Il ricordo del nostro amore
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
Lo splendore impera e
l’acqua in movimento,
i suoi flussi vitali esistenti al di là di ogni cosa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
perfetta che non conosce
il terrore,
l’angoscia della fine/ morte/ abbandono
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
delle mie ambivalenze.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.