-II-
Aveva un po’ di tempo residuo prima di ripiombarsi nella sua impegnativa quotidianità.Era sera ed era arrivata sui colli, una delle zone piu’ alte della città, una parte della città che prima dell’urbanizzazione selvaggia ospitava cascine abitate dagli antichi contadini e dai loro animali, dagli animali che permettevano loro la conduzione di una discreta esistenza. Fedeli compagni ai quali si doveva riconoscenza.
Qualcuno mi ha raccontato che sulle colline degradanti su Napoli prima di quel tempo maledetto si vedevano scendere e pascolare le pecore e che i contadini portavano il latte nella città, nella zona del centro storico.
Qualcuno addirittura accompagnava la mucca in giro per portare il latte a domicilio, qualcuno mi sembra che mi abbia parlato del sapore di nocciola di quel latte appena munto.
Una zona anticamente agricola che confina con la zona delle ciliegie, lì dove esiste una ciliegia alla quale si è dato il marchio doc, proprio lì dove oggi sono in azione rumorosi macchinari per allestire una discarica, una discarica su un territorio non ancora bonificato e già violentato in passato da menti e mani criminali, una collina (quella di Chiaiano, confinante con i Colli di cui parlo, Colli detti Ameni) tinta di azzurro, un azzurro artificiale, l’azzurro dell’amianto, sottile polvere azzurra che aleggia nell’aria infilrandosi nei corpi degli operai e dei militari (malamente o inutilmente bardati) che allestiscono la futura discarica, ennesimo crimine su questa città.
Quei colli antichi non esistono piu’, esiste ancora una cascina, ma ristrutturata e fittata a cittadini che vi si sono rifugiati, esiste ancora una casa agricola su territorio ecclesiale di un contadino che non demorde. Quella vasta zona della sua adolescenza, lì dove trascorse i primi anni della sua vita nel mondo, quella zona non esiste piu’.
Ricorda ancora quei possenti cilindri di cemento basi della superstrada futura violentare quella campagna divenuta polverosa, arida.
Ricorda la mamma di uno dei suoi primi amori, una mamma rude e agguerrita in stivali di gomma urlarle contro cinquecento metri di distanza perché distraeva il figlio innamorato, il figlio a cui lei aveva riservato un destino molto diverso.
Ricorda ancora il cognome di quella famiglia composta da mamma, figlio e figlia, i Savarese, quell’amore che suscitò le prime gelosie e invidie e che la vide bersaglio della ragazzina (con compagna in mitra a difenderla) di turno, gelosa di quell’amore che proprio non la voleva, ma lei non lo accettava e mirava il tiro sulla rivale. Storia antica e sempre ricorrente.
Ricorda il senso di ingiustizia e il tagliente senso di colpa invaderla quando incontrava il viso smagrito dell’adolescente rifiutata ed innamorata.
Quel breve ed infantile amore terminò molto presto, per la verità e terminò senza che neanche le loro bocche si fossero sfiorate.
Da allora la sua natura irrequieta (come è stata definita poi…) già aveva fatto capolino e già la tormentava, lei che è sempre stata inabile nei rapporti di coppia, lei che non ha mai saputo avere un rapporto di coppia.
Lei, che sa quanto c’entri poco una eventuale natura genetica, ma quanto la forza di quella geneSica imprima i primi segni nell’adolescenza con i ricordi che lascerà nel nostro animo, nei giudizi che ci formeremo di noi (nel di dentro di noi).
Lei che potrei chiamare Esther o Elisabeth continuando, così, la saga.
Si trovava in quella sera autunnale di nuovo lì sui colli e le lancette dell’orologio tardavano a girare, così decise di ripercorrere il tempo andato e si avviò sul marciapiede destro contro le macchine di ritorno dalla giornata lavorativa, luci e clacson invadenti, incuranti della dolcezza che le invadeva il cuore, quella tonalità di dolcezza e lacrima che solo il senso della nostalgia puo' indurre.
Erano passati anni da quando non ripercorreva piu’ quelle strade, ed ora che aveva a sua disposizione un’ora o forse due, no, di meno, voleva riconcedersi quel lusso.
I suoi piedi arrivarono al termine di quel breve tratto di strada trafficato e vide dinanzi a sé svolgersi la prima traversa realmente significativa, non quella in cui era nata, ma quella nella quale aveva compiuto i primi passi da sola nel mondo, lei ancora così piccola e già ingoiata dal mondo, mano nella mano con la sua amica del cuore, o leggermente distanti, percorrevano quello spazio per recarsi a scuola, la sua amica così avvenente e falsamente pudica che amava già farsi guardare le gambe ed un po’ piu’ su, leggermente avvolta da quella gialla gonna mini a fisarmonica, le sembra di toccare ancora il tessuto setato di quella breve gonna e quelle pieghette perfette, ordinate così come era ordinata (apparentemente) la vita della sua compagnella.
Cominciò ad annusare l’aria, come da sua abitudine, come un segucio in cerca del tesoro e già potè abbandonarsi in quell’atmosfera d’infanzia, di protezione, di sogno e già le prime lacrime calde le bagnarono il cuore.
L’abitazione del primo fidanzatino della sorella, anche lui dalla famiglia così ordinata, il vecchio cartolibrario dal quale acquistava, come eseguendo un antico rito propizio, il diario scolastico, il fruttivendolo con la merce sempre esposta e il profumo di terra ancora emergente e, nella curva, quella fredda banca, deposito glaciale, come le pesanti cassaforti in ferro al suo intreno dei soldi della sua mamma, la sua mamma che in quell’atto di autonomia già evidenziava la separazione di fatto con il marito. Quella banca e quegli impiegati così importati, misteriosi, noiosi.
Svoltò nuovamente l’angolo e la strada ancora piu’ familiare ospitò la sua vista, un breve tratto di strada in leggera discesa la cui parte interna si svolgeva con larghi gradoni ed era stata interamente privatizzata dal solito negozio di arredi di interni che vi affacciava.
Passeggiò sul lato privatizzato, quel lato che era stato suo e il suo cuore si ricompattava e sfaldava velocemente nei ricordi ora dolci, ora tetri.
Passeggiava lentamente, passeggiata inconsueta a quell’ora della sera in quella strada di periferia veicolata da rumorose vetture. Finalmente giunse all’entrata della sua traversa e con sua sopresa vide che un pesante cancello di ferro la delimitava, indugiò brevemente sull’oppotrunità di terminare il viaggio nel passato o di avventurarsi fino alla fine, il breve pensiero fu interrotto dall’apertura del cancello automatico che sembrò quasi invitarla dentro.
L’estraneità indotta dai nuovi visi che incontrava non la traeva in inganno. Lì era la sua infanzia, lì il suo cuore e la sua mente si erano formati, Lì i battiti del cuore avevano cominciato a decellerare ed accelerare a seconda degli eventi.
Il suo passo divenne felpto come se la corproreità si fosse dissuasa dal senso dell’esistenza e la sua anima vagava, sentiva il suo cuore battere ed esistere e cercava nel cervello tracce di ricordi.
Ricordi che la invadevano e riempivano e nell’opera di separazione lei li definiva. Si accostò al cancello interno, quello in fondo alla traversa, al suo interno, sulla destra, quel lato della traversa ben nascosto, non visibile e piu’ in salita rispetto all’entrata.
Si fermò nei pressi del cancello (quello sempre esistito), il cancello nero e bianco anni 60 della sua infanzia, quel cancello che per metà della sua lungezza si sposava in tutte le stagioni con l’edera che lo avvinceva e ricordò il verso di quella antica canzone della nonna “avvinta come l’edera..”
I suoni dell’infanzia, del sogno, delle certezze create, degli odori di torte, del tepore della sera che avvolgeva i corpi nelle case riscaldate e la tappezzeria della camera a fiorellini minuti bianchi su fondo rosa antico e i mobili di legno chiaro, rassicuranti e il salone importante allestito le domeniche a festa o i natali, il salone abitato da qual gigante tenero che tutti gli anni ritornava come un fratello orso in letargo, quel finto albero di natale che non avevano mai abbandonato in strada, con gli addobbi sempre uguali che ritornavano una volta l’anno facendo capolino dallo scatolone e quelle lucine che illuminavano il buio ed elegante salone nelle sere fredde del natale e lei e la sorellona che correvano felici attorno a quel gigante intonando festose cantilene e la befana (che mai avevano visto) appostata dietro la porta e il mammone di cui tanto le avevano parlato e che la faceva ranicchiare sotto le pesanti coperte in attesa che arrivasse qualcuno a salvarla.
Sentì le guance bagnate, lacrime tiepide le solcavano il viso e con una mano vi si immerse, carezzandole, delicatamente, come avrebbe voluto essere accarezzata in quel momento.
Nuovamente si tuffò in quel mondo, in quella visione con gli occhi fisici stretti e quelli dell’anima spalancati. Sentì la voce della mamma, la paura per le parole che sarebbero fuoriuscite da quella bocca, il papà tenebroso, in vestaglia grigia aggirarsi per la casa, corrucciato.
Il papà riposarsi nel suo lettone in quella stanza buia, dalle tapparelle abbassate e il cortile interno con i giardini privati in basso, quel cortile su cui affacciavano gran parte delle abitazioni e delle famiglie da loro conosciute.
I mobili arancioni sui quali si aggrappava e i pensili e il tavolo che si ritraeva e il rumore del frullatore e la visione delle loro manine di bimbe che impastavano i biscotti per le forme di cuore, di stella.
E il bagno che affacciava sulla campagna, il bagno nel cui specchio si vide diventata signorina e stupita del suo corpo che si trasformava e l’odore di casa, di quella casa, l’odore di quella casa che non avrebbe piu’ sentito, l’odore dell’infanzia andata.