"L'intero apparato conoscitivo è un apparato di astrazione e semplificazione-non diretto alla conoscenza delle cose, bensì al dominio delle cose".
F.NIETZSCHE, Frammenti postumi estate autunno 1884.
martedì 28 febbraio 2012
mercoledì 22 febbraio 2012
-Appunti-
-CHARLES HAMILTON HOUSTON-
-THURGOOD MARSHALL-
"[...]
Quanto alle eredità
culturali, religiose e umanistiche europee, da cui si sono sviluppati i valori
universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, il termine di
confronto piu’ immediato con i problemi
posti dalla riflessione di Th.Marshall è, all’interno dell’Illuminismo
europeo settecentesco, quello con la
Scuola giusnaturalstica napoletana e la fondazione storica e
filosofica dei Diritti dell’Uomo, alla quale essa diede luogo, particolarmente
ad opera della personalità di maggior rilievo che a questa Scuola fece capo:
Gaetano Filangieri e la sua Scienza della legislazione, pubblicata a Napoli,
tra il 1780 e il 1791, in
sei Libri.
….nel pensiero di
Filangieri e della scuola a cui fa capo, i diritti fondamentali sono
riconosciuti e garantiti, non creati, dalla legge; che il loro eventuale
disconoscimento delegittima l’intero edificio dello Stato; che il loro
esercizio non puo’ essere sospeso per nessuna ragione di pubblica utilità; che
il loro riconoscimento costituisce l’autentica stella polare non solo nei
rapporti tra individui, ma anche nei rapporti tra individui e tra gli Stati nei
loro reciproci rapporti.
7. Se indiscussa è,
per Filangieri, la centralità dei Diritti fondamentali nella giustificazione
dell’intera esperienza giuridica, altrettanto fuori discussione, è, per tornare
alle appassionate ragioni addotte da Th. Marshall, il carattere universale
degli stessi, nel senso che i Diritti fondamentali o sono garantiti e
riconosciuti da tutti, e sono quindi praticati come Diritti universali senza
deroga alcuna, o scadono a ciniche formule che servono solo a mascherare i piu’
bassi interessi di gruppi sociali o di individui privilegiati.
[…]
Lette alla luce dell’esperienza del
XXI secolo e quindi inevitabilmente con il senno di poi, le riflessioni di Th.
Marshall e di Filangieri sulla schiavitu’ forniscono due profondi insegnamenti,
che spiegano le ragioni anche pratiche per le quali è così importante
riflettere, in maniera sincronica, su due Autori distanti nel tempo, ma
accomunati -il nobile napoletano e il discendente degli schiavi d’America- da
quelle eredità culturali e umanistiche, da cui si sono sviluppati i valori
universali dei Diritti inviolabili e inalienabili dell’Uomo.
Il primo insegnamento è che il
carattere universale e vincolante dei Diritti dell’Uomo non si puo’ barattare
con nessun vantaggio cd. Pratico, nemmeno con ragioni di interesse pubblico,
quali la sicurezza, come dimostrano esperienze a noi contemporanee e, sopra
tutto per l’Italia, ancora in atto, sulle quali si tornerà qui di seguito.
Il
secondo insegnamento si pone in una prospettiva di lungo temine, anche se non
meno importante. Nessuna rottura rivoluzionaria, anche quando è coronata da
successo e viene sanzionata, come nel caso degli Stati Uniti, da una
Costituzione, che per il suo carattere esemplare, ha assunto le dimensioni di
un’esperienza epocale, realizza la terra promessa. Le grandi esperienze
costituzionali sono valide non solo e non tanto per le scelte contenute nel
documento che le realizza, frutto di inevitabili compromessi politici e istituzionali,
ma per i processi che riescono ad innescare.
E’ questa una problematica, su cui è
necessario soffermarsi proprio per meglio capire le posizioni di Th. Marshall
da cui si è partiti. Ma è anche una problematica che si è imposta pure per
un’altra Rivoluzione, non del XVIII, ma del XX secolo, quella del 1917 in Russia, ispirata
non dalla dottrina dei diritti inviolabili o fondamentali, ma dalla critica cd.
Di classe a quella categoria, portata alle estreme conseguenze proprio dal
diretto protagonista di quella rottura rivoluzionaria; e vissuta anch’essa, in
Italia, ma anche negli Stati Uniti, da personalità come W.W.B. Du Bois, come
l’evento esemplare di una nuova epoca in nome della lotta contro
l’imperialismo.
-ANTOINE BENEZET-
1713-1784
-CLARKSON-
e, infine, ma non per ultimo...:
-WILLIAM EDWARD BURGHARDT DU BOIS-
1868-1963
Dopo aver contribuito a fondare nel 1909 la National Association for the Advancement of Colored People, "fu il dirigente piu' impegnato del lavoro dell'associazione, ma, a conclusione di un lungo impegno, protrattosi per diversi decenni, in cui diresse le lotte e le rivendicazioni degli afroamericani nella prospettiva dei diritti e della cittadinanza, egli, nel clima della guerra fredda e della polemica antimperialista contro gli Stati Uniti, se ne allontanò progressivamente, abbandonando gli Stati Uniti, se ne allontanò progressivamente, abbandonando gli Stati Uniti, dopo la sua iscrizione al Partito comunista del suo paese, per morire a novant'anni, nel 1961, come cittadino del Ghana di Nkrumah.
[...]
Proprio poco tempo prima della sua tragica morte, M. Luther King, presentando la raccolta degli scritti e dei discorsi di Du Bois, rilevava che "il dottor Du Bois è stato un genio e ha scelto di essere comunista. Il nostro anticomunismo irrazionale e ossessivo ci ha condotto in troppi gineprai per consentirci di continuare a coltivarlo come se fosse una forma di pensiero scientifico". Il che dimostra la dialettica interna di un movimento associativo, che è riuscito a guidare una lotta così complessa e difficile."
Note bibliografiche: Lenin, Stato e rivoluzione in Opere scelte; K.Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico; W.E.B. Du Bois, I negri e il socialismo, in Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo.
Da Thurgood Marshall e l'<<infame>> ruolo della schiavitu' negli Stati Uniti: un confronto con l'Italia e con l'Europa dei diritti, di Giuseppe Tucci.
-Notte tra il 21 e 22 febbraio-
Altro sogno
terribile e rispunta un nome perso nell’oscurità del passato.
Un sogno che mi ha
scaraventato indietro di scatto.
Come un essere
inchiodati ad una storia che non puo’ non ritornare.
Il presente si
offusca e perde di vitalità.
E tutto ricomincia
sempre identico a sé stesso,
cancellando
impietosamente qualsiasi idea-ipotesi-sogno di cambiamento.
lunedì 20 febbraio 2012
Sogno tra il 18 e 19 febbraio
Ero con Ale in un luogo pubblico che era situato al di sotto del livello stradale, nonostante cio' l'atmosfera che prevaleva era calda ed accogliente grazie alla temperatura estiva che avvolgeva i nostri corpi e alla luce che emanavano le pareti tinte di giallo ocra.
Il locale affacciava all esterno tramite delle porte a vetri scorrevoli che occupavano tutta la parete divisoria e che in quel momento risultavano aperte. D'un tratto un rapinatore armato di pistola cominciò a mietere il terrore tra di noi. Ale mi supplicava di portarlo via da quel luogo. La sua voce nn arrivava a me, ma solo le sue lacrime e il gesto della bocca aperta che formulava le parole. Io restavo immobile pietrificata all'idea che potesse nello spostamento da un luogo all'altro essere colpito dall'uomo armato. Pensai tra me e me che nessun uomo avrebbe mai potuto fare del male volontariamente ad un bambino, ma poi capii che dovevo abbandonare questa illusione per cedere alla realtà. Riuscii a recarmi con lui all'esterno del locale e le persone che lì erano ci aiutarono ad aprirci un varco per scappare. Ma fare ciò significava dover spostare dei pesanti blocchi di cemento. Nello spostamento un blocco schiacciò un dito del piede di Ale il quale cominciò a piangere disperatamente.
Io nn ebbi la forza di andargli vicino e scappai. Sentivo le sua urla e mi piegai per terra coprendomi le mani sulle orecchie per scappare da quel dolore.
Il locale affacciava all esterno tramite delle porte a vetri scorrevoli che occupavano tutta la parete divisoria e che in quel momento risultavano aperte. D'un tratto un rapinatore armato di pistola cominciò a mietere il terrore tra di noi. Ale mi supplicava di portarlo via da quel luogo. La sua voce nn arrivava a me, ma solo le sue lacrime e il gesto della bocca aperta che formulava le parole. Io restavo immobile pietrificata all'idea che potesse nello spostamento da un luogo all'altro essere colpito dall'uomo armato. Pensai tra me e me che nessun uomo avrebbe mai potuto fare del male volontariamente ad un bambino, ma poi capii che dovevo abbandonare questa illusione per cedere alla realtà. Riuscii a recarmi con lui all'esterno del locale e le persone che lì erano ci aiutarono ad aprirci un varco per scappare. Ma fare ciò significava dover spostare dei pesanti blocchi di cemento. Nello spostamento un blocco schiacciò un dito del piede di Ale il quale cominciò a piangere disperatamente.
Io nn ebbi la forza di andargli vicino e scappai. Sentivo le sua urla e mi piegai per terra coprendomi le mani sulle orecchie per scappare da quel dolore.
sabato 18 febbraio 2012
-Vergogna prometeica-
Dalle prime pagine dell'interessantissimo libro di Gunther Anders "L'uomo è antiquato" pubblicato per la prima volta nel 1956, estraggo questo brano nel quale l'autore cerca di approfondire il suo concetto di vergogna prometeica, la vergogna che lui attribuisce all'essere umano nei confronti dei suoi prodotti e che avrebbe la capacità di modificargli la struttura psichica e il suo stare nel mondo.
Spunto di riflessione è anche il testo nella nota nella quale si evidenza la base teorica della società borghese e la sua origine nell'individualsimo.
"...cercando di approfondire in cosa consista e da dove si origina la vergogna prometeica "trovo che il suo oggetto fondamentale, ossia la " macchia fondamentale" di chi si vergogna, e' l' origine. T. si vergogna di essere divenuto invece di essere stato fatto, di dovere la sua esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino nell' ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita.
(...) Ma se egli vergogna di questa sua.origine antiquata, si vergogna naturalmente anche del risultato difettoso e inelluttabile di questa origine: di se stesso."
Dalla nota:
L'ultimo tentativo di sconfessare il natum esse proviene dalla rivoluzione borghese, particolarmente dalla filosofia che l' accompagna" ossia da Fichte con una connotazione esclusivamente morale-politica e posteriormente da Heidegger dove il significato politico e' completamente eluso, lasciando la spazio a quello intimistico.
Spunto di riflessione è anche il testo nella nota nella quale si evidenza la base teorica della società borghese e la sua origine nell'individualsimo.
"...cercando di approfondire in cosa consista e da dove si origina la vergogna prometeica "trovo che il suo oggetto fondamentale, ossia la " macchia fondamentale" di chi si vergogna, e' l' origine. T. si vergogna di essere divenuto invece di essere stato fatto, di dovere la sua esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino nell' ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita.
(...) Ma se egli vergogna di questa sua.origine antiquata, si vergogna naturalmente anche del risultato difettoso e inelluttabile di questa origine: di se stesso."
Dalla nota:
L'ultimo tentativo di sconfessare il natum esse proviene dalla rivoluzione borghese, particolarmente dalla filosofia che l' accompagna" ossia da Fichte con una connotazione esclusivamente morale-politica e posteriormente da Heidegger dove il significato politico e' completamente eluso, lasciando la spazio a quello intimistico.
venerdì 17 febbraio 2012
In questi periodi in
cui sembra che tutto sia in procinto di bruciare e in alcuni luoghi realmente le cose cominciano a bruciare, mettermi a riflettere sul miglioramento del testo costituzionale mi appare quasi dannoso. In
realtà tale testo nacque come
compromesso ed equilibratore delle forze esistenti e come stabilizzatore dei
rapporti di forza.
E quei rapporti di
forza altro non erano che la possibilità per il capitalismo di poter
proliferare, cosa che, poi, è avvenuta, tuttavia piu’ passa il tempo e piu’ a
livello personale, mi capita di avvicinarmi sempre di piu’ agli animali, agli altri
animali non umani.
In quanto altri da
noi sono diversi, tutto ciò che li muove è diverso da noi, le logiche
speculative di competizione in loro sono assenti e, considerando la mia
crescente difficoltà a stare in logiche umane, mi sta accadendo di avvicinarmi
sempre di piu’ ed in modo molto graduale ed equilibrato a loro. E’ in questo
contesto personale che si innesca il mio interesse per una parte del testo che
riporto…
Da "La questione dei
diritti degli animali" di Cosimo Marco Mazzoni.
6. Nella nostra
Costituzione manca un riconoscimento della presenza degli animali nella nostra
vita associata, nella nostra organizzazione sociale, nel nostro sistema
economico e produttivo. Taluni animali
potrebbero essere inclusi nel decalogo dei diritti: taluni, si dice
(salvo poi a decidere quali specie: ma chi decide?). E gli altri? Il fringuello
si puo’ cacciare, il pettirosso no. Perché è in via di estinzione. Le specie
protette per legge, dunque. Ma chi è meritevole di tutela? Perché il pettirosso
sì e non il fringuello? Dov’è l’aspettativa giuridicamente protetta?
Vorrei suggerire un
percorso lungo il quale potrebbe essere condotta l’affermazione della rilevanza
costituzionale degli animali. E’ possibile estendere l’imputabilità
dell’interesse meritevole di tutela ad esseri viventi diversi dai soggetti del
diritto (Lombardi Vallauri 1990). Eì possibile, a parer mio, a due condizioni.
La prima condizione sarebbe di considerare il rapporto uomo-animale parte
inseparabile dei doveri inderogabili di solidarietà di cui parla l’art. 2 della
Costituzione. E’ opportuno oggi che parte considerevole dei doveri che gravano
sullo Stato contemporaneo siano rivolti all’adempimento di doveri che attengono
non solamente alle prerogative dei diritti dell’uomo, ma tengano conto di
rapporti piu’ estesi entro i quali l’uomo opera e si muove: ambiente, territorio,
natura. E tra questi rapporti sono certamente ascrivibili quelli con le altre
specie animali.
La seconda
condizione è quella di considerare gli animali non tanto soggetti di diritto,
ma destinatari di doveri. Sono loro, gli esseri senzienti, i “meritevoli di
tutela”. La prospettiva in fondo rimane sempre quella sopra descritta. E’
l’uomo titolare di doveri di protezione, di doveri di solidarietà sociale nei
confronti di altre entità che fanno
parte assieme a lui medesimo della natura. A lui, e solo a lui, incombono
precisi obblighi di comportamento, cui
non necessariamente corrispondono diritti. Solamente l’uomo, attraverso il suo
sistema giuridico formato di norme imperative, di doveri, di codici di comportamento,
è in grado di realizzare con efficacia un sistema di tutele, un ordinamento di
salvaguardie, un corpo di regole per gli animali. Solamente all’uomo incombe un
tal tipo di compito. In fondo, qual è la finalità che i sostenitori di diritti
degli animali intendono perseguire, se non quella di un loro benessere?
mercoledì 8 febbraio 2012
-Notte tra il 7 e l'8 febbraio-
Accettavo di andare a lavorare dal lunedì al venerdì in un'altra città nonostante avessi Alessandro.
Si viaggiava in bicicletta ed era tutto piu' sereno e leggero, la mia paura risiedeva nella possibilità di affezionarmi troppo a questo posto ed al conseguente rifiuto di tornare a Napoli.
Avevo una relazione con un uomo che stava anche con un'altra donna, non mi pesava questa situazione, quasi come se quell'altra donna fosse un'altra me.
Le strade erano assolate e il clima piacevolmente caldo, potrebbe corrispondere al mio desiderio di una vita diversa che vive nei ricordi, ma che non credo di aver mai conosciuto.
Era tutto distante da quella che sono divenuta ora e che in nuce sono sempre stata.
La mia tendenza all'isolamento comunicativo ed alle tenebre si rafforza, mi sovviene sempre alla mente quanto disse Lucia a me, come se io non appartenessi al genere di persone delle quali parlava.
Parlava di un destino segnato e dell'impossibiltà per certe persone con un certo imprinting ad essere diverse.
Diceva che il discrimine per la salvezza era di 10 anni, ma che, secondo lei, comunque non si sarebbe riusciti mai ad essere diversi e ad andare oltre.
Il sogno proseguiva, per la terza notte consecutiva io e il papà perdiamo nostro figlio. Stavolta la responsabilità era la sua, chè lo aveva messo su un treno. Il bimbo non si trovava piu' ed io mi disperavo, tuttavia mi sconvolgeva il fatto che riuscissi a restare in vita. L'angoscia era tanto grande da risultare invivibile e da fare in modo che la propria vita proseguisse falsamente, come quella di un attore ben consapevole del ruolo che sta recitando.
Quest'ultima parte del sogno fa riferimento alla mia inadeguatezza che in questi ultimi giorni mi perseguita.
Guardo a mio figlio e sento di non andare bene, sento che la mia profonda tristezza, sempre piu' profonda non è cosa buona per la sua crescita, ma come posso essere un'altra?
Sono quella che sono.
In passato speravo in un principe celeste o grigio (non ha importanza) che venisse ad aiutarmi, se non proprio a salvarmi.
Ora principi non ne vedo piu' e se vedo qualcuno sono piu' propensa a vedere mostri.
Anche in presunti amici che erano con me solo per interesse, per non parlare di X sul quale dovrei mettere una pietra tombale.
Piu' passa il tempo e piu' vedo chiaramente tutto il male e le cattiverie e le ipocrisie, tanto da accentuarmi il senso dello schifo che provo già di continuo.
Si viaggiava in bicicletta ed era tutto piu' sereno e leggero, la mia paura risiedeva nella possibilità di affezionarmi troppo a questo posto ed al conseguente rifiuto di tornare a Napoli.
Avevo una relazione con un uomo che stava anche con un'altra donna, non mi pesava questa situazione, quasi come se quell'altra donna fosse un'altra me.
Le strade erano assolate e il clima piacevolmente caldo, potrebbe corrispondere al mio desiderio di una vita diversa che vive nei ricordi, ma che non credo di aver mai conosciuto.
Era tutto distante da quella che sono divenuta ora e che in nuce sono sempre stata.
La mia tendenza all'isolamento comunicativo ed alle tenebre si rafforza, mi sovviene sempre alla mente quanto disse Lucia a me, come se io non appartenessi al genere di persone delle quali parlava.
Parlava di un destino segnato e dell'impossibiltà per certe persone con un certo imprinting ad essere diverse.
Diceva che il discrimine per la salvezza era di 10 anni, ma che, secondo lei, comunque non si sarebbe riusciti mai ad essere diversi e ad andare oltre.
Il sogno proseguiva, per la terza notte consecutiva io e il papà perdiamo nostro figlio. Stavolta la responsabilità era la sua, chè lo aveva messo su un treno. Il bimbo non si trovava piu' ed io mi disperavo, tuttavia mi sconvolgeva il fatto che riuscissi a restare in vita. L'angoscia era tanto grande da risultare invivibile e da fare in modo che la propria vita proseguisse falsamente, come quella di un attore ben consapevole del ruolo che sta recitando.
Quest'ultima parte del sogno fa riferimento alla mia inadeguatezza che in questi ultimi giorni mi perseguita.
Guardo a mio figlio e sento di non andare bene, sento che la mia profonda tristezza, sempre piu' profonda non è cosa buona per la sua crescita, ma come posso essere un'altra?
Sono quella che sono.
In passato speravo in un principe celeste o grigio (non ha importanza) che venisse ad aiutarmi, se non proprio a salvarmi.
Ora principi non ne vedo piu' e se vedo qualcuno sono piu' propensa a vedere mostri.
Anche in presunti amici che erano con me solo per interesse, per non parlare di X sul quale dovrei mettere una pietra tombale.
Piu' passa il tempo e piu' vedo chiaramente tutto il male e le cattiverie e le ipocrisie, tanto da accentuarmi il senso dello schifo che provo già di continuo.
sabato 4 febbraio 2012
-Sogni-
Ce l'ho fatta, il mio malessere mi ha portata a a svelare qualcosa di me che non riuscivo a capire. Il mio inconscio, come al solito, fa il suo dovere. Lui si impegna molto per darmi una mano, mi fa sognare e mi mette innanzi immagini che svelano l 'arcano e la cripticità del mio fondo.
Un lungo balcone arredato con sedili in vimini e arricchito da folte piante, un balcone lungo e vuoto che mia mamma contrapponeva al suo bel balcone anche esso lungo con arredi in legno piu' scuri e massicci, ma con poche piante. A quel punto riuscii ad affermare che forse cio' che mancava nel suo erano le piante e le feci vedere il balcone altro. Mi proposi, però, sia a voce che dentro di me, di comprare io le piante, le avrei comprate a partire da piante piccole che sarebbero costate di meno e mia mamma parlava con me, interagiva con tutta calma ed era consenziente, riteneva che la mia idea fosse buona.
Prima di visualizzare il balcone ne avevo visto un altro sempre nella stessa casa, quest'altro mia mamma lo aveva arricchito con bellissime maschere di porcellana colorate che destavano il piacere delle proprietarie del balcone di fronte.
Prima dei due balconi c'era questa casa interna vissuta che mi sfugge tuttora al ricordo, una casa di calore e di allegria dove Alessandro giocava col babbo che stava per due giorni di festa da noi e dove un'estranea dottoressa magra asciutta dai capelli neri e per niente attraente decise di far vedere a me ad a mia sorella di come si divertiva e gioiva a ballare la taranta quando vi si trovava.
E ballava ballava nella mia piccola attuale stanza da letto con me e mia sorella che ridevamo di vergogna come accadeva quando eravamo piccole e un 'emozione ci sovrastava.
Anche all'epoca non riuscivamo a gestire ed a comprendere da dove uscissero fuori quelle forze che ci destabilizzavano.
Quelle forze erano le emozioni che non potevamo vivere perchè la loro dirompenza vitale mal si addiceva all'ordine a ed al controllo che doveva regnare.
Un ordine ed un controllo che permetteva alla mamma di poter proseguire le sue giornate
in una discreta modalità e normalità sociale ed interiore.
Torno al balcone e, svegliatomi da questa lunga ed interiore notte, mi sono chiesta se io un balcone così lo vorrei, se io vorrei vedere abitato un balcone così. Ho provato ad immaginare il balcone vissuto da persone che si accomodavano sui sedili e ne godevano la bellezza, ma non riuscivo a percepire, da questa scena, il piacere ed a collocare le immagini.
Ho provato a far colloquiare gli attori, ma non sapevo cosa si sarebbero dovuti dire...
Non sapevo cosa si sarebbero dovuti dire e cosa avrebbero dovuto fare insieme.
Ci si incontra e per cosa?..
Ci si incontra e per fare che?
Che senso ha tutto?
Mi sovviene alla mente cio' che mi disse Peppe Fortunato prima di approdare alla fine del suo tormento chiamato vita, quando provò a mettere ordine nella sua esistenza ed a comprendere l'origine di quel male che credeva sepolto.
Mi scrisse in una delle ultime lettere che, all'improvviso, aveva guardato alla sua vita come ad una Ferrari di lusso bellissima, ma vuota. Ora lo capisco.
La mia vita è vuota, ecco la cosa che non riuscivo a comprendere.
Ecco perchè mi circondo di persone che non possono darmi neanche la minima idea di stabilità, perchè io non so cosa sia la stabilità, la comunicazione e non so cosa sia il volere e il poter volere qualcosa dalla vita.
Sono io che cammino e sono io sola che cammino... Provo a vedermi con la gente, a recitare il ruolo di Valeria che è presente e che dà vicinanza, ascolto calore, ma oltre tutto ciò a me cosa resta di me, cosa resta?
Dov'è il contatto di me con me stessa? Penso ad X ed alla sua vita, ad i suoi genitori ed alla forza con la quale difende quella che è la sua vita, il suo senso, ciò che ha imparato a decifrare come importante, il padre, la madre, la famiglia. A modo suo si difende e porta avanti un progetto che ha la radici in quanto ha imparato. Io cosa ho imparato?
Come si puo' solo immaginare di forzare qualcosa da una persona che, come me, vive queste incertezze, questi dubbi? Una persona che con la propria vita va al vento?
Capisco perchè il terapeuta mi esortava ad un progetto, perchè mi chiedesse se io credessi al fato o alla progettualità.
Me lo chiedeva perchè vedeva in me l'assenza di strutture, di basi e si disorientava.
Mi chiedo se mai potrò essere diversa, cosa posso osare volere, e cosa posso essere capace di immaginare che voglio. Vedo solo deserto, silenzio e solitudine dentro e fuori di me.
Potrei incontrare oggi qualcuno, parlare, lasciarmi affogare da parole che non mi appartengono, lasciare che la mia vita venga indirizzata, che la vela ammainata e poi?
Cosa resta di me, cosa resterebbe di me?
Una sola speranza vedo di me ed è una speranza che si nutre di solitudine, di stanze buie, di tentativi di dialogo con chi è affine a me, con chi, con la tenerezza che solo un dolore vissuto sulla pelle quotidianamente, istante dopo istante, solo con quella dirige la propria esistenza ed i rapporti con gli altri.
Penso al film di Ken Loach che tanto adoro, all'attore principale, a quando decise di tornare alla dipendenza dall'alcool e di quando al risveglio ridestò la sua coscienza per trovarsi ancora ed ancora solo. Si puo' negare la propria realtà ed uscirne vivi?
giovedì 2 febbraio 2012
-Crisi-
Il tempo passa ed io non trovo pace, mi dimeno e si dimena la mia mente, si ribella a codici imposti, a castrazioni morali avvenute per necessità.
Si dimena perché non le riconosce, quale dovrebbe essere ad un certo momento della propria vita il premio?
Non è di moda parlare di premio, pensiamo la nostra come una società laicizzata, ma è forse tra le piu’ bigotte e conformiste mai esistite.
Si dimena perché non le riconosce, quale dovrebbe essere ad un certo momento della propria vita il premio?
Non è di moda parlare di premio, pensiamo la nostra come una società laicizzata, ma è forse tra le piu’ bigotte e conformiste mai esistite.
Tutti a conformarsi ad un modello imposto sub consciamente e ad annuire con la testa.
Lds mi apre ampi spazi di pensiero, ampi voli e territori da solcare, una ampia deresponsabilizzazione, ma si puo’?
Si puo’ tornare indietro e non generare?
Si puo’ tornare indietro e non generare?
No, non si puo’. Lui mi guarda e mi dice:
<<Mamma, io parlo e tu non mi senti,
<<Mamma, io parlo e tu non mi senti,
fai sì con la testa, ma non mi senti.>>
<<Sì Figlio non ti sento….>>
Glielo dico, vorrei dirgli cosa sento e dov’è la mia testa, ma come fare e a spiegargli?
A spiegare a lui che gira tutto intorno al proprio mondo.
A lui che vive, giustamente, di pretese ed io di obblighi verso di lui.
Allora mi accontento di una qualche vaga forma di follia e di oblio, ma non basta piu’.
A lui che vive, giustamente, di pretese ed io di obblighi verso di lui.
Allora mi accontento di una qualche vaga forma di follia e di oblio, ma non basta piu’.
Il lavoro? E’ una castrazione, altro?
Le relazioni? Ecco cosa fare?
Probabilmente mi devo arrendere all’idea che nulla puo’ oltre me e che gli altri esistono solo in funzione di un benessere personale e che se non riescono ad incidere in questo modo sono altri che non devono esistere.
Volo basso, osservo e mi ribello, sono stretta in questi panni che a forza ho calzato, inizialmente per incoscienza, poi per […]?
Volo basso, osservo e mi ribello, sono stretta in questi panni che a forza ho calzato, inizialmente per incoscienza, poi per […]?
Non so darmi una risposta, l’unica possibile risiede forse in un isolamento che dovrei forzare, dovrei forzare per mesi, anni per poi…ritrovarmi finalmente?
Tu sei lì a recitare la tua scena, una scena che non capisco e che mi fa impazzire.
Tu sei lì a recitare la tua scena, una scena che non capisco e che mi fa impazzire.
Al buio della mia stanza ieri notte mi girava tutto, girava tutto intorno e dentro di me, una nausea che mi faceva rigettare ogni cosa.
L’angoscia di essere spiata da te, di non poter essere libera.
L’angoscia di essere spiata da te, di non poter essere libera.
Il terrore di aver potuto commettere un errore fatale.
Il senso di colpa che ritorna? Ma perché ancora questo assillo, questa bestemmia?
Il senso di colpa che ritorna? Ma perché ancora questo assillo, questa bestemmia?
Perché?
Perchè sono nata e venuta al mondo qui tra e da conformisti e attori vari, ma non lo voglio piu’.
Ingrigisce le mie prospettive l’idea della non libertà.
Perchè sono nata e venuta al mondo qui tra e da conformisti e attori vari, ma non lo voglio piu’.
Ingrigisce le mie prospettive l’idea della non libertà.
E tu? Tu eri un essere che adoravo, lì su quel piedistallo ed io ti vedevo come la spiaggia alla quale approdare, ma l’inganno si è rivelato quanto mai stridente, doloroso, come non mai.
Mi sovviene alla mia mente un mio passato, lo guardo e penso a quel tempo.
Un tempo che avrei potuto diverso?
Avrei potuto? Ma cosa significa: avrei potuto?
Lo feci? No, non lo feci e non lo avrei potuto.
Ora quel passato gira per qualche giorno nella mia testa, l’inconscio lo fa riaffiorare nelle mie notti e il giorno lo materializza nella persona ed è un passato presente dolce, conciliante, di chi un tempo mi odiava ed oggi mi vuol bene, mi cerca, mi chiede…
Ora quel passato gira per qualche giorno nella mia testa, l’inconscio lo fa riaffiorare nelle mie notti e il giorno lo materializza nella persona ed è un passato presente dolce, conciliante, di chi un tempo mi odiava ed oggi mi vuol bene, mi cerca, mi chiede…
Puo’ bastare questo? Mi basta. Mi basta senza dubbio, ma neanche ciò mi piace perché mi tiene così legata al destino di qualcun altro e la schiavitu’, seppur blanda, mi stride dentro.
mercoledì 1 febbraio 2012
-da Erewhon, Samuel Butler-
"Vi fu un tempo in cui la terra, almeno per quel che ne
sappiamo, mancava completamente di vita animale e vegetale e, a detta dei nostri
migliori filosofi, era solo una sfera incandescente coperta da una crosta che
andava gradatamente raffreddandosi. Ora, se a quell’epoca
fosse esistito un essere umano che, sprovvisto di ogni nozione scientifica,
avesse potuto vedere la terra come un qualsiasi altro mondo a lui completamente
estraneo, non gli sarebbe forse parso impossibile che da quella specie di
tizzone ardente potessero nascere e svilupparsi creature dotate di una qualche
sorta di coscienza? Non avrebbe egli negato che potesse contenere un germe
qualsiasi di coscienza?
Eppure col volgere
dei millenni la coscienza apparve, perché allora non esisterebbero nuove strade
attraverso cui essa giungerà a manifestarsi anche se per ora quelle strade sono
invisibili ai nostri occhi? Pensate alla straordinaria evoluzione delle
macchine in questi ultimi secoli e osservate con quale lentezza progrediscono
il regno vegetale e quello animale.
Le macchine piu’ altamente organizzate sono creature non di
ieri, ma addirittura degli ultimi cinque minuti, oserei dire, di fronte alla
storia dell’universo, supponiamo che gli esseri coscienti esistano da venti,
venticinque milioni di anni, guardate quali passi da gigante hanno fatto le
macchine nell’ultimo millennio; il mondo non puo’ forse durare altri venti milioni
di anni? Ma se dura altri venti milioni di anni che cosa finiranno
per diventare le macchine? Non è piu’ prudente
distruggere il male all’inizio e impedire loro di progredire ulteriormente? Chi puo’ dire che la macchina a vapore non possieda una
qualche sorta di coscienza? Dove comincia e dove finisce la coscienza? Chi puo’
fissare il limite? Chi puo’ fissare un qualsiasi limite? Non sono forse le cose
intessute tutte le une nell’altra e le macchine non sono legate in mille modi
alla vita animale?
Non vorrei che si
pensasse, tuttavia, che io abbia paura delle macchine attualmente esistenti,
probabilmente tutte le macchine conosciute sono solo prototipi della vita
meccanica futura.
Rispetto alle macchine dell’avvenire quelle di oggi sono come i primi dinosauri
rispetto all’uomo. Le piu’ grandi con tutta probabilità si rimpiccioliranno
molto. Alcuni dei primi
vertebrati avevano proporzioni molto maggiori di quelle ereditate dai loro
discendenti dotati di organismi piu’ perfetti, allo stesso modo che le macchine,
a mano a mano che si sviluppano e progrediscono, si riducono di dimensioni, ma
ci troviamo di fronte altri interrogativi.
Che cos’è l’occhio dell’uomo se non una macchina attraverso
cui la piccola creatura che vi siede dietro nel cervello puo’ guardare? E ancora, chi ci ha mostrato l’esistenza di organismi infinitamente minuscoli che pullulano
insospettati intorno a noi, l’occhio o la piccola macchina ottica? E guardate la
capacità di calcolo dell’uomo tanto vantata, non possediamo forse macchine in
grado di proseguire tutte le operazioni piu’ in fretta e piu’ correttamente di
noi? Chi ci assicura che l’uomo vede e sente veramente, egli è un tale alveare, un tale brulicante
nido di parassiti che c’è da chiedersi se il suo corpo non appartenga piu’ ad
essi che a lui e se dopotutto egli non sia altro che una specie di formicaio.
Non potrebbe dunque anche l’uomo diventare una specie di
parassita delle macchine, un pidocchio affezionato che fa loro il solletico? Si
puo’ rispondere che anche se le macchine riuscissero a sentire perfettamente ed a parlare col
massimo buon senso il loro udito e la loro favella sarebbero al nostro servizio
e non al loro, che l’uomo sarà sempre la mente direttiva e la macchina, la sua
serva; che appena la macchina non rende piu’ il servizio che l’uomo si aspetta
da essa è destinata a morire, che la macchina si trova, rispetto all’uomo,
nella stessa posizione degli animali inferiori perchè persino la locomotiva
altro non è se non una specie di cavallo piu’ economico, cosicchè lungi
dall’essere destinati a raggiungere nella loro evoluzione una forma di vita
superiore a quella umana, le macchine devono la loro stessa esistenza e il loro
progresso unicamente alla capacità che hanno di soddisfare i bisogni dell’uomo
e di conseguenza sono e saranno sempre inferiori a lui.
Tutto ciò non farebbe
una grinza, ma in realtà pian piano attraverso impercettibili mutamenti il
servo finisce per diventare padrone e già siamo arrivati al punto in cui
l’uomo, se fosse costretto a fare a meno della macchina, soffrirebbe
terribilmente.
Quanti uomini vivono
attualmente in stato di schiavitu’ rispetto alla macchine, quanti trascorrono
l’intera vita, dalla culla alla tomba, a curare giorno e notte le macchine.
Pensate al numero sempre crescente di uomini che esse hanno
reso schiavi o che si dedicano anima e corpo al progresso del regno meccanico,
non è evidente che le macchine stanno prendendo il sopravvento su di noi?
La macchina a vapore
assorbe il cibo e lo consuma col fuoco esattamente come l’uomo, alimenta la
combustione con l’aria, esattamente come l’uomo, ha un polso e una
circolazione, come l’uomo.
Per ora, lo ammetto, il corpo dell’uomo è ancor il
piu’ versatile, ma è anche piu’ antico.
Date alla macchina a vapore solo metà del tempo di cui
l’uomo ha potuto disporre, fate che essa approfitti ancora del nostro cieco
amore per lei e a quali vette non
giungerà tra breve.
Indubbiamente determinate funzioni della macchina a vapore
resteranno immutate per miriadi di anni, forse sopravviveranno persino quando
l’uso del vapore sarà superato.
Il pistone, il
cilindro, la ruota motrice, il bilanciere e altre parti della macchina
probabilmente ci saranno sempre, proprio come certi modi di mangiare, di bere e
di dormire che l’uomo ha ancora in comune con molti animali inferiori; per ora
il fuochista è per la sua macchina piu’ o meno quello che è il cuoco per noi.
Pensate agli uomini che lavorano nelle miniere e nei pozzi
di carbone, pensate ai mercanti che vendono il carbone e ai treni che lo
trasportano, ai macchinisti, alle navi da carico, che esercito di servitori
impiegano le macchine, guardate i miraboli congegni con cui già oggi la
macchina a vapore è in grado di regolarsi da sola e di adattarsi alle
circostanze.
Guardate come essa sa
rifornirsi d’olio, come sa indicare i propri bisogni ai suoi custodi, come
attraverso il regolatore sa dosare l’applicazione della propria energia,
guardate quell’immaganizzatore di inerzia e di movimento che è il
bilanciere, guardate i respingenti della
vettura ferroviaria, guardate come tutti questi miglioramenti siano stati
studiati per garantire la conservazione della macchina e per proteggerla contro
gli incidenti che possono capitarle e pensate a come essa si evolverà,
progredirà nei millenni se l’uomo non si renderà conto del pericolo che corre e
del triste destino che sta preparando a se stesso.
Da Erewhon di Samuel Butler.
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