Il passo di questa tesi, magnificamente scritta da Viviana Ceppa, mi richiama alla mente quello che avviene quando si parla dell'Amore. Si ritiene che concettualizzandolo si possa, in qualche modo, possederlo meglio. Possedere meglio questa entità che diviene astratta quando la si pensa. Diversamente da quanto avviene quando la si vive. Quando vi si è immersi, infatti, sembra che non esista una esperienza piu' pregna del senso del fare, dell'esperire, sembra che continuamente si sia richiamati da essa alla prova dell'esistenza e che al momento del fare non si sappia quale risultato attendere.
Così guardare negli occhi di colui che si ama, o toccare la sua pelle, sfiorare le sue labbra, parlare di quello che si intende fare l'attimo dopo, richiamare alla sua mente ricordi dolorosi o figure simboliche, mettergli in discussione il modo di mangiare, la sua magrezza, lasciargli intuire di voler fare l'amore, tutto ciò accenna al continuo rischio di poter perdere o rafforzare il comune Amore. Non conosco esperienza piu' vitale e rischiosa dell'Amore.I tempi del 2.0, ulteriore e diversa formulazione nonchè formazione di una società fondata sul dominio di uomini su altri uomini e degli uomini sulla natura, epurano dall'Amore la sua trascendenza e, con ciò, lo portano incessantemente a morte.
"Al fine di rendere più rapida la comunicazione, le parole vengono depurate da ciò che le trascende, ma, in tal modo, si raggiunge lo scopo inverso a quello che ci si era proposti: le parole, infatti, lungi dal riuscire a manifestare in modo più limpido la cosa significata, si rivelano opache, la loro purezza sporca la cosa, la nasconde, la oscura impedendole di venire alla luce. «Ciò che, in una successione stabilita di lettere, trascende, e cioè non si lascia risolvere» è proprio la cosa, la quale trascende la datità della parola e non si lascia definire da un sistema meramente segnico. A causa di questo suo non lasciarsi risolvere, la cosa viene vista come un «qualcosa di oscuro», «come un relitto di metafisica verbale» e viene dunque rimossa, ritenuta un di più inessenziale alla comunicazione. Quello che Adorno ci sta dicendo in questo passo è che la ricerca di un significato immediato, puro e diretto, tradisce la propria intenzione e si capovolge nell’opposto, ovvero, conduce all’insignificanza.
Per designare la cosa, per dirla, la parola si attacca alla cosa, ma così facendo la soffoca, ne blocca il respiro vitale, e finisce per imbalsamarla fissandola in una formula vuota; invece che dare voce alla cosa, la parola la riduce al mutismo, al silenzio.
Invece di rendere l’oggetto accessibile all’esperienza, la parola depurata da ogni residuo estraneo lo presenta come il caso particolare di un momento astratto, e tutto il resto, che viene escluso e reciso dall’espressione (che, in realtà, non esiste più) da un obbligo spietato di univocità e di chiarezza, deperisce, in tal modo, anche nella realtà. […] La parola razionalizzata è divenuta una camicia di forza, un’armatura soffocante (Adorno, Dialettica dell'Illuminismo)." Da Il bisogno di dire, Viviana Ceppa.