martedì 14 ottobre 2008

-Esther- III parte I


Esther lo conobbe un giorno qualunque di un anno non qualunque, in realtà quello era proprio un anno non qualunque, ma di questo non voglio parlare. Allora Esther lo conobbe, conobbe lui, in un giorno qualunque ed era un inizio, un inizio di anno nuovo? Forse, non per lei, ma lei lo sapeva eppure, dico, "eppure non voleva saperlo", lei voleva ribellarsi a quel sapere e vi chiedo: "Poteva? Poteva ribellarsi?"


Esther aveva 14 anni, si dice che a 14 anni si cominci a vivere, si dice, qualcuno dice, che quello è un periodo di mezzo. Potrebbe essere quindi un  Purgatorio, o un Inferno? O entrambi? No, entrambi no. Un inferno sì, ma scusate io ricordo di aver parlato di un altro inferno, un inferno del mondo degli adulti, ma questo fu un inferno piu' prolungato, una lenta agonia.

Sì, sembrava dire-e non diceva- <<Ma non guardatemi così, in quel modo indagatore, fisso, come a rimirarmi l'anima>>.
La mia anima non è degna o lo è? In realtà Esther si sentiva un angelo e a tratti un demone, si dice che sia una caratteristica del narcisismo infantile che in menti deviate, al limite, in menti border line, ancora non abbia fatto la sua scomparsa, si dice così  ed io non modificherò una virgola di quel che ho scritto, no, forse le virgole sì, perchè irrigidirsi così? In fondo detesto qualsiasi forma di disciplina.
Lui aveva le ali tarpate, uno strano uccello secco con le ali tarpate e il sorriso violentato. Lui, lui si chiamava Maurizio, era un giunco che sembrava venire dall'Oriente, ma violentato da un mondo che non voleva-non poteva- capirlo. Il suo mondo volle controllare e contenere la sua fragilità, il suo essere un giunco, una canna al vento, una canna che avrebbe potuto piegarsi, no, lui doveva essere una quercia e mai piegarsi, spezzarsi sì e così via con le violenze.
Ma, Maurizio, Maurizio tu sai che allora avresti potuto? No, dico che avresti potuto allontanartene. No? Forse non potevi e scegliesti la violenza.
Patrimonio geneSico, forza del patrimonio geneSico che ti impiglia, che ti piglia e ti strattona, che vuole portarti a sè, eh sì,  perchè quella dell'istinto di sopravvivenza e di conservazione non è una balla.
Così io scrivo per esorcizzare assorbita da questa malia che mi ammalia, che mi rende dolce l'affondare nella notte da sveglia e mi addolcisco, scaldo i miei fianchi ed il mio cuore.
Maurizio era un giunco, sottile, sembrava a tratti un rapace ed a tratti un tenero capriolo. Potenza dell'ambiguità, della schizofrenia? O dell'identità persa, mai riconosciuta?
Esther sapeva di non amarlo, che mai avrebbe potuto amarlo, che sarebbe stato per lei un lento scivolamento nell'agonia, ma non poteva distaccarsene, come una malia nera, accecante, come una droga e lei si drogava di quell'amore malato che lui sapeva donarle, di quegli amplessi violenti di cui lei riconosceva solo i gemiti, i gemiti di lui. Lei dal corpo violato, dal corpo di bambina violato, lei che si sentiva un poco angelo e un poco demone.
Il corpo esile di lui, del giunco, sapeva riscaldarla e lei DI quella trappola fatale si nutriva, IN quella trappola fatale si abbandonava scordandosi di sè,  di sè così ingrombante, di sè che ovunque andava arrecava fastidio. Non avrebbe potuto rinunciare al cuore di lui, al corpo di lui, di quell'amante ora tenero, ora violento e cominciò la sua discesa negli abissi.
Lui la portò con sè consapevolmente, lui non tollerava di esser solo in quell'incontro con il demone ed insieme si avviarono per quella strada, andandogli incontro semi-consapevolmente. Il demone spesso faceva la sua comparsa durante quelle calde serate autunnali o in quelle umide serate invernali la cui ambiguità la nostra terra conosce bene. La Napoli dal ventre caldo e generoso, ma infimo, che tutti accoglie e le sue notti accolsero anche loro due.
Notti di adolescenze inquiete, di una generazione irretita nell'inganno delle barbie, ma che dalla barbie voleva fuggire. Notti di folli ubriachezze percorse nei labirinti di quella città chiusa, di quel ventre a volte molle che sembrava sprofondarli. Notti di sporcizia, del lastricato umido, scivoloso, di infinite camminate notturne, notti di cui si diceva la pericolosità per i vicoli di Napoli, ma notti accompagnate dalla città, dalla città che sapeva  proteggerli, che vegliava su di loro come una stanca madre rassegnata, avvizzita.
Sì, in realtà il demone fece la sua prima  comparsa molto presto tra loro, si insinuò tra loro, anzi loro esistevano solo perchè c'era lui, il legante indiscusso e loro lo sapevano.
Il demone fece la sua comparsa una di quelle notti umide, dal selciato bagnato, scivoloso e li sorprese abbarbicati uno sull'altro su una fredda, scarna panchina. Loro così intenti  a scambiarsi discorsi di senso, a parlare del senso, dell'arte, di ciò che dovrebbe essere, dell'ingiustizia, del dolore, di Leopardi, della poesia e poi Tabu', silenzio.
Ovunque si toccasse e non ci fosse lui, qualsiasi spiaggia lambita non da lui era  Tabu'  e lei doveva tacere, non per imposizione, certo, ma per tacito terrore. Tacere e sprofondare ancor di piu' in quel buio profondo, quel buio di cui nessun altro, oltre lei, sapeva, il buio che non presentava alcuna possibilità di luce, come una galleria senza uscite a meno che, chiaramente, non avesse voluto sognare di una luce, di una speranza, così come aveva imparato sulle pagine dei libri dell'infanzia, quelli che le avevano fatto compagnia indiscutibilmente al di là di tutto e tutti, i suoi adorati libri di favole quelli che le sussurrarono all'orecchio di un mondo diverso, un mondo che certamente sarebbe arrivato in futuro, come il fatato principe azzurro sul cavallo bianco, casomai alato.
Il demone arrivò e la sorprese con la forza dell'improvvisazione, con il fottuto cigolio di un casco lanciato da Maurizio, un casco  che si andò a scontrare sul   ginocchio di lei. Sì perchè lei non poteva stare lì in silenzio a pensare. Esther doveva aprirsi. Maurizio pretendeva che lei si aprisse:
Maurizio: << A che pensi?>>
Esther: <<A niente...>>..., e lì cominciava, in quello spazio di silenzio. Quello spazio di libertà non era ammesso perchè lui  lì non poteva entrare con la forza del suo pene, no.
Lì era tabu e lui era fuori, non che Esther lo facesse appositamente, sia chiaro, no, lei semplicemente non riusciva ad andare oltre il silenzio, lei non sapeva parlare, le immagini le si affollavano nella mente e lei si ammutoliva. Se esiste un immagine che puo' raffigurarla è senz'altro quella della muta, come la stampa che lei affisse poi un giorno in una delle sue peregrine stanze.
Ecco, si schiantò su di lei e la sorprese così nel suo silenzio, terrorizzata e lei non poteva piu' moversi e piu' lui inveiva piu' lei si immobilizzava, in realtà in futuro si sarebbe profondamente vergognata di questo subire.
 Ecco, lo vede ancora oggi quel casco lanciarsi addosso a lei in silenzio con i suoi enormi occhioni tristi dai quali le lacrime volevano sgorgare a fiumi, come un lago profondamente e per troppo tempo represso.
La sera umida, scivolosa, dal selciato li chiudeva e in lei si svolgeva la loro iniziale tragedia. Tragedia ai primordi. Primordi di tragedia.

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