martedì 25 novembre 2008
-Vele-
Capovolse la testa all’indietro e si immerse per un istante nei sogni. No! Raddrizzò il capo sul collo ed aprì gli occhi, non trovava pace, il senso di inquietudine che la pervadeva da giorni non le donava quiete. Accese una sigaretta, la spense e il capo le girò, tutto si concentrava in quel capo, in quella testa che non riusciva ad abbandonarsi, lasciò, allora, quella stanza al neon così grigia e si avviò nel corridoio che dava nell’atrio della scala moderna a chiocciola. Inspirava a stento, ormai tratteneva l’aria dentro di sé, intravide i suoi stessi occhi rispecchiati nella cornice metallica sporca e dimessa che reggeva l’interruttore dell’ascensore, ma si voltò da quell'immagine con calma, in modo deciso, netto, non voleva guardarsi, voleva solo abbandonarsi ad uno stato di incoscienza totale e ancora non sapeva come.
Non si piaceva proprio eppure era bella, non alta, ma molto bella, gli uomini si innamoravano sempre di lei, ma lei dopo un po’ li abbandonava, era inquieta, non era quello che voleva, cadere nella trappola della schiavitu’ d’amore (cosiddetto). Finalmente quella lenta e nera macchina raggiunse il suo piano, si trovò al piano terra e i suoi piedi sembravano prendere una direzione decisa a priori senza che vi fosse intervenuta la ragione, le era sempre piaciuto abbandonarsi al suo istinto, quell’istinto che conteneva in nuce le ragioni piu’ vere e piu’ profonde, anche se quell’istinto la avrebbe portata ad un'azione incasellata da altri come distruttiva, se ne fotteva, in fondo, anche se profondamente così insicura, se ne era sempre fottuta altezzosamente di tutto, Nicola glielo aveva detto che era superbamente umile, così le aveva detto in un giorno di pioggia e lei non lo avrebbe dimenticato piu’.
Il suo corpo pieno e sodo ondeggiava sui suoi passi decisi, per quanto si sforzasse involontariamente di negare quella femminilità che tanto la ostacolava, frapponendosi tra lei e i suoi obiettivi, emergeva sempre quella forza della natura che travolgeva se stessa e chi la incontrava. Si diresse verso il Corso principale, quello piu’ vicino alla palazzina da cui era scesa, a quell’ora del mattino il Corso era molto trafficato e lei cominciò a perdersi nella mente degli altri che incontrava per caso.
Nell’autobus pensò di perdersi nella vita di quel vecchietto che sembrava viaggiare per non sentire il peso della solitudine mattutina invernale nella sua tana di cemento.
Il pavimento, ricoperto in linoleum nero ritmato da forme tonde e rialzate, era ancora bagnato, da poco era piovuto e la città era ancora immersa in quell’atmosfera fresca, umida, come carezzata da un’infinità di delicate gocce che sembravano imperlarla, l’autobus che aveva preso si dirigeva verso la stazione.
La decisione dalle gambe era pervenuta prepotente alla testa e la vita era avvolta da quel piacere che la attendeva, non voleva pensare piu’ a niente, alle conseguenze, a ciò che sarebbe stato, sapeva che la strada giusta da percorrere non era quella, che qualsiasi direzione avessero preso i suoi piedi non sarebbe stata quella giusta, rimanere assisa su quella sedia all’ ottavo piano della palazzina non era piu' proponibile, così come lo era men che mai la direzione che aveva intrapreso. Sapeva che avrebbe dovuto dirigersi altrove e sapeva anche dove e che forse lì avrebbe trovato la soluzione per il suo male, quella giusta, ma proprio non voleva. Nella sua mente un chiodo si era conficcato e sarebbe potuta crollare anche la palazzina al suo fianco, ma lei doveva giungere a quella destinazione.
Dalla stazione prese l’autobus che l’avrebbe portata nella giungla di cemento, quella giungla che i suoi sensi amavano tanto, quella giungla nella quale non esisteva differenza di sorta tra chi la percorreva. Quelle palazzine popolari sembravano tenere in sé il non senso della vita, dentro di loro tutto si appiattiva e caricava di una polarità che era contraddistinta solo dal’istinto di sopravvivenza. I puscher, quelli in alto, quelli che si arricchivano e che si immergevano nei soldi guadagnati con li sangue di tanti ragazzi, non rischiavano mai , ma davano il commercio della polverina in mano a ragazzini ingestibili che davano sfogo ai loro sentimenti repressi e violentati in quel modo illegittimo, barbaro.
Dopo circa tre quarti d’ora di cammino l’autobus finalmente era giunto a destinazione, in quella periferia a nord della città gli spazi erano immensi, giganteschi e lì vi si perdeva sempre, adorava quel luogo e il camminare sui suoi passi da sola, una ragazzina ben curata in mezzo a tutto quel degrado, amava quell’adrenalina che le saliva in gola e che la portava a conoscere persone così diverse, così vere rispetto a quel falso mondo imbellettato della città di giu’.
Percorreva gli ampi stradoni grigi e guardava quella palazzine costruite in quello strano modo, piramidale, si chiedeva quale architetto le avesse potute mai progettare e con quale idea perversa nella mente, mai aveva visto la potenza distruttiva del cemento materializzarsi in quel modo abietto, palazzine a forma a vela, ognuna era colorata diversamente e le si distingueva appunto dal colore e così le si riconosceva, lei si dirigeva verso quella rossa.
L’aria era rarefatta e nuvole morbide coloravano l’azzurro cielo, mai la sua intensità le era parsa così vivida, luminosa e quelle nuvole morbide sembravano definirla maggiormente per contrasto, un vento fresco le carezzò le guance e si chiese quando avrebbe potuto piu’ ascoltarlo, quando sarebbe tornata lucida dopo quel giorno.
Sapeva che stava imprimendo una svolta definitiva alla sua vita e che ci sarebbero voluti anni per uscire da quel tunnel, ma procedeva sicura e nessuno la avrebbe fermata, si rese conto di avere nella tasca ancora un filo che la collegava all’altra realtà , allora velocemente lo estrasse dalla giacca e spense l’aggeggio. Ora era libera o almeno così sentiva, poi che non lo fosse realmente se ne fotteva, in fondo lei se ne era sempre fottuta altezzosamente delle cose, da una certa età in poi, da una certa età in poi. Prima no, il tempo dell’ infanzia era stato un tempo pregnante e in quel tempo lei sentiva tutto in modo sconcertante , doloroso, come se non avesse avuto una pelle che la proteggesse dall’esterno.
Si incamminava verso quell’obiettivo, all’angolo il solito palo che la scrutò per bene e nei suoi occhi capì se si stava chiedendo chi fosse, se dare il segnale di avvisaglia dello sbirro, ma l’intuito salvava tutti in quel luogo, era come se la necessità della violenza, della sopraffazione, della illegalità avesse dotato ognuno di loro di percezioni maggiori che, realmente, li faceva sopravvivere e piu’. Ad uno sguardo veloce, ma piu’ approfondito, il palo decise di non dare alcun segnale e continuò, indifferente a lei, il suo lavoro.
Lei svoltò l’angolo e si ritrovò in quell’adorato, porco, lurido luogo, in quel luogo dove sembrava sospesa ogni regola del vivere “civile”.
All’entrata della palazzina, tutta aperta come una vela dispiegata nel mare, senza protezioni, chiusure, se non quelle delle gabbie e delle porte blindate che dovevano servire all’occorrenza per proteggere dagli sbirri, c’erano tre o quattro sgherri, la guardarono con insistenza. Loro. Il loro sguardo si soffermò non come quello degli altri uomini sulle sue doti procaci di donna, no, loro sembravano agire secondo codici di comportamento diversi, inizialmente almeno, fino a quando non si fossero rassicurati della situazione che avevano davanti, così fecero, le si avvicinarono e la guardarono e si stupirono del suo visino ingenuo, i loro occhi si incrociarono e sembrarono perdersi in una umanità comune che li avrebbe chiusi nello stesso destino. Le sorrisero e le dissero :<<Cerchi qualcosa?>>, chiaramente non aspettarono una risposta, le parole sembravano non servire, non appartenere a quel mondo così essenzaile, così chiaro, in fondo quel mondo donava a loro una sicurezza che altrove non avevano trovato, quel mondo con le sue regole, con pochi obiettivi chiari, lì non c’era pericolo di sbagliare poiché tutto era fondato su uno sbaglio iniziale.
Le fondamenta di quella realtà erano da sé un imbroglio, uno sbaglio, come le loro vite. Uno sbaglio.
Salì i gradoni che si dispiegavano in lunghezza, ma non in ampiezza e tra cui si insinuavano erbette verdi che resistevano a tanto degrado donandogli un tono di.
Entrò nell’atrio aperto della palazzina e ovunque il suo sguardo si posasse non vedeva altro che degrado, tubature deviate, scrosci di acqua improvvisi, cancellate abusive, munnezza abbandonata, incontrò compagni di viaggio che scendevano di corsa le scale guardando tra le mani il contenuto della carta, spillata ai lati, da chewingum color argento, dalle loro espressioni si intuiva la qualità del loro viaggio futuro, comunque, soddisfatti o meno, tutti correvano giu’ per le scale, chi piu’ frettoloso scendeva i gradoni a tre, a quattro. Un brivido la percorse, stava arrivando al suo obiettivo ed il suo viaggio sarebbe arrivato presto al capolinea.
Lo strumento di piacere stava nella borsetta e lei, come se si fosse voluta accertare della sua presenza lo tastò e si quietò solo quando sentì il cartoncino della fiala sotto le mani e il fruscio della plastica, era quasi arrivata al secondo piano, strette nelle mani le banconote le passò velocemente ai ragazzini che la controricambiarono con la merce tanto agognata.
Finalmente sicura della certezza di quel viaggio, cominciò a correre giu’ per le scale, da sola, felice con quella adrenalina che sembrava bloccarle il respiro tanto i battiti del cuore si susseguivano velocemente.
Ripercorse i passi dell’andata, ma stavolta non per dirigersi verso l’ampio, terso, azzurro cielo, i suoi piedi, stavolta seguivano volontariamente le indicazioni della testa, traversò velocemente l’ampio stradone e percorse duecento metri di asfalto degradato per scavalcare improvvisamente in quella terra dismessa, in quel canalone che accoglieva indistintamente rifiuti umani e non. Lì vi abitava ormai da qualche tempo un vecchio compagno, il cui corpo era vicino alla fine del viaggio, lui vagava sempre in cerca di qualche residuo per terra e teneva stretto tra le mani quel vecchio, logoro strumento, sempre pronto a penetrare il suo corpo anche per un’inezia e, come un falco, si aggirava intorno ai nuovi avventori, tenendosi a distanza in modo dovuto, sapeva che avrebbe dovuto contare solo sulla sua capacità di non infastidire quel momento magico, se avesse interrotto qualcuno non avrebbe avuto alcuna speranza di contare sulla loro magnanimità.
Lei, come un ratto veloce, si diresse verso quel buco nero, finalmente si sedette, prelevò gli strumenti dalla borsa, con ansia, si sfilò la cinta che le sarebbe servita di lì a poco e abbandonò finalmente il suo capo all’indietro.
martedì 18 novembre 2008
-Sogno-
Era china su di lui, mentre gli occhi di quel corpo di uomo erano chiusi, immersi ancora nel sonno, come le sue membra, abbandonate in quella dolce malia.
Lui si affidava a quell’ora mattutina, a quell’alba e a quell’amore così struggente nella sua dolcezza.
Erano loro, soli. Il mondo e i suoi giochi perversi/diversi ruotavano lì, intorno ai due corpi, lo scenario mutava in immagini che si sovrapponevano le une alle altre senza riuscire a rubarne la centralità. Il loro sentire ne costituiva il fulcro, sembrava centrifugare la realtà esterna, come un turbine di vento che vaghi nell'etere, piantato, però, con un’estremità nella terra.
Gli sfiorò leggermente le labbra e lui socchiuse gli occhi, poi li riaperse e li richiuse con un movimento impercettibile, veloce, giusto il tempo che l’immagine di lei gli arrivasse al cervello conficcandovisi per sempre.
Dagli occhi l’immagine discese verso il cuore e poi risalì sulle labbra fino a farle schiudere in un tenero e tenue sorriso, come un fiore notturno che sbocci solo quando la rugiada accarezza la sua superficie, provocandola quasi.
Così gli occhi di lei accarezzavano quel corpo di uomo, le sue labbra, le ciglia e le baciò.
Gli baciò le ciglia, gesto così consueto nel loro amore, delicatamente le labbra le sfiorarono, con la delicatezza con cui ci si avvicina ad una fragile ragnatela, che vive di vita propria.
Dalla bocca di lui un suono uscì e si materializzò per lei, nel suo orecchio, fino a divenire un:
<<Buongiorno Amore>>
e, tendendo il braccio, fino ad allora ancora abbandonato, le carezzò le guance.
A quel gesto seguì un fremito dei corpi, un’eccitazione involontaria che si manifestò con una lieve erezione per lui e un brivido che percorse il corpo della Lei.
<<E’ tardi>>, sussurò la donna, <<è ora che io vada a lavoro, non volevo svegliarti, ma non potevo andare senza prima nutrirmi dell’immagine di te. Ti amo Elios, tienilo nel tuo cuore, quest’amore, io vado, ti ho lasciato la macchinetta del caffè pronta sul fornello, a stasera Amore>>.
Ma quella malia non poteva lasciarlo indifferente e volle baciarla con passione e la loro intimità si svelò al mondo distratto, le loro carnose labbra si unirono e le lingue fecero il resto, quella di lui insisteva nel voler entrare, poi si fermava improvvisamente e lasciava lo spazio a quella di lei che ora incideva e vi si tuffava con irruenza per andare, ogni tanto, a visitargli la pelle del collo, quella pelle così inebriante, i cui pori sembravano aprirsi quando le era accanto.
L’odore della pelle di lui le si era insinuato nelle narici e nelle cellule olfattive e mai la avrebbe piu’ abbandonata, anche se si fossero dovuti separare per sempre, le sarebbero rimasti dentro, come un’intimità perversa che non vuole sentire altre ragioni, oltre quelle dei sensi.
Si baciarono ancora fino a quando dovettero quasi separarsi con forza e lei si staccò, si sperse nei suoi occhi e con un misurato sorriso sul viso gli disse:
<<No, ora devo andare, ci vediamo appena possibile>>.
Ma lui non voleva lasciarla andare, sapeva che l’avrebbe rivista la sera, ma non voleva avviarsi nel mondo da solo, senza quel tepore che emanava dal corpo di lei e che gli avvolgeva il cuore.
Quando trascorrevano il tempo insieme, infatti, era come se, perenne, una nebbiolina avvolgesse i loro cuori e sospendesse i loro occhi, tanto che la gente incontrata per caso li guardava stupiti, affascinata da tanta sintonia tra cuori.
sabato 15 novembre 2008
-Trilly ed altro-
Trilly poggiava le guance sul morbido e caldo cuscino, il suo corpo era avvolto dal tepore che il sole infondeva delicatamente nella stanza.
Attorno a sè tutto era armonia, il sorriso accogliente della mamma sembrava invitarla in quel nuovo giorno, fonte sicura, altra, di infinita gioia.
Socchiuse gli occhi e si vide distesa sul grande lettone dalle lenzuola che profumavano di fresco, di cura.
Aveva sognato e ancora non voleva distaccarsi da quell'atmosfera.
Rivisitazione del testo "Il Paese della vergogna" di Daniele Biacchessi,
prefazione di Franco Giustolisi. Chiarelettere editore, 2007.
Maggio 1994: nel palazzo Cesi, sede degli Uffici di vertice della Magistratura militare viene trovato causalmente da alcuni operai un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuso da un cancello eun lucchetto.
Nel suo interno erano stipati 695 fascicoli che portavano due timbri: Comando alleato e Comando tedesco.
Quest' armadio passerà alle cronache come l'armadio della vergogna, (alla storia solo per i posteri a venire), ma l'informazione (di destra e di sinistra) non diffonderà la notizia in modo ampio, come meritava, così come non diffonderà le notizie successive.
L'armadio della vergogna è ancora l'armadio del silenzio sulla vera Storia d'Italia dal dopoguerra in poi e su chi ne ha determinato, mediante una precisa, studiata pianificata "opportunità", gli esiti.
In questo armadio c'erano le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti compiute su territorio italiano tra il 1944 e il 1945, i nomi dei colpevoli, i luoghi e le descrizioni delle mattanze.
Siamo a Sant'Anna di Stazzema, poche case sparse nell'entroterra della provincia di Lucca.
Trecento abitanti, per lo piu' contadini poverissimi, lavoratori occupati nelle miniere di ferro e zolfo.
Nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini, Le CAse, sono alloggiati anche 700 sfollati, provenienti da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Il 12 agosto 1944 [...]arrivano i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVI divisione Panzergrenadier.
Entrano a Sant'Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
Bruciano le case, devastano le chiese. Alla fine si contano 560 morti.
In pochissimi riescono a sopravvivere a quel massacro. Una starge efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro 142 bambini con non meno di 10 anni.
Anna Pardini, una delle vittime è nata solo pochi giorni prima.
Decine di cadaveri vengono ammassati nella piazza e bruciati.
Ennio Mancini è uno dei superstiti.Siamo a Sant'Anna di Stazzema, poche case sparse nell'entroterra della provincia di Lucca.
Trecento abitanti, per lo piu' contadini poverissimi, lavoratori occupati nelle miniere di ferro e zolfo.
Nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini, Le Case, sono alloggiati anche 700 sfollati, provenienti da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Il 12 agosto 1944 [...] arrivano i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVI divisione Panzergrenadier. Entrano a Sant'Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
Bruciano le case, devastarano le chiese. Alla fine si contano 560 morti. In pochissimi riescono a sopravvivere a quel massacro. Una starge efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro 142 bambini con non meno di 10 anni.
Arrivammo alle case dove abitavano i nostri parenti: cadaveri sparsi dappertutto, rovine, fuoco e i pochi sopravvissuti impietriti dal dolore.
In una casa, sventrata dal fuoco, su una trave che ancora ardeva-incastrata- c'era la rete di un letto e sopra tre corpi quasi compeltamente consumati[...]uno dei corpi era piccolo, il corpo di un bambino.
L'ex rabbino Elio Toaff è uno dei primi partigiani della Brigata Garibaldi a entrare a Sant'Anna di Stazzema dopo la strage:
La prima casa che trovammo era alla Vaccaereccia: fumava ancora. Dentro c'erano i corpi di un centinaio di persone, in maggioranza donne e bambini. Le SS, quattro colonne da cento uomini ciascuna di quella stessa XVI divisione che ha agito poi a Marzabotto, li avevano chiusi lì dentro, poi avevano dato fuoco alla paglia e avevano gettato dentro delle bombe .
Vedemmo un ammasso irriconoscibile. Piu' avanti c'era un'altra casa, con la porta spalancata.
Entrai e ho ancora difficoltà a raccontare...
C'era una donna, seduta di spalle, di fronte ad un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta.
Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d'arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato.
Nel 1944 Sant'Anna di Stazzema si trova proprio sul filo della cosiddetta Linea Gotica, il fronte di guerra dove sono attestate le forze dell'Asse,i militari della Repubblica sociale italiana, i soldati anglo-americani.
La linea taglia in due la pensiola italiana da Massa Carrara a Pesaro[...] I nazisti sono in ritirata
[...]Monte Sole e Marzabotto si trovano in provincia di Bologna[...]
Nella zona di Monte Sole sono in corso da mesi azioni clandestine del gruppo partigiano Stella rossa, civili, tutti comunisti.
La mattina del 29 settembre 1944, prima di muovere all'attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste accerchiano una vasta area di territorio [...] le truppe si muovono all'assalto di abitazioni, cascine, scuole. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione impaurita si rifugia nella chiesa.
I nazisti pianificano la mattanza. Prima tocca a don Ubaldo Marchioni, ai vecchi, alle donne, ai bambini. Poi i militari si spostano nel cimitero. Le loro mitraglliatrici colpiscono e uccidono 147 persone, tra le quali 50 giovanissime[...]
Dopo 6 giorni di rastrellamenti e violenze 1330 persone perdono la vita.
Nell'armadio della vergogna sono contenuri registri che narrano con una precisione encomiabile delle stragi compiute in tutta Italia da nazisti e fascisti, Ss e repubblichini di Salò contro gente senza armi, sono riportati i nomi delle vittime e degli assassini.
Nel giugno del 1947 una lettera attestava che i processi per quelle stargi erano pronti, da un mese e pochi giorni era cambiata la maggioranza di governo, dal centrosinistra al centrodestra e quei processi non furono fatti.
Nel 1956 un magistrato militare si rivolse al ministro degli Esteri del Governo Segni, Gaetano Martino, liberale, (padre dell'attuale Antonio) per chiedere se si potevano processare i criminali nazisti che avevano ucciso a tradimento a Cefalonia dai 4.500 ai 6.500 militari della divisione Acqui; a tal proprosito il il ministro Martino scrisse al suo collega Paolo Emilio Taviani, democrisrtiano, ministro della Difesa che pur trattandosi di delitti infami, era meglio mettere da parte la giustizia, se si voleva il riarmo della Germania in funzione anti Urss.
Nel 1960 furono archiviati i fascicoli nell'armadio.
Perchè? Di chi fu la responsabilità? A questa domanda non è stata data ancora una risposta chiara e univoca.
Nell'anno del ritrovamento dell'armadio il primo a diffondere il contenuto dei fascicoli fu il giornalista dell'Espresso Franco Giustolisi.
Alle procure militari di compertenza fu inviato il materiale necessario per avviare le indagini.
22 giugno 2005: vengono condannati all'ergastolo i responsabili per la strage di Sant'Anna di Stazzema.
14 gennaio 2007, quelli per la strage di Marzabotto -Monte Sole. Tutti ottantenni, all'epoca dell'archiviazione quarantenni o cinquantenni, nel 1945, finita la Seconda guerra mondiale avevano piu' o meno dai 25 ai 35 anni.
Si legge nella motivazione della sentenza:<<una strage freddamente pianificata a tavolino, sulla base
della arbitraria e ingiusta equiparazione tra civili e partigiani. La furia nazista non operò alcuna distinzione tra le persone, gli oridini impartiti erano chiari: uccidere tutti e distruggere tutto>>.
Il procuratore capo di La Spezia Marco De Paolis racconta:
[...] Cerco di non pensarci troppo, ma la verità è che sto facendo una Norimberga italina, con sessant'anni di ritardo.
Nel maggio 2003 viene istuituita una Commissione parlamentare d'inchiesta che termina i suoi lavori propronendo due relazioni contrapposte, di maggioranza (centrodestra) e di minoranza (centrosinistra).
Quella di maggioranza presentata dall'onorevole Enzo Raisi(!!!) di Alleanza Nazionale è stata approvata l'8 febbraio 2006. Giovanni Brunale, senatore del gruppo ds, componente della Commissione, nella relaizone di minoranza segnala:
<<Si disconosce il fatto che l'occoultamento perpetuato fino al 1944 fu voluto e posto in essere con decisioni abnormi e illeggittime in via continuativa da parte dei vertici della magistratura militare e che in tale contesto, pur in presenza di una sostanziale ambiguità del diritto internazionale in merito alla punizioni dei crimini di guerra, fu di peso anche il fatto della contiguità esistente tra la magistratura militare che quei crimini d oveva giudicare e i militari tedeschi e fascisti che li avevano commessi. Si disconosce il fatto che l'occultamento avvenne con il coinvolgimento nelle decisioni del sistema politico e di governo dell'epoca declassando, ad esempio, il noto carteggio dell'ottobre 1956 tra i ministri Martino e Taviani ad iniziativa personale ed episodica; ignorando altresì la corripsondenza tra il procuratore Santacroce e il ministro Andreotti del marzo 1965 e tutta quella avvenuta tra il 1965 e il 1971 tra la Procura generale militare e il ministro della Difesa.
Si è teorizzato a piu' riprese e con vere e proprie distorsioni storico -giuridiche che i crimini compiuti contro i civili italiani da parte dei militari tedeschi e dei repubblichini di Salò non fossero ascrivibili al
capitolo dei reati contro l'umanità che risultano essere per loro natura imperscrittibili.>>
Riporto alcune affermazioni dalla prefazione del libro di Franco Giustolisi:
...Si parla tanto di una ricerca di memoria condivisa o da condividere. Su quali basi ciò puo' accadere? Solo con il pieno riconoscimento della Carta costituzionale che ha messo fuori gioco i fascisti.
Comunque la giustizia e la storia non possono mai cedere il passo a niente e nessuno...
...anche il piu' feroce, il piu' ributtante, il piu' interessato dei partigiani si batteva per la libertà; anche il piu' dolce, il piu' idealista, il piu' mite dei repubblichini si batteva per la dittatura.
...perchè un governo di centrodestra, io sostengo a guida degasperiana, impedì, per Ragion di Stato ancora ignota, che venisse fatta giustizia. Probabilmente è questo il motivo dell'ignobile conclusione della relazione, clerical-fascista di quella vecchia maggioranza: che non venisse nenache sfiorato il nome sacro di De Gasperi e, di questo sono ancora piu' sicuro, affichè non emergesse il vile ruolo dei repubblichini, concorrenti, in quanto a ferocia, delle SS.
A questo punto come posso non riportare alcuni brani tratti dalla "Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti" e in particolare questo.
Audizione del senatore a vita Giulio Andreotti
GIULIO ANDREOTTI. Salvo qualche sintetico accenno che ho letto sulla stampa e al quale non ho
dato particolare rilievo, sull'argomento di cui si occupa la vostra Commissione mi fu rivolta una
domanda nel corso di una delle serate radiofoniche riservate ai partiti nella campagna elettorale del
2001: ne parlò un giudice militare che disse che l'input era stato dei politici. Io chiesi di quali politici
parlasse, perché per un certo tempo ero stato nella vita attiva del Governo e anche al Ministero della
difesa, ma lui non seppe specificare. Posso dire con assoluta precisione che, nel corso della mia lunghissima vita ministeriale, a cominciare dall'incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dal 1947 al 1954 e poi in molti ministeri ed anche alla Presidenza del Consiglio, di questo problema non ho mai avuto occasione di sentire parlare. Però, per connessione, posso dire - sono andato a riguardare i miei appunti - che quando sono divenuto per la prima volta ministro della difesa, tra le pratiche che mi furono consegnate, ma sulle quali già c'era stata una risposta negativa del ministro Tanassi, c'era una proposta del procuratore generale Santacroce volta a commutare la pena a Kappler, probabilmente perché era stato abolito l'ergastolo in generale. La proposta pareva eccessivamente favorevole - tanto che confermai la risposta negativa - in quanto tendeva a commutare l'ergastolo in un numero di anni pari a quelli che egli aveva scontato fino a quel momento; in altre parole si trattava di rimettere Kappler in libertà. Non faccio su questo valutazioni di carattere politico, però specifico che il procuratore generale militare non ha rapporti diretti con il ministro della difesa, a differenza del capo di stato maggiore e del segretario generale, per una ragione quasi istituzionale, nel senso che si ritengono più magistrati che militari.
Comunque, sia allora, sia in seguito, nel 1974, non ho mai avuto occasione di ricevere il procuratore generale militare, a differenza di quanto era avvenuto prima, quando il presidente del tribunale militare era stato il generale Cerica, che conoscevo per ragioni erritoriali e con il quale avevo un rapporto personale.
Sono rimasto molto meravigliato da quanto ho letto perché in altre mansioni, in maniera forse diretta, ma in qualità di ministro della difesa in maniera più diretta, ho avuto moltissimi rapporti con i ministri della difesa della Repubblica federale e ricordo che Strauss era molto duro nei confronti
del passato e, forse per ragioni di politica interna, criticava qualche membro anche autorevole del
Governo che aveva fatto parte della gioventù hitleriana, della quale lui si gloriava di non aver fatto
parte. Mettere il silenziatore o addirittura occultare dei procedimenti pensando di fare qualcosa di
opportuno e di gradito ai tedeschi della Repubblica federale o eventualmente della Repubblica
democratica, secondo me, era del tutto sbagliato. Ho letto che vi sarebbero state, in un tempo
precedente rispetto a quello a cui mi sono riferito prima, idee diverse che sarebbero state estrinsecate
dai ministri Martino e Taviani, ma a me non risulta. Posso, senza dubbio, dire che mai di queste
cose si è parlato in Consiglio dei ministri, altrimenti lo avrei saputo. Potrebbero esserci dei motivi
precisi alla base di questi riferimenti, che io conosco indirettamente da quello che ho
appreso in questo periodo, però mi sembrano in difformità rispetto alla tendenza che da
Adenauer in poi ho sempre visto, da parte sia dei democristiani, sia dei socialdemocratici,
una tendenza ad un grandissimo rigore verso il passato e non alla benevolenza.
Mi auguro che la vostra Commissione possa arrivare ad una conclusione di grande chiarificazione,
considerato che alcune città italiane vivono tuttora una fortissima emozione per ciò che è accaduto
in quel periodo: mi riferisco, ad esempio, a Sant'Anna di Stazzema, ma anche ad altre città. Avere
bloccato l'azione nei confronti di queste stragi, per le quali non vige la prescrizione, credo che sia
ingiusto nei confronti non solo delle vittime ma anche dello stesso popolo tedesco che non può essere
chiamato come responsabile di quei fatti. Quando parlo di responsabili mi riferisco non a singoli
membri dei plotoni d'esecuzione, per i quali può valere la disciplina militare, ma a personaggi come
Kappler, che prima ho citato, e Reder. Mentre da parte dei politici tedeschi non ho potuto captare
opinioni di benevolenza, ci fu da parte del Cancelliere Kreisky, per quello che riguarda Reder, un
intervento tendente alla grazia. Nonostante gli interventi di prelati e di uomini di cultura, il
Governo non ha mai cambiato opinione in proposito.
PRESIDENTE. Do ora la parola ai colleghi che desiderano intervenire. Senatore Eufemi, prego.
MAURIZIO EUFEMI. La ringrazio, presidente, per la sua chiarezza espositiva che sgombra
ogni dubbio rispetto ad audizioni che abbiamo avuto in quest'aula.
In particolare mi riferisco a quella del dottor Rosin tendente a dimostrare la dipendenza
e la subordinazione della giustizia militare al potere politico, che però non è stata suffragata
da alcun elemento probante. Vorrei sapere se la nomina politica da parte dell'Esecutivo portasse
ad una subordinazione di queste autorità.
GIULIO ANDREOTTI. No. Si trattava di una nomina che passava per il Consiglio dei ministri,
però non c'era assolutamente subordinazione, anzi, come ho detto prima, il rapporto con il
procuratore generale militare o con il presidente del tribunale militare non esisteva.
MAURIZIO EUFEMI. Nel periodo in cui lei era ministro della difesa è stato informato
dal procuratore generale Santacroce del provvedimento di archiviazione provvisoria dei
duemila fascicoli relativi a crimini di guerra, provvedimento chiaramente illegale,
antigiuridico ed abnorme, un atto, a detta di Rosin, amministrativo dalla rilevanza
prevalentemente interna?
GIULIO ANDREOTTI. Assolutamente no. Come ho detto in maniera più che esplicita,
non ho mai sentito parlare di questo problema. Se mi fosse stata fatta una proposta di
questo genere, non solo avrei detto di no, ma forse avrei cercato di cambiarla.
MAURIZIO EUFEMI. Quindi, conferma che ci fu totale autonomia?
GIULIO ANDREOTTI. Parlo di quello che conosco. D'altro canto sono stati anni importanti.
Una cosa di questo genere mi pare del tutto improponibile, ma forse se c'erano degli argomenti
- che non conosco - tali da richiedere una decisione in tal senso, se ne sarebbe dovuto informare
il Consiglio dei ministri, in quanto non era una responsabilità che potesse prendere un
singolo ministro.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Carli.
CARLO CARLI. La ringrazio, presidente, per la sua disponibilità a riferire a questa Commissione,
che riteniamo particolarmente importante sia per la memoria del nostro Paese, sia per la giustizia,
una giustizia non mancata ma negata.
La magistratura militare, fino al 1981, aveva sostanzialmente un rapporto gerarchico con il
Governo, perché c'era un'assoggettazione della magistratura militare al potere politico ed in
particolare al ministro della difesa. Questo riferimento è dato anche dalle affermazioni di
magistrati militari: Vindicio Bonagura, il 17 settembre 1996, sostiene, nell'ambito dell'indagine
condotta dal CMM, che la procura generale era molto legata all'Esecutivo e al ministro dell'epoca;
Quaranta, nell'audizione del 23 novembre 2004, ha dichiarato di fronte a questa Commissione
che i magistrati militari indossavano la divisa ed erano sottoposti al ministro della difesa,
al quale si rivolgevano con dei «signorsì»; infine, Maggiore, già procuratore militare,
nell'audizione del 27 ottobre 2004, ha riferito che Santacroce dovette mettere quella firma,
riferendosi all'archiviazione provvisoria del 4 gennaio 1960, per esigenze del mondo politico,
tanto che non avrebbe mai voluto trovarsi nelle condizioni di Santacroce. Ci sono, quindi,
delle dichiarazioni evidenti.
Però, vorrei fare un passo indietro e tornare alle vicende successive alla guerra e relative ai
processi a carico di coloro che si erano macchiati di crimini che possono definirsi contro
l'umanità, che non vanno in prescrizione. Gran parte di questi crimini era perfettamente
documentata - abbiamo agli atti rapporti degli alleati e dei carabinieri - per cui i processi
potevano essere celebrati immediatamente, a partire dal 1946.
La questione dei criminali di guerra non riguardava solo il nostro paese ma anche altri paesi
e i crimini compiuti dai criminali italiani all'estero. In particolare, già nel 1948,
da parte della Jugoslavia è stata chiesta al nostro paese l'estradizione di militari italiani che si erano macchiati di gravi reati. Lei allora era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Governo De Gasperi) ed è agli atti una sua lettera del 2 febbraio 1948che va verso un temporeggiamento rispetto alla richiesta di estradizione della Jugoslavia.Il documento è stato pubblicato il 16 febbraio 1948: «Oggetto: presunti criminali di guerra italiani. Il Presidente del Consiglio dei ministri concorda sulle conclusioni raggiunte dalla commissione interministeriale riunitasi presso il Ministero degli affari esteri il 3 gennaio, in merito al seguitoda dare alle richieste jugoslave di consegna di presunti criminali di guerra italiani».
La lettera è firmata «Andreotti», evidentemente su mandato del Presidente del Consiglio,
che ha espresso una volontà precisa. Può dirci qualcosa in proposito? Chiaramente vi è
una connessione, perché da un lato ci sono gli altri paesi che chiedono l'estradizione di italiani e,
dall'altro, le autorità della giustizia militare che chiedono l'estradizione di militari tedeschi nazisti
per i crimini che hanno compiuto in Italia.
GIULIO ANDREOTTI. Ricordo benissimo il fatto e la ragione per cui si ebbe questa battuta d'arresto:
tra coloro che gli jugoslavi volevano c'era il ministro del lavoro Achille Marazza che era stato uno dei
membri del CLN Alta Italia ed era una personalità abbastanza conosciuta. Di fatto, chiedevamo di
avere un minimo di documentazione, e poi vi era una certa sfiducia nei confronti del sistema di Tito.
Si trattava non di dare qualcuno alla magistratura anglosassone ma di dare qualcuno ad un sistema
da prendersi con le molle. Non c'era certamente il desiderio di coprire qualcosa, però ricordo che
persone assolutamente non sospettabili, persone che avevano fatto la guerra in quell'area
consigliavano di avere una grandissima prudenza. Era un momento in cui la lotta politica
forse prevaleva sui desideri di giustizia, però, nel caso specifico, era indicato Marazza,
persona di una mitezza tale che vederlo tra i responsabili di atti di violenza e sterminio
sembrava assurdo. Si chiedevano, quindi, adeguate documentazioni a base delle richieste,
che erano estremamente generiche. Tito poi ebbe una forte conversione, anzi chiese pure
a noi una mano, nel senso di garantirgli che non avremmo approfittato se lui avesse dovuto
schierare le truppe ad est in una fase in cui la sua amicizia con Mosca era un ricordo e,
dopo quello che era accaduto in Cecoslovacchia ed in Ungheria, si sentiva minacciato.
CARLO CARLI. Poi lei è venuto a conoscenza di una corrispondenza tra i ministri Taviani
e Martino sul fatto che non si intendeva dare seguito alla richiesta di estradizione per fare
i processi ai nazisti?
GIULIO ANDREOTTI. Assolutamente no. Anzi, direi che il mio pensiero era diverso.
Si tratta di punti di vista personali e questo non era sicuramente il punto di vista né del
Presidente del Consiglio, né del Consiglio dei ministri.
CARLO CARLI. Quindi lei non era a conoscenza dell'esistenza dell'archivio che sostanzialmente
occultava questi fascicoli?
GIULIO ANDREOTTI. No. Sono rimasto meravigliato le prime volte che ne ho sentito parlare,
tanto che pensavo si trattasse di un'invenzione. C'è da dire che è un settore molto difficile.
Noi abbiamo nelle disposizioni transitorie della Costituzione l'impegno entro cinque anni a
fare il riordino della magistratura militare. Ciò però allora non fu fatto, anche perché poi tutti
i reati comuni sono passati alla magistratura ordinaria e alla magistratura militare è rimasto
poco in tempo di pace.
CARLO CARLI. Su questo punto c'è un'importante corrispondenza nell'anno 1965.
Poiché i reati a carico di coloro che avevano commesso questi gravi crimini potevano andare
in prescrizione, la Germania ci ha chiesto quale fosse lo stato dei processi. C'è stata quindi un'intensa corrispondenza tra il Governo tedesco e il Governo italiano.
In particolare, un'esigua parte dei fascicoli (20) è stata inviata in Germania,
attraverso il Ministero degli affari esteri, ed altra parte attraverso la procura militare.
Alcuni di questi fascicoli riguardano stragi ed eccidi molto importanti. Desidero citare alcune
carte dalle quali si desumerebbe che lei era a conoscenza di questo archivio: il 14 gennaio 1965
il suo capo di gabinetto comunicava al ministro la decisione del Governo tedesco di determinare,
ex legge 8 marzo 1965, la data di maturazione dei termini di prescrizione per i crimini nazisti.
In calce compare uno scritto, presumibilmente suo, in cui si legge «nel caso emergano elementi
positivi, raccogliere e prospettare con appunto», per informare il ministro della difesa su questa
situazione. Si desume quindi che lei avesse l'informazione dell'esistenza dell'archivio.
Le mostro il documento 501 a pagina 192. Mi rendo conto che sono passati tanti anni...
GIULIO ANDREOTTI. No, non ho problemi di memoria.
CARLO CARLI. Credo che quello in calce sia un suo appunto. Non si capisce il nome di riferimento.
GIULIO ANDREOTTI. Sembra «signor Aloia» e non generale. Se c'era una decretazione
del ministro, intervenivo io stesso. Qui si tratta di una fase preparatoria e conferma quanto
ho detto prima e cioè che non c'era un rapporto diretto.
Dopo che è morto Taviani, è uscito il suo volume che io ero molto curioso di leggere,
perché egli diceva che alcune cose si sarebbero poi apprese dal suo libro. Io invece non ne ho
apprese molte. Lui aveva l'abitudine di utilizzare molto l'ufficio speciale affari riservati
del Ministero, dove c'era D'Amato, un personaggio strano che faceva una rubrica gastronomica
su l'Espresso e per il resto era collegato a tutti i servizi, una persona che non mi piaceva e
che non ho mai voluto ricevere.
CARLO CARLI. L'appunto in fondo è suo?
GIULIO ANDREOTTI. No, non è mio. Non è calligrafia mia.
CARLO CARLI. Però è d'ordine del ministro.
GIULIO ANDREOTTI. È una disposizione del vicecapo di gabinetto «nel caso emergessero
elementi positivi, raccogliere e prospettare con un appunto per il signor ministro».
Questa non è calligrafia mia, è il vicecapo di gabinetto, che non ricordo come si chiamasse.
È comunque una fase più che iniziale.
CARLO CARLI. Per noi è utile capire.
GIULIO ANDREOTTI. Lei prima ha fatto cenno a dichiarazioni di membri della giustizia militare.
Sono passati molti anni e non so se ci sia qualcuno che era in servizio al tempo di Santacroce,
ma posso dire che non è vero, ma può darsi che la «casta» adesso tenda a dire che non siano stati
loro a farlo. Se lo hanno fatto, hanno fatto un abuso, anzi un reato. Mi dispiace molto per la
memoria di Santacroce, che conoscevo poco; ho comunque molto rispetto sia per la persona,
sia per la carica che aveva. Certamente, però è incredibile che possa essere successo un fatto simile.
CARLO CARLI. Sempre il 15 gennaio 1965 venivano richieste al Sifar informazioni sulla situazione
dei criminali di guerra non processati. Poi, in data 20 gennaio 1965, d'ordine del ministro - come per
la richiesta precedente inviata al Sifar - veniva fatta richiesta - in seguito sollecitata - alla
procura generale militare per sapere quanto vi fosse negli archivi in merito alla questione dei
criminali di guerra. Sostanzialmente c'è una corrispondenza dal procuratore generale dell'epoca
con il Governo, con la quale si informa dell'esistenza della documentazione, tant'è vero che in data
27 marzo 1965 il capo di gabinetto del ministro della difesa trasmetteva alla procura generale presso il Tribunale supremo militare la richiesta, proveniente dal Ministero degli affari esteri, di copia dei fascicoli istruiti. È della stessa data la relazione con la quale il dottor Santacroce informava il ministro della difesa dell'esistenza di molte altre notizie di reato. Quindi, Santacroce dava informazioni su tutta la documentazione, come si può desumere dagli atti, facilmente consultabili.
È difficile comprendere come il ministro della difesa potesse non essere a conoscenza
di tutta questa situazione e dell'enorme mole di materiale (ci sono poi anche i 695 fascicoli
rinvenuti nel 1994), anche in considerazione della corrispondenza cui ho fatto cenno.
GIULIO ANDREOTTI. Può darsi che ci siano cose non verosimili e non vere. In questo caso
non è vero; io non ne so assolutamente niente. Circa la dizione «per il signor ministro»,
per prassi al ministro i documenti arrivano in modo definitivo. Comunque, io non credo
che gli archivi del Ministero siano monchi in questo caso, per cui dovrebbe essere verificabile
l'itinerario negli archivi del Sifar e del Ministero. Ripeto che non ne sapevo assolutamente
niente. Nessuno si poteva sognare che, proponendo una cosa di questo genere, io facessi il palo
in uno scippo storicamente ed umanamente così grave. Potrei aver dimenticato qualche pratica
d'ufficio di trasferimento di militari, ma una pratica di questo genere non la dimenticherei.
CARLO CARLI. C'è una lettera del 12 settembre 1965 con cui il capo di gabinetto d'ordine del
ministro della difesa comunicava alla procura generale militare di avere inviato la relazione
del 27 marzo 1965 al ministro degli affari esteri, che a sua volta aveva precisato come fosse
«della massima importanza la conoscenza del materiale relativo ai crimini di guerra nazisti rimasti
tuttora impuniti». Seguiva poi la richiesta di «trasmettere a questo ufficio di gabinetto tutti
questi elementi atti a lumeggiare la natura del materiale in questione», precisando che, in caso
di esplicita richiesta da parte del Ministero degli affari esteri, «può essere messo a disposizione
dell'ambasciata di Germania». In sostanza si diceva che c'era molto materiale che non era stato
inviato alla magistratura militare per gli adempimenti relativi all'azione penale. Inoltre, c'è
la strage di Cefalonia, un fatto molto importante e dolorosissimo: su richiesta del ministro della
difesa, il procuratore generale militare, dottor Santacroce, con nota del 29 aprile 1965, dava conto
della vicenda processuale riguardante i fatti di Cefalonia. Il magistrato militare spiegava
che «la procura generale non ritiene conveniente la comunicazione di quanto ulteriormente
risulta dagli atti dei suindicati procedimenti, dato che essi riguardano anche imputati italiani».
Cosa ci può dire in proposito?
GIULIO ANDREOTTI. Rimango molto sorpreso che lo si possa pensare, ma ancora di più che
lo si possa scrivere. Sebbene si tratti di una magistratura sui generis, mista, questa «convenienza»
in realtà è un dovere, perché non si tratta di un adempimento discrezionale.
CARLO CARLI. Tant'è vero che lei il 15 maggio 1965 interessa il suo ufficio leggi e decreti
proprio per esaminare...
GIULIO ANDREOTTI. Ho fatto delle ricerche, ma purtroppo il capo dell'ufficio legislativo
di allora è morto e non ho potuto consultarlo, però al Ministero della difesa le documentazioni
sono estremamente dettagliate ed anche conservate, tanto che si fanno libri di storia con le carte
che provengono dal Ministero.
CARLO CARLI. E che a noi non vengono date.
GIULIO ANDREOTTI. Non lo so.
CARLO CARLI. Il ministro della difesa non ci invia le carte che richiediamo.
GIULIO ANDREOTTI. Certe frasi come «d'ordine del ministro» sono un po' rituali.
Però i miei collaboratori del Ministero, il capo ed il funzionario dell'ufficio legislativo erano
persone di grande affidabilità. Per il resto, la cautela nell'accettare incriminazioni e in
particolare nel consegnare persone a Tito credo nessuno possa contestare che fosse giusta.
martedì 11 novembre 2008
-Elisabeth- II
-II-
Aveva un po’ di tempo residuo prima di ripiombarsi nella sua impegnativa quotidianità.Era sera ed era arrivata sui colli, una delle zone piu’ alte della città, una parte della città che prima dell’urbanizzazione selvaggia ospitava cascine abitate dagli antichi contadini e dai loro animali, dagli animali che permettevano loro la conduzione di una discreta esistenza. Fedeli compagni ai quali si doveva riconoscenza.
Qualcuno mi ha raccontato che sulle colline degradanti su Napoli prima di quel tempo maledetto si vedevano scendere e pascolare le pecore e che i contadini portavano il latte nella città, nella zona del centro storico.
Qualcuno addirittura accompagnava la mucca in giro per portare il latte a domicilio, qualcuno mi sembra che mi abbia parlato del sapore di nocciola di quel latte appena munto.
Una zona anticamente agricola che confina con la zona delle ciliegie, lì dove esiste una ciliegia alla quale si è dato il marchio doc, proprio lì dove oggi sono in azione rumorosi macchinari per allestire una discarica, una discarica su un territorio non ancora bonificato e già violentato in passato da menti e mani criminali, una collina (quella di Chiaiano, confinante con i Colli di cui parlo, Colli detti Ameni) tinta di azzurro, un azzurro artificiale, l’azzurro dell’amianto, sottile polvere azzurra che aleggia nell’aria infilrandosi nei corpi degli operai e dei militari (malamente o inutilmente bardati) che allestiscono la futura discarica, ennesimo crimine su questa città.
Quei colli antichi non esistono piu’, esiste ancora una cascina, ma ristrutturata e fittata a cittadini che vi si sono rifugiati, esiste ancora una casa agricola su territorio ecclesiale di un contadino che non demorde. Quella vasta zona della sua adolescenza, lì dove trascorse i primi anni della sua vita nel mondo, quella zona non esiste piu’.
Ricorda ancora quei possenti cilindri di cemento basi della superstrada futura violentare quella campagna divenuta polverosa, arida.
Ricorda la mamma di uno dei suoi primi amori, una mamma rude e agguerrita in stivali di gomma urlarle contro cinquecento metri di distanza perché distraeva il figlio innamorato, il figlio a cui lei aveva riservato un destino molto diverso.
Ricorda ancora il cognome di quella famiglia composta da mamma, figlio e figlia, i Savarese, quell’amore che suscitò le prime gelosie e invidie e che la vide bersaglio della ragazzina (con compagna in mitra a difenderla) di turno, gelosa di quell’amore che proprio non la voleva, ma lei non lo accettava e mirava il tiro sulla rivale. Storia antica e sempre ricorrente.
Ricorda il senso di ingiustizia e il tagliente senso di colpa invaderla quando incontrava il viso smagrito dell’adolescente rifiutata ed innamorata.
Quel breve ed infantile amore terminò molto presto, per la verità e terminò senza che neanche le loro bocche si fossero sfiorate.
Da allora la sua natura irrequieta (come è stata definita poi…) già aveva fatto capolino e già la tormentava, lei che è sempre stata inabile nei rapporti di coppia, lei che non ha mai saputo avere un rapporto di coppia.
Lei, che sa quanto c’entri poco una eventuale natura genetica, ma quanto la forza di quella geneSica imprima i primi segni nell’adolescenza con i ricordi che lascerà nel nostro animo, nei giudizi che ci formeremo di noi (nel di dentro di noi).
Lei che potrei chiamare Esther o Elisabeth continuando, così, la saga.
Si trovava in quella sera autunnale di nuovo lì sui colli e le lancette dell’orologio tardavano a girare, così decise di ripercorrere il tempo andato e si avviò sul marciapiede destro contro le macchine di ritorno dalla giornata lavorativa, luci e clacson invadenti, incuranti della dolcezza che le invadeva il cuore, quella tonalità di dolcezza e lacrima che solo il senso della nostalgia puo' indurre.
Erano passati anni da quando non ripercorreva piu’ quelle strade, ed ora che aveva a sua disposizione un’ora o forse due, no, di meno, voleva riconcedersi quel lusso.
I suoi piedi arrivarono al termine di quel breve tratto di strada trafficato e vide dinanzi a sé svolgersi la prima traversa realmente significativa, non quella in cui era nata, ma quella nella quale aveva compiuto i primi passi da sola nel mondo, lei ancora così piccola e già ingoiata dal mondo, mano nella mano con la sua amica del cuore, o leggermente distanti, percorrevano quello spazio per recarsi a scuola, la sua amica così avvenente e falsamente pudica che amava già farsi guardare le gambe ed un po’ piu’ su, leggermente avvolta da quella gialla gonna mini a fisarmonica, le sembra di toccare ancora il tessuto setato di quella breve gonna e quelle pieghette perfette, ordinate così come era ordinata (apparentemente) la vita della sua compagnella.
Cominciò ad annusare l’aria, come da sua abitudine, come un segucio in cerca del tesoro e già potè abbandonarsi in quell’atmosfera d’infanzia, di protezione, di sogno e già le prime lacrime calde le bagnarono il cuore.
L’abitazione del primo fidanzatino della sorella, anche lui dalla famiglia così ordinata, il vecchio cartolibrario dal quale acquistava, come eseguendo un antico rito propizio, il diario scolastico, il fruttivendolo con la merce sempre esposta e il profumo di terra ancora emergente e, nella curva, quella fredda banca, deposito glaciale, come le pesanti cassaforti in ferro al suo intreno dei soldi della sua mamma, la sua mamma che in quell’atto di autonomia già evidenziava la separazione di fatto con il marito. Quella banca e quegli impiegati così importati, misteriosi, noiosi.
Svoltò nuovamente l’angolo e la strada ancora piu’ familiare ospitò la sua vista, un breve tratto di strada in leggera discesa la cui parte interna si svolgeva con larghi gradoni ed era stata interamente privatizzata dal solito negozio di arredi di interni che vi affacciava.
Passeggiò sul lato privatizzato, quel lato che era stato suo e il suo cuore si ricompattava e sfaldava velocemente nei ricordi ora dolci, ora tetri.
Passeggiava lentamente, passeggiata inconsueta a quell’ora della sera in quella strada di periferia veicolata da rumorose vetture. Finalmente giunse all’entrata della sua traversa e con sua sopresa vide che un pesante cancello di ferro la delimitava, indugiò brevemente sull’oppotrunità di terminare il viaggio nel passato o di avventurarsi fino alla fine, il breve pensiero fu interrotto dall’apertura del cancello automatico che sembrò quasi invitarla dentro.
L’estraneità indotta dai nuovi visi che incontrava non la traeva in inganno. Lì era la sua infanzia, lì il suo cuore e la sua mente si erano formati, Lì i battiti del cuore avevano cominciato a decellerare ed accelerare a seconda degli eventi.
Il suo passo divenne felpto come se la corproreità si fosse dissuasa dal senso dell’esistenza e la sua anima vagava, sentiva il suo cuore battere ed esistere e cercava nel cervello tracce di ricordi.
Ricordi che la invadevano e riempivano e nell’opera di separazione lei li definiva. Si accostò al cancello interno, quello in fondo alla traversa, al suo interno, sulla destra, quel lato della traversa ben nascosto, non visibile e piu’ in salita rispetto all’entrata.
Si fermò nei pressi del cancello (quello sempre esistito), il cancello nero e bianco anni 60 della sua infanzia, quel cancello che per metà della sua lungezza si sposava in tutte le stagioni con l’edera che lo avvinceva e ricordò il verso di quella antica canzone della nonna “avvinta come l’edera..”
I suoni dell’infanzia, del sogno, delle certezze create, degli odori di torte, del tepore della sera che avvolgeva i corpi nelle case riscaldate e la tappezzeria della camera a fiorellini minuti bianchi su fondo rosa antico e i mobili di legno chiaro, rassicuranti e il salone importante allestito le domeniche a festa o i natali, il salone abitato da qual gigante tenero che tutti gli anni ritornava come un fratello orso in letargo, quel finto albero di natale che non avevano mai abbandonato in strada, con gli addobbi sempre uguali che ritornavano una volta l’anno facendo capolino dallo scatolone e quelle lucine che illuminavano il buio ed elegante salone nelle sere fredde del natale e lei e la sorellona che correvano felici attorno a quel gigante intonando festose cantilene e la befana (che mai avevano visto) appostata dietro la porta e il mammone di cui tanto le avevano parlato e che la faceva ranicchiare sotto le pesanti coperte in attesa che arrivasse qualcuno a salvarla.
Sentì le guance bagnate, lacrime tiepide le solcavano il viso e con una mano vi si immerse, carezzandole, delicatamente, come avrebbe voluto essere accarezzata in quel momento.
Nuovamente si tuffò in quel mondo, in quella visione con gli occhi fisici stretti e quelli dell’anima spalancati. Sentì la voce della mamma, la paura per le parole che sarebbero fuoriuscite da quella bocca, il papà tenebroso, in vestaglia grigia aggirarsi per la casa, corrucciato.
Il papà riposarsi nel suo lettone in quella stanza buia, dalle tapparelle abbassate e il cortile interno con i giardini privati in basso, quel cortile su cui affacciavano gran parte delle abitazioni e delle famiglie da loro conosciute.
I mobili arancioni sui quali si aggrappava e i pensili e il tavolo che si ritraeva e il rumore del frullatore e la visione delle loro manine di bimbe che impastavano i biscotti per le forme di cuore, di stella.
E il bagno che affacciava sulla campagna, il bagno nel cui specchio si vide diventata signorina e stupita del suo corpo che si trasformava e l’odore di casa, di quella casa, l’odore di quella casa che non avrebbe piu’ sentito, l’odore dell’infanzia andata.
domenica 9 novembre 2008
R/esistendo a stento.
Sul filo del rasoio scappa il piede di qua e si lacera e scorre il sangue,
scappa il piede di là e cade nel vuoto, ma non odo lo schainto.
Non si schianta il corpo.
Se, precipitando, cadesse, si avvertirebbe uno schainto, qualcosa di vivo.
Un suicidio del copro foriero di una rinascita dell'anima.
Sporgo l'orecchio e con esso l'udito, ma nessun suono risuona nel cavo uditivo.
Sospengo, trattengo le forze, il respiro.
Con/centro.
Sangue che cola dalle vene, lacerazione che sgorga il dolore.
E sentire nel sangue che cola il dolore che va via.
Sollievo del cuore.
Ossigenzione del cuore.
Con il sangue il dolore va via.
Non si puo'.
Ritorno indietro. Qualche passo indietro, mi con/centro.
Resto così, in questa sospensione.
Elimino la vista, ma non mi accieco.
Rimango immobile in equilibrio.
Sospendo l'udito, mi fermo, mi con/centro.
Altro tempo è stato
per il sangue sgorgato. (fa rima)
Il piede pur sempre lacerato, (ancora una rima)
perchè indietro non si torna,
non ci è dato.
sabato 8 novembre 2008
-Elisabeth- I
-I-
Era una persona terribilmente-,
sì ho detto proprio così, una persona terribilmente-.
Certo senza mangiare non si puo’ vivere a meno di non essersi ammaestrati con lontane arti orientali, così scriveva a lui e mangiava un frutto, mmhhh un frutto dolce e arancione e il sapore denso e mieloso se lo rimpastava sulle papille gustative, godendo.
Era una persona terribilmente-
quel lui, certo avrebbe potuto essere una lei, ma in questo caso era un lui dotato di organi genitali maschili e già la nausea le prendeva.
Una strana nausea che non riusciva a motivare, nonostante conoscesse le reazioni fisico chimiche del suo corpo non riusciva a comprenderne l’origine.
Forse l’aria densa di nero degli idrocarburi delle auto. Che nausea che la assaliva, nella città quasi non si riusciva piu’ (neanche) a respirare, a giorni.
Era una persona terribilmente-
lui. Attraente nella sua bruttezza, in quel viso scostante e antipatico che a prima vista sembrava volerla allontanare.
Si erano visti per la prima volta in un luogo di periferia industriale nel nord est della loro città.
Zona dismessa nel suo squallore di abbandono.
Soli in quello stradone grigio e fangoso di periferia incrociavano i loro sguardi, lui diffidente, come al suo solito, lei solare, con il cuore al massimo della sua apertura.
Lei, puerile, lo accoglieva già, non potendo immaginare neanche lontanamente quanto lui le avrebbe riservato.
D’altronde lei era divenuta un’esperta in questa vita e pensava di averle viste già di tutti i colori e non pensava di doversi riparare da eventuali tempeste.
Tempeste al suo orizzonte non si prospettavano, ma al cuore di quell’uomo pessimo, ingrigito, abbrutito, sì.
Lui la prospettava, anzi la creava la tempesta, lui, artefice di quello che poi le accadrà. A lei.
Poiché a lei, ora, della vita di lui non interessa granchè, cerca di immaginarlo lieto nel suo fare ed è certa che lui saprà farlo, fingere, del resto la finzione è la sua specialità.
Si erano incontrati e lei gli era andata incontro donandogli subito la mano e si presentò:
<<Andrea? Sei Andrea? Ciao, io sono Elisabeth, sì, quella della posta elettronica, non mi riconosci?>> e si perdeva così in uno dei suoi splendidi sorrisi dei quali era lievemente consapevole, consapevole, ma senza abusarne, in fondo anche a lei bastava godere di quanto espandeva attorno a sé senza volteggiare nella vanità.
Si unirono quasi subito agli altri, ma lui la seguiva, manteneva sempre un passo dietro a lei, già quel particolare l’avrebbe dovuta far riflettere, ma si sa l’attrazione segue delle leggi sue e relega l’istinto in un cantuccio, chiudendolo dentro e tarpandosi l’udito.
Lui le camminava dietro e lei sentiva già le sue mani sul suo corpo e si eccitava, ma non voleva che questa eccitazione fosse evidente, quindi si concentrava per chiuderla dentro di sé e dava piu’ spazio all’intelletto e dialogava con gli altri, cominciava a discutere dell’ argomento per il quale erano lì.
Scacciava gli occhi di lui dal suo corpo e si ribellava a quell’attrazione che già la vedeva avvinta, avviluppata, schiava del cuore di lui e, per distrarsi dava fuoco alla mente e faceva domande agli altri, a quelli piu’ esperti, ma quegli occhi continuavano a scavare nel suo corpo e lei sentiva un fremito, la sua pelle era divenuta di seta e le vibrazioni la scuotevano, ma insomma cosa voleva quell’uomo?
Già sentiva di amarlo, cazzo si puo’ pronunciare una parola così grande dopo solo un’ora che conosci una persona? Forse no, forse sì, dipende da quello che l’altro poi ci permette di scoprire, quando comincia il gioco del fascino. Lo disse sin dall’inizio che era un gioco, ma lui la contraddiceva vestendo panni non suoi e le diceva, offrendole materiale per una nuova illusione d’amore:
<<A me non piace parlare di gioco quando ci sono dei sentimenti in ballo>>
Lei avrebbe potuto rispondergli:
<<Appunto “in ballo” e il ballo cos’è se non un gioco dei corpi?>>, ma non lo disse.
Accettò quel gioco e vestì i panni di colei che voleva credergli e si tuffò in quel cuore.
Ancora adesso ripensando a lui sente nel cuore quel palpito, quell’eccitazione e vorrebbe prenderlo, farlo suo, impossessarsi del suo corpo per poi arrivare al cuore, ma al cuore non arriverà mai. Lui manterrà sempre le distanze offrendole solo il corpo.
Ma torniamo indietro, torniamo a quella sera di inizio inverno, quella sera umida nello stradone di periferia.
Lei discuteva animatamente come da sua tempra e il fragore che spandeva attorno a sé irrigidiva i corpi della donna che nel gruppo amava impersonificare la leadership.
Quella donna già bruciava d’invidia, ma Elisabeth non lo capiva, lei si concentrava sull’obiettivo di quella riunione, così per non sentire piu’ gli occhi di quell’uomo sul suo corpo si alzò dallo sgabello con un movimento improvviso e inarcò il corpo in avanti poggiando la gamba sull’asse di ferro del sedile cosìcchè, in questa nuova posizione, voltandogli il fianco, acquisiva una maggiore forza, si schiacciò sulla testa il berretto e continuò ad ascoltare attenta la conversazione.
Ma questa nuova mossa improvvisa non ottenne l’effetto desiderato, anzi lui sobbalzò e scosse la testa piu’ volte in un cenno interrogativo o di dissenso, forse di stupore.
Sentiva la forza dello sguardo di quell’uomo sulle sue cosce bianche ben tornite e sognava di farsi baciare, di baciarlo in un impeto di desiderio, di brama.
Terminò la riunione e lei, incerta sul da farsi, tentennò, ma poi decise di andare via.
Non voleva e non poteva aspettarlo, perché avrebbe dovuto lanciarsi in quella nuova storia?
In fondo le sarebbe bastato terminare la lotta in quell’incontro amoroso iniziale.
Non voleva proprio stare lì a cominciare qualcosa, lei detestava gli inizi e tutto ciò che poteva darle l’illusione di un cambiamento, non ci credeva e non voleva sciupare il suo tempo ed il suo cuore. Bastava a se stessa e bastavano a se stessa le occasioni che creava, perché correre il rischio di sciupare tutto?
Così salutò Mario, quello che in fondo le era piu’ simpatico e che le ricordava la sua antica adolescenza e cominciò a scendere le scale.
Al di fuori dell’edificio si soffermò a chiacchierare con la tenuta da leader, giusto per non sembrare scortese e stava per approssimarsi all’ auto quando lo rivide accanto a sé.
Già lui le era accanto, la aveva seguita pur mascherando l’ansietà del desiderio e le era accanto impacciato.
Si sarebbe voluto lanciare in quella nuova avventura, abbandonandosi nelle braccia di quella donna che tanto lo attraeva, ma qualcosa lo fermava e lo fermò sempre, poi.
Così lei dovette prendere l’iniziativa ed abbracciarlo calorosamente come forma di saluto, le aveva ispirato tenerezza quel suo tentennare, come un bimbo spaurito e così non aveva avuto paura di quella dimostrazione di calore.
Non immaginava che lui avrebbe pronunciato altre parole e invece fu lui a dirle:
<<Va bene, tanto io e te ci scriviamo sempre per mail>>.
Si salutarono, si voltarono le spalle, ma lei tentennò e si fermò nuovamente. Lo volle guardare allontanarsi.
Lui così goffo, così buffo che si trincerava dietro quell’aria da intellettuale in trincea, lui con le spalle arcuate in avanti.
Lui che sembrava così vecchio.
Lasciò così l’immagine di lui in quella posa, con quel sapore dentro il cuore e con negli occhi delle lacrime inespresse.
Non sapeva cosa volessero dirle le lacrime, ma sentiva che il cuore di lui sanguinava per qualcosa e se ne fece intenerire. Si fece irretire e scelse di giocare a quel gioco.
Si voltò, stavolta definitivamente, verso quello stradone largo, infinito buio, di periferia, quello stradone che sarebbe stata una ottima metafora di quella storia appena iniziata, ma lei non lo sapeva, non poteva ancora saperlo.
Strinse gli occhi, si guardò nello specchietto retrovisore, si perse in quelle luci fioche, si intrufolò con lo sguardo in quell’ampio magazzino cinese il cui grande portone di ferro era stato da poco spalancato da un piccolo omino e cambiò pensiero e si perse, come al solito, nella sua bella, ricca vita.
domenica 2 novembre 2008
-Persona-
PERSONA di Ingmar Bergman.
RISCRITTURA (appunti)
Il corpo disteso e la schiena arcuata, la sua schiena arcuata e i due seni con le estremità irte per l'eccitazione. Attendevano in un fremito. Un fremito che le faceva irrigidire. Attendevano quelle dita sottili, eleganti. Attendevano che potessero finalmente sfiorarle.
E godeva. Il piacere era quasi pieno e lo attendeva. In modo inconsueto, decodificato, godeva.
Si discostava dalla realtà e quanto piu' la rifiutava con la menzogna, tanto piu' la realtà le andava contro e l'immagine sua si cristallizzava in quella bellezza perfetta, ideale.
Rincorreva il sogno di un corpo perfetto, di un'infanzia eterna che si donasse a tutti per puro narcisismo e nel donarsi si soddisfaceva, ma era nulla e si dissolveva.
Nulla. Nulla se non quel piacere regalato dall'unica che la aveva amata realmente, ma era nulla.
Lei era nulla e si dissolveva nell'aria come ombra, come un soffio divino, perfetto, da adorare.
Come quel suo falso corpo perfetto, divino, falsamente adorabile.
E il figlio la cercava ancora, ma poi svelò l'inganno e se ne liberò. Si liberò di lei.
Si liberò di lei e di quel quarto comandamento e creò una nuova vita.
La sua. E godeva e ne ere felice e si dissolveva nella gioia pura e non attendeva piu' niente.
Godeva baciato dal tempo, dalla vita ed era felice. Pieno. In un attimo d'eternità. Pieno, felice.
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