giovedì 29 gennaio 2009



LA PERSONA SANA E' QUELLA CHE NON SA ANCORA DI ESSERE AMMALATA
Il dottor Knock e il triondo della medicina. 
JULES ROMAIN


Il riempimento malsano delle nostre giornate e la conseguente negazione e fuga da una comunicazione umana tra persone conviventi, con la accensione automatica dell’apparecchio televisivo che acquisisce sempre piu’ i conottati di un monolite magico e sacro, ci mostra tra un prodotto e l’altro, la violenza a cui la nostra mente e il nostro copro-tramite le emozioni che dal cervello si diffondono in esso-, è sottoposta.
Tanto è stato scritto sull’argomento da emeriti studiosi, ma poco, troppo poco diffuso e portato a conoscenza dei piu’.
Si dovrebbe istituire un insegnamento apposito nelle scuole medie:
Storia dei media e tecniche di informazione (alias manipolazione delle varie realtà allo scopo di indurre nella persona ad un determinato, a priori, bisogno).
Ancora, nonostante proteste diffuse, si assiste a spettacoli il cui scopo è quello di manipolare i bambini tramite pubblicità di giocattoli, ancora si assiste alla pubblicizzazione di medicinali, pratica che dovrebbe essere vietata in un paese civile.
Una adeguata preparazione includente la conoscenza del proprio corpo e i relativi modi per averne cura non puo’ passare tramite un concentrato di immagini e parole flash ideato appositamente da studiosi pagati all’uopo per indurre all’acquisto di un determinato prodotto.
Il mercato non può essere mosso da azioni filantropiche  e non lo sono le aziende che devono aumentare i loro profitti pena la loro estinzione.


[...]la medicina ha a che fare non solo con le sofferenze e le ansie legate alle malattie a alla morte, ma anche con l’aspirazione al miglioramento delle nostre condizioni psico-fisiche.. entrambi i fattori forniscono perciò alle industrie l’opportunità molto vantaggiosa di poter sposare ricerca di profitto al conseguimento di obietti etici.
[...]le pratiche commerciali e di marketing dei produttori di farmaci... sono andate incontro, negli ultimi anni, ad una radicale evoluzione, che ha portato a vedere le malattie come un’opportunità di profitto da perseguire attraverso una massiccia espansione della domanda di farmaci, da raggiungere anche attraverso l’estensione delle loro indicazioni.
[...]già negli anni ’70 infatti Gadsed, il capo della Merck, aveva manifestato il suo dispiacere che il potenziale mercato della società fosse limitato agli ammalati, dichiarando che il suo sogno era di produrre farmaci per gente sana, così come la Wrigley’s, produttrice di gomme da masticare per tutti.
In un mercato ormai saturo, nel quale la produzione di nuove molecole per curare le malattie conosciute è sempre piu’ rara, non basta piu’ ricorrere solamente alla modifica di molecole già note e sperimentate (i cosiddetti farmacifoto-copia, o me-too), vantandone con dubbie fondamente straordinari vantaggi.
Si tende ad ampliare il mercato per quelle in commercio estendendone le indicazioni al fine di aumentare il numero dei potenziali consumatori.
 Nei paesi anglo-sassoni l’operazione, com’è ormai ampliamente noto, viene denominata disease mongering, o vendita delle malattie[...].
Il disease mongering viene vigorosamente perseguito dalle grandi industrie farmaceutiche, nei cui consigli di amministrazione ormai predominano dirigenti provenienti dal big business.
E’ stato appurato che nel 2004 le multinazionali del farmaco hanno investito nelle attività di marketing 60 miliardi di dollari, il doppio circa di quanto hanno investito in ricerca, facendo leva sulle emozioni, timori ed aspirazioni delle persone. [...]
La strategia ha piu’ facce, essenzialmente riconducibile a tre filoni principali:
1) la trasformazione in patologie, che naturalmente devono essere curate, di condizioni di per sé fisiologiche (come l’osteoporosi, i disturbi mestruali o la menopausa, la sindrome del colon irritabile) o delle comuni difficoltà della nostra vita quotidiana (come timidezza, irrequietezza, difficoltà nella vita sessuale, calvizie, rughe e quant’altro);
2) l’equiparazione di fattori di rischio per lo sviluppo di future malattie e malattie vere e proprie, particolarmente in campo cardiovascolare (come l’ipercolesteromia e l’ipertensione);
3) la vendita senza infingimenti di farmaci non per presunte od esaltate patologie, ma semplicemente per il miglioramento della qualità della vita, o cosiddetti farmaci life-style, identificati come un mercato in forte crescita.
L’industria interviene a tutto campo, dalla progettazione ed esecuzione degli studi clinici alla loro pubblicazione, alle informazioni da fornire ai medici (mediante pubblicazioni e convegni) ed ai pazienti e alle loro associazioni (attraverso campagne di sensibilizzazione alle malattie) ed attraverso la pubblicità diretta dei farmaci, dove questo è consentito. 
 Come ci insegna l’esperienza di quei paesi dove la pubblicità diretta dei farmaci da parte delle case produttrici è consentita, tale coinvolgimento avviene mediante l’organizzazione di campagne promozionali rivolte ad “informare” su una determinata patologia, ma, poiché esse sono in realtà rivolte a “convincere”, la veridicità e attendibilità delle informazioni spesso lascia a desiderare.
I sintomi sono presentati in modo molto generico, in modo tale che ognuno possa sospettare di averli, ed i vantaggi dei farmaci sono esaltati con informazioni nebulose sulla loro efficacia e controindicazioni.
Esaminerò i casi piu’ importanti dei disease mongering prendendo in esame le patologie o i disturbi piu’ bersagliati dalle strategie di marketing delle grandi industrie.
 Alcuni di essi, così come alcune importanti tattiche di marketing, sono molto piu’ diffusi negli Stati Uniti, e molto meno in Europa o in Italia[...]
Ritengo però che in un mondo ormai “globale” sia utile ed anche doveroso essere a conoscenza delle strategie generali delle industrie farmaceutiche e della loro politica di espansione a livello globale, perché esse tendono inevitabilmente per ricadere su tutti noi, e per aiutarci a prefigurare a cosa potremmo andare incontro, in Europa e qui in Italia, se processi di esasperata commercializzazione della sanità e liberalizzazione della pubbicità medica e farmaceutica prendessero piede anche da noi, non soltanto per le conseguenze di interesse strettamente sanitario, ma anche per le loro influenze sulla natura della società.
IL SESSO
Volete migliorare la vostra vita sessuale?...
Siete venuti nel posto giusto
Sito Web della Pfizer.
Non stasera caro: il cane si è mangiato il mio cerotti al testosterone.
[...] L’esempio piu’ paradigmatico di queste strategie è costituito dal Sildneafil (il Viagra), scoperto casualmente sperimentando un farmaco contro l’angina pectoris, che dall’indicazione iniziale al trattamento della disfunzione erettile (maschile) da cause come diabete e lesioni al midollo spinale, per mezzo di una campagna di marketing accuratamente programmata, è passato a quella di un rimedio per risolvere qualsiasi tipo di disturbi sull’erezione, anche momentanei e non dovuti a cause vascolari, sino ad essere indicato come un mezzo per migliorare ed esaltare le prestazioni sessuali. [...] 
 In pratica il Viagra è passato da farmaco per il trattamento di ben determinate patologie ad un farmaco cosiddetto life-style, indirizzato a coloro che non soffrono di patologie in atto, ma semplicemente vogliono migliorare, o esaltare, la loro qualità della vita. (un vero e proprio doping della salute). E’ anche doveroso ricordare gli attori della cinematografia pornografica, che grazie al sildenafil possono sostenere un maggiore impegno professionale.
Ma, subito dopo l’esplosione del Viagra, iniziò negli Stati Uniti la campagna per l’estensione del suo uso anche in campo femminile.
Ansietà ed insoddisfazioni sessuali, spesso basate su fattori sociali e culturali, sono stati trasformati in disturbi comportamentali adatti per il trattamento farmacologico, creando la nuova sindrome della “Disfunzione Sessuale Femminile”.
 Già nel 1997 gli urologi avevano cominciato a parlare di “disfunzione sessuale femminile”, riferendosi ad aspetti della fisiopatologia genitale femminile assimilabili alla disfunzione erettile maschile, una categorizzazione diagnostica basata non sull’evidenza, ma sull’analogia con il modello  maschile.
La Pfizer fu, non inaspettatamente, il principale promotore della campagna per il riconoscimento di questa nuova patologia, che secondo alcuni colpirebbe il 43% delle donne americane, campagna che fu sospesa solo pochi anni fa per gli scarsi risultati degli studi clinici condotti al riguardo.
 Ciò nonostante l’idea che il Viagra deve funzionare anche nelle donne è stata così efficacemente sbandierata che negli Stati Uniti esso continua ad essere ampliamente prescritto anche in questa“disfunzione”, e quindi al di fuori delle indicazioni approvate dalle autorità regolatorie per l’immissione dei farmaci sul mercato.
Essendo stato riconosciuto che non esistevano prove valide a supporto di un uso diffuso del Viagra nelle donne qualcuno consigliò di provare con gli androgeni.
 Comparve allora sul mercato una crema (sperimentale) da applicare ai genitali per offrire nuove speranze di guarigione sessuale, il che sembrò a molti un altro modo subdolo di confondere i confini tra malattia e la vita normale.
Sorprendetemente cercò di entrare nel mercato la Procter&Gamble,piu’ nota come produttrice di shampoo e saponi, attiva però anche in campo farmaceutico per il morbo di Paget e l’osteoporosi.
Essa iniziò ad investire pesantemente su un cerotto di testosterone per trattare il “disordine da desiderio sessuale ipoattivo” nelle donne che avevano subito l’asportazione dell’utero e di entrambe le ovaie, e cercò di ottenere l’approvazione della Food and Drug Administration americana (FDA).
Essa però fu rifiutata, essendo stati giudicati insoddisfacenti la durata dello studio per una corretta valutazione dei rischi a distanza, ed il numero delle pazienti indagate, quanto modesti i benefici del trattamento, ma ciò non impedisce ai medici americani di prescrivere creme al testosterone da prepararsi in farmacia.
La Procter&Gable non si scoraggiò per questo e, trascurati (almeno per il momento) gli Stati Uniti, rivolse le sue attenzioni all’Europa, dove finalmente il cerotto (Intrisa) fu approvato nel luglio del 2006 dall’EMEA (European Medicines Agency), diventando disponibile anche in Italia dal febbraio del 2007. Anche se è ricordato che il cerotto al testosterone è indicato esclusivamente per il trattamento del calo del desiderio sessuale nella menopausa chirurgica, e che “se non sei interessata al sesso perché tuo marito è una bestia, Intrisa non risolve i tuoi problemi sesuali”, esso già viene presentato (ed offerto sulla rete) come il Viagra al femminile.
Per rimanere in campo femminile, gli eventi legati al periodo riproduttivo rappresentano il terreno ideale per la trasformazione di venti fisiologici, come il ciclo mestruale e la menopausa, in patologie vere e proprie, naturalmente da trattare farmacologicamente, meglio ancora se utilizzando farmaci tradizionali con una indicazione del tutto nuova. E così gli sbalzi d’umore precedenti il ciclo ora non sono piu’ qualcosa che appartiene alla vita normale, ma piuttosto il sintomo rilevatore di un possibile disturbo psichico, il cosiddetto Disturbo Disforico Pre-Mestruale (DDPM), da trattare con un farmaco antidepressivo.
Il caso vuole che questo farmaco (niente altro che l’arcinota paroxetina) sia stato proposto negli Stati Uniti per questo nuovo disturbo proprio quando il brevetto della molecola era ormai scaduto, ma questa volta sotto il nome di Sarefem, al posto dello stranoto Prozac.
Fortunatamente tale indicazione non è stata approvata dall’EMEA, l’ente regolatorio europeo per l’approvazione dei farmaci. Questo caso rappresenta un illuminante esempio di “promozione”
delle malattie, con la quale però i soggetti (qui le donne) “imparano a considerarsi dei malati mentali”.
Ma in realtà per alcune industrie il vero mercato sembra essere costituito dal ciclo mestruale stesso, da sostituire con un nuovo sistema periodico, secondo un riuscito gioco di parole. La casa farmaceutica Barr introdusse nel 2003 una pillola contraccettiva che permetteva di avere un ciclo mestruale ogni tre mesi (nome non casuale, Seasonale), con una vendita degli Sati Uniti per 120 milioni di dollari nel 2006 (in realtà un piccolo segmento del mercato totale americano per i contraccettivi orali, di 1, 7 miliardi di dollari). Gli studiosi delle case farmaceutiche ritenevano che servisse a migliorare la qualità della vita delle donne, e in piu’ fosse di utilità per le prospettive di carriera. Per giustificare la battaglia contro “le incresciose emoraggie femminili” i ricercatori erano ricorsi anche ad argomentazioni pseudo-darwiniane, sostenendo che la donna dei nostri giorni è un prodotto difettoso del disegno intelligente dell’evoluzione: essendo innaturale che in un paese industrializzato le donne abbiano 450 mesturazioni nel corso della loro vita, una volta compresi i vantaggi di questo metodo, esso si sarebbe affermato come un giusto rimedio.
 Ma l’obiettivo finale di queste ricerche era in realtà ben piu’ ambizioso, mirando ad eliminare il ciclo mestruale stesso, e sembra che esso sia stato coronato da successo. Nel maggio di quest’anno la FDA ha infatti finalmente approvato una nuova pillola contraccettiva, da prendere ogni giorno, senza interruzioni, che elimina totalmente le mestruazioni.
La Wyeth, produttrice di questo nuovo farmaco (Lybrel) prevede una vendita annuale per 250 milioni di dollari. Naturalmente questo ha scatenato un vivace dibattito. I sostenitori dei vantaggi di questa nuova pillola sostengono che essa permette alle donne di evitare i malesseri connessi al ciclo, che conducono a minore efficienza sul lavoro, assenteismo, ed una perdita media annuale di salario di 1692 dollari a donna. Si obietta però che il ciclo è una componente naturale della femminilità, e che la mancanza di studi sugli effetti a lungo termine di questa terapia non permette alle donne di prendere una scelta veramente informata, particolarmente per quanto riguarda i rischi di contrarre malattie cardiovascolari e tumori alla mammella.
Maggior successo ha avuto la trasformazione in patologia di un inevitabile momento fisiologico della vita di una donna, la Menopausa.
Nel pieno delle lotte del movimento femminista americano per l’emancipazione delle donne, il ginecologo Robert Wilson nel 1996 affermò che la“menopausa è una malattia da carenza ormonale, curabile e totalmente prevenibile” ,sostenendo che la sua idea rivoluzionaria della menopausa e del modo di curarla contribuiva alla liberazione della donna, in particolare quella sessuale, ed accusando anche i suoi colleghi di non riuscire a comprendere che la menopausa è una grave sindrome fisica e mentale. [...]
 In realtà il processo di trasformazione di un cambiamento fisiologico in una patologia, era iniziato già negli anni 30, con gli studi su una delle prime forme sintetiche di un estrogeno, il dietilstilbestrolo (DES), che avrebbe dovuto supplire alla carenza ormonale propria della nuova età della donna.
Una volta definita la menopausa come malattia, la sua cura non era solo legittima, ma doverosa.
 Allo scopo si ricorse ampiamente all’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, che aveva evidenziato come dopo la menopausa avveniva nella donna un aumento notevole della morbilità e mortalità cardiovascolare, particolarmente per ischemia coronaria, dalla quale la donna era in pratica immune in età fertile per la protezione esercitata dagli estrogeni.
Nel 1981 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità accettò la nuova definizione di menopausa come malattia dovuta a deficit di estrogeni. Si ritenne perciò che la terapia sostitutiva ormonale fosse indicata anche per proteggere il cuore delle donne, ma, come spesso avviene in medicina, quando speranze terapeutiche basate su legittime ipotesi scientifiche non vengono poi confermate dagli studi clinici di controllo, nel 1998 lo studio HERS dimostrò che il trattamento non solo non era in grado di prevenire gli infarti, ma addirittura ne aumentava il rischio. Ciò nonostante, anche dopo la pubblicazione dello studio la casa produttrice lanciò una campagna a livello mondiale per ricordare alle donne ei medici i rischi legati alla perdita di estrogeni.
da Medicina Democratica [seguiranno maggiori e piu' precise informazioni bibliografiche]