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mercoledì 16 aprile 2014

-Commiato-

In quel preciso momento fatato mutò la mia vita. Non la sua direzione, che mai una mi sembrò piu’ naturale di quella. Fatato fa assonanza con fatale. Eri lì, sul ciglio di quella strada perso nel tuo mondo, ebbro di estasi e di piacere. In su quel ciglio sembravi aspettare me, sembravi…che forse e poi…
Che forse e poi io non posso essere quella che non sono.  E negare non penso sia mai servito ad essere umano per la vitalità, per la sopravvivenza sì, ma io non sono una di quelle persone che si accontentano di quel che casualmente la vita propone. La vita deve essere la mia vita. Non altro.

Eri così leggermente piegato in posizione eretta, stabile sul bacino, come ad aspettare di intercettare un giusto segnale dal cielo. Gli occhi socchiusi su un infinito che era solo tuo. Aspettavo che li aprissi per scorgere di dentro se potevo trovare un posticino per me. Avevo già deciso. Terrorizzata da quella malia nella quale già stavo affondando. Attesi che ti inebriassi fino in fondo del tuo momento, di quella folata di vento che ti aveva rapito al mondo. Attesi e ci parlammo. Lì fu la svolta, mi chiesi se non avessi paura e cosa mai dovessi fare per questa paura.  Ma cosa mai avrebbe potuto fare una come me? Una struttura emotiva e mentale come la mia? Cosa, se non tuffarmi in quell’abbandono?

Lo sapevo e quello che piu’ spaventa è che non potetti fare a meno di essere quello che ero.
Forse nella mia vita solo con te sono stata quello che veramente sono. Solo con te compiutamente felice, e non si puo’ tornare indietro, ed io sapevo tutto.

Da quel momento nel quale la pronuncia del tuo nome visse e  si formalizzò in quel “Finale”. Mi sembrò un sinistro presagio  e mi dissi che forse sarei dovuta fuggire, che quel finale alludeva a strani presentimenti e così fu ed è così  ancora oggi.
Se un mese dopo circa tu non mi avessi lasciata  trasportare in quel modo così brutale da mio padre, se tu mi avessi tenuta con te, oggi non sarei qui, ed in quel modo io avrei voluto che andasse. Ti pregai , ma tu preferisti consegnarmi alla vita. Il perchè non lo so e forse anche tu non potevi essere altro che quel che eri. Così il cerchio cominciò a stringersi su di noi e così il conto alla rovescia. Di quelli che non ti danno tregua e che sembrano stringerti la testa in una morsa di acciaio tanto da far desiderare la morte.
Così non fu per me e continuai a vivere e continuo a sopravvivere ancora ora.
In su quel ciglio di strada ti sorpresi, ti rivolsi la parola e in quell’ appuntamento serale si risolse il nostro destino.
Arrivasti tardi al Modernissimo, io ti aspettai con un’amica, forse Elena, non so. Quando ti vidi arrivare trafelato capii che non saremmo entrati nel cinema, mi dicesti che non potevi, che dovevi provvedere, mi parasti dinanzi la tua fisicitià, quel corpo che già desideravo in un modo spropositato e che a pensarci ora eccitazione mi pervade.  Lì dinanzi a me ti fermasti e  dritto negli occhi ci guardammo. Entrasti in me in modo definitivo. Parlammo della roba, della rota e cominciammo a dirigerci a passo veloce dallo spacciatore in via Rossaroll. Ricordo tutto di quella strada. Te dinanzi a me che,  a passo svelto,  mi precedevi e la tua mano che si allungò verso il mio corpo e mi prese la mia nella sua. La tua mano forte e calda. Mi dissi che mai avrei potuto farne piu’ a meno. Sono folle ancora ora, so’ che non posso continuare così a parlare di te perché il dolore è troppo forte, ma cosa fare? Rimuovere? Vorrei solo morire, non mi sembra d’altra parte di avere altre possibilità, ma poi penso ad Ale,  mio figlio, e so che devo continuare ancora un po’, almeno fino a quando lui non sarà grande ed autonomo,  poi potrò sparire.
Così prendesti la mia mano nella tua e non mi lasciasti piu’,  arrivammo dallo spacciatore costeggiando il vicolo della tua casa. Vicolo che si impresse nella mia mente come un chiodo. Facesti un tentativo suonando un citofono, ti andò male,  allora proseguimmo su per una salita. Mi lasciasti un attimo, con un po’ di preoccupazione  e tornasti dopo pochissimo.
Non ricordo dove consumammo, forse a casa tua. Se mi fermo a pensarci tutti i momenti si presentano chiari  alla mia memoria come se fossero stati vissuti ieri. Era settembre del 1996. Tu preparasti con una carta telefonica una striscia  e con un soldo arrotolato sentii il sapore scendere nella mia gola, quell’amaro dolce che non dimenticherò piu’.
Non ricordo di quanto fu precedente  la prima volta che senti te dentro di me, ricordo che in macchina in via Foria una sera mi chinai su di te e ti slacciai i  pantaloni e sentii il tuo piacere e il tuo profumo nella mia bocca. Eri vestito di nero con un lupetto e un jeans.  Quella sera, invece, quella in cui consumammo la roba ricordo che tutto si ampliò a me dinanzi, ma soprattutto ricordo una cosa. Sopra tutto il senso di dolcezza che si impossessò del mio cuore, lo sentii sciogliersi e capii che ero pronta per lasciarmi andare finalmente all’amore.
Quando miei passati uomini  seppero e videro del nostro amore mi dissero : hai trovato finalmente chi ti farà fermare, erano dispiaciuti che proprio con te io avessi fato questa scoperta, ma loro che mi conoscevano sapevano che era la verità, lo vedevano.
Quante notti, quante sere nella tua casa, felici. Non ricordo il giorno del primo buco e non ricordo neanche la sensazione, anzi se mi ci soffermo la ricordo, La roba non salì piano piano al cervello,  ma tutta di un botto e il calore mi pervase improvvisamente: fu qualcosa di grandioso e di inenarrabile.
Le nostre notti d’amore sul tuo divano-letto  hanno un che di magico, io ero una pallina che si raggomitolava nelle tue braccia e che si trasformava, poi,  in tigre per donarti il piacere che desideravi. Ci legavamo ogni tanto ed io facevo in modo che il tuo desiderio salisse fino alle stelle per poi farlo scendere  tutto di un colpo e pregustavo nella mia mente il momento nel quale sarebbe toccato a me. La prima  notte di capodanno passata insieme non la dimenticherò piu’. Facemmo l’amore dalle 22 e allo scoccare della mezzanotte il nostro orgasmo arrivò simultaneamente. Solo a pensarci mi salgono i brividi da dietro la schiena.

E ti desidero e tu non ci sei ed io no so come mai potrò continuare così, senza di te. 

lunedì 23 novembre 1998

-Senza titolo-

Da sempre, sin dai tempi che la mia mente riesce a percorrere, come quelle antiche pellicole di film che tornano all'origine della trama percorrendo visibilmente all'incontrario tutta la storia, così ritorno ai tempi dell'infanzia. Tristi e felici tempo di solitudine. Anche all'ora ero buia, anche ora non voglio appartenere a questo mondo. La mia mente, la mia fantasia, alimentandosi con magiche fiabe, rappresentava il mio guscio, la mia protezione da quel mondo che tanto cattivo ai miei occhi appariva e il rifiuto mi assaliva.
L'esigenza di un cantuccio solo mio, sacro, intoccabile, che nessuno, per rispetto avrebbe dovuto toccare, e quel cantuccio non c'era e quel che c'era dovevo da sola difenderlo e non mi riusciva e così fallivo. Mi rivedo così e quel che piu' occupa lo spazio della mia immagine sono due grandi occhi scuri, profondi, dietro i quali, piccolo piccolo emergeva un vivo scintillio, una vana ricerca di un qualcosa che ancora oggi non so cosa è, ma so che è qualcosa di introvabile, un tesoro nascosto, inaccessibile a questo uomo vivente questa terra che piu' terra non è, mondo sì, mondo di cemento armato che nessun tenero fiorellino puo' perforare per ricercare la vivificatrice luce del sole.
Un suicidio progettato, il mio, forse il migliore nel suo genere. E con questa illusione continuo.
Il pavimento ieri, quel freddo pavimento mi tremava sotto i piedi, terrorizzandomi l'idea di poter perdere chi, ancora una volta ricalcando gli antichi meccanismi, ma con maggiore finale intensità oggi, ha rubato la mia esistenza.
Destino, triste destino il mio, ma forse mi converrebbe cominciare a crederci.
Quante lotte perse per volermi contrapporre a lui, per cercare di sconfiggerlo. Quanta passata sofferenza, quante parole di morte da me scritte, quanto dolore. Dolore, dolore e chi potrà pagarne il conto? Penso solo la mia morte. La decisione predeterminata di essa.
Quanti anni potrò ancora vivere senza Lucio, con lui e le sue precarie condizioni della sua salute? E quando lui verrebbe a mancare? Come continuare da sola? Il sole potrà ancora sorgere per me come potrebbe sorgere oggi? O decidere la mia morte con lui? La morte decisa prima che essa arrivi da sola a sconfiggere uno solo di noi due? Anche in questo la crudeltà.
O Signore perdonami sin da ora per il gesto che un giorno compirò, non trafiggere la tua spada nel mio già sofferto cuore. Perdonami per quel giorno.
E la  morte ritorna ancora, ancora una volta nelle mie prospettive di vita, ed è ancora una volta morte insieme ad un altro, come con Maurizio, insieme ad  un'altra persona la cui sofferenza giunge ai limiti della vita, della mente, del controllabile.

sabato 21 novembre 1998

Senza titolo

Tristezza nel rileggere delle parole scritte da Lucio sul vecchio diario dell'anno in cui eravamo insieme
Ricorda Valeria:
certa gente, non 
trova un nome con
cui chiamarsi, e
capita che essa segua
la prima cosa che
trova e questa si chiama
"cattiva fortuna"
Lou Reed 
for
Lucio
Ho sempre avuto un acro rispetto per l'ordine con il quale sono state scritte le parole, siano mie o di altre persone. La loro appartenenza al passato, è questa la condizione che mi fa amare il loro modo di porsi nella realtà.

Questo inizio del diario è, forse, la mia fine. Ciò che infine ho raccolto di me e che desidero trasmettere a chi rimarrà a combattere in questa realtà, in questo crudele mondo.
Devo crederci? Devo credere alle mie futili (perchè a loro non segue ancora un agire) affermazioni? Non so, è quel che ora mi resta di me i di quel "me " passato o che "dovrebbe" appartenere ad un vicinissimo passato. Quel me che io ho tanta paura e tanta poca voglia di abbandonare.
Penso al mio futuro e mi vedo nel fare una scelta, di fronte alla quale vigliaccamente vorrei chiudere gli occhi della ragione, dell'analisi.
Gialle pagine che scelsi per i miei intimi colloqui, una ansiosa sera di novembre, in una riluccicante libreria che tanto mi riportava al mio io passato, lontano e non contaminato dall'eroina.
Un vicino stridio di corvi mi riporta alla realtà di quest'istante.
L'imperativo "qui ed ora" risuona categorico. Il godimento che traggo da questa realtà, dal contatto lucido che la mia anima riesce ad avere con essa qui ed ora. Mi ritempra, ma è un istante. L'istante magico dell'arte che, come per incanto, riesce ad elevarmi alle altezze di Dio, concedendomi nuovamente di assaporare quella serena, paradisiaca atmosfera... e tutto ciò sulle meravigliose, celestiali, note di un Beethoven, di un Brhams.
Questo singolo, isolato istante, fratello di un altro concedutomi tempo fa, no, non sarà lui a modificare il mio destino.
Continuando nella mortale determinazione.

martedì 4 agosto 1998

-Senza Titolo-

Riprendere il filo con me stessa e mai  perderlo, disattenzione, altri che ti coinvolgono nelle loro/mie situazioni.
Ma la mia situazione? Certo, se non comincio a pensarci da me, il mondo attorno non avrà alcun valore.
Caldo, freddo, stress o tranquillità, pace o guerra, come una fitta nebbia dissolveranno le loro immagini e il nulla mi si presenterà dinanzi agli occhi, al cuore, quel gelo che tanto somiglia alla misteriosa morte.
Morte che sempre ci accompagna dal mattino alla sera, come un vecchio vizio, un vizio assurdo.
L'assurdità della morte che continuamente emulo con quel rito fatto di ago, sangue, acqua e fuoco e, paradossalmente, emulandola, cerco di abituarmici.
Illudendomi di conoscerla per esorcizzare la paura.
Manca dio, è nascosto e io non lo vedo, pur cercandolo. Sbaglio strada, certamente, e, mancando lui, manca il senso, un senso a cui affibbiare l'intera esistenza.

domenica 3 maggio 1998

Senza titolo

Mi stupisco del cambiamento riportato il 30 aprile, si potrebbe dedurre che io non voglia uscire dal problema droga, ma così non è, chè poco ci penso a quella evasione, quel che mi intimorisce è il ricominciare una vita. Vita tanto semplice e naturale, potrebbe sembrare, e tanto difficile per una come me., per una che tante ne ha viste e tanto ha sofferto, tanto ha tentato per gli altri, per salvare qualcuno e tutto a spese mie.
Una che tanto ha creduto in questa redenzione, redenzione dall'angoscia alla serenità, dalla morte e dalla sofferenza alla vita. Puo' apparire il mio cammino, il mio arrivo in comunità, come un arrivo al fallimento, un fermarmi a ripensare? Ripensare forse sì, ma attribuire un senso negativo a tutto ciò che ho fatto non mi è possibile, significherebbe un ricostruirsi ex novo, ma su quali basi? Avere una vita fuori, sì, ma che vita? Non voglio una vita vuota fatta di luoghi comuni, una vita che non mi soddisfa a livello interiore. Amicizie, uscite, conoscenze, wkisky, risate, vuoto e frustrazioni. Complessi per il mio fisico che pure non riesce a cambiare.
Pensare ad una vita normale, ad un matrimonio, ai figli. Sì, ma è storia passata, tutta questa voglia, questa spinta ora non c'è piu'. La fiducia che prima nutrivo nel rapporto a due è svanita per lasciare sempre piu' il posto a questa amara e sola solitudine. Vedo persone fuori di qui vivere, se non felici, almeno serene. Soddisfatti nei loro rapporti amorevoli con altri. E per me fuori di qui c'è chi mi aspetta a cuore aperto? Tanti, ma per me nessuno. E questi mi fa paura, il ricominciare ancora una volta tutto da zero e il non avere appoggi.

giovedì 30 aprile 1998

-Senza titolo-

Quante parole non dette, nascoste nel fondo della mia anima.
Il dolore sepolto ora fuoriesce e rischia di straziarmi il cuore. 
Tempo di amare ancora Lucio. Perchè? Ed ora? Devo rassegnarmi, aspettare. Ieri pomeriggio, prima di vederlo, pensavo che avrei preferito vederlo morto piuttosto che saperlo così. Vederlo morto, una pura formalità perchè pensavo che lui è come se fosse morto per me.
Puo' essere tutto questo (senza essere fatalisti) una preparazione spirituale alla sua morte? E' la prima volta che penso così e forse questo pensiero potrà aiutarmi. Ne sono contenta. Vorrei avere un figlio da lui.
Quando eravamo sempre insieme pensavo (quando ci riuscivo) con terrore alla sua morte. Non riuscivo ad accettare l'ineluttabilità dell'evento. Ora ci siamo distaccati e sto imparando a convivere con la sua assenza.
Fino ad ora è stata una assenza sia fisica che spirituale. Forse ciò potrebbe cambiare, se ne avrà la forza.

sabato 25 ottobre 1997

-Senza Titolo-

L'amore mio mi manca da morire. Penso che rimarrà per tutta la mia vita il mio amore.
Non so se avrò mai il coraggio e la voglia di cominciare un'altra storia. Il suo ricordo è pressante e onnipresente. L'odore della sua pelle, la sua bocca carnosa, i suoi occhi, le sue mani, i suoi polsi...tutto ciò è impresso indelebilmente dentro di me. Penso di non avere mai amato prima di lui. Mi ha conquistata dal primo momento e non ho mai avuto dubbi. Ho compreso subito che era lui il mio dolce uomo, la mia anima gemella, colui con il quale avrei voluto condividere tutto, eppure ciò è successo anche se il tempo è stato breve se paragonato ad un'intera vita, mi è bastato per fare in modo che  lui entrasse definitivamente entro di me. Il tempo in amore non esiste. La morte è sempre presente e ricorda, impassibilmente, il distacco. Così si vive nella consapevolezza del futuro dolore e si pensa di non poterlo sostenere. E invece si impara anche questo, che anche la morte passa ed è umanamente accettabile. Chi ama vive nella speranza di una nuova e perenne vita. Lucio ti amo e ti adoro, ti aspetterò sempre.

venerdì 24 ottobre 1997

-Senza Titolo-

Riguardato le foto di Lucio, le foto della sua infanzia, della sua adolescenza, della sua giovinezza. Il cuore mi si stringe in una morsa, era così bello, dolce, puro, desiderabile, era proprio come mi aspettavo dovesse essere il mio uomo. Virile, ma non troppo, dolce, ma non mieloso. Era quel che avevo sempre sognato.
Il mio amore mi fa credere alla nostra perenne unione. Se sarà eterno mi auguro di rincontrarlo un giorno, in mezzo al mare, forse rischiarati dalla luce dell'alba. Soli, finalmente.
Pensare che tutto finisce qui, per chi ama, è inconcepibile, se pensassi ciò diverrei cinica e fredda e questo mal si concilia con la mia natura umana. Lucio, ti amo. Ricorderò sempre gli istanti vissuti insieme, le lunghe giornate invernali, la tua casa fredda, il tuo calore, la sicurezza che riuscivi a trasmettermi, i nostri litigi che poi dimenticavamo subito! Oh Lucio, quanto immensamente e infinitamente ti ho amato.