sabato 8 novembre 2008

-Elisabeth- I




-I-

Era una persona terribilmente-,
sì ho detto proprio così, una persona terribilmente-.
Certo senza mangiare non si puo’ vivere a meno di non essersi ammaestrati con lontane arti orientali, così scriveva a lui e mangiava un frutto, mmhhh un frutto dolce e arancione e il sapore denso e mieloso se lo rimpastava sulle papille gustative, godendo.
Era una persona terribilmente-
quel lui, certo avrebbe potuto essere una lei, ma in questo caso era un lui dotato di organi genitali maschili e già la nausea le prendeva.
Una strana nausea che non riusciva a motivare, nonostante conoscesse le reazioni fisico chimiche del suo corpo non riusciva a comprenderne l’origine.
Forse l’aria densa di nero degli idrocarburi delle auto. Che nausea che la assaliva, nella città quasi non si riusciva piu’ (neanche) a respirare, a giorni.
Era una persona terribilmente-
lui. Attraente nella sua bruttezza, in quel viso scostante e antipatico che a prima vista sembrava volerla allontanare.
Si erano visti per la prima volta in un luogo di periferia industriale nel nord est della loro città.
Zona dismessa nel suo squallore di abbandono.
Soli in quello stradone grigio e fangoso di periferia incrociavano i loro sguardi, lui diffidente, come al suo solito, lei solare, con il cuore al massimo della sua apertura.
Lei, puerile, lo accoglieva già, non potendo immaginare neanche lontanamente quanto lui le avrebbe riservato.
D’altronde lei era divenuta un’esperta in questa vita e pensava di averle viste già di tutti i colori e non pensava di doversi riparare da eventuali tempeste.
Tempeste al suo orizzonte non si prospettavano, ma al cuore di quell’uomo pessimo, ingrigito, abbrutito, sì.
Lui la prospettava, anzi la creava la tempesta, lui, artefice di quello che poi le accadrà. A lei.
Poiché a lei, ora, della vita di lui non interessa granchè, cerca di immaginarlo lieto nel suo fare ed è certa che lui saprà farlo, fingere, del resto la finzione è la sua specialità.
Si erano incontrati e lei gli era andata incontro donandogli subito la  mano e si presentò:
<<Andrea? Sei Andrea? Ciao, io sono Elisabeth, sì, quella della posta elettronica, non mi riconosci?>> e si perdeva così in uno dei suoi splendidi sorrisi dei quali era lievemente consapevole, consapevole, ma senza abusarne, in fondo anche a lei bastava godere di quanto espandeva attorno a sé senza volteggiare nella vanità.
Si unirono quasi subito agli altri, ma lui la seguiva, manteneva sempre un passo dietro a lei, già quel particolare l’avrebbe dovuta far riflettere, ma si sa l’attrazione segue delle leggi sue e relega l’istinto in un cantuccio, chiudendolo dentro e tarpandosi l’udito.
Lui le camminava dietro e lei sentiva già le sue mani sul suo corpo e si eccitava, ma non voleva che questa eccitazione fosse evidente, quindi si concentrava per chiuderla dentro di sé e dava piu’ spazio all’intelletto e dialogava con gli altri, cominciava a discutere dell’ argomento per il quale erano lì.
Scacciava gli occhi di lui dal suo corpo e si ribellava a quell’attrazione che già la vedeva avvinta, avviluppata, schiava del cuore di lui e, per distrarsi dava fuoco alla  mente e faceva domande agli altri, a quelli piu’ esperti, ma quegli occhi continuavano a scavare nel suo corpo e lei sentiva un fremito, la sua pelle era divenuta di seta e le vibrazioni la scuotevano, ma insomma cosa voleva quell’uomo?
Già sentiva di amarlo, cazzo si puo’ pronunciare una parola così grande dopo solo un’ora che conosci una persona? Forse no, forse sì, dipende da quello che l’altro poi ci permette di scoprire, quando comincia il gioco del fascino. Lo disse sin dall’inizio che era un gioco, ma lui la contraddiceva vestendo panni non suoi e le diceva, offrendole materiale per una nuova illusione d’amore:
<<A me non piace parlare di gioco quando ci sono dei sentimenti in ballo>>
Lei avrebbe potuto rispondergli:
<<Appunto “in ballo” e il ballo cos’è se non un gioco dei corpi?>>, ma non lo disse.
Accettò quel gioco e vestì i panni di colei che voleva credergli e si tuffò in quel cuore.
Ancora adesso ripensando a lui sente nel  cuore quel palpito, quell’eccitazione e vorrebbe prenderlo, farlo suo, impossessarsi del suo corpo per poi arrivare al cuore, ma al cuore non arriverà mai. Lui manterrà sempre le distanze offrendole solo il corpo.
Ma torniamo indietro, torniamo a quella sera di inizio inverno, quella sera umida nello stradone di periferia.
Lei discuteva animatamente come da sua tempra e il fragore che spandeva attorno a sé irrigidiva i corpi della donna che nel gruppo amava impersonificare la leadership.
Quella donna già bruciava d’invidia, ma Elisabeth non lo capiva, lei si concentrava sull’obiettivo di quella riunione, così per non sentire piu’ gli occhi di quell’uomo sul suo corpo si alzò dallo sgabello con un movimento improvviso e inarcò il corpo in avanti poggiando la gamba sull’asse di ferro del sedile cosìcchè, in questa nuova posizione, voltandogli il fianco, acquisiva una maggiore forza, si schiacciò sulla testa il berretto e continuò ad ascoltare attenta la conversazione.
Ma questa nuova mossa improvvisa non ottenne l’effetto desiderato, anzi lui sobbalzò e scosse la testa piu’ volte in un cenno interrogativo o di dissenso, forse di stupore.
Sentiva la forza dello sguardo di quell’uomo sulle sue cosce bianche ben tornite e sognava di farsi baciare, di baciarlo in un impeto di desiderio, di brama.
Terminò la riunione e lei, incerta sul da farsi, tentennò, ma poi decise di andare via.
Non voleva e non poteva aspettarlo, perché avrebbe dovuto lanciarsi in quella nuova storia?
In fondo le sarebbe bastato terminare la lotta in quell’incontro amoroso iniziale.
Non voleva proprio stare lì a cominciare qualcosa, lei detestava gli inizi e tutto ciò che poteva darle l’illusione di un cambiamento, non ci credeva e non voleva sciupare il suo tempo ed il suo cuore. Bastava a se stessa e bastavano a se stessa le occasioni che creava, perché correre il rischio di sciupare tutto?
Così salutò Mario, quello che in fondo le era piu’ simpatico e che le ricordava la sua antica adolescenza e cominciò a scendere le scale.
Al di fuori dell’edificio si soffermò a chiacchierare con la tenuta da leader, giusto per non sembrare scortese e stava per approssimarsi all’ auto quando lo rivide accanto a sé.
Già lui le era accanto, la aveva seguita pur mascherando l’ansietà del desiderio e le era accanto impacciato.
Si sarebbe voluto lanciare in quella nuova avventura, abbandonandosi nelle braccia di quella donna che tanto lo attraeva, ma qualcosa lo fermava e lo fermò sempre, poi.
Così lei dovette prendere l’iniziativa ed abbracciarlo calorosamente come forma di saluto, le aveva ispirato tenerezza quel suo tentennare, come un bimbo spaurito e così  non aveva avuto paura di quella dimostrazione di calore.
Non immaginava che lui avrebbe pronunciato altre parole e invece fu lui a dirle:
<<Va bene, tanto io e te ci scriviamo sempre per mail>>.
Si salutarono, si voltarono le spalle, ma lei tentennò e si fermò nuovamente. Lo volle guardare allontanarsi.
Lui così goffo, così buffo che si trincerava dietro quell’aria da intellettuale in trincea, lui con le spalle arcuate in avanti.
Lui che sembrava così vecchio.
 Lasciò così l’immagine di lui in quella posa, con quel sapore dentro il cuore e con negli occhi delle lacrime inespresse.
Non sapeva cosa volessero dirle le lacrime, ma sentiva che il cuore di lui sanguinava per qualcosa e se ne fece intenerire. Si fece irretire e scelse di giocare a quel gioco.
Si voltò, stavolta definitivamente, verso quello stradone largo, infinito buio, di periferia, quello stradone che sarebbe stata una ottima metafora di quella storia appena iniziata, ma lei non lo sapeva, non poteva ancora saperlo.
Strinse gli occhi, si guardò nello specchietto retrovisore, si perse in quelle luci fioche, si intrufolò con lo sguardo in quell’ampio magazzino cinese il cui grande portone di ferro era stato da poco spalancato da un piccolo omino e cambiò pensiero e si perse, come al solito, nella sua bella, ricca vita.

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