-ESTHER III- Parte II
Ma no, non fatevi rigirare dall’eterna speranza che tutto sia come speriamo nel profondo del nostro cuore.Ognuno diverso, ognuno con un cuore diverso e un cervello mutevole, cablabile. Diverso.
Ognuno diverso con una speranza diversa dall’altro.
No, non è come pensate voi e voi non potreste pensare niente al riguardo perché voi non conoscete maurizio ed esther e non li conoscerete mai.
Il tempo era passato e come se era passato.
Si erano conosciuti che lei aveva 14 anni e lui 4 in piu’.
Rimasti legati da uno strano mistero a cui un nome non so dare, rimarranno legati forse per tutta la vita anche se non dovessero incontrarsi mai piu’.
Anche se, ho detto.
Non necessariamente deve essere così, come il cervello è cablabile anche la vita lo è e, quanto lo puo’ essere, voi lo sapete, no?
Seduti al tavolino, uniti ancora da una strana magia che li aveva fatti incontrare, cominciarono a pronunciare parole di senso.
Non piu’ dialoghi corporei, diedero realtà e vita ai loro percorsi emozionali e cominciarono a parlare come qualsiasi essere umano dotato di corporeità.
Rosa la rossa, avete letto il libro di Ermanno Rea?
Rosa La rossa c’entra qualcosa, non è tutto un delirio , nella mia testa un filo che lega c’è.
Ed esther cominciò con arguzia a penetrare ancora una volta nei labirinti della mente di maurizio, come se conoscesse perfettamente le vie ascose.
Cominciò a navigare per quei sentieri sicura che una parola:
<<E tuo padre?>>
avesse illuminato una certa area celebrale con conseguente e diverso battito del cuore.
E così fu, naturalmente.
Si illuminò quella parte, ma lui non voleva mostrala e tentò ancora una volta di piegare la sua natura di giunco per far vedere l’immagine di quercia.
Quercia e giunco.
Scelse la quercia, ma durò poco, troppo abile era la voce e il cervello di esther che percorrevano strade alla velocità della luce, anticipando le reazioni.
Così cercò di eliminare le fastidiose sovrastrutture per giungere al nocciolo del suo cuore. Finalmente. Per farsi pronunciare quella parola sempre attesa.
<<Qundi, tuo padre? Ed andrea, il suo figlio prediletto generato con la compagna prediletta?>>
<<Mio padre è solo, cioè è rimasto solo>> disse, abbassando lo sguardo come per nascondere la sua forte gioia di fronte a quell’evento. All’evento che vide la sua verità inalberarsi e il soggetto artefice della sua sfortuna al palo di una sofferenza senza limiti.
<<Mio padre è solo, Lucia l’ha lasciato ed anche Andrea>>
<<Andrea? Perché dov’è andato? Lavora fuori Napoli?>>
<<Andrea è in Inghilterra a fare>> s’interruppe un attimo, attimo di pudore e di sospensione come soppesando <<Andrea fa il cameriere in Inghilterra>>.
Così a questo punto la gioia iniziale di Esther fu piena, almeno inizialmente piena e sprofondò in una fragorosa risata, risata che non riusciva piu’ a controllare, talmente fragorosa da contagiare maurizio senza che lui potesse calcolare, immaginare gli esiti di quell’incontro.
"Ma esther è cambiata", sembrava pensare tra sé e sé, "è diventata una donna e che donna! la donna che ho sempre saputo e sempre amato, ora è qui, accanto a me, ancora e non è piu’ mia e non lo sarà mai piu’".
E si ricompose. Dopo questo pensiero il suo cuore si ricompose, richiudendosi.
<<E la malattia? La testa come va?>>
Non avevano mai parlato apertamente della malattia, lui la rifiutava, ora, invece, era tutto così semplicemente chiaro, lei con il suo parlare così facile, così, senza paura, rendeva tutto talmente chiaro che lui non avrebbe potuto neanche per un attimo continuare nell' opera di negazione della realtà.
<<Va bene, ora lavoro, o meglio lavoravo, ora mi sono licenziato, ma sto bene>> cercava, così, di arrampicarsi a qualche specchio, di aggrapparsi a qualche salvagente per non uscirne totalmente disfatto, ma sapeva che quella volta lo sarebbe stato: perdente.
Lo sapeva e si lasciò portare da quella marea inarrestabile, tutto quel che toccava Esther era inarrestabile, una vera forza della natura, un portento.
<<Ma i medicinali? Li prendi?>>
<<Una pillolina, una sola>>
<<E perché? Sai che potresti farene a meno se solo tu->> Si era messa a fare al terapeuta ora, ma in fondo era sempre stata convinta che se lui avesse voluto, se fosse stato meno presuntuoso avrebbe afferrato per le mani il demone e l’avrebbe controllato.
Lei ci aveva sempre creduto, nonostante che la realtà stesse sempre lì pronta a dissuaderla, lei ancora oggi ci credeva. Ancora.
<<Ma perché lo facevi? Perché abusavi di me?>> si decise a pronunciare quella parola, abbassando la voce, ma non lo sguardo, lo mirava negli occhi senza sfida, come se avesse chiesto la cosa piu’ semplice a cui dare una risposta su questa terra.
<<Perché?>>
Lui cominciò ad agitarsi, a toccarsi le mani, a sfregarle, cominciò a dare segni di nervosismo con quei tic del volto.
<<Ma perché…>> ed esitava <<Beh insomma>> proferì, alterandosi improvvisamente, come a voler riprendere il controllo della situazione che gli sfuggiva <<insomma anche tu, tu mi facevi violenza ed io reagivo>>.
Ecco, era arrivato il momento e lei non se lo sarebbe lasciato sfuggire.
Certo non poteva immaginare che l’incontro avrebbe preso quella piega, ma indipendentemente dal come , solo quello poteva essere il risultato, l’approssimarsi alla verità e verità fu.
Esplose in un’ira incontrollabile, la sua voce cominciò ad aumentare di volume piano piano e sbattè il pugno sul tavolo.
<<Non ho capito, ripeti? Io ero una bambina e tu approfittavi di me, io avevo paura e tu ne approfittavi>> ma veramente le erano uscite quelle parole da bocca? Non poteva crederci aveva utilizzato quei termini, bambina, indifesa, violenza, ne aveva avuto il coraggio. Vero? Era vero?
Cominciò a lacrimare, ma lo guardava fisso e cominciò a tremare, un brivido di freddo la percorse. Lui non resse.
<<Sì insomma, cazzo, tu mi facevi violenza con la testa ed io reagivo, in fondo….>>
<<Zitto>> urlò << Zitto, taci. Sei una merda. Non ci provare. Perché, ti ho chiesto perché? Dimmelo>>.
Non diceva o meglio qualcosa diceva, ma non quel qualcosa.
<<Taci, zitto, hai capito? Zitto>>.
I clienti del bar cominciarono a voltarsi ed il gestore si era fermato ad osservarli, conosceva lei, ma non il suo passato.
La scena si fermò nel tempo. Fermò il tempo e tutto si sospese. Lei si sollevò dalla sedia e si chinò su di lui, non come corpo di una mamma accogliente stavolta. Urlava.
<<Allora? Sto aspettando Perché?>>
Lui la guardava sfidandola lievemente, silenziosamente e lei alzo’ il braccio, la mano sembrò percorrere l’aria tagliandola, formano nell’aria una mezza ellisse e.
Si bloccò. Ad un passo dal viso di lui si bloccò. La violenza era arrivata al cuore ferendolo, ma non al viso. La violenza fisica aveva segnato un suo fine. Si era fermata, la violenza fisica non la aveva intrappolata nelle sue leggi di morte, di sopraffazione.
<<Vai a fare i bucchini, stronzo>>
E si voltò e andò via, finalmente libera da quella storia.