venerdì 31 ottobre 2008

-Esther-III parte II


-ESTHER III- Parte II
 Ma no, non fatevi rigirare dall’eterna speranza che tutto sia come speriamo nel profondo del nostro cuore.
 Ognuno diverso, ognuno con un cuore diverso e un cervello mutevole, cablabile. Diverso.
 Ognuno diverso con una speranza diversa dall’altro.
 No, non è come pensate voi e voi non potreste pensare niente al riguardo perché voi non conoscete maurizio ed esther e non li conoscerete mai.

 Il tempo era passato e come se era passato.
 Si erano conosciuti che lei aveva 14 anni e lui 4 in piu’.
 Rimasti legati da uno strano mistero a cui un nome non so dare, rimarranno legati forse per tutta la vita anche se non dovessero incontrarsi mai piu’.
 Anche se, ho detto.
 Non necessariamente deve essere così, come il cervello è cablabile anche la vita lo è e, quanto lo puo’ essere, voi lo sapete, no?
 Seduti al tavolino, uniti ancora da una strana magia che li aveva fatti incontrare, cominciarono a pronunciare parole di senso.
 Non piu’ dialoghi corporei, diedero realtà e vita ai loro percorsi emozionali e cominciarono a parlare come qualsiasi essere umano dotato di corporeità.
 Rosa la rossa, avete letto il libro di Ermanno Rea?
 Rosa La rossa c’entra qualcosa, non è tutto un delirio , nella mia testa un filo che lega c’è.
 Ed esther cominciò con arguzia a penetrare ancora una volta nei labirinti della mente di maurizio, come se conoscesse perfettamente le vie ascose.
 Cominciò a navigare per quei sentieri sicura che una parola:
<<E tuo padre?>>
avesse illuminato una certa area celebrale con conseguente e diverso battito del cuore.
 E così fu, naturalmente.
 Si illuminò quella parte, ma lui non voleva mostrala e tentò ancora una volta di piegare la sua natura di giunco per far vedere l’immagine di quercia.
 Quercia e giunco.
 Scelse la quercia, ma durò poco, troppo abile era la voce e il cervello di esther che percorrevano strade alla velocità della luce, anticipando le reazioni.
 Così cercò di eliminare le fastidiose sovrastrutture per giungere al nocciolo del suo cuore. Finalmente. Per farsi pronunciare quella parola sempre attesa.
<<Qundi, tuo padre? Ed andrea, il suo figlio prediletto generato con la compagna prediletta?>>
<<Mio padre è solo, cioè è rimasto solo>> disse, abbassando lo sguardo come per nascondere la sua forte gioia di fronte a quell’evento. All’evento che vide la sua verità inalberarsi e il soggetto artefice della sua sfortuna al palo di una sofferenza senza limiti.
<<Mio padre è solo, Lucia l’ha lasciato ed anche Andrea>>
<<Andrea? Perché dov’è andato? Lavora fuori Napoli?>>
<<Andrea è in Inghilterra a fare>> s’interruppe un attimo, attimo di pudore e di sospensione come soppesando <<Andrea fa il cameriere in Inghilterra>>.
 Così a questo punto la gioia iniziale  di Esther fu piena, almeno inizialmente piena e sprofondò in una fragorosa risata, risata che non riusciva piu’ a controllare, talmente fragorosa da contagiare maurizio senza che lui potesse calcolare, immaginare gli esiti di quell’incontro.
 "Ma esther è cambiata", sembrava pensare tra sé e sé, "è diventata una donna e che donna! la donna che ho sempre saputo e sempre amato, ora è qui, accanto a me, ancora e non è piu’ mia e non lo sarà mai piu’".
 E si ricompose. Dopo questo pensiero il suo cuore si ricompose, richiudendosi.
<<E la malattia? La testa come va?>>
 Non avevano mai parlato apertamente della malattia, lui la rifiutava, ora, invece,  era tutto così semplicemente chiaro, lei con il suo parlare così facile, così, senza paura, rendeva tutto talmente chiaro che lui non avrebbe potuto neanche per un attimo continuare nell' opera di negazione  della realtà.
<<Va bene, ora lavoro, o meglio lavoravo, ora mi sono licenziato, ma sto bene>> cercava, così, di arrampicarsi a qualche specchio, di aggrapparsi a qualche salvagente per non uscirne totalmente disfatto, ma sapeva che quella volta lo  sarebbe stato: perdente.
 Lo sapeva e si lasciò portare da quella marea inarrestabile, tutto quel che toccava Esther era inarrestabile, una vera forza della natura, un portento.
<<Ma i medicinali? Li prendi?>>
<<Una pillolina, una sola>>
<<E perché? Sai che potresti farene a meno se solo tu->> Si era messa a fare al terapeuta ora, ma in fondo era sempre stata convinta che se lui avesse voluto, se fosse stato meno presuntuoso avrebbe afferrato per le mani il demone e l’avrebbe controllato.
 Lei ci aveva sempre creduto, nonostante che la realtà stesse sempre lì pronta a dissuaderla, lei ancora oggi ci credeva. Ancora.
<<Ma perché lo facevi? Perché abusavi di me?>> si decise a pronunciare quella parola, abbassando la voce, ma non lo sguardo, lo mirava negli occhi senza sfida, come se avesse chiesto la cosa piu’ semplice a cui dare una risposta su questa terra.
<<Perché?>>
 Lui cominciò ad agitarsi, a toccarsi le mani, a sfregarle, cominciò a dare segni di nervosismo con quei tic del volto.
<<Ma perché…>> ed esitava <<Beh insomma>> proferì, alterandosi improvvisamente, come a voler riprendere il controllo della situazione che gli sfuggiva <<insomma anche tu, tu mi facevi violenza ed io reagivo>>.
 Ecco, era arrivato il momento e lei non se lo sarebbe lasciato sfuggire.
 Certo non poteva immaginare che l’incontro avrebbe preso quella piega, ma indipendentemente dal come , solo quello poteva essere il risultato, l’approssimarsi alla verità e verità fu.
 Esplose in un’ira incontrollabile, la sua voce cominciò ad aumentare di volume piano piano e sbattè il pugno sul tavolo.
<<Non ho capito, ripeti? Io ero una bambina e tu approfittavi di me, io avevo paura e tu ne approfittavi>> ma veramente le erano uscite quelle parole da bocca? Non poteva crederci aveva utilizzato quei termini, bambina, indifesa, violenza, ne aveva avuto il coraggio. Vero? Era vero?
 Cominciò a lacrimare, ma lo guardava fisso e cominciò a tremare, un brivido di freddo la percorse. Lui non resse.
<<Sì insomma, cazzo, tu mi facevi violenza con la testa ed io reagivo, in fondo….>>
<<Zitto>> urlò << Zitto, taci. Sei una merda. Non ci provare. Perché, ti ho chiesto perché? Dimmelo>>.
Non diceva o meglio qualcosa diceva, ma non quel qualcosa.
<<Taci, zitto, hai capito? Zitto>>.
 I clienti del bar cominciarono a voltarsi ed il gestore si era fermato ad osservarli, conosceva lei, ma non il suo passato.
 La scena si fermò nel tempo. Fermò il tempo e  tutto si sospese. Lei si sollevò dalla sedia e si chinò su di lui, non come corpo di una mamma accogliente stavolta. Urlava.
<<Allora? Sto aspettando Perché?>>
 Lui la guardava sfidandola lievemente, silenziosamente e lei alzo’ il braccio, la mano sembrò percorrere l’aria tagliandola, formano nell’aria una mezza ellisse e.
 Si bloccò. Ad un passo dal viso di lui si bloccò. La violenza era arrivata al cuore ferendolo, ma non al viso. La violenza fisica aveva segnato un suo fine. Si era fermata, la violenza fisica non la aveva intrappolata nelle sue leggi di morte, di sopraffazione.
<<Vai a fare i bucchini, stronzo>>
 E si voltò e andò via, finalmente libera da quella storia.

mercoledì 29 ottobre 2008

-Genesi-



 Le loro giornate erano grigie, piatte, lugubri come quelle stanze buie nelle quali l’odore di antico si miscela a quello della polvere stantia, per noncuranza, per negligenza della cura di sé.  Erano donne, tre donne, ma dubbi sulla loro reale identità mi vennero spesso alla mente, da sempre forse, forse sin dalla prima infanzia, quando Esther con gli occhi lascivi apriva le sue gambe per mostrare uno spettacolo che, a mio parere, avrebbe fatto senz’altro bene a tenere per sé, a riservare a sé stessa, ma la sanità mentale credo non l’abbia mai accompagnata, credo, anzi, che il suo cervello si sia da sempre strutturato in modo  perverso.
 Oggi Esther è una delle tre donne che abitano quella casa e la sua vita sembra scorrere pacatamente, forse fin troppo, come quei laghi calmi da dove ti sembra sempre di poter scorgere improvvisamente un mostro.  Un mostro che turbi la serenità apparente del paesaggio.
 E così continua, tra alti e bassi, a percorrere il suo cammino quasi come se stesse seguendo delle tracce già percorse, già segnate da qualcuno. In realtà quelle tracce le  segnarono i suoi genitori e prima ancora di loro i suoi nonni, inconsapevolmente, tessendo una trama antica, ma sempre uguale a sé stessa nella sostanza, come se a cambiare fosse, in realtà,solo la facciata, gli abiti, l’atmosfera, il secolo, i colori e questo che noi siamo abituati a chiamare destino si ripeteva ormai da generazioni.
 A memoria non mi sembra che qualche elemento delle famiglie abbia osato trasgredire, no, a memoria no,
 la stravaganza aveva da sempre caratterizzato la famiglia paterna, sin dal secolo precedente a quello in  corso, sin dal XIX secolo.  Si narrava di questo nonno che era additato come un pazzo perché aveva la stravaganza di discorrere con i morti, anzi no di discorrere , ma sembra che i morti lo avessero scelto per parlare ai terrestri. Questo bisnonno per la verità doveva essere un elemento che, nella sua stravaganza, doveva pur contenere qualche elemento rivoluzionario, ma temo che la sua follia sia poi stata normalizzata, sia poi rientrata. Certo delle sue figlie si narrano vite che, collocate nel XX secolo dovevano apparire certamente inconsuete, come quelle figlia che amò sempre un uomo sposato, un uomo che aveva una famiglia ufficiale, ma che amava lei, avevano un loro rifugio e lui frequentava anche la casa di lei ed era accolto come il fidanzato eterno. Lui provvedeva anche alla sussistenza materiale di lei, si narra che non fosse mai riuscito a lasciare la moglie e i figli perché…, veramente il perché non l’ho mai compreso, se si riuscisse a definire questo perché tutto sarebbe piu’ semplice, comprensibile, ma tempo che non si siano mai dette parole chiare e tutto è rimasto confuso, come la loro vita, come avvolti da una nebbia perenne, umidiccia, la nebbia della paura.
 Poi dell’altra figlia si dice che avesse avuto la prima bambina prima di sposarsi, evento che per gli inizi del 1900 doveva esser visto come portatore  di scandalo, infatti questa figlia fu poi affidata ad estranei, a una tutrice che abitava in non so quale campagna, per poi essere prelevata bruscamente da loro quando le cose si furono sistemate e questa figlia oggi…
 Così la secondogenita dello stravagante che parlava con morti ebbe una progenie numerosa di cui: uno schizofrenico con seri problemi sessuali, un’alcolizzata, una infelice masochista-la figlia che fu prelevata bruscamente- un figliolino morto in tenera età e un uomo infelice incapace di mostrare i propri sentimenti, un uomo vissuto sempre alla sua ombra, all’ombra di questa mamma chioccia, come un rapporto incestuoso ed io ho sempre nutrito dubbi sulla possibilità di un  incesto. Quest’uomo infelice ha poi generato due figlie, una delle due era, per l’appunto, Esther.
 Da parte della mamma, invece, il quadro si complica ancora di piu’, poiché se finora ho parlato di una famiglia il cui germe della follia ha serpeggiato in modo subdolo, ho pur sempre parlato di una famiglia i cui membri hanno  ricoperto cariche statali o cariche di potere all’interno della società, una famiglia benestante che non concepiva il potere come possibilità di ricchezza, ma come affermazione del proprio io represso.
 Quest’altra famiglia, invece era molto piu’ patologica nel senso che il male non aveva un “contenitore sociale” che lo racchiudesse ed infatti nelle su manifestazioni era molto piu’ genuina, non eclatante, pur sempre nascosta, ma in un certo senso con una forza dirompente sempre sul nascere.
 Per narrare di questa famiglia dovrei parlare della guerra perché quello che so di questa famiglia lo posso solo contestualizzare in quell’humus, humus di paura.
 Il capofamiglia che ho potuto immaginare come un uomo ambiguo, mite, ma deciso, di una mitezza che sapeva, però, di autoritarismo, un autoritarismo molto ben camuffato, credo che lo scopo della vita di quest’uomo fosse elevarsi ad altri ranghi, ma di lui non posso dire molto se non che adorava una delle figlie che aveva generato con la sua succube moglie.
 Quest’uomo morì d’infarto durante la guerra lasciando i figli e la moglie nella piu’ nera miseria, so, infatti che i figli minorenni si adattarono a svolgere tutti i lavori pur di assicurarsi qualcosa da mangiare e quando le situazioni si assestarono un po’, si narra che fu trovata una banconota di grande valore in uno dei libri del papà defunto. La figlia di quest’uomo aveva un rapporto particolare con il papà , le sue versioni stridono nettamente con quello che si racconta dall’esterno, come se tra i suoi ricordi e la realtà fosse stata operata una cesura e , certamente una forte omissione.
 Questa figlia malata psichicamente, ma mai riconosciuta tale dalle istituzioni, fu anche internata un giorno, in età adulta quando già aveva procreato, in una clinica psichiatrica, era stata una ragazza stranamente vivace tanto che il papà aveva dovuto rinunciare all’iscrizione a scuola per tenerla chiusa in casa, fu in quell’occasione che imparò a suonare il pianoforte, il tutto si svolgeva in un’abitazione sita nell’antico centro di Napoli, un’abitazione nella quale si respirava ancora l’ antica Napoli greco-romana.
 Questa ragazzina era la preferita di questo papà che, a suo dire, la viziava terribilmente, ma io dubito che sia la realtà. Questa ragazzina testarda e cocciuta ed oltremodo vanitosa non volle vedere il padre in punto di morte, il padre che la reclamava, e solo perché non fu capace di andare oltre il suo orgoglio, non fu capace di andare oltre un forte litigio del giorno prima, ma lei, in realtà non ha mai accennato a nessuno di quest’evento, quasi credo che lo abbia rimosso. Questa ragazzina, oltremodo caparbia e psichicamente labile, ha poi sposato un uomo, un uomo conosciuto e visto solo due volte prima del matrimonio e lo avrebbe sposato solo per andare vai dalla casa dove pativa la fame, lei, infatti, essendo la maggiore, avrebbe dovuto provvedere al sostentamento della famiglia, ma dubito che un carattere come il suo le avesse potuto consentite quest’atto di responsabilità, quindi andò via, abbandonò tutti e si sposò.
 Il marito era nella’Arma e  la portò subito a vivere in Sicilia in una casa molto povera, in un’abitazione sita al pianterreno, una piccola abitazione composta da un grande camera soppalcata, lei ha sempre raccontato che il marito le prime notti di nozze non dormiva con lei, ma si andava a coricare con la sua amante che aveva il letto sopra questo soppalco e lei sentiva strani gemiti e, a suo dire, non ne capiva la natura.
 Così cominciò la vita matrimoniale di questa ragazzina caparbia per poi concludersi, molti anni dopo, nell’odio, in litigi furiosi e in tanto altro che per raccontarlo dovrei scrivere un romanzo.
 Il marito si rivelò molto presto un uomo con gravi e seri problemi di natura sessuale, non ultimo la pedofilia.
 Questa coppia ebbe tre figli, due donne e un uomo, non tutti, di origine paterna certa. Ecco Esther era la nipote di questa donna. Ed Esther era fortemente turbata psichicamente, ed Esther viveva con la mamma e la sorella in questa casa lugubre, infelice, grigia dove si imponeva, come una regina, l’incomunicabilità, il sielnzio e la solitudine.

lunedì 20 ottobre 2008

-Esther-III, parte I



-III- Parte I
 Lo conobbe ancora e forse ancora oggi non lo conosce ancora.
Ha anche avuto modo di rincontrarlo, di rincontrarlo e non scappare, come al solito, come al suo solito.
 L’incontro avvenne in un’ampia piazza di Napoli, una piazza da sempre rischiarata da un forte sole o da un’ampia luce.
 Ma lei lo incontrò in quella piazza di notte.
 Si sa che certi paesaggi o luoghi si imprimono nella nostra vita e ne scandiscono se non i ritmi quotidiani, una possibile radice.
 Così lei si sentiva radicata a quella terra e da quella terra le sue radici si sarebbero potute espandere fino a toccare i luoghi piu’ remoti della terra, piu’ lontani.
 Da una terra vissuta visceralmente si può partire per conoscere qualsiasi terra, per un qualsiasi approdo momentaneo e sentirsi, poi, sempre, come a casa.
 L’incontro avvenne in quella piazza e lui era seduto al solito bar come anni prima, come se nulla fosse cambiato, come se nulla potesse/dovesse mai cambiare, come se stesse aspettando proprio lei, lì, immobile, immutato seduto a quel tavolino.
 I tratti somatici solo un po’ piu’ gonfi, effetto evidente, risposta urlata a chi volesse sapere dell’andamento della sua “malattia”.
 Perché lui si era assuefatto a quella convinzione, quella della sua malattia, vi si era assuefatto come ad una droga alla quale si cede per comodità delegando a lei tutta la vita, sentimenti a carico compresi.
 L’aria sfrontata da ragazzino di buona famiglia snob, di quelle particolari buone famiglie di Napoli, quelle che hanno conservato immutato il salotto buono con mobile ereditato, gli era rimasta.
 Attaccata addosso come una seconda pelle, come una protezione e lui se ne serviva. Eccolo lì seduto al tavolino con una sigaretta dall’andatura elegante, sinuosa, come doveva essere un giorno andato la sua andatura nei sogni di cigno.
 Lo sguardo fisso nel vuoto-o negli occhi di lei? e poca differenza faceva l’una o l’altra ipotesi-, non aveva giocato del resto, lui, con lei, lui, in tutta la sua vita, lui quindi con lei, perché lei era stata tutta la sua vita, non aveva giocato al gioco dell’invisibilità?
 Lei non doveva esistere, non doveva avere la percezione della propria esistenza se non quando in essa fosse comparso lui.
 Lei già così fragile, bambina fragile, sola e forte, doveva scomparire, riconfermare il senso già innato della sua non esistenza e lo faceva. Era brava in questo, lo aveva appreso nei primi mesi di vita. A scomparire, a non dare fastidio con la sua presenza. A esserci/non esserci solo per accontentare voglie bisogni repressi.
 Ecco lei vestita di roccia, ora che tutto era mutato, ora che aveva dovuto scontare con il sangue versato da sé, dalle sue vene per un attimo di fittizia dimenticanza, ecco lei vestita di roccia sospendere per un attimo il respiro, ecco lei che, incontratolo, incontrati quegli occhi assenti, persi nel vuoto, ecco lei scappare e fermarsi di botto e tornare indietro sui suoi passi, ecco lei che in un attimo di non calcolo decide finalmente di non scappare.
<<Al diavolo le voci di coloro che mi dicono: “se lo incontri scappa vai via”, al diavolo, porca puttana, ffanculo, merda, io torno indietro, merda, io torno indietro, io vado>>
 Eccola lì, con calma studiata ripercorrere i passi lì dove lui la puo’ vedere, ripercorrere i passi all’aperto fino a rientrare nel bar dove un tetto, quattro o cinque mura possano darle il senso di una qualche protezione, una protezione piu’ protetta del suo corpo. Con calma studiata, con passo elegante entra nel bar per poi affacciarsi dall’orlo della porta e cominciare a fissarlo. Decide di fissarlo, di mirarlo come se al posto degli occhi avesse potuto impiantare un mitra accessoriato di cannocchiale-mirino.
 Lo fissa, al diavolo la paura, che il fottuto diavolo se la porti con sé.
 Comincia la danza, comincia la lotta, ricomincia la guerra, la battaglia che aveva perso. Lei fiera aquila ferita. Lo fissa, lo sguardo di lui sembra perdersi nel vuoto, ha paura, sente su di sé la pressione, intuisce che qualcosa è cambiato , forse l’ha riconosciuta o forse no, finge di no per prepararsi perché comprende di non aver piu’ il coltello dalla parte del manico ora. Finge sfugge cerca di alleviare la tensione, la sospende, ma lei? Lei senza pietà lo fissa negli occhi, non cede lo sguardo. Ricomincia la danza, la guerra, la battaglia che aveva perso. Lei aquila ferita.
 La tensione si avverte, il filo non si spezza è teso, il filo degli occhi negli occhi, la danza, la lotta.
Stop.
 Si avvicina, il corpo si muove, potrebbe scricchiolare, rompere la tensione con un errore degli arti umani, no, anche il corpo è come sospeso, pesante fisso nella sua terra, nella sua terra viscerale terra di  Napoli.  Gli si avvicina, ora lo sguardo non puo’ scappare e lui sobbalza, trema, il corpo si muove. La forza dello sguardo lo ha smosso, la battaglia è cominciata ed il cuore  ha fatto sobbalzare la pesante corporeità. Lei si abbassa verso di lui, come un accoglienza, come un caldo corpo di mamma accogliente e si china su di lui, china la sua tenerezza e come un caldo corpo sognato di mamma lo accoglie nello sguardo, nel sorriso e le loro mani si incontrano, si stringono come si incontravano un tempo i loro corpi, ma ora senza violenza, senza sopraffazione, in parità.
 Si scaldano le loro mani e ricomincia un quieta danza e i loro occhi si stringono e lui, galantuomo, la invita a sedere.
 Così lei si riperde nell’eterno sorriso, quel sorriso di ragazzina persa, si disperde nel sorriso e disperde in esso un po’ delle sue pesanti energie.
 Si rasserena seduta a quel tavolino e sembrerebbe, il tempo, essersi fermato, come se non fosse passato.  Loro, lì, immutati, seduti ad un tavolino in quel tempo passato a discorrere di non senso, di Leopardi, di quel che dovrebbe essere, dell’ingiustizia, dei sogni da sognare.
Maurizio ed Esther.

martedì 14 ottobre 2008

-Esther- III parte I


Esther lo conobbe un giorno qualunque di un anno non qualunque, in realtà quello era proprio un anno non qualunque, ma di questo non voglio parlare. Allora Esther lo conobbe, conobbe lui, in un giorno qualunque ed era un inizio, un inizio di anno nuovo? Forse, non per lei, ma lei lo sapeva eppure, dico, "eppure non voleva saperlo", lei voleva ribellarsi a quel sapere e vi chiedo: "Poteva? Poteva ribellarsi?"


Esther aveva 14 anni, si dice che a 14 anni si cominci a vivere, si dice, qualcuno dice, che quello è un periodo di mezzo. Potrebbe essere quindi un  Purgatorio, o un Inferno? O entrambi? No, entrambi no. Un inferno sì, ma scusate io ricordo di aver parlato di un altro inferno, un inferno del mondo degli adulti, ma questo fu un inferno piu' prolungato, una lenta agonia.

Sì, sembrava dire-e non diceva- <<Ma non guardatemi così, in quel modo indagatore, fisso, come a rimirarmi l'anima>>.
La mia anima non è degna o lo è? In realtà Esther si sentiva un angelo e a tratti un demone, si dice che sia una caratteristica del narcisismo infantile che in menti deviate, al limite, in menti border line, ancora non abbia fatto la sua scomparsa, si dice così  ed io non modificherò una virgola di quel che ho scritto, no, forse le virgole sì, perchè irrigidirsi così? In fondo detesto qualsiasi forma di disciplina.
Lui aveva le ali tarpate, uno strano uccello secco con le ali tarpate e il sorriso violentato. Lui, lui si chiamava Maurizio, era un giunco che sembrava venire dall'Oriente, ma violentato da un mondo che non voleva-non poteva- capirlo. Il suo mondo volle controllare e contenere la sua fragilità, il suo essere un giunco, una canna al vento, una canna che avrebbe potuto piegarsi, no, lui doveva essere una quercia e mai piegarsi, spezzarsi sì e così via con le violenze.
Ma, Maurizio, Maurizio tu sai che allora avresti potuto? No, dico che avresti potuto allontanartene. No? Forse non potevi e scegliesti la violenza.
Patrimonio geneSico, forza del patrimonio geneSico che ti impiglia, che ti piglia e ti strattona, che vuole portarti a sè, eh sì,  perchè quella dell'istinto di sopravvivenza e di conservazione non è una balla.
Così io scrivo per esorcizzare assorbita da questa malia che mi ammalia, che mi rende dolce l'affondare nella notte da sveglia e mi addolcisco, scaldo i miei fianchi ed il mio cuore.
Maurizio era un giunco, sottile, sembrava a tratti un rapace ed a tratti un tenero capriolo. Potenza dell'ambiguità, della schizofrenia? O dell'identità persa, mai riconosciuta?
Esther sapeva di non amarlo, che mai avrebbe potuto amarlo, che sarebbe stato per lei un lento scivolamento nell'agonia, ma non poteva distaccarsene, come una malia nera, accecante, come una droga e lei si drogava di quell'amore malato che lui sapeva donarle, di quegli amplessi violenti di cui lei riconosceva solo i gemiti, i gemiti di lui. Lei dal corpo violato, dal corpo di bambina violato, lei che si sentiva un poco angelo e un poco demone.
Il corpo esile di lui, del giunco, sapeva riscaldarla e lei DI quella trappola fatale si nutriva, IN quella trappola fatale si abbandonava scordandosi di sè,  di sè così ingrombante, di sè che ovunque andava arrecava fastidio. Non avrebbe potuto rinunciare al cuore di lui, al corpo di lui, di quell'amante ora tenero, ora violento e cominciò la sua discesa negli abissi.
Lui la portò con sè consapevolmente, lui non tollerava di esser solo in quell'incontro con il demone ed insieme si avviarono per quella strada, andandogli incontro semi-consapevolmente. Il demone spesso faceva la sua comparsa durante quelle calde serate autunnali o in quelle umide serate invernali la cui ambiguità la nostra terra conosce bene. La Napoli dal ventre caldo e generoso, ma infimo, che tutti accoglie e le sue notti accolsero anche loro due.
Notti di adolescenze inquiete, di una generazione irretita nell'inganno delle barbie, ma che dalla barbie voleva fuggire. Notti di folli ubriachezze percorse nei labirinti di quella città chiusa, di quel ventre a volte molle che sembrava sprofondarli. Notti di sporcizia, del lastricato umido, scivoloso, di infinite camminate notturne, notti di cui si diceva la pericolosità per i vicoli di Napoli, ma notti accompagnate dalla città, dalla città che sapeva  proteggerli, che vegliava su di loro come una stanca madre rassegnata, avvizzita.
Sì, in realtà il demone fece la sua prima  comparsa molto presto tra loro, si insinuò tra loro, anzi loro esistevano solo perchè c'era lui, il legante indiscusso e loro lo sapevano.
Il demone fece la sua comparsa una di quelle notti umide, dal selciato bagnato, scivoloso e li sorprese abbarbicati uno sull'altro su una fredda, scarna panchina. Loro così intenti  a scambiarsi discorsi di senso, a parlare del senso, dell'arte, di ciò che dovrebbe essere, dell'ingiustizia, del dolore, di Leopardi, della poesia e poi Tabu', silenzio.
Ovunque si toccasse e non ci fosse lui, qualsiasi spiaggia lambita non da lui era  Tabu'  e lei doveva tacere, non per imposizione, certo, ma per tacito terrore. Tacere e sprofondare ancor di piu' in quel buio profondo, quel buio di cui nessun altro, oltre lei, sapeva, il buio che non presentava alcuna possibilità di luce, come una galleria senza uscite a meno che, chiaramente, non avesse voluto sognare di una luce, di una speranza, così come aveva imparato sulle pagine dei libri dell'infanzia, quelli che le avevano fatto compagnia indiscutibilmente al di là di tutto e tutti, i suoi adorati libri di favole quelli che le sussurrarono all'orecchio di un mondo diverso, un mondo che certamente sarebbe arrivato in futuro, come il fatato principe azzurro sul cavallo bianco, casomai alato.
Il demone arrivò e la sorprese con la forza dell'improvvisazione, con il fottuto cigolio di un casco lanciato da Maurizio, un casco  che si andò a scontrare sul   ginocchio di lei. Sì perchè lei non poteva stare lì in silenzio a pensare. Esther doveva aprirsi. Maurizio pretendeva che lei si aprisse:
Maurizio: << A che pensi?>>
Esther: <<A niente...>>..., e lì cominciava, in quello spazio di silenzio. Quello spazio di libertà non era ammesso perchè lui  lì non poteva entrare con la forza del suo pene, no.
Lì era tabu e lui era fuori, non che Esther lo facesse appositamente, sia chiaro, no, lei semplicemente non riusciva ad andare oltre il silenzio, lei non sapeva parlare, le immagini le si affollavano nella mente e lei si ammutoliva. Se esiste un immagine che puo' raffigurarla è senz'altro quella della muta, come la stampa che lei affisse poi un giorno in una delle sue peregrine stanze.
Ecco, si schiantò su di lei e la sorprese così nel suo silenzio, terrorizzata e lei non poteva piu' moversi e piu' lui inveiva piu' lei si immobilizzava, in realtà in futuro si sarebbe profondamente vergognata di questo subire.
 Ecco, lo vede ancora oggi quel casco lanciarsi addosso a lei in silenzio con i suoi enormi occhioni tristi dai quali le lacrime volevano sgorgare a fiumi, come un lago profondamente e per troppo tempo represso.
La sera umida, scivolosa, dal selciato li chiudeva e in lei si svolgeva la loro iniziale tragedia. Tragedia ai primordi. Primordi di tragedia.