lunedì 10 febbraio 2014

-Trascrizione della Videointervista a Luigi Perissinotto su Ludwig Wittgenstein-


I.:  Qual è il percorso  che Wittgenstein ha condotto dalla logica verso l’etica e la mistica? Questa sua ricerca sui limiti della logica, sui limiti del dire proposizionale, come possiamo tracciarla?

L. P.: I documenti che abbiamo sui primi anni della vita filosofica di W. ce lo mostrano quasi esclusivamente come un logico preoccupato di spiegare, come dice lui, l’essenza della proposizione.
 Se W. si fosse fermato verso il 1916 probabilmente lo ricorderemmo adesso come un logico che,  sulle orme di Frege e di Russel , ha cercato di dare un suo contributo ai problemi che riguardano “Che cos’è la proposizione, che cos’è la logica”, ma, per nostra fortuna, Wittgenstein  non si è fermato lì e noi sappiamo, da documentazioni successive, che W. ha affrontato il problema della logica con un intento, in un’atmosfera e con delle motivazioni, che possiamo chiamare etiche; lui stesso, dopo aver concluso il TLF, ha dichiarato che l’intero senso del suo libro è un senso etico e quindi il problema che ogni interprete di Wittgenstein, ogni studioso di Wittgenstein, deve affrontare è “Come stanno assieme le due cose”  e quindi il senso di questa domanda coglie uno dei nuclei fondamentali dell’esegesi  wittgensteiniana; per molto tempo si è pensato che fossero semplicemente giustapposte: Wittgenstein, studioso di logica, si interessava anche di questioni etiche, oppure si interessava, meglio, di quello che lui ha chiamato nel Tr.,  il senso della vita o senso del mondo?  Oggi sappiamo, o almeno le interpretazioni piu’ accreditate lo sottolineano, che Wittgenstein ha tentato, attraverso un discorso che possiamo chiamare logico linguistico, cioè capire qual è l’essenza, il funzionamento logico del linguaggio, di liberare, da una parte,  il negativo, di liberare l’etica, per così dire, da una forma di reificazione,  cioè  pensare che l’etica fosse la descrizione di certi fatti, di certi oggetti che dovremmo chiamare etici; se fosse così l’etica sarebbe una scienza, ma  Wittgenstein ha sempre escluso che l’etica possa essere una scienza, se fosse una scienza non sarebbe etica; dall’altro, ha cercato, per così dire, di individuare quello che potremmo chiamare un atteggiamento etico e lo ha individuato attraverso una serie di espressioni che sono tutte espressioni, detto con una parola non tanto bella in italiano,  tentative, provvisorie, che però sono parole come “Accettazione di tutto ciò che accade”, “Passività” che sono difficili da interpretare perché possono sembrare indicare un certo atteggiamento rispetto ad altri atteggiamenti, però W. ha cercato di dire “Che cosa significa accettare tutto ciò che accade indipendentemente da come accade?”,” Che cosa significa avere questo atteggiamento, una sorta di nietzschiano  dire  sì a tutto ciò che accade al di là delle istituzioni di gerarchie, di differenze, al di là soprattutto della assolutizzazione di qualcosa, di parti, di situazioni, di determinati valori, di determinati sensi”, una cosa difficile, ma se parliamo dei due aspetti,  non è che abbiamo due W., non abbiamo piu’ W.

I.:  Sarebbe interessante approfondire questo aspetto. Un’etica che non è normativa, un’etica che non determina un comportamento, che non è morale, nel senso di bene e male, ma come W. stesso dice,  un’etica trascendentale, in che senso essa crea le condizioni di possibilità per, a questo punto, quella che lui chiama vita felice? Cosa vuol dire che l’etica crea le condizioni di possibilità per una vita degna, felice, giusta in qualche modo?

L.P.: Sì, che l’etica sia trascendentale è una delle affermazioni piu’ famose, ma anche piu’ difficili da interpretare del T.  Nei Quaderni W. dice che l’etica non è nel mondo, ma è condizione del mondo. In una terminologia poco wittgensteiniana, che risente forse di concezioni filosofiche anche molto lontane da W., si potrebbe dire che la vita felice si apre al mondo diversamente dalla vita infelice perché in qualche modo la vita infelice non si apre al mondo, ma si disperde nel mondo,  è una terminologia questa che ho usato, che non è wittgensteiniana ,  forse,  è un po’ heiddegeriana, ma quando si fa filosofia la cosa importante è utilizzare il pensiero per cercare di capire e di orientarci.  La differenza è proprio questa, insomma, una vita infelice è una vita che si affida, per il proprio senso, a ciò che accadrà, a ciò che si desidera che accada e si affida a quelli che nella terminologia del trattato sono i fatti del mondo, ma siccome questi fatti del mondo sono contingenti  ci troviamo in qualche modo in balia di questi fatti mentre crediamo di affidarci a questi fatti, ecco perché nella conferenza sull’etica W. dirà che una delle esperienze assolute, cioè etiche, è quelle di sentirsi al  sicuro qualsiasi cosa accada. Ecco, la vita felice in qualche modo è la vita di chi si sente sicuro qualsiasi cosa accada, in una accezione.  Ecco questo (per me questo è un punto fondamentale)  non è una rinuncia all’impegno nel mondo, al fare, al progettare, al  cercare di alleviare le sofferenze o ai propri progetti di esistenza nel mondo, ma si tratta di fare tutte queste cose che richiedono responsabilità, impegno nei confronti degli altri con questo atteggiamento di fondo. 
A me piace dire che si dovrebbe essere , utilizzando termini wittgeinsteiniani, passivamente attivi.

I.: Un’altra delle dimensioni importanti che lei ha messo in luce in queste lezioni è quella dell’esperienza.
W. è un filosofo in prima persona, uno che ricorre sempre al suo vissuto, sia per partire nelle sue riflessioni, che per esemplificarle. Esperienze come quella di sentirsi al sciuro qualunque cosa accada e,  soprattutto, sempre nella conferenza sull’etica, l’esperienza della meraviglia, dello stupore perché il mondo esiste,  sono esperienze che ci riportano ad una dimensione mistica, quasi. In che modo possiamo dire che l’etica e la mistica diventano coincidenti, se lo diventano?

L.P.:  Allora, quando si ha a che fare con quella che possiamo chiamare etica si debba parlare in prima persona, questo W. lo afferma esplicitamente nella conferenza sull’etica, dice : “Da qui in avanti non posso che parlare in prima persona”, del resto questa prima persona appare anche in contesti in cui non sembra apparire.  Durante questo seminario ho cercato di mostrare che  la prima occorrenza della formula: “Tutto ciò che accade”, che è la prima proposizione del T. “Il mondo è tutto ciò che accade”, compare in un contesto in cui W. durante la guerra, in una situazione di  estrema difficoltà personale, di difficoltà sia esterna che interna, dice: “Quello che dovrei fare è accettare tutto ciò che accade”, cioè quindi accettare il mondo comunque sia il mondo, perché quel mondo che lui deve accettare in quel momento è un mondo terribile, c’è una delle guerre piu’ terribili, in una situazione soggettivamente ed oggettivamente difficile.
 Il punto fondamentale,  per me,  è che questa prima persona non riporta solamente ad un insieme di emozioni, di sentimenti soggettivi, ha un valore molto piu’ forte.
In che senso poi noi colleghiamo, o W. collega, l’etica e  la mistica, io tenderei ad escludere che quando W. parla di mistica pensi all’esperienza mistica nel senso della tradizione, anche se forse in parte lo pensa, perché l’esperienza mistica fondamentale è: “che il mondo è” , e l’etica è, per così dire, questa accettazione che il mondo è, comunque  sia, e forse allora etica e mistica sono due nomi diversi per la stessa cosa.

I.: Le sue parole ci riportano a questo periodo della guerra che è stata ovviamente centrale nella formazione del pensiero di W. Un momento di svolta molto importante è stato riportata nei Quaderni quando letteralmente, dopo pagine e pagine di osservazioni sulla logica formale, irrompe la questione  del senso: “Cosa so di Dio e del fine della vita” e poi dirà oltre: “Chiedersi del senso è pregare”. Questa irruzione della domanda di senso nella riflessione di W. (certamente le condizioni che viveva hanno una parte), ma in che modo ha poi funzionato da  miccia, da punto di partenza per il suo pensiero?

L.P.: Partirei da questo: abbiamo una testimonianza di Russell che aveva conosciuto W. prima della guerra e poi lo ha ritrovato dopo la guerra. Già prima della guerra Russell aveva in qualche modo difficoltà a capire W., c’è un aneddoto famoso in cui W. irrompe dell’appartamento di Russell, comincia a camminare su e giu’, siamo in piena notte, a un certo punto Russell gli chiede: “A che cosa stai pensando, alla logica o ai tuoi peccati?”  e la risposta di W. fu: “Ad entrambi” e già in questa risposta anedottica c’è questo collegamento tra logica ed etica; per tornare piu’ nel dettaglio della domanda, è chiaro che la guerra fu un’esperienza fondamentale per W.,  che poi andò in guerra come volontario nell’esercito austriaco proprio, in qualche modo, per fare un’esperienza fondamentale, come racconta la sorella Ermine, la sorella maggiore, W. andò in guerra non per motivi patriottici, ma andò in guerra perché voleva provare che tipo di uomo era,  e quindi andò in guerra per motivi etici, diciamo, da un certo punto di vista.
E’ vero che nei Quaderni queste riflessioni irrompono,  la famose annotazione che lei ricordava dell’ 11 giugno 1916 è lì che compare, però, se noi completiamo i Quaderni con quelle parti che erano state lasciate da parte dagli esecutori letterari, vediamo che questi temi dell’accettazione, della passività sono già presenti fin dal 1914; quindi io credo che quasi fin dall’inizio, se non fin dall’inizio, in qualche modo questa commistione, questo incontro, questa sintonia tra riflessione e logica e  problematica  etica fosse al cuore del centro del filosofare di W.

I.: Importante è anche il rapporto tra etica ed estetica. W. accenna,  soprattutto nei primi anni, in una dimensione particolare lui dice: “Come vedere il mondo sotto specie, sotto  forma, di eternità”. Cosa significa eternità e che relazione ha con l’arte?

L.P.: Sul rapporto tra etica ed estetica, tra l’altro, c’è una proposizione del T. che compare già nei Quaderni: “Etica ed estetica sono la stessa cosa”  che è fortissima ed ha prodotto moltissime interpretazioni. Affermazione, per così dire, molto poco nietzschiana,  perché in una prospettiva nietzschiana, o in una vulgata nietzschiana ,  etica ed estetica spesso, se non sempre,  divergono. Credo che per capire questo bisogna introdurre un altro concetto che non è mai stato evocato finora ed è il concetto di armonia; una vita buona, una vita felice è chiamata da W. anche una vita armonica; armonica in che senso:  in armonia con il mondo.  E forse in maniera molto classica W. collega l’etica e l’estetica attraverso questo concetto di armonia. Essere in armonia con il mondo vuol dire non volere rendersi impotente nei confronti del mondo e questa impotenza nei confronti del mondo è un altro dei termini, dei concetti, delle nozioni che indicano l’etica in W.
Per quanto riguarda l’eternità W. distingue tra due nozioni di eternità , eternità in quanto finita, durata nel tempo ed eternità  come atemporalità; io credo che l’arte per W., e anche in questo senso mi pare una concezione forse molto classica dell’arte, l’arte per W. è ciò che rende, pensiamo alla pittura che è piu’ semplice, che rende qualcosa non come una cosa tra le cose, ma in qualche modo la sottrae da quella rete di rapporti che sono rapporti temporali, rapporti di uso, rapporti di utilizzazione e per così dire la fa emergere per quello che è,  e quindi l’arte, detto un po’ diversamente,  ci fa stupire che ci sia il mondo, credo che in qualche modo questa sia l’idea di W.; ecco, è da dire che mentre W. è quasi sempre collegato, visto il periodo in cui vive e l’ambiente viennese in cui è nato, è quasi sempre collegato con esperienze come la musica tonale, come il romanzo di Musil, in realtà W. aveva gusti, per così dire piu’, tradizionali;  in musica pensava che con Schubert o  dopo  Schubert non meritasse piu’ forse ascoltare la musica, curiosamente non è collegato, voglio dire esplicitamente a tutto quel contesto culturale, inizio 900, a cui di solito lo si collega, e questo è anche un problema storico interpretativo rispetto a certe immagini di W. che abbiamo.

I.: Restando nell’ambito dell’arte, ma anche in quello dell’esperienza in prima persona di cui abbiamo parlato prima, perché  questi momenti di rapimento, di fusione, se vogliamo, con l’oggetto artistico dovrebbero in qualche modo risolvere la domanda del senso? Perchè la domanda del senso  non potrebbe riapplicarsi, come spesso succede,  anche sull’istante dello stupore, perché questo dovrebbe continuare ad avere un suo significato autonomo che va oltre la sensazione vissuta sul momento? Questa è  una mia personale curiosità.

L.P:: E’ un’ottima domanda direi, partirei da quello che dice W. in un passo  del T. molto famoso e molto bello anche,  che coloro che hanno a lungo ricercato il senso della vita  una volta che lo hanno trovato non hanno saputo dire in che cosa consisteva. Allora io credo che l’idea di W sia questa, mettiamola così in maniera semplice, che finchè noi ci chiediamo qual è il senso del mondo non siamo in armonia con il mondo, nel momento in cui siamo in armonia con il mondo non esiste  qualcosa che sia il senso del mondo,  se non il nostro essere in armonia con il mondo. Credo che formulato in maniera così, come si puo’ dire,  schematica,  questo sia il movimento di pensiero di W. Ovviamente uno potrebbe chiedersi perché dovrei essere in armonia con il mondo? E questa domanda puo’ avere una valenza politica, puo’ avere valenza di altro tipo, per esempio, uno si potrebbe dire: “il mondo i in cui sono non mi piace, non mi piace l’ingiustizia che vi domina, non mi piacciono queste cose”, ecco, essere in armonia con il mondo non vuol dire accettare il mondo nel senso di accettare che le cose vadano come vanno, non è una forma di conservatorismo o, come molti hanno detto, di quietismo. Essere in armonia con i l mondo vuol dire, per esempio,  anche per chi si impegna attivamente per trasformare le cose nel mondo,  sapere, essere consapevoli, diciamo così, che nemmeno in questo c’è il senso del mondo, nemmeno in questo, e quindi non c’è conservatorismo perché si puo’ essere in armonia con il mondo da rivoluzionari e da conservatori, quindi è un atteggiamento, per così dire, che pervade e attraversa ogni nostra modalità, che puo’ attraversare ogni nostra modalità,  di stare al mondo per trasformarlo, ma anche per cercare di mantenerlo così com’è.

I.: Quindi se capisco  l’impostazione etica di W. fa riferimento a uno speciale rapporto con tutte le possibili modalità e in questo senso si puo’ anche rintracciare una impostazione del problema del nichilismo, si puo’ intendere così? Non diciamo affrontarlo di petto come un problema risolvibile con delle proposizioni, ma attraverso lo studio del rapporto che noi stabiliamo con il problema del nichilismo.

L.P.: Questa è una domanda un po’ complicata, nel senso che  non sempre mi è chiaro che cos’è il nichilismo. Se nichilismo è inteso nel senso nietzschiano , “i valori non hanno piu’ valore”, ecco in un senso determinato, W. potrebbe dire: “che i valori non abbiano piu’ valore potrebbe essere qualcosa che è successo nel nostro mondo, nella nostra  cultura”, allora bisogna vedere se questa è una diagnosi storica, se questa è una constatazione, quindi se si pone nel mondo, dentro il mondo, per così dire, o se è qualcosa che ha a che fare con il mondo in quanto tale. Allora in questo senso, credo  che  nel primo senso, a W. forse non interessa la cosa, nel secondo senso credo che W. non abbia mai escluso che ci possa essere una vita felice e quindi una vita che,  come dice lui, che ha valore assoluto, ma una vita che ha valore assoluto è una vita che non si affida per avere valore a nessun valore determinato in opposizione ad altri valori.

I.: Un’ultima domanda, il non senso di W. di cui lei ci ha parlato in questo seminario sembra essere radicalmente diverso dalla mancanza di senso che oggi spesso si trovano a vivere i ragazzi soprattutto in giovane età. D’altronde sappiamo che W. invitava i suoi giovani ammiratori e collaboratori a fare qualcosa di pratico, a cercare nel fare  una vita degna. È attuale questa visione? Come va interpretata con un linguaggio dei giovani di oggi questo tipo di esortazione?

L.P.: Forse questa è la domanda piu’ difficile di tutte perché le altre hanno a che fare con una interpretazione, una lettura di W.; questa, per così dire, chiede di mettere un po’ alla prova W. con questioni presenti.
Andiamo in ordine: sicuramente la mancanza di senso, nel senso in cui si parla oggi, di mancanza di senso, è qualcosa che si potrebbe dire, accade nel mondo. Perché mancanza di senso cosa vuol dire? Mancanza di orientamento, mancanza di punti di riferimento, mancanza anche di autorità? Mancanza di persone che possano rispondere responsabilmente (responsabilmente vuol dire assumendosi la responsabilità della risposta) alle domande che un giovane puo’ chiedere, soprattutto alla domanda:  “Come dovrei vivere?
Cosa dovrei fare?”  Non tanto:  “Che scuola  dovrei fare, a che scuola dovrei iscrivermi”, ma “Cosa dovrei fare di fronte a tutte le sfide che quotidianamente ci provengono dal nostro contesto?”.
  In questo periodo si parla molto di bullismo a scuola, “Che cosa dovrei fare”- puo’ chiedere un giovane -“se assisto a un atto di bullismo? Denunciare, fare a meno di denunciare, non interessarmene e la valutazione delle conseguenze di quello che farò  puo’ essere una giustificazione per il fatto, per esempio, di tacere? Queste sono questioni che noi incontriamo tutti i giorni, ma non solo i giovani, nei giovani è piu’ drammatica la cosa perché in qualche modo dei giovani noi siamo responsabili , perché l’educazione è questo, accompagnare responsabilmente un percorso, un cammino;  allora, è chiaro che tutte queste cose hanno a che fare con le questioni dell’etica,  ovviamente, ma hanno a che fare anche con le questioni dell’etica nel senso di W. Allora io direi che, premesso che W. era contrario a dare norme e indicazioni, l’unica cosa forse che si puo’ ricavare oggi passando attraverso queste pagine che sono dense, brevi,  forse anche troppo brevi,  di W. è questo:  di fronte a situazioni come quelle che in parte viviamo bisogna evitare innanzitutto l’idea che si possa produrre un’etica,  io direi,  come algoritmo o come calcolo, che significa evitare un’etica come scienza;  forse la desideriamo, e forse anche i giovani e noi stessi di fronte a un dilemma etico vorremmo poter calcolare, come diceva Leibniz.  Il secondo  è riconoscere che la responsabilità, cioè il decidere in prima persona, non è il segno di una mancanza, ma è, per così dire, la prima mossa etica;  se noi riuscissimo non a dare, come si dice spesso,  valori ai giovani, ma dare l’idea che si è responsabili di quello che si fa, cioè dare libertà, io direi, la cosa sarebbe molto significativa.

Nell’introduzione  ( andando per un attimo fuori da W.)  alla Missione dell’intellettuale  ( oggi si direbbe, ma è stato tradotto Missione del  dotto)  di Fichte si dice una cosa del genere, ora cito un po’  a memoria:  “non si deve mai volere il bene degli altri, ma si deve volere la loro libertà”, però questa libertà va, ovviamente,  accompagnata,  non è questa fai quello che vuoi, la libertà non è un dato di partenza, ma il risultato di un processo educativo  e credo che, con tutte le tutele del caso, questa potrebbe essere una lezione wittgensteiniana.