ma così non è, chè poco ci penso a quella evasione, quel che mi intimorisce è il ricominciare una vita. Vita tanto semplice e naturale, potrebbe sembrare, e tanto difficile per una come me., per una che tante ne ha viste e tanto ha sofferto, tanto ha tentato per gli altri, per salvare qualcuno e tutto a spese mie.
Una che tanto ha creduto in questa redenzione, redenzione dall'angoscia alla serenità, dalla morte e dalla sofferenza alla vita. Puo' apparire il mio cammino, il mio arrivo in comunità, come un arrivo al fallimento, un fermarmi a ripensare? Ripensare forse sì, ma attribuire un senso negativo a tutto ciò che ho fatto non mi è possibile, significherebbe un ricostruirsi ex novo, ma su quali basi? Avere una vita fuori, sì, ma che vita? Non voglio una vita vuota fatta di luoghi comuni, una vita che non mi soddisfa a livello interiore. Amicizie, uscite, conoscenze, wkisky, risate, vuoto e frustrazioni. Complessi per il mio fisico che pure non riesce a cambiare.
Pensare ad una vita normale, ad un matrimonio, ai figli. Sì, ma è storia passata, tutta questa voglia, questa spinta ora non c'è piu'. La fiducia che prima nutrivo nel rapporto a due è svanita per lasciare sempre piu' il posto a questa amara e sola solitudine. Vedo persone fuori di qui vivere, se non felici, almeno serene. Soddisfatti nei loro rapporti amorevoli con altri. E per me fuori di qui c'è chi mi aspetta a cuore aperto? Tanti, ma per me nessuno. E questi mi fa paura, il ricominciare ancora una volta tutto da zero e il non avere appoggi.
Una che tanto ha creduto in questa redenzione, redenzione dall'angoscia alla serenità, dalla morte e dalla sofferenza alla vita. Puo' apparire il mio cammino, il mio arrivo in comunità, come un arrivo al fallimento, un fermarmi a ripensare? Ripensare forse sì, ma attribuire un senso negativo a tutto ciò che ho fatto non mi è possibile, significherebbe un ricostruirsi ex novo, ma su quali basi? Avere una vita fuori, sì, ma che vita? Non voglio una vita vuota fatta di luoghi comuni, una vita che non mi soddisfa a livello interiore. Amicizie, uscite, conoscenze, wkisky, risate, vuoto e frustrazioni. Complessi per il mio fisico che pure non riesce a cambiare.
Pensare ad una vita normale, ad un matrimonio, ai figli. Sì, ma è storia passata, tutta questa voglia, questa spinta ora non c'è piu'. La fiducia che prima nutrivo nel rapporto a due è svanita per lasciare sempre piu' il posto a questa amara e sola solitudine. Vedo persone fuori di qui vivere, se non felici, almeno serene. Soddisfatti nei loro rapporti amorevoli con altri. E per me fuori di qui c'è chi mi aspetta a cuore aperto? Tanti, ma per me nessuno. E questi mi fa paura, il ricominciare ancora una volta tutto da zero e il non avere appoggi.
giovedì 30 aprile 1998
-Senza titolo-
Quante parole non dette, nascoste nel fondo della mia anima.
Il dolore sepolto ora fuoriesce e rischia di straziarmi il cuore.
Tempo di amare ancora Lucio. Perchè? Ed ora? Devo rassegnarmi, aspettare. Ieri pomeriggio, prima di vederlo, pensavo che avrei preferito vederlo morto piuttosto che saperlo così. Vederlo morto, una pura formalità perchè pensavo che lui è come se fosse morto per me.
Puo' essere tutto questo (senza essere fatalisti) una preparazione spirituale alla sua morte? E' la prima volta che penso così e forse questo pensiero potrà aiutarmi. Ne sono contenta. Vorrei avere un figlio da lui.
Quando eravamo sempre insieme pensavo (quando ci riuscivo) con terrore alla sua morte. Non riuscivo ad accettare l'ineluttabilità dell'evento. Ora ci siamo distaccati e sto imparando a convivere con la sua assenza.
Fino ad ora è stata una assenza sia fisica che spirituale. Forse ciò potrebbe cambiare, se ne avrà la forza.
Il dolore sepolto ora fuoriesce e rischia di straziarmi il cuore.
Tempo di amare ancora Lucio. Perchè? Ed ora? Devo rassegnarmi, aspettare. Ieri pomeriggio, prima di vederlo, pensavo che avrei preferito vederlo morto piuttosto che saperlo così. Vederlo morto, una pura formalità perchè pensavo che lui è come se fosse morto per me.
Puo' essere tutto questo (senza essere fatalisti) una preparazione spirituale alla sua morte? E' la prima volta che penso così e forse questo pensiero potrà aiutarmi. Ne sono contenta. Vorrei avere un figlio da lui.
Quando eravamo sempre insieme pensavo (quando ci riuscivo) con terrore alla sua morte. Non riuscivo ad accettare l'ineluttabilità dell'evento. Ora ci siamo distaccati e sto imparando a convivere con la sua assenza.
Fino ad ora è stata una assenza sia fisica che spirituale. Forse ciò potrebbe cambiare, se ne avrà la forza.
domenica 7 dicembre 1997
-Per la mia Valeria-
Per la mia Valeria
Com'è bello stare con te, vorrei che questi momenti non finissero mai, momenti di felicità, di tenerezza e serenità. Come è incantevole vederti lavorare con i tuoi fili colorati, lì seduta e coperta tra le lenzuola con il tuo corpo seminudo che si intravede appena un pò di sesso.
Quanto sei bella, mia piccola, dolce, incantevole donna, sì, proprio così, donna, quella che il mio io ha sempre sognato e desiderato.
Morirò con te e la tua anima, morirò con te e il tuo corpo, moriremo insieme quando il nostro amore e i nostri corpi spegneranno per ultimi la luce di questa terra.
Con immenso amore, tuo e per sempre Lucio.
7 dicembre 1997
sabato 25 ottobre 1997
-Senza Titolo-
L'amore mio mi manca da morire. Penso che rimarrà per tutta la mia vita il mio amore.
Non so se avrò mai il coraggio e la voglia di cominciare un'altra storia. Il suo ricordo è pressante e onnipresente. L'odore della sua pelle, la sua bocca carnosa, i suoi occhi, le sue mani, i suoi polsi...tutto ciò è impresso indelebilmente dentro di me. Penso di non avere mai amato prima di lui. Mi ha conquistata dal primo momento e non ho mai avuto dubbi. Ho compreso subito che era lui il mio dolce uomo, la mia anima gemella, colui con il quale avrei voluto condividere tutto, eppure ciò è successo anche se il tempo è stato breve se paragonato ad un'intera vita, mi è bastato per fare in modo che lui entrasse definitivamente entro di me. Il tempo in amore non esiste. La morte è sempre presente e ricorda, impassibilmente, il distacco. Così si vive nella consapevolezza del futuro dolore e si pensa di non poterlo sostenere. E invece si impara anche questo, che anche la morte passa ed è umanamente accettabile. Chi ama vive nella speranza di una nuova e perenne vita. Lucio ti amo e ti adoro, ti aspetterò sempre.
Non so se avrò mai il coraggio e la voglia di cominciare un'altra storia. Il suo ricordo è pressante e onnipresente. L'odore della sua pelle, la sua bocca carnosa, i suoi occhi, le sue mani, i suoi polsi...tutto ciò è impresso indelebilmente dentro di me. Penso di non avere mai amato prima di lui. Mi ha conquistata dal primo momento e non ho mai avuto dubbi. Ho compreso subito che era lui il mio dolce uomo, la mia anima gemella, colui con il quale avrei voluto condividere tutto, eppure ciò è successo anche se il tempo è stato breve se paragonato ad un'intera vita, mi è bastato per fare in modo che lui entrasse definitivamente entro di me. Il tempo in amore non esiste. La morte è sempre presente e ricorda, impassibilmente, il distacco. Così si vive nella consapevolezza del futuro dolore e si pensa di non poterlo sostenere. E invece si impara anche questo, che anche la morte passa ed è umanamente accettabile. Chi ama vive nella speranza di una nuova e perenne vita. Lucio ti amo e ti adoro, ti aspetterò sempre.
venerdì 24 ottobre 1997
-Senza Titolo-
Riguardato le foto di Lucio, le foto della sua infanzia, della sua adolescenza, della sua giovinezza. Il cuore mi si stringe in una morsa, era così bello, dolce, puro, desiderabile, era proprio come mi aspettavo dovesse essere il mio uomo. Virile, ma non troppo, dolce, ma non mieloso. Era quel che avevo sempre sognato.
Il mio amore mi fa credere alla nostra perenne unione. Se sarà eterno mi auguro di rincontrarlo un giorno, in mezzo al mare, forse rischiarati dalla luce dell'alba. Soli, finalmente.
Pensare che tutto finisce qui, per chi ama, è inconcepibile, se pensassi ciò diverrei cinica e fredda e questo mal si concilia con la mia natura umana. Lucio, ti amo. Ricorderò sempre gli istanti vissuti insieme, le lunghe giornate invernali, la tua casa fredda, il tuo calore, la sicurezza che riuscivi a trasmettermi, i nostri litigi che poi dimenticavamo subito! Oh Lucio, quanto immensamente e infinitamente ti ho amato.
Il mio amore mi fa credere alla nostra perenne unione. Se sarà eterno mi auguro di rincontrarlo un giorno, in mezzo al mare, forse rischiarati dalla luce dell'alba. Soli, finalmente.
Pensare che tutto finisce qui, per chi ama, è inconcepibile, se pensassi ciò diverrei cinica e fredda e questo mal si concilia con la mia natura umana. Lucio, ti amo. Ricorderò sempre gli istanti vissuti insieme, le lunghe giornate invernali, la tua casa fredda, il tuo calore, la sicurezza che riuscivi a trasmettermi, i nostri litigi che poi dimenticavamo subito! Oh Lucio, quanto immensamente e infinitamente ti ho amato.
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