mercoledì 26 novembre 2014

-L'ascolto-



L’amante dice all’amata che lei gli manca sempre di piu’ e che entra sempre di piu’ nel suo cuore.

Il ‘Sempre di piu’ ‘ mi stride; l’infinito, l’assoluto, l’eternità preparano le loro danze nel teatrino dinanzi alla vista; luminose, profonde, calde, sicure accolgono l’anima tormentata e sofferente.

Il tempo mutevole di questo stare, qui, entro questo qui, stride. La stanchezza degli sguardi, la noia dei cuori, l’infedeltà delle inquiete menti preparano la coppa di fiele.

Si dice così: Sempre di piu’; si dice così: Mio amore; si dice così: Ti voglio.

E i passaggi in questo infinito andare verso un dove che non sappiamo, proseguono la loro corsa inquieta di domande incessanti e continue.

Un legame profondo dovrebbe unire due anime. Due: il numero perfetto al quale sempre si ricorre per sciogliere l’abisso della solitudine, della paura, dell' incertezza. Un legame profondo dovrebbe unire due cuori, due menti, due corpi, due fluidi mutevoli in corsa nel tempo verso l’eternità.

Eppure la domanda di inadeguatezza (mi) sorge spontanea, anche essa incessante ripercuote il suo suono nel cervello. La paura di un attimo sospeso nel vuoto, nel quale il respiro viene a mancare e non c’è niente che si possa piu’ dare, dire.

L’inadeguatezza di chi si chiede se mai potrà modellarsi nell’ampolla di un senso di calore, di pace, di tenerezza infinita: ferma, centrata, immobile, stabile.

Con un occhio proteso verso l’infinito ed un cuore protetto in un caldo amore.

Ci si chiede e si protende l’orecchio in ascolto. In ascolto…

mercoledì 12 novembre 2014

-Malgrado gli amorevoli occhi-

Per i bambini gli oggetti non sono solo cose, prodotti che consumano il loro essere nel ciclo intrinseco di produci-consuma-getta, bensì cose dotate di un’anima. Ognuna di esse un sogno gettato sul proprio divenire un qualcuno, un qualcuno che non si sa ancora chi sarà. Un dramma vissuto da mane a sera senza che la speranza di poterlo risolvere accompagni il suo sciogliersi, unico lenitivo alla disperazione, l’abbandono al tempo che a loro tutto permette di dimenticare.
Forse era così, per te, quella bicicletta di cui tanto mi parlavi, quel giorno della befana arrivò improvviso a inondarti di stupore e meraviglia, ti rivedo nella luce soffusa del giorno, in quei lontani anni '60, in una foto sbiadita che il tempo non manca di riconsegnare ogni giorno alla mia memoria. Era, per te, quella bicicletta un sogno che occupava le tue notti di bimbo sveglio, testardo, capriccioso e sognante. Ogni capriccio, un riccio che la tua mamma ti permetteva, morbidamente spazzolandolo.
Forse immaginavi di poter essere un corridore, che nei giornali della tua esistenza il tuo nome spiccasse per grandezza, per doti non comuni o forse sognavi di poter correre libero per i vicoli del tuo quartiere, sospinto dalla tua forza e sferzato dalle folate invisibili del vento.
Ti vedevi, solo e libero, correre nella grandezza dei tuoi sogni immensi in quell’amore di donna che sempre ti accompagnava e proteggeva…
Poi quella bicicletta ti fu sottratta! I soldi mancavano ed era un lusso che non si poteva permettere, ma la tua mente di bimbo pensò: “Un inganno!”! Un dispetto compiuto appositamente perché tu ne sentissi il peso, eri stato colpevole di qualcosa, avevi mancato e non lo sapevi? Una violenza improvvisa si impossessò di te, come un demone che si svegli di colpo , bruscamente, e decida di voler dimorare entro te.
Quella sensazione non ti ha, poi, mai piu’ abbandonato. Ti coglieva improvviso e ti sentivi posseduto da lui, a niente poteva valere il mio sguardo, i miei occhi, la mia bocca supplichevole, dovevi agire ed io lo sapevo. Ti lasciavo fare, libero di compiere il tuo destino tragico perché neanche al mio amore era dato di poterti risolvere a mio piacimento.
Pensasti, anche quel lontano giorno, che i tuoi appositamente non volessero farti inebriare la gola di quel succo frizzante e scuro che tanto desideravi, quella coca cola che ti rubasti e che ti portò diritto all’ospedale, anche allora pensasti che fosse stato un dispetto, che l’avevano nascosta per non fartela assaporare e, quasi come destino precoce, attaccato addosso, marchio infame e scomodo del quale non ti saresti piu’ liberato, il demone nella tua mente ti fece agire d'impulso, lui che non ti voleva vedere correre nel mondo fiero, libero, audace e forte. Quella bottiglia di coca cola era, in realtà, solo un contenitore scelto a caso per riporvi della candeggina e tu eri solo in casa, avevi aspettato che tutti uscissero per potertene appropriare, non riuscivi proprio ad immaginare il motivo per il quale volessero privartene ed allora agisti con tutto l’impeto che ti contraddistingueva.
Una coca cola, una bicicletta. Storia semplice, due indizi per un unico destino, forte, segnato.
Così io e i passi sempre uguali del mio cammino, sempre gli stessi, identici, una strada che percorro ogni giorno abbandonata in un unico grande sogno da scoprire volta per volta, una strada identica che percorro ad un metro da terra con gli occhi rivolti sempre un po’ piu’ su, nel sogno persi.
Pensando di poter essere qualcuno, qualcosa, perdiamo sempre il sogno che ci chiama, ci sospinge in alto, in una direzione sconosciuta, non permessa, inafferrabile, ed ogni giorno una nuova luce ad accoglierci, un nuovo destino da risolvere, da rispolverare.
Nella mia storia un segno diverso , un’incisione fortuita di maggiore tempo a disposizione, un noi da sognare e da realizzare senza che il noi della nostra carne possa abitare ancora i nostri spazi e cingere i nostri fianchi.
Un nuovo compleanno, un giorno qualunque in un 2014 che segna i dieci anni della tua dipartita.
Un biglietto sempre identico che recita la nenia di sempre, la nostra, la tua:
"Che tu possa essere sempre felice e serena, ti adoro, tuo Lucio".
Ed un passante all’angolo che mi taglia la strada, un venditore seduto sul gradino nel suo giorno immenso di attesa e sogno, un lavatore di vetri con il suo secchio colmo di acqua pulita e cristallina, che corre deciso nel suo destino sempre identico di strada, di occhi da cogliere al volo, di spinte e mani respingenti, di finestrini chiusi. E lui ricomincia momento dopo momento imperterrito la sua disperazione di sogno, miseria e vita.