La stanza era popolata da ragazzi, ma ognuno di loro
sembrava vivere una vita a sé stante senza alcun collegamento con quella degli
altri. La solitudine imperava ed ognuno cercava nel chiuso del proprio spazio,
nella limitatezza del proprio sguardo a linea retta, il calore, quanto meno
sufficiente per poter continuare a respirare senza essere immersi e portati
dall’angoscia.
Tra di loro spiccava un giovane ragazzo la cui età
anagrafica sembrava oscillare tra i 12 ed i 14 anni, tuttavia il suo volto
appariva assai piu’ maturo, come quello di un vecchio, avvolto, com’era, dalla
solitudine.
La pelle del suo viso era costellata da rughe, le guance
infossate e gli occhi sofferenti, il sorriso, comunque, appariva aperto,
di chi riesce ancora ad abbandonarsi alla speranza. Tra lo spazio che
intercorreva tra la bocca ed il suo esterno visibile spiccavano spazi vuoti tra
i denti, come se questi potessero esser caduti in seguito ad una negligenza
continuata.
Improvvisamente in posizione curva su di sé, lui aprì la
bocca e la lingua risultò piena di macchie rosse, poi, così, lasciando
esterefatti, cominciò a vomitare sangue, sembrava sangue raggrumato. Io non
riuscii a guardare oltre e, in un impeto di ribellione, decisi di dover far
qualcosa per lui, così non volli dare spiegazioni alle persone che erano con me
e mi incamminai, con passo spedito, verso i luoghi piu’ interni del palazzo
come se la persona che dovevo assolutamente trovare la potessi cercare negli
anfratti piu’ remoti e piu’ profondi, questa immagine riconduceva a me la
potenza della metafora riportandomi alla mente un possibile nesso tra
l’oscurità dei luoghi e gli anfratti piu’ sconosciuti e nascosti dell’animo
umano.
Proseguii spedita nel mio intento e, affinchè potessi
velocizzare la mia ricerca, cominciai a chiamare a voce alta la persona che mi
interessava.
Ricordo che quella persona era per me una conoscenza
precisa, infatti lo chiamavo sia ricorrendo al suo nome, che al cognome.
Chiamavo chiamavo e mi indignavo, piu’ chiamavo e piu’ mi
sembrava che l’ora della verità potesse giungere, il momento in cui avrei
potuto urlare in faccia a lui tutto il mio sdegno.
Scesi in quei luoghi che divennero luoghi abitati dalla
polvere e dalla fatica, luoghi in cui si percepiva, quasi si annusava l’odore
del sudore di uomini in carne ed ossa.
Lo trovai, era lì, indifeso, lavorava ed il suo corpo era
coperto da uno spesso strato di sudore, i suoi occhi erano bassi, non
focalizzati esclusivamente sul lavoro, ma come fermi su un dolore interiore che
non poteva essere compreso e né vissuto, sembrava quasi che il lavoro potesse
servire a lui per non pensare ad altro.
Lo chiamai e lui alzò il suo sguardo con inerzia, i nostri
occhi si incrociarono e penetrano dentro le nostre anime, io rimasi sconvolta,
tuttavia, portai avanti il mio compito e gli urlai il mio sdegno.
Lui non si smosse, si limitò ad alzare la voce quanto la mia
ed a bloccare il fiume del mio sentimento, mi parlò delle sue im/possibilità,
del significato di quel vomito di sangue, richiamò alla mia mente immagini di
Africa e tacque.
Io lo guardai a lungo negli occhi, quegli occhi innocui e
pacificati dal dolore e dalla realtà, capii che era sotto l’effetto di droga
pesante e decisi che non avrei potuto abbandonare né lui, né suo figlio.
Mi avvicinai a lui, avrei voluto baciarlo, abbracciarlo ed
il mio cuore si sciolse, Il corpo sembrava cedere sotto i colpi di quell’amore
venuto improvvisamente e inaspettatamente.
Ci accogliemmo e da quel momento non ci separammo piu’.
Piu’ tardi ci baciammo, ricordo la dolcezza della sua bocca,
la tenerezza verso di me, ricordo la forza gentile del suo amore, di quanto
quell’amore fosse saldo, di quanto riuscisse ad andare aldilà di tutto.
Così dovrebbe essere un amore, capace di elevare al di sopra
di tutto i due soggetti, senza forzature, solo con la spinta di
quel misterioso sentimento. Non c’è molto di razionale, di dicibile in
questo, è uno dei tanti misteri possibili, ma sempre piu’ rari, avvolta come è
l’umanità da un egoismo breve e stretto e da un cinismo che la tiene prigioniera
al rango di sottoumanità.