domenica 2 marzo 2014

-La decima vittima-


"Vivere pericolosamente, ma dentro la legge!"





 dal film La decima vittima di Elio Petri.
Opera d'Arte con la A maiuscola (anche se non credo che ne possa esistere una con la a minuscola, ma enfatizzo volontariamente!) questo film mi parla di una di quelle qualità che, a parer mio, rendono l'opera, appunto, un'opera d'arte, ossia il tratto profetico e ciò, sia che colui che l'ha prodotta lo abbia fatto consapevolmente o meno, anzi non mi sembra che la consapevolezza, intesa come totale raziocinio, possa essere un tratto distintivo della prassi artistica.

Come infatti scrive l'autore di Eutanasia del Dominio, nel capitolo Arte, libertà e verità/ :"[...]l'arte diventa prassi critica dell'esistente, a prescindere dalle intenzioni immediate degli artisti, dalle loro manifeste concezioni del mondo: infatti, quando è autentica, l'opera d'arte in qualche modo sfugge sempre al controllo razionale del proprio autore, tende a oggettivarsi come realtà autonoma, assai piu' "figlia dei tempi" che del suo autore concepito nella sua -impossibile- autonoma soggettività."

La visione profetica del film inerisce cio' che mi piace poter sintetizzare con l'espressione "decadimento capitalistico" ossia la risultanza di una prassi sociale umana che conduce alla disintegrazione anche di quella intermittente scintilla di umanità o, nel suo negativo, all'affermazione della totale disumanità.

Nonostante ciò non sono convinta che tutto il male o il bene possa essere ricondotto solo alla prassi sociale umana, ho un bel pò su cui riflettere per sciogliere questa mia perplessità; mi pongo una domanda antiquata e forse la pongo in modo sbagliato, mi chiedo infatti, cosa sarebbe l'uomo o meglio la specie umana?

Tornando al film, primo oggetto della mia riflessione, penso che, come dice giustamente in un commento un lettore di Arte e Rivoluzione in Benjamin e Adorno di Matteo Antonin: "[...]A mio parere il critico non è colui che “spiega” un opera d’arte (sia essa un film, un dipinto, un libro o altro)"-bensì colui che- "[...] si fa carico[...] di indicare le eccedenze di senso prodotte [...]". Eccedenze di senso che sono, secondo me, le parti costitutive dell'opera d'arte la quale nè si pone, nè viene prodotta mai in modo immediato o naturale, ma è sempre una mediazione, sia tra l'artista e l'oggetto che prende forma e quindi tra l'artista ed il mondo sociale espresso e creato dagli uomini per mezzo di rapporti sociale e di potere, sia tra l'oggetto (quindi la forma) e l'osservatore, posizione questa che mi sembra espressa sinteticamente da Paul Valery quando scrive "Il più sicuro metodo per giudicare una pittura è di non riconoscervi , da principio , nulla."
Concludo questo delirio forse molto folle, riaccennando alle parole del lettore di cui sopra: "il problema fondamentale è quello di forzare le forme che ci vengono date per uscire dal cliché", mi sembra che Elio Petri lo faccia egregiamente in questo film!