lunedì 31 marzo 2008
-Rea ed Io-
Il racconto di Caracas alterna momenti di sintesi, che spesso sanno di pudore e di reticenza, a momenti di esasperato descrittivismo, di caccia al dettaglio, come se il senso della vita fosse racchiuso nei suoi frammenti piu’ minuti. Quel che succede nella macchina di Rosa dietro al Mercato del pesce costituisce per esempio una sequenza di una lentezza e di una minuziosità esasperanti perfino per un ascoltatore avido e interessato come me. Caracas parla con la stessa circospezione di un chirurgo che esegua un intervento a cuore aperto.
Rosa andò a sedersi accanto allo sconosciuto sul sedile posteriore dell’auto.
Era quasi sera; un grigio lucido avvolgeva lo spiazzio esaltandone solitudine e separatezza. Caracas percepì con disgusto l’odore acre e acido che proveniva dal compagno di droga di Rosa. Li scrutava entrambi attraverso lo specchietto retrovisore , chiedendosi perché mai quell’individuo evitasse di lavarsi. Il giovane indossava una giacca di finta pelle sopra un maglione grigio girocollo senza camicia. Aveva zigomi sporgenti e mento aguzzo: un volto senza espressione. Caracas rammentò di averlo fissato dopo aver colpito Rosa, pronto a colpire anche lui se soltanto la sua espressione giene avesse offerto un pretesto. Ma nei suoi occhi non aveva scorto altro che indifferenza e lontananza. Proprio come accadeva in quel momento.
A preparare la roba provvide lui: non ci furono discussioni.
♦
Denny era un giovane uomo, di quei giovani uomini ai quali non sapresti dare un ‘età, con il viso angelico di adolescente immaturo, le linee del viso, evanescenti e morbide nonostante la magrezza che ne evidenziava gli zigomi, parlavano di carezze desiderate, supplicate e mai avute, parlavano di amore rubato, violentato, di quegli amori che espropriano la vita dei bambini e li faranno, poi, sentire sempre in perenne colpa di-
Denny era così, di una bellezza acerba, non raccontava, ma parlava per lui il suo corpo abusato, la sua storia che si compiva nel silenzio tragico e nella solitudine dei gesti.
Appena lo vide capì subito che era la persona adatta, lo avrebbe potuto amare per l’eternità, lui così colpevole, così delinquente, ma così poco pericoloso, lui così inerme. Lo capiì e non ci volle molto per passare all’azione, ancora oggi non ricorda come sia potuto accadere, lei, in fondo, una ragazza ancora bambina, forse ancora intatta, un corpo così pieno, così dialogante eppure ancora una bambina, neanche sfrontata e ancora oggi non sa dire come abbia potuto azzardare, ma, si sa, certe alchimie profonde, magiche, si parlano senza parole, senza che lo strumento della voce debba essere attivato e così fu realmente, bastò uno sguardo complice e tutto fu fatto, subito. Ci fu un breve tentennamento da parte di lui, quelle gentilezze così usuali in quegli ambienti e incontri di strada. Sbagliano coloro che pensano e immaginano che in quegli ambienti non ci sia gentilezza, scambio profondo di affetti, pur se scambio disimpegnato, scambio che puo’ lasciare lo spazio improvviso ad una coltellata, una coltellata sempre attesa, come un brivido sospeso.
Inizialmente lui non voleva cedere, in fondo aveva da preservare agli occhi di se stesso ancora un briciolo di dignità, di riguardo, e poi lei era alla sua prima esperienza e se avesse ceduto nel libro della sua vita si sarebbero potute aggiungere altre parole, non avrebbe piu’ potuto dire ai suoi compagni occasionali di non aver mai iniziato nessuno, no, si sarebbe macchiato di un’altra colpa, avrebbe fatto parte di una sottocategoria nella categoria, ma erano tentativi vani di resistenza, tutti, prima o poi, lo avrebbero compiuto quel passo, anche lei, poi, anni dopo, molti anni dopo, inserì nel suo curriculum vitae quella nota “peccaminosa”.
Così fu, ci fu lo scambio di soldi, tanti soldi per la quantità della dose, ma d’altronde la sua fedina morale in qualche modo doveva essere ripagata e quello era il modo, quelli i codici riconosciuti tacitamente.
Poi, dopo i soldi, l’appuntamento e l’eccitazione era grande, lei fu colpita da una forte agitazione che si annidò nella pancia, nel centro emotivo per eccellenza, ma quel’agitazione non la divorava, era un aperitivo, avrebbe dovuto divorarla la roba, dopo. La sua verginità la avrebbe donata a piene mani a quella sconosciuta che da tempo la aveva fatta innamorare di sè, a quella sconosciuta alla quale avrebbe donato tutta sè stessa, finalmente, senza paura, totalmente. Abbandonata totalmente come nelle braccia di una grande mamma, di una nuvola e così fu, la roba non la deluse, l’eroina fece un’altra vittima consapevole, seppe conquistarla pienamente e farla sua come in un grande amplesso amoroso.
Montarono sugli scooter e lei sentì il calore del corpo di lui, gli si avvinghiò addosso e sogno’ che quell’amore la avrebbe accompagnata per il resto dei suoi giorni, che quella sensazione di pienezza, di calore le avrebbe reso le giornate finalmente piu’ accettabili.
Si diresse verso il lungomare, quel lungomare settembrino, grigio, ma aperto come solo nella sua città può essere, il profumo del mare, salaticcio, le si insinuò nelle narici inebriandola e il vento le passava nei cappelli sfiorandole le giovani gambe scoperte.
Immersero i piedi nella sabbia, lei si guardò le scarpe bianche, quelle scarpe che adorava e che le facevano male, oh sì quelle scarpe cosa avrebbe dato per renderle inattaccabili dal tempo, per espropriarle dalla loro natura di bene…
Con questo pensiero rivolto a se stessa si avvicinarono agli scogli, vi salirono sopra e lui forse le diede una mano per farla salire, un semplice gesto di cavalleria.
Si sedettero e rivolsero gli occhi al mare, in quel momento lei si rese conto di non essere sola, con lei c’erano le sue metà, ma anche in quel momento la condivisione era solo un fastidio in piu’, lei era pronta, loro no, una era terrorizzata dal gesto e scelse di non usare la siringa, l’altra era terrorizzata, era come se stesse subendo una violenza. Invece la sua era un’iniziazione perfetta, il momento che tanto aveva sognato, il suo amore si stava per realizzare , il connubio.
Quella volta, la prima volta, la preparazione fu affidata a loro, agli uomini, gli esperti, lei non conosceva ancora il sapore della preparazione, il brivido che tutto annulla, passato, futuro, realizzando nel presente la perfezione, l’unità.. Ancora non conosceva la perfidia contenuta in quell’ ebbrezza, intuiva, ma non conosceva e lascio’ fare, tralasciò i particolari quella volta.
La siringa fu presto pronta, il colore della preparazione, l’odore acre che di lì a poco le avrebbe sconvolto l’esistenza insinuandosi nel profondo dei sensi. Quella volta sotto lo sguardo di rimprovero delle sue metà che, pur se complici, non potevano accettare un abbandono così esplicito e questa fu la loro salvezza.
Lei si abbandono’ nelle mani sapienti di Denny, lui seppe essere delicato nel modo giusto, lei mai aveva accettato prima il contatto con l’ago, la siringa, l’insinuarsi profondo e sottile nelle vene aveva rappresentato un incubo, da sempre, ma in quel momento tutte le paure si sciolsero, e, paradossalmente, quell’ago torturatore, invadente, divenne l’oggetto agognato , lo strumento, il mezzo per il piacere puro.
Il freddo mentale dell’ago la percosse e lei si abbandono’, il liquido scese, piano piano, le linee diminuivano, il colore della sostanza svaniva, entrava dentro il suo sorpo, la rapiva, la conquistava.
Reclinò il capo all’indietro, non tanto, però, da non poter vedere, non fu un gesto di rifiuto, ma di apertura , guardò in alto, nel cielo, si fuse lei e le nuvole. Le nuvole divennero lei, la avvolsero, lei si perse in quell'abbandono, in quell'abbraccio, non era piu’ un corpo, era circondata, le nuvole giocavano con lei, le sorridevano, si sorridevano tra loro e lei, in mezzo a loro, ne sentiva il morbido e vi si abbandonava.
Era l’estasi.
:non ci furono discussioni, Rosa ne aveva riconosciuto d'istinto, sin dal primo momento, la maggiore esperienza e fu lei stessa ad affidargli il compito.
Caracas si mervigliò della fermezza delle sue mani che in quel momento reggevano contemporaneamnete la fiala di acqua distillata e la bustina di carta argentata contenente la droga. Lo sconosciuto chiese a Rosa di aiutarlo e le diede da tenere la bustina. Poi spezzò con un colpo secco la fiala.
Nessuno fiatava, perfino i rumori lontani della città sembravano svanire lentamente per far largo al silenzio un po' spossato di quella deludente conclusione domenicale. Caracas fissò Rosa, che a sua volta fissava le mani del suo vicino che aspirava con una siringa il liquido dalla fiala fino a vuotarla del tutto. Quando ebbe finito, porse la siringa a Rosa che gli consegnò la bustina.
Il giovane restò un lungo momento immobile, le mani sollevate entrambe a mezz'aria. Quindi iniziò con cautela e perizia a versare la polvere nell'ampolla sotto lo sguardo trepido di Rosa e dello stesso Caracas, concentrato sullo specchietto retrovisore.
Fremeva di impazienza in attesa che il rito si concludesse. Non aveva mai assistito a una scena del genere, soprattutto non aveva mai visto Rosa bucarsi. In che parte del corpo si sarebbe infilata l'ago? E l'altro, come si sarebbe comportato' Si sentì invadere da una pena infinita: Innanzi tutto per Rosa, una pena che mescolava mille sentimenti diversi: passione, pietà, rabbia. Ma anche pena per sè, che stava vivendo un'esperienza che di fatto era un cedimento morale, in imperdonabile atto di complicità e di incoraggiamento.
Avrebbe volentieri chiuso gli occhi per uscire da quella scena. Chiuse gli occhi davvero, ma resistette ben poco. Li spalancò di colpo senza neanche deciderlo, indipendentemente dalla volontà. Avvicinò la faccia allo specchietto retrovisore, ne modoficò per la terza volta leggermente l'orientamento.
Ora lo sconosciuto ( non si erano neppure presentati, anzi non si erano scambiati una sola parola) stava riscaldando con un accendino la fiala nella quale era stata iniettata, dopo la polverina, l'acqua distillata. Fece oscillare diverse volte la fiammella a una quindicina di centimetri dal minuscolo contenitore di vetro mostrandosi completamente insensibile al calore.
Poi disse:"E' fatta". E a Caracas parve di udire, piuì che un sospiro, un rantolo di Rosa.
Mentre l'uomo riempiva con la soluzione le due siringhe in parti uguali, vide Rosa stringersi nel proprio angolo con le gambe accavallate. Chiuse di nuovo gli occhi e di nuovo li spalancò di colpo dopo pochi istanti.
Li colse nel momento in cui impugnavano ciascuno la propria siringa. Rosa aveva appoggiato sulle ginocchia la mano sinistra rovesciata e Caracas capi' che avrebbe diretto l'ago sul polso.
Era stravolta, gli occhi le si erano rimpiccioliti, come arricciati; aveva le labbra socchiuse e ansimava.
Caracas non resse e si voltò. Fu un gesto assurdo, con quella coppia là dietro che sembrava vivere i sussulti di una copula e lui che li guardava atterrito e impudico.
lo sconosciuto aprì di scatto la portiera e se ne andò senza dire una parola. Rosa aveva gli occhi chiusi. Tremava leggermente.
♦Ermanno Rea "Napoli ferrovia"
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