-III- Parte I
Lo conobbe ancora e forse ancora oggi non lo conosce ancora.Ha anche avuto modo di rincontrarlo, di rincontrarlo e non scappare, come al solito, come al suo solito.
L’incontro avvenne in un’ampia piazza di Napoli, una piazza da sempre rischiarata da un forte sole o da un’ampia luce.
Ma lei lo incontrò in quella piazza di notte.
Si sa che certi paesaggi o luoghi si imprimono nella nostra vita e ne scandiscono se non i ritmi quotidiani, una possibile radice.
Così lei si sentiva radicata a quella terra e da quella terra le sue radici si sarebbero potute espandere fino a toccare i luoghi piu’ remoti della terra, piu’ lontani.
Da una terra vissuta visceralmente si può partire per conoscere qualsiasi terra, per un qualsiasi approdo momentaneo e sentirsi, poi, sempre, come a casa.
L’incontro avvenne in quella piazza e lui era seduto al solito bar come anni prima, come se nulla fosse cambiato, come se nulla potesse/dovesse mai cambiare, come se stesse aspettando proprio lei, lì, immobile, immutato seduto a quel tavolino.
I tratti somatici solo un po’ piu’ gonfi, effetto evidente, risposta urlata a chi volesse sapere dell’andamento della sua “malattia”.
Perché lui si era assuefatto a quella convinzione, quella della sua malattia, vi si era assuefatto come ad una droga alla quale si cede per comodità delegando a lei tutta la vita, sentimenti a carico compresi.
L’aria sfrontata da ragazzino di buona famiglia snob, di quelle particolari buone famiglie di Napoli, quelle che hanno conservato immutato il salotto buono con mobile ereditato, gli era rimasta.
Attaccata addosso come una seconda pelle, come una protezione e lui se ne serviva. Eccolo lì seduto al tavolino con una sigaretta dall’andatura elegante, sinuosa, come doveva essere un giorno andato la sua andatura nei sogni di cigno.
Lo sguardo fisso nel vuoto-o negli occhi di lei? e poca differenza faceva l’una o l’altra ipotesi-, non aveva giocato del resto, lui, con lei, lui, in tutta la sua vita, lui quindi con lei, perché lei era stata tutta la sua vita, non aveva giocato al gioco dell’invisibilità?
Lei non doveva esistere, non doveva avere la percezione della propria esistenza se non quando in essa fosse comparso lui.
Lei già così fragile, bambina fragile, sola e forte, doveva scomparire, riconfermare il senso già innato della sua non esistenza e lo faceva. Era brava in questo, lo aveva appreso nei primi mesi di vita. A scomparire, a non dare fastidio con la sua presenza. A esserci/non esserci solo per accontentare voglie bisogni repressi.
Ecco lei vestita di roccia, ora che tutto era mutato, ora che aveva dovuto scontare con il sangue versato da sé, dalle sue vene per un attimo di fittizia dimenticanza, ecco lei vestita di roccia sospendere per un attimo il respiro, ecco lei che, incontratolo, incontrati quegli occhi assenti, persi nel vuoto, ecco lei scappare e fermarsi di botto e tornare indietro sui suoi passi, ecco lei che in un attimo di non calcolo decide finalmente di non scappare.
<<Al diavolo le voci di coloro che mi dicono: “se lo incontri scappa vai via”, al diavolo, porca puttana, ffanculo, merda, io torno indietro, merda, io torno indietro, io vado>>
Eccola lì, con calma studiata ripercorrere i passi lì dove lui la puo’ vedere, ripercorrere i passi all’aperto fino a rientrare nel bar dove un tetto, quattro o cinque mura possano darle il senso di una qualche protezione, una protezione piu’ protetta del suo corpo. Con calma studiata, con passo elegante entra nel bar per poi affacciarsi dall’orlo della porta e cominciare a fissarlo. Decide di fissarlo, di mirarlo come se al posto degli occhi avesse potuto impiantare un mitra accessoriato di cannocchiale-mirino.
Lo fissa, al diavolo la paura, che il fottuto diavolo se la porti con sé.
Comincia la danza, comincia la lotta, ricomincia la guerra, la battaglia che aveva perso. Lei fiera aquila ferita. Lo fissa, lo sguardo di lui sembra perdersi nel vuoto, ha paura, sente su di sé la pressione, intuisce che qualcosa è cambiato , forse l’ha riconosciuta o forse no, finge di no per prepararsi perché comprende di non aver piu’ il coltello dalla parte del manico ora. Finge sfugge cerca di alleviare la tensione, la sospende, ma lei? Lei senza pietà lo fissa negli occhi, non cede lo sguardo. Ricomincia la danza, la guerra, la battaglia che aveva perso. Lei aquila ferita.
La tensione si avverte, il filo non si spezza è teso, il filo degli occhi negli occhi, la danza, la lotta.
Stop.
Si avvicina, il corpo si muove, potrebbe scricchiolare, rompere la tensione con un errore degli arti umani, no, anche il corpo è come sospeso, pesante fisso nella sua terra, nella sua terra viscerale terra di Napoli. Gli si avvicina, ora lo sguardo non puo’ scappare e lui sobbalza, trema, il corpo si muove. La forza dello sguardo lo ha smosso, la battaglia è cominciata ed il cuore ha fatto sobbalzare la pesante corporeità. Lei si abbassa verso di lui, come un accoglienza, come un caldo corpo di mamma accogliente e si china su di lui, china la sua tenerezza e come un caldo corpo sognato di mamma lo accoglie nello sguardo, nel sorriso e le loro mani si incontrano, si stringono come si incontravano un tempo i loro corpi, ma ora senza violenza, senza sopraffazione, in parità.
Si scaldano le loro mani e ricomincia un quieta danza e i loro occhi si stringono e lui, galantuomo, la invita a sedere.
Così lei si riperde nell’eterno sorriso, quel sorriso di ragazzina persa, si disperde nel sorriso e disperde in esso un po’ delle sue pesanti energie.
Si rasserena seduta a quel tavolino e sembrerebbe, il tempo, essersi fermato, come se non fosse passato. Loro, lì, immutati, seduti ad un tavolino in quel tempo passato a discorrere di non senso, di Leopardi, di quel che dovrebbe essere, dell’ingiustizia, dei sogni da sognare.
Maurizio ed Esther.
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