mercoledì 28 marzo 2012
-La contraddizione-
"Quando delle cose diciamo che son finite con ciò s'intende che non solo hanno una determinazione, che non solo hanno la qualità come realtà e determinazione che è in sè, non solo son terminate, così da avere poi un esserci fuor del loro termine-ma che anzi la loro natura, il loro essere. è costituito dal non essere. Le cose finite sono, ma la loro relazione a se stesse è che si riferiscono a se stesse come negative, che appunto in questa relazione a sè si mandano al di là di se stesse, al di là del loro essere. Esse sono, ma la verità di questo essere è la loro fine" Il finito, insomma, è negativo o dialettico, è e non è, e ciò non in momenti diversi o successivi, bensì a un tempo e nella sua piu' profonda e intrinseca natura: quando il finito è, non è. "E' la natura stessa del finito, di sorpassarsi, di negare la sua negazione e di diventare infinito"
[...]mentre i singoli lavori utili o concreti, che producono valori d'uso diversi, sono per l'appunto lavori diversi, i lavori in quanto produttori di valore sono eguali, parti di un unico lavoro generale o comune, dunque separato dalle specificità individuali, di un lavoro che ha perduto il suo legame con le soggettività, e quindi con le differenze specifiche dei lavori singoli. "Siffatto lavoro-spiega Napoleoni-il lavoro cioè separato dalla soggettività, è ciò che Marx chiama lavoro astratto: l'attività lavorativa umana in generale, non differenziata al suo interno, e che, al suo interno, po' essere distinta solo in parti quantitativamente identiche. Il lavoro privato, di per sè asociale, diventa sociale in quanto perda la sua natura immediata di lavoro concreto, utile, determinato, e si rovesci nell'opposto, ossia in lavoro astratto". E' qui implicito il carattere contraddittorio del lavoro nella società borghese. Poichè il lavoro astratto è sì lavoro sociale, ma non perchè sia la somma dei singoli lavori individuali, bensì', al contrario, proprio perchè è la negazione dei singoli lavori differenti.
Ovvero, per usare le parole di Marx, "il lavoro privato deve dunque rappresentarsi immediatamente come il suo contrario [...], come lavoro astrattamente generale": solo così il lavoro individuale diventa lavoro sociale.
E' qui celata, secondo Marx, la contraddizione che costituisce il fondamento della società capitalistica e del suo movimento "sussultorio". Tale società, infatti, è basata sulla separazione fra particolare e universale, fra individuale e sociale, sicchè l'unità sociale capitalistica non è immediata, non è "bell'e pronta", ma è "risultato in divenire", cioè diviene unità grazie all'unificazione di elementi separati e contrapposti: è dunque un'unità profondamente contraddittoria. Questa unità contraddittoria è la stessa che caratterizza la merce in quanto unità contraddittoria di valore d'uso e di valore di scambio: nella produzione capitalistica il valore d'uso non costituisce piu' il presupposto e il fine della produzione, bensì è mezzo per qualcosa d'altro, per il valore. Per realizzarsi in quanto cellula dell'articolazione sociale, la merce deve compiere un vero e proprio "salto mortale", cioè deve trasformare la sua natura concreta a particolare, il suo valore d'uso, in un elemento astratto e universale, il valore. Ma ciò significa che, per funzionare come valore, la merce deve trasformare il suo corpo mortale nella forma luminosa del denaro.
Ovvero-come spiega assai bene Marina Bianchi- "la merce come cosa sociale, come valore di scambio, si stacca, si separa dal suo corpo naturale, dal suo valore d'uso", e quindi, mentre "il valore di scambio non puo' esistere se non ha a sua base il valore d'uso", "d'altro canto esiste solo se ne prescinde, solo in quanto si rende indipendente dall'uso particolare". Valore d'uso e valore di scambio "sono opposti e devono essere uniti, sono separati, ma sono separabili. Non possono stare l'uno senza l'altro, ma sono sempre l'uno contro l'altro". Questa contraddizione che caratterizza la merce è la contraddizione dell'unità sociale capitalistica, ne determina l'andamento sussultorio e contiene in germe la possibilità delle crisi.
Ovvero, per usare le parole di Marx, "il lavoro privato deve dunque rappresentarsi immediatamente come il suo contrario [...], come lavoro astrattamente generale": solo così il lavoro individuale diventa lavoro sociale.
E' qui celata, secondo Marx, la contraddizione che costituisce il fondamento della società capitalistica e del suo movimento "sussultorio". Tale società, infatti, è basata sulla separazione fra particolare e universale, fra individuale e sociale, sicchè l'unità sociale capitalistica non è immediata, non è "bell'e pronta", ma è "risultato in divenire", cioè diviene unità grazie all'unificazione di elementi separati e contrapposti: è dunque un'unità profondamente contraddittoria. Questa unità contraddittoria è la stessa che caratterizza la merce in quanto unità contraddittoria di valore d'uso e di valore di scambio: nella produzione capitalistica il valore d'uso non costituisce piu' il presupposto e il fine della produzione, bensì è mezzo per qualcosa d'altro, per il valore. Per realizzarsi in quanto cellula dell'articolazione sociale, la merce deve compiere un vero e proprio "salto mortale", cioè deve trasformare la sua natura concreta a particolare, il suo valore d'uso, in un elemento astratto e universale, il valore. Ma ciò significa che, per funzionare come valore, la merce deve trasformare il suo corpo mortale nella forma luminosa del denaro.
Ovvero-come spiega assai bene Marina Bianchi- "la merce come cosa sociale, come valore di scambio, si stacca, si separa dal suo corpo naturale, dal suo valore d'uso", e quindi, mentre "il valore di scambio non puo' esistere se non ha a sua base il valore d'uso", "d'altro canto esiste solo se ne prescinde, solo in quanto si rende indipendente dall'uso particolare". Valore d'uso e valore di scambio "sono opposti e devono essere uniti, sono separati, ma sono separabili. Non possono stare l'uno senza l'altro, ma sono sempre l'uno contro l'altro". Questa contraddizione che caratterizza la merce è la contraddizione dell'unità sociale capitalistica, ne determina l'andamento sussultorio e contiene in germe la possibilità delle crisi.
martedì 27 marzo 2012
[...] Mentre Lenin prevedeva che la distruzione del mercato avrebbe semplificato la vita sociale a tal punto che persino le cuoche avrebbero potuto svolgere funzioni di governo, Weber ammoniva che la statizzazione integrale dei mezzi di produzione avrebbe portato alla fusione del potere politico con il potere economico e quindi alla restaurazione, sotto mentite spoglie, della "schiavitu' di Stato", tipica dei grandi imperi afro.asiatici.
L.P.-1978-
L.P.-1978-
giovedì 22 marzo 2012
1978 -Terrorismo e quadro politico-
..e leggete leggete cosa affermava Fabrizio Cicchitto nel 1978 a proposito del terrorismo, ma si sa è l'umanità...
"Ma cominciamo dal sistema dominante. C'è il problema della rigidità e della mancata alternanza.
Noi abbiamo addirittura una situazione di stampo sovietcio morbido: l'abbiamo nel senso dell'identificazione
di un partito con lo Stato da 30 anni almeno; l'abbiamo con tutta la duttilità e le articolazioni possibili, ma questo dato è indubbio. E' qui che si innesta il processo di lenta incubazione del terrorismo, destinato a nascere sulle rigidità e sulle perversioni del sistema dominante italiano. Se le prime teorizzazionmi del terrorismo possono risalire al 70-71, è nel 69 che si verifica la rottura, e la lacerazione viene prodotta dalla violenza dello Stato.
Questo, secondo me, non va mai messo da parte nella ricerca delle cause.
Non la violenza a volto aperto ma quella subdola, e ben piu' pericolosa, che prenderà il nome si strage di Stato: intendo la strategia della tensione che con Piazza Fontana si colloca in un pezzo di Stato. Non dico in tutto lo Stato, si badi bene, perchè se fosse in tutto lo Stato saremmo oggi in una situazione ben alrimenti drammatica. Dico che pezzi di Stato, pezzi di gruppi dominanti, pezzi di DC hanno tentato un'operazione che non gli è riuscita; però questo tentativo, questo che è un complotto per usare la parola che Minucci esita ad abbandonare, ha determinato una profonda lacerazione psicologica nella realtà del paese, in settori giovanili soprattutto, e di proporzioni così vaste da avere conseguenze di non facile riassorbimento. Io lo dico non a scopo giustificazionista, ma per darci una speigazione del fenomeno. Cioè lo Stato ha aperto il fuoco e lo ha aperto barando al gioco, non in chiave seccamente repressiva ma in chiave eversiva.
Io infatti non sto dicendo che lo Stato è Piazza Fontana, nè sto dicendo che lo Stato è un comitato di affari armato che uccide la gente. Sto dicendo un'altra cosa: che una delle ragioni del terrorismo, una delle ragioni che ha spinto la gente a mettersi su un certo terreno, è il fatto che lo Stato, in un suo settore chiave, ha barato al gioco e ha sempre coperto con la dissimulazione la propria responsabilità, rendendosi di conseguenza incredibile. Dopo di che, secondo me, i brigatisti rossi sono caduti esattamente nella trappola che avevano preparato gli strateghi della tensione."
"Ma cominciamo dal sistema dominante. C'è il problema della rigidità e della mancata alternanza.
Noi abbiamo addirittura una situazione di stampo sovietcio morbido: l'abbiamo nel senso dell'identificazione
di un partito con lo Stato da 30 anni almeno; l'abbiamo con tutta la duttilità e le articolazioni possibili, ma questo dato è indubbio. E' qui che si innesta il processo di lenta incubazione del terrorismo, destinato a nascere sulle rigidità e sulle perversioni del sistema dominante italiano. Se le prime teorizzazionmi del terrorismo possono risalire al 70-71, è nel 69 che si verifica la rottura, e la lacerazione viene prodotta dalla violenza dello Stato.
Questo, secondo me, non va mai messo da parte nella ricerca delle cause.
Non la violenza a volto aperto ma quella subdola, e ben piu' pericolosa, che prenderà il nome si strage di Stato: intendo la strategia della tensione che con Piazza Fontana si colloca in un pezzo di Stato. Non dico in tutto lo Stato, si badi bene, perchè se fosse in tutto lo Stato saremmo oggi in una situazione ben alrimenti drammatica. Dico che pezzi di Stato, pezzi di gruppi dominanti, pezzi di DC hanno tentato un'operazione che non gli è riuscita; però questo tentativo, questo che è un complotto per usare la parola che Minucci esita ad abbandonare, ha determinato una profonda lacerazione psicologica nella realtà del paese, in settori giovanili soprattutto, e di proporzioni così vaste da avere conseguenze di non facile riassorbimento. Io lo dico non a scopo giustificazionista, ma per darci una speigazione del fenomeno. Cioè lo Stato ha aperto il fuoco e lo ha aperto barando al gioco, non in chiave seccamente repressiva ma in chiave eversiva.
Io infatti non sto dicendo che lo Stato è Piazza Fontana, nè sto dicendo che lo Stato è un comitato di affari armato che uccide la gente. Sto dicendo un'altra cosa: che una delle ragioni del terrorismo, una delle ragioni che ha spinto la gente a mettersi su un certo terreno, è il fatto che lo Stato, in un suo settore chiave, ha barato al gioco e ha sempre coperto con la dissimulazione la propria responsabilità, rendendosi di conseguenza incredibile. Dopo di che, secondo me, i brigatisti rossi sono caduti esattamente nella trappola che avevano preparato gli strateghi della tensione."
venerdì 16 marzo 2012
Racconto per bambini
"Racconti per bambini"
Il re non vedeva di buon occhio che suo figlio,
abbandonando le strade controllate,
si aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio
personale sul mondo;
perciò gli regalò carrozza e cavalli.
furono le sue parole.
era il loro significato.
Mi capita sempre piu' spesso di apportare critiche non nel merito, ma nel metodo di una data azione politica.
Criticare il metodo e non il merito, tuttavia, puo' significare contestare il merito, poichè la forma e il contenuto coincidono.
La forma non è neutra e modifica il contenuto, lo determina.
E' questa lezione che viene spesso sottovalutata, ma viene volontariamente omessa e bistrattata solo quando la mala fede è il concime non visibile dell' azione.
La paura da sola non determina la violenza, la mala fede sì.
Iscriviti a:
Post (Atom)