Vi
guardo nei vostri cervelli arrugginiti,
vecchi
compagni di ventura,
col
cervello in bilico tra un gioco perso e, per questo, conciliante
ed una
speranza di un sogno lungo un brivido.
Quel
brivido che sa di un vizio da non poter lasciare.
Quel
vuoto cieco nel quale abbandonare ogni peso,
troppo
insopportabile per membra così stanche.
Vi
appartengo un po’,
scissa in/tra gli occhi vitrei del cane da
guardia
che
scuote questa mia illusione.
Appostato
su ogni palazzina,
dietro
ogni balcone,
mi ricorda, gelido,
quanto, quel
vizio conciliante sia,
esso stesso, ancora, schiavitu’.
esso stesso, ancora, schiavitu’.
Così,
troppo.
Indomiti
cavalli selvaggi
sguazzano
nella pianura.