sabato 16 maggio 2009

Scena di famiglia



Venivano dalla Romania, padre, madre e figlia.
Giovani, il volto della donna confondeva l'età, dissimulando in decisi sorrisi  il tempo trascorso dall'epoca dell'infanzia e dei sogni a quello della carne vissuta e offerta.
Lui austero e dalla carnagione scura. Il  naso aquilino caratterizzava  fieramente tutto il suo aspetto.
Di corporatura asciutta, dai muscoli tesi  temprati dalle notti in tenda sotto una coperta di stelle e di coltre nera.
Sedevano nei vagoni del treno e la loro presenza era lieve, per niente rumorosa, ciò che attrasse la mia attenzione fu, tramite l'udito, il ticchettio delle monete che urtavano tra di loro nel cappello a falde larghe nero.
Erano intenti a contarle tutti e tre insieme, eliminando,  con quella condivisione, qualsiasi gerarchia.
Terminato l'ascolto del piacevole ticchettio, mi reimmersi nella lettura, la avevo, infatti, sospesa nel mezzo di una  delle lettere piu' agghiaccianti e sconvolgenti che abbia mai scovato.
Ma tornai alla realtà che della scena scritta poteva essere una delle tante multiformi varianti.
Il posto accanto alla piccola era vuoto, lei, nel sedersi, aveva preferito quella posizione che la poneva antagonisticamente dinanzi al padre e non, invece,  alla accogliente mamma, la quale poteva essere, dall'aspetto e dall'intreccio dei gesti che emergeva, anche  una sua sorella maggiore. I capelli della bimba erano  marroni striati d'oro, il che mi indusse erroneamente a pensare che quella poteva essere opera di un qualche parrucchiere di periferia, anzicchè, molto piu' verosimilmente, del  sole.
Voltò il suo sorriso acerbo e spontaneo verso la busta poggiata sul sediolino vuoto dal quale emergevano arance, mele e un odore di banane che aveva fatto esclamare, nel vagone,  a qualche giovane sconosciuta anonima <<Che puzza!>>, estrasse l'arancia dal sacchetto e la porse alla mamma, in uno scambio di battute lievi pronunciate nella loro lingua di origine.
La mamma la ebbe tra le mani per qualche secondo per poi passarla all'uomo.
Io, incuriosita sempre di piu' dalla scena e dal destino di quella arancia che pareva non concludersi mai,  osservavo con gli occhi già inumiditi dal pianto per la giornata difficile che andavo vivendo.
Ed ecco l'uomo con il pantalone bianco panna immacolato  palleggiare con delicatezza l'arancia, la toccava, la passava da una mano all'altra mentre le donne lo osservavano,  improvvisamente, quasi di scatto, nel giro di un movimento repentino e veloce, si piegò in avanti non chinando il busto, ma portandolo con sè nel movimento cosicchè la figura appariva sempre ritta e fiera.
Si concentrò sull'arancia senza corrugare la fronte e cominciò a privarla della buccia, il tutto come se ad operare in quel modo fosse stata l'opera di una lama esperta, dal frutto non cadde un goccio del succo e così, continuando nell'opera, si trovò tra le mani una parte della buccia a forma di spirale, alzò lo sguardo verso il finestrino aperto, poi si voltò verso la moglie e passò a lei la buccia di cui disfarsi.
Lei pensò, parlò, ma non diresse mai lo sguardo verso il finestrino, la bimba sì e disse, nella sua lingua qualcosa che somigliava al nostro <<Dalla finestra>>, ma la mamma con un gesto deciso lanciò il pezzo  nella busta a far compagnia agli altri alimenti integri.
Intanto l'uomo aveva completato l'operazione e con un gesto secco ne aveva ricavato due metà una delle quali  porse  alla donna, lei ne scompose un'altra metà e, a sua volta, la  porse alla figlia.
Gli ultimi due spicchi l'uomo non li mangiò, ma li offrì alla moglie la quale li divise tra sè e la giovane ragaza.
Tutta la famiglia, così, passò all'opera, con calma e compostezza, gustando quella piccola porzione di mondo.
L'uomo con sè aveva conservato parte della buccia e, finito di gustare il frutto,  passò a sfregare la buccia sulle mani, porgendo, poi, alla figlia, il residuo.
Si stropicciò le mani come se stesse ricoprendelo di un'essenza preziosa e profumata e le passò sul collo e sul viso confermandomi l'immagine che la mia mente aveva creato.
Così fece la figlia.
La donna, invece, era alta e la sua schiena  compatta e soda, le braccia tonde, la carne che le rivestiva era morbida e tirata.
Il suo corpo, pur senza eccedenza,  possente.