In tela nera su ordito forte consunta dal tempo
resistente ad esso come eternità
ne solca, con piè da gigante, gli spazi
resistendo in me.
Il candore del tuo viso agli occhi tenaci -i miei- posa sul cuscino di piume e di candore.
Gli occhi intensi, delicati-i tuoi-
offrono la morbida bocca di rosa su fiori di campo a me.
Così vegli, così vegliate sul mio sonno entrambi.
Avvolto in un sopore denso come in una bolla di sapone
dona grazie a voi.
Ringrazia per l’immeritato amore.
Trepida l’intrepido cuor
Tentenna il certo sentire
A te, tenero Amor.
mercoledì 23 aprile 2014
venerdì 18 aprile 2014
-Morsa di acciaio-
La mente, sentita la compressione come stretta morsa di acciaio,
improvvisamente si libera, trascendendola.
In un guitto repentino,
fuori di sé, osserva il circostante.
Resta in quel dolore di capo, ma lo elude
e guarda, finalmente libera, le inezie che accadono.
Quel potere che avrebbe voluto soggiacerla col dominio,
con le strette e miserevoli pretese di subordinazione,
-infamie fangose e viscide-
di traverso, impigliato nei suoi stessi nodi, rimane immobile ad osservarla in atto fallace di protesta.
Una passeggiata tra i vicoli restituisce la leggerezza , il vento.
E nel sogno la presenza piena e soda di Lui la chiude nella sua vita.
In atto sempre di tentare, non piu’ di essere
scioglie le pretese di quella che un giorno nominava come Vita.
improvvisamente si libera, trascendendola.
In un guitto repentino,
fuori di sé, osserva il circostante.
Resta in quel dolore di capo, ma lo elude
e guarda, finalmente libera, le inezie che accadono.
Quel potere che avrebbe voluto soggiacerla col dominio,
con le strette e miserevoli pretese di subordinazione,
-infamie fangose e viscide-
di traverso, impigliato nei suoi stessi nodi, rimane immobile ad osservarla in atto fallace di protesta.
Una passeggiata tra i vicoli restituisce la leggerezza , il vento.
E nel sogno la presenza piena e soda di Lui la chiude nella sua vita.
In atto sempre di tentare, non piu’ di essere
scioglie le pretese di quella che un giorno nominava come Vita.
mercoledì 16 aprile 2014
-Commiato-
In quel preciso momento fatato mutò la mia vita. Non la sua
direzione, che mai una mi sembrò piu’ naturale di quella. Fatato fa assonanza
con fatale. Eri lì, sul ciglio di quella strada perso nel tuo mondo, ebbro di
estasi e di piacere. In su quel ciglio sembravi aspettare me, sembravi…che
forse e poi…
Che forse e poi io non posso essere quella che non
sono. E negare non penso sia mai
servito ad essere umano per la vitalità, per la sopravvivenza sì, ma io non
sono una di quelle persone che si accontentano di quel che casualmente la vita
propone. La vita deve essere la mia vita. Non altro.
Eri così leggermente piegato in posizione eretta, stabile
sul bacino, come ad aspettare di intercettare un giusto segnale dal cielo. Gli
occhi socchiusi su un infinito che era solo tuo. Aspettavo che li aprissi per
scorgere di dentro se potevo trovare un posticino per me. Avevo già deciso. Terrorizzata
da quella malia nella quale già stavo affondando. Attesi che ti inebriassi fino
in fondo del tuo momento, di quella folata di vento che ti aveva rapito al
mondo. Attesi e ci parlammo. Lì fu la svolta, mi chiesi se non avessi paura e
cosa mai dovessi fare per questa paura. Ma cosa mai avrebbe potuto fare una come me?
Una struttura emotiva e mentale come la mia? Cosa, se non tuffarmi in quell’abbandono?
Lo sapevo e quello che piu’ spaventa è che non potetti fare
a meno di essere quello che ero.
Forse nella mia vita solo con te sono stata quello che veramente sono. Solo con te
compiutamente felice, e non si puo’ tornare indietro, ed io sapevo tutto.
Da quel momento nel quale la pronuncia del tuo nome visse
e si formalizzò in quel “Finale”. Mi
sembrò un sinistro presagio e mi dissi che
forse sarei dovuta fuggire, che quel finale alludeva a strani presentimenti e
così fu ed è così ancora oggi.
Se un mese dopo circa tu non mi avessi lasciata trasportare in quel modo così brutale da mio
padre, se tu mi avessi tenuta con te, oggi non sarei qui, ed in quel modo io
avrei voluto che andasse. Ti pregai , ma tu preferisti consegnarmi alla vita.
Il perchè non lo so e forse anche tu non potevi essere altro che quel che eri.
Così il cerchio cominciò a stringersi su di noi e così il conto alla rovescia.
Di quelli che non ti danno tregua e che sembrano stringerti la testa in una
morsa di acciaio tanto da far desiderare la morte.
Così non fu per me e continuai a vivere e continuo a
sopravvivere ancora ora.
In su quel ciglio di strada ti sorpresi, ti rivolsi la
parola e in quell’ appuntamento serale si risolse il nostro destino.
Arrivasti tardi al Modernissimo, io ti aspettai con un’amica,
forse Elena, non so. Quando ti vidi arrivare trafelato capii che non saremmo
entrati nel cinema, mi dicesti che non potevi, che dovevi provvedere, mi
parasti dinanzi la tua fisicitià, quel corpo che già desideravo in un modo spropositato
e che a pensarci ora eccitazione mi pervade.
Lì dinanzi a me ti fermasti e
dritto negli occhi ci guardammo. Entrasti in me in modo definitivo.
Parlammo della roba, della rota e cominciammo a dirigerci a passo veloce dallo
spacciatore in via Rossaroll. Ricordo tutto di quella strada. Te dinanzi a me
che, a passo svelto, mi precedevi e la tua mano che si allungò
verso il mio corpo e mi prese la mia nella sua. La tua mano forte e calda. Mi
dissi che mai avrei potuto farne piu’ a meno. Sono folle ancora ora, so’ che
non posso continuare così a parlare di te perché il dolore è troppo forte, ma
cosa fare? Rimuovere? Vorrei solo morire, non mi sembra d’altra parte di avere
altre possibilità, ma poi penso ad Ale, mio figlio, e so che devo continuare ancora un
po’, almeno fino a quando lui non sarà grande ed autonomo, poi potrò sparire.
Così prendesti la mia mano nella tua e non mi lasciasti piu’, arrivammo dallo spacciatore costeggiando il
vicolo della tua casa. Vicolo che si impresse nella mia mente come un chiodo.
Facesti un tentativo suonando un citofono, ti andò male, allora proseguimmo su per una salita. Mi
lasciasti un attimo, con un po’ di preoccupazione e tornasti dopo pochissimo.
Non ricordo dove consumammo, forse a casa tua. Se mi fermo a
pensarci tutti i momenti si presentano chiari alla mia memoria come se fossero stati vissuti
ieri. Era settembre del 1996. Tu preparasti con una carta telefonica una striscia e con un soldo arrotolato sentii il sapore
scendere nella mia gola, quell’amaro dolce che non dimenticherò piu’.
Non ricordo di quanto fu precedente la prima volta che senti te dentro di me, ricordo
che in macchina in via Foria una sera mi chinai su di te e ti slacciai i pantaloni e sentii il tuo piacere e il tuo
profumo nella mia bocca. Eri vestito di nero con un lupetto e un jeans. Quella sera, invece, quella in cui consumammo
la roba ricordo che tutto si ampliò a me dinanzi, ma soprattutto ricordo una
cosa. Sopra tutto il senso di dolcezza che si impossessò del mio cuore, lo
sentii sciogliersi e capii che ero pronta per lasciarmi andare finalmente all’amore.
Quando miei passati uomini seppero e videro del nostro amore mi dissero :
hai trovato finalmente chi ti farà fermare, erano dispiaciuti che proprio con
te io avessi fato questa scoperta, ma loro che mi conoscevano sapevano che era
la verità, lo vedevano.
Quante notti, quante sere nella tua casa, felici. Non
ricordo il giorno del primo buco e non ricordo neanche la sensazione, anzi se
mi ci soffermo la ricordo, La roba non salì piano piano al cervello, ma tutta di un botto e il calore mi pervase improvvisamente:
fu qualcosa di grandioso e di inenarrabile.
Le nostre notti d’amore sul tuo divano-letto hanno un che di
magico, io ero una pallina che si raggomitolava nelle tue braccia e che si
trasformava, poi, in tigre per donarti
il piacere che desideravi. Ci legavamo ogni tanto ed io facevo in modo che il
tuo desiderio salisse fino alle stelle per poi farlo scendere tutto di un colpo e pregustavo nella mia mente
il momento nel quale sarebbe toccato a me. La prima notte di capodanno passata insieme non la dimenticherò
piu’. Facemmo l’amore dalle 22 e allo scoccare della mezzanotte il nostro
orgasmo arrivò simultaneamente. Solo a pensarci mi salgono i brividi da dietro
la schiena.
E ti desidero e tu non ci sei ed io no so come mai potrò
continuare così, senza di te.
mercoledì 2 aprile 2014
-Visioni-
Di tanta amarezza denso il corpo dal cuore
che la luce di fuori soffoca il cervello e annebbia lo sguardo.
Stringo gli occhi nel rifiuto
armeggio sul tempo provando ad immaginarlo.
E un tempo di sogno sovrappone al tempo presente.
Un gelo che intero il corpo aveva immobilizzato in una morsa di terrore:
“Che non sia per me! Che da me lontano arranchi le sue grinfie!”;
provando a fingere un sonno che dalla finzione stessa sia richiamato
mi annido nel ricordo del tuo volto.
Dense su di esso strisce di pianto e un non volere che sia così.
Nel rifiuto della luce, armeggiando con il tempo ti ritrovo.
Il tuo segno che è poi scomparso, passato, fugace, come una scia di Luce.
Nell’istante del sonno richiamato avevo invocato a te, al tuo calore,
che in qualche modo potessi tu venire a me.
Immaginavo che il segno avrebbe esulato dai modi delle mie aspettative.
Così è venuto il messaggio per poi sparire.
A me ha detto del tempo delle passioni, della loro eternità.
E di quanto il Sogno sia Vita
di quanto al cervello sveglio sono nascoste le vie del suo mistero
Che perenne lo accompagna da mane a sera da sera a notte, dal buio alla luce.
Perpetuamente…
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