Da sempre, sin dai tempi che la mia mente riesce a percorrere, come quelle antiche pellicole di film che tornano all'origine della trama percorrendo visibilmente all'incontrario tutta la storia, così ritorno ai tempi dell'infanzia. Tristi e felici tempo di solitudine. Anche all'ora ero buia, anche ora non voglio appartenere a questo mondo. La mia mente, la mia fantasia, alimentandosi con magiche fiabe, rappresentava il mio guscio, la mia protezione da quel mondo che tanto cattivo ai miei occhi appariva e il rifiuto mi assaliva.
L'esigenza di un cantuccio solo mio, sacro, intoccabile, che nessuno, per rispetto avrebbe dovuto toccare, e quel cantuccio non c'era e quel che c'era dovevo da sola difenderlo e non mi riusciva e così fallivo. Mi rivedo così e quel che piu' occupa lo spazio della mia immagine sono due grandi occhi scuri, profondi, dietro i quali, piccolo piccolo emergeva un vivo scintillio, una vana ricerca di un qualcosa che ancora oggi non so cosa è, ma so che è qualcosa di introvabile, un tesoro nascosto, inaccessibile a questo uomo vivente questa terra che piu' terra non è, mondo sì, mondo di cemento armato che nessun tenero fiorellino puo' perforare per ricercare la vivificatrice luce del sole.
Un suicidio progettato, il mio, forse il migliore nel suo genere. E con questa illusione continuo.
Il pavimento ieri, quel freddo pavimento mi tremava sotto i piedi, terrorizzandomi l'idea di poter perdere chi, ancora una volta ricalcando gli antichi meccanismi, ma con maggiore finale intensità oggi, ha rubato la mia esistenza.
Destino, triste destino il mio, ma forse mi converrebbe cominciare a crederci.
Quante lotte perse per volermi contrapporre a lui, per cercare di sconfiggerlo. Quanta passata sofferenza, quante parole di morte da me scritte, quanto dolore. Dolore, dolore e chi potrà pagarne il conto? Penso solo la mia morte. La decisione predeterminata di essa.
Quanti anni potrò ancora vivere senza Lucio, con lui e le sue precarie condizioni della sua salute? E quando lui verrebbe a mancare? Come continuare da sola? Il sole potrà ancora sorgere per me come potrebbe sorgere oggi? O decidere la mia morte con lui? La morte decisa prima che essa arrivi da sola a sconfiggere uno solo di noi due? Anche in questo la crudeltà.
O Signore perdonami sin da ora per il gesto che un giorno compirò, non trafiggere la tua spada nel mio già sofferto cuore. Perdonami per quel giorno.
E la morte ritorna ancora, ancora una volta nelle mie prospettive di vita, ed è ancora una volta morte insieme ad un altro, come con Maurizio, insieme ad un'altra persona la cui sofferenza giunge ai limiti della vita, della mente, del controllabile.
lunedì 23 novembre 1998
sabato 21 novembre 1998
Senza titolo
Tristezza nel rileggere delle parole scritte da Lucio sul vecchio diario dell'anno in cui eravamo insieme
Ricorda Valeria:
certa gente, non
trova un nome con
cui chiamarsi, e
capita che essa segua
la prima cosa che
trova e questa si chiama
"cattiva fortuna"
Lou Reed
for
Lucio
Ho sempre avuto un acro rispetto per l'ordine con il quale sono state scritte le parole, siano mie o di altre persone. La loro appartenenza al passato, è questa la condizione che mi fa amare il loro modo di porsi nella realtà.
Questo inizio del diario è, forse, la mia fine. Ciò che infine ho raccolto di me e che desidero trasmettere a chi rimarrà a combattere in questa realtà, in questo crudele mondo.
Devo crederci? Devo credere alle mie futili (perchè a loro non segue ancora un agire) affermazioni? Non so, è quel che ora mi resta di me i di quel "me " passato o che "dovrebbe" appartenere ad un vicinissimo passato. Quel me che io ho tanta paura e tanta poca voglia di abbandonare.
Penso al mio futuro e mi vedo nel fare una scelta, di fronte alla quale vigliaccamente vorrei chiudere gli occhi della ragione, dell'analisi.
Gialle pagine che scelsi per i miei intimi colloqui, una ansiosa sera di novembre, in una riluccicante libreria che tanto mi riportava al mio io passato, lontano e non contaminato dall'eroina.
Un vicino stridio di corvi mi riporta alla realtà di quest'istante.
L'imperativo "qui ed ora" risuona categorico. Il godimento che traggo da questa realtà, dal contatto lucido che la mia anima riesce ad avere con essa qui ed ora. Mi ritempra, ma è un istante. L'istante magico dell'arte che, come per incanto, riesce ad elevarmi alle altezze di Dio, concedendomi nuovamente di assaporare quella serena, paradisiaca atmosfera... e tutto ciò sulle meravigliose, celestiali, note di un Beethoven, di un Brhams.
Questo singolo, isolato istante, fratello di un altro concedutomi tempo fa, no, non sarà lui a modificare il mio destino.
Continuando nella mortale determinazione.
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