mercoledì 30 giugno 2010

-Sogno-




La stanza era popolata da ragazzi, ma ognuno di loro sembrava vivere una vita a sé stante senza alcun collegamento con quella degli altri. La solitudine imperava ed ognuno cercava nel chiuso del proprio spazio, nella limitatezza del proprio sguardo a linea retta, il calore, quanto meno sufficiente per poter continuare a respirare senza essere immersi e portati dall’angoscia.
Tra di loro spiccava un giovane ragazzo la cui età anagrafica sembrava oscillare tra i 12 ed i 14 anni, tuttavia il suo volto appariva assai piu’ maturo, come quello di un vecchio, avvolto, com’era, dalla solitudine.
La pelle del suo viso era costellata da rughe, le guance infossate e gli occhi sofferenti, il sorriso, comunque, appariva aperto, di chi riesce ancora ad abbandonarsi alla speranza. Tra lo spazio che intercorreva tra la bocca ed il suo esterno visibile spiccavano spazi vuoti tra i denti, come se questi potessero esser caduti in seguito ad una negligenza continuata.
Improvvisamente in posizione curva su di sé, lui aprì la bocca e la lingua risultò piena di macchie rosse, poi, così, lasciando esterefatti, cominciò a vomitare sangue, sembrava sangue raggrumato. Io non riuscii a guardare oltre e, in un impeto di ribellione, decisi di dover far qualcosa per lui, così non volli dare spiegazioni alle persone che erano con me e mi incamminai, con passo spedito, verso i luoghi piu’ interni del palazzo come se la persona che dovevo assolutamente trovare la potessi cercare negli anfratti piu’ remoti e piu’ profondi, questa immagine riconduceva  a me la potenza della metafora riportandomi alla mente un possibile nesso tra l’oscurità dei luoghi e gli anfratti piu’ sconosciuti e nascosti dell’animo umano.
Proseguii spedita nel mio intento e, affinchè potessi velocizzare la mia ricerca, cominciai a chiamare a voce alta la persona che mi interessava.
Ricordo che quella persona era per me una conoscenza precisa, infatti lo chiamavo sia ricorrendo al suo nome, che al  cognome.
Chiamavo chiamavo e mi indignavo, piu’ chiamavo e piu’ mi sembrava che l’ora della verità potesse giungere, il momento in cui avrei potuto urlare in faccia a lui tutto il mio sdegno.
Scesi in quei luoghi che divennero luoghi abitati dalla polvere e dalla fatica, luoghi in cui si percepiva, quasi si annusava l’odore del sudore di uomini in carne ed ossa.
Lo trovai, era lì, indifeso, lavorava ed il suo corpo era coperto da uno spesso strato di sudore, i suoi occhi erano bassi, non focalizzati esclusivamente sul lavoro, ma come fermi su un dolore interiore che non poteva essere compreso e né vissuto, sembrava quasi che il lavoro potesse servire a lui per non pensare ad altro.
Lo chiamai e lui alzò il suo sguardo con inerzia, i nostri occhi si incrociarono e penetrano dentro le nostre anime, io rimasi sconvolta, tuttavia, portai avanti il mio compito e gli urlai il mio sdegno.
Lui non si smosse, si limitò ad alzare la voce quanto la mia ed a bloccare il fiume del mio sentimento, mi parlò delle sue im/possibilità, del significato di quel vomito di sangue, richiamò alla mia mente immagini di Africa e tacque.
Io lo guardai a lungo negli occhi, quegli occhi innocui e pacificati dal dolore e dalla realtà, capii che era sotto l’effetto di droga pesante e decisi che non avrei potuto abbandonare né lui, né suo figlio.
Mi avvicinai a lui, avrei voluto baciarlo, abbracciarlo ed il mio cuore si sciolse, Il corpo sembrava cedere sotto i colpi di quell’amore venuto improvvisamente e inaspettatamente.
Ci accogliemmo e da quel momento non ci separammo piu’.
Piu’ tardi ci baciammo, ricordo la dolcezza della sua bocca, la tenerezza verso di me, ricordo la forza gentile del suo amore, di quanto quell’amore fosse saldo, di quanto riuscisse ad andare aldilà di tutto.
Così dovrebbe essere un amore, capace di elevare al di sopra di tutto i due soggetti, senza forzature, solo con la spinta di quel misterioso sentimento. Non c’è molto di razionale, di dicibile in questo, è uno dei tanti misteri possibili, ma sempre piu’ rari, avvolta come è l’umanità da un egoismo breve e stretto e da un cinismo che  la tiene prigioniera al rango di sottoumanità.

mercoledì 23 giugno 2010

-Sadismo-masochismo-




Il potere dei sadici è direttamente proporzionale alla capacità dei masochisti di tenerlo.
La capacità dei masochisti di tenerlo non è una fragilità, ma una forza pischica, quest'ultima, un dato strutturale.
Una cosiddetta caratteristica della personalità.
Queste dinamiche rappresentano un vero e proprio stile di vita.
Che sia patologico o meno è solo in relazione a fattori sociali.
Decidono  se dichiararlo patologico solo i soggetti interessati.
Le motivazioni verso una guarigione sono evidenti e non facilemente definibili.
In genere quel che spinge verso il cambiamento sono valori tipo:
la capacità di considerare che, oltre se stessi, esistono  soggetti altrettanto degni di vivere una vita serena, accogliente e amorosa.
Affinchè a queste considerazioni del tutto irrazionali segua una scelta verso il cambiamento, è necessario, altresì, che non si abbia una percezione dilatata del proprio io, ossia che la considerazione di se stessi non sia eccessiva.
Paradossalmente solo una personalità "fragile" non delinata da una forte autositma puo' portare il sadico al cambiamento.
Andrebbe riconsociuta innanzitutto la propria problematicità, ma, affinchè questo avvenga, il soggetto deve avere la possibilità della propria frustrazione e infelicità.
Colui che riesce, comunque, a ritrovare nel quadro predetto, situazioni di soddisfacimento, colui, quindi, che riesce a pervenire ai propri scopi o che riesce facilmente a sostituire i s/oggetti verso i quali orientare le proprie vocazioni e colui che non riconosce all'umanità il diritto di esistere e di non soffrire, difficilmente si orienterà verso un cambiamento.


da  "Alla fine di un giorno noioso" di  Massimo Carlotto:

"Andai a spogliarmi, poi tornai in salotto e mi sedetti sul bordo del divano. Lei sorrise e mi appoggiò una mano sul petto. <Non ti ho sentito arrivare, scusami. Ora vado subito in bagno a preparare le creme>.
<No> sussurrai.<Spinning, baby, spinning>.
Lei impallidì.<Che co'è successo?>.
La presi per mano e la condussi fino a una stanza che conteneva solo una spin bike e, a fianco, una grande, comoda, morbida poltrona di cuioio color sangue di bue. Con un unico movimento le tolsi il vestito. Tremava. Le slacciai il reggiseno.
<Dimmi almeno cos'è successo, ti prego...>.
<Sali su quella cazzo di bicicletta> gridai.
Lei obbedì e iniziò a pedalare. Io mi lasciai cadere nella poltrona, godendo del contatto della mia pelle nuda con il cuoio.
Schioccando le dita le indicai il ritmo della pedalata e iniziai ad ascoltare il rumore del rullo che girava e macinava chilometri immaginari. Dopo un pò iniziai a rilassarmi. Martina era già lucida di sudore, i capelli incollati alle tempie. Teneva gli occhi chiusi per non perdere la concentrazione. Dopo un pò li chiusi anch'io per trovare risposte alle mille domande che mi affollavano la mente.
[continua]