I.: Qual è il
percorso che Wittgenstein ha condotto
dalla logica verso l’etica e la mistica? Questa sua ricerca sui limiti della
logica, sui limiti del dire proposizionale, come possiamo tracciarla?
L. P.: I documenti che abbiamo sui primi anni della vita
filosofica di W. ce lo mostrano quasi esclusivamente come un logico preoccupato
di spiegare, come dice lui, l’essenza della proposizione.
Se W. si fosse
fermato verso il 1916 probabilmente lo ricorderemmo adesso come un logico che, sulle orme di Frege e di Russel , ha cercato
di dare un suo contributo ai problemi che riguardano “Che cos’è la
proposizione, che cos’è la logica”, ma, per nostra fortuna, Wittgenstein non si è fermato lì e noi sappiamo, da documentazioni
successive, che W. ha affrontato il problema della logica con un intento, in
un’atmosfera e con delle motivazioni, che possiamo chiamare etiche; lui stesso,
dopo aver concluso il TLF, ha dichiarato che l’intero senso del suo libro è un
senso etico e quindi il problema che ogni interprete di Wittgenstein, ogni
studioso di Wittgenstein, deve affrontare è “Come stanno assieme le due cose” e quindi il senso di questa domanda coglie uno
dei nuclei fondamentali dell’esegesi wittgensteiniana; per molto tempo si è pensato
che fossero semplicemente giustapposte: Wittgenstein, studioso di logica, si
interessava anche di questioni etiche, oppure si interessava, meglio, di quello
che lui ha chiamato nel Tr., il senso
della vita o senso del mondo? Oggi
sappiamo, o almeno le interpretazioni piu’ accreditate lo sottolineano, che Wittgenstein
ha tentato, attraverso un discorso che possiamo chiamare logico linguistico,
cioè capire qual è l’essenza, il funzionamento logico del linguaggio, di
liberare, da una parte, il negativo, di
liberare l’etica, per così dire, da una forma di reificazione, cioè
pensare che l’etica fosse la descrizione di certi fatti, di certi oggetti
che dovremmo chiamare etici; se fosse così l’etica sarebbe una scienza, ma Wittgenstein ha sempre escluso che l’etica
possa essere una scienza, se fosse una scienza non sarebbe etica; dall’altro,
ha cercato, per così dire, di individuare quello che potremmo chiamare un
atteggiamento etico e lo ha individuato attraverso una serie di espressioni che
sono tutte espressioni, detto con una parola non tanto bella in italiano, tentative, provvisorie, che però sono parole
come “Accettazione di tutto ciò che accade”, “Passività” che sono difficili da
interpretare perché possono sembrare indicare un certo atteggiamento rispetto
ad altri atteggiamenti, però W. ha cercato di dire “Che cosa significa
accettare tutto ciò che accade indipendentemente da come accade?”,” Che cosa
significa avere questo atteggiamento, una sorta di nietzschiano dire sì
a tutto ciò che accade al di là delle istituzioni di gerarchie, di differenze,
al di là soprattutto della assolutizzazione di qualcosa, di parti, di
situazioni, di determinati valori, di determinati sensi”, una cosa difficile,
ma se parliamo dei due aspetti, non è
che abbiamo due W., non abbiamo piu’ W.
I.: Sarebbe interessante approfondire questo
aspetto. Un’etica che non è normativa, un’etica che non determina un
comportamento, che non è morale, nel senso di bene e male, ma come W. stesso
dice, un’etica trascendentale, in che
senso essa crea le condizioni di possibilità per, a questo punto, quella che lui
chiama vita felice? Cosa vuol dire che l’etica crea le condizioni di
possibilità per una vita degna, felice, giusta in qualche modo?
L.P.: Sì, che l’etica sia trascendentale è una delle
affermazioni piu’ famose, ma anche piu’ difficili da interpretare del T. Nei Quaderni W. dice che l’etica non è nel
mondo, ma è condizione del mondo. In una terminologia poco wittgensteiniana,
che risente forse di concezioni filosofiche anche molto lontane da W., si
potrebbe dire che la vita felice si apre al mondo diversamente dalla vita
infelice perché in qualche modo la vita infelice non si apre al mondo, ma si
disperde nel mondo, è una terminologia
questa che ho usato, che non è wittgensteiniana , forse,
è un po’ heiddegeriana, ma quando si fa filosofia la cosa importante è
utilizzare il pensiero per cercare di capire e di orientarci. La differenza è proprio questa, insomma, una
vita infelice è una vita che si affida, per il proprio senso, a ciò che
accadrà, a ciò che si desidera che accada e si affida a quelli che nella
terminologia del trattato sono i fatti del mondo, ma siccome questi fatti del
mondo sono contingenti ci troviamo in
qualche modo in balia di questi fatti mentre crediamo di affidarci a questi
fatti, ecco perché nella conferenza sull’etica W. dirà che una delle esperienze
assolute, cioè etiche, è quelle di sentirsi al
sicuro qualsiasi cosa accada. Ecco, la vita felice in qualche modo è la
vita di chi si sente sicuro qualsiasi cosa accada, in una accezione. Ecco questo (per me questo è un punto
fondamentale) non è una rinuncia
all’impegno nel mondo, al fare, al progettare, al cercare di alleviare le sofferenze o ai
propri progetti di esistenza nel mondo, ma si tratta di fare tutte queste cose
che richiedono responsabilità, impegno nei confronti degli altri con questo
atteggiamento di fondo.
A me piace dire che si dovrebbe essere , utilizzando termini
wittgeinsteiniani, passivamente attivi.
I.: Un’altra delle
dimensioni importanti che lei ha messo in luce in queste lezioni è quella
dell’esperienza.
W. è un filosofo in
prima persona, uno che ricorre sempre al suo vissuto, sia per partire nelle sue
riflessioni, che per esemplificarle. Esperienze come quella di sentirsi al
sciuro qualunque cosa accada e, soprattutto, sempre nella conferenza
sull’etica, l’esperienza della meraviglia, dello stupore perché il mondo esiste,
sono esperienze che ci riportano ad una
dimensione mistica, quasi. In che modo possiamo dire che l’etica e la mistica
diventano coincidenti, se lo diventano?
L.P.: Allora, quando
si ha a che fare con quella che possiamo chiamare etica si debba parlare in
prima persona, questo W. lo afferma esplicitamente nella conferenza sull’etica,
dice : “Da qui in avanti non posso che parlare in prima persona”, del resto
questa prima persona appare anche in contesti in cui non sembra apparire. Durante questo seminario ho cercato di
mostrare che la prima occorrenza della
formula: “Tutto ciò che accade”, che è la prima proposizione del T. “Il mondo è
tutto ciò che accade”, compare in un contesto in cui W. durante la guerra, in
una situazione di estrema difficoltà
personale, di difficoltà sia esterna che interna, dice: “Quello che dovrei fare
è accettare tutto ciò che accade”, cioè quindi accettare il mondo comunque sia
il mondo, perché quel mondo che lui deve accettare in quel momento è un mondo
terribile, c’è una delle guerre piu’ terribili, in una situazione
soggettivamente ed oggettivamente difficile.
Il punto fondamentale,
per me, è che questa prima persona non riporta
solamente ad un insieme di emozioni, di sentimenti soggettivi, ha un valore
molto piu’ forte.
In che senso poi noi colleghiamo, o W. collega, l’etica
e la mistica, io tenderei ad escludere
che quando W. parla di mistica pensi all’esperienza mistica nel senso della
tradizione, anche se forse in parte lo pensa, perché l’esperienza mistica
fondamentale è: “che il mondo è” , e l’etica è, per così dire, questa
accettazione che il mondo è, comunque
sia, e forse allora etica e mistica sono due nomi diversi per la stessa
cosa.
I.: Le sue parole ci
riportano a questo periodo della guerra che è stata ovviamente centrale nella
formazione del pensiero di W. Un momento di svolta molto importante è stato
riportata nei Quaderni quando letteralmente, dopo pagine e pagine di
osservazioni sulla logica formale, irrompe la questione del senso: “Cosa so di Dio e del fine della
vita” e poi dirà oltre: “Chiedersi del senso è pregare”. Questa irruzione della
domanda di senso nella riflessione di W. (certamente le condizioni che viveva
hanno una parte), ma in che modo ha poi funzionato da miccia, da punto di partenza per il suo
pensiero?
L.P.: Partirei da questo: abbiamo una testimonianza di
Russell che aveva conosciuto W. prima della guerra e poi lo ha ritrovato dopo
la guerra. Già prima della guerra Russell aveva in qualche modo difficoltà a
capire W., c’è un aneddoto famoso in cui W. irrompe dell’appartamento di
Russell, comincia a camminare su e giu’, siamo in piena notte, a un certo punto
Russell gli chiede: “A che cosa stai pensando, alla logica o ai tuoi peccati?” e la risposta di W. fu: “Ad entrambi” e già in
questa risposta anedottica c’è questo collegamento tra logica ed etica; per
tornare piu’ nel dettaglio della domanda, è chiaro che la guerra fu
un’esperienza fondamentale per W., che
poi andò in guerra come volontario nell’esercito austriaco proprio, in qualche
modo, per fare un’esperienza fondamentale, come racconta la sorella Ermine, la
sorella maggiore, W. andò in guerra non per motivi patriottici, ma andò in
guerra perché voleva provare che tipo di uomo era, e quindi andò in guerra per motivi etici,
diciamo, da un certo punto di vista.
E’ vero che nei Quaderni queste riflessioni irrompono, la famose annotazione che lei ricordava dell’
11 giugno 1916 è lì che compare, però, se noi completiamo i Quaderni con quelle
parti che erano state lasciate da parte dagli esecutori letterari, vediamo che
questi temi dell’accettazione, della passività sono già presenti fin dal 1914;
quindi io credo che quasi fin dall’inizio, se non fin dall’inizio, in qualche
modo questa commistione, questo incontro, questa sintonia tra riflessione e
logica e problematica etica fosse al cuore del centro del filosofare
di W.
I.: Importante è anche
il rapporto tra etica ed estetica. W. accenna,
soprattutto nei primi anni, in una dimensione particolare lui dice: “Come
vedere il mondo sotto specie, sotto forma,
di eternità”. Cosa significa eternità e che relazione ha con l’arte?
L.P.: Sul rapporto tra etica ed estetica, tra l’altro, c’è
una proposizione del T. che compare già nei Quaderni: “Etica ed estetica sono
la stessa cosa” che è fortissima ed ha
prodotto moltissime interpretazioni. Affermazione, per così dire, molto poco nietzschiana,
perché in una prospettiva nietzschiana,
o in una vulgata nietzschiana , etica ed
estetica spesso, se non sempre, divergono. Credo che per capire questo bisogna
introdurre un altro concetto che non è mai stato evocato finora ed è il
concetto di armonia; una vita buona, una vita felice è chiamata da W. anche una
vita armonica; armonica in che senso: in
armonia con il mondo. E forse in maniera
molto classica W. collega l’etica e l’estetica attraverso questo concetto di
armonia. Essere in armonia con il mondo vuol dire non volere rendersi impotente
nei confronti del mondo e questa impotenza nei confronti del mondo è un altro
dei termini, dei concetti, delle nozioni che indicano l’etica in W.
Per quanto riguarda l’eternità W. distingue tra due nozioni
di eternità , eternità in quanto finita, durata nel tempo ed eternità come atemporalità; io credo che l’arte per W.,
e anche in questo senso mi pare una concezione forse molto classica dell’arte,
l’arte per W. è ciò che rende, pensiamo alla pittura che è piu’ semplice, che
rende qualcosa non come una cosa tra le cose, ma in qualche modo la sottrae da
quella rete di rapporti che sono rapporti temporali, rapporti di uso, rapporti
di utilizzazione e per così dire la fa emergere per quello che è, e quindi l’arte, detto un po’ diversamente, ci fa stupire che ci sia il mondo, credo che
in qualche modo questa sia l’idea di W.; ecco, è da dire che mentre W. è quasi
sempre collegato, visto il periodo in cui vive e l’ambiente viennese in cui è
nato, è quasi sempre collegato con esperienze come la musica tonale, come il
romanzo di Musil, in realtà W. aveva gusti, per così dire piu’,
tradizionali; in musica pensava che con
Schubert o dopo Schubert non meritasse piu’ forse ascoltare la
musica, curiosamente non è collegato, voglio dire esplicitamente a tutto quel
contesto culturale, inizio 900, a cui di solito lo si collega, e questo è anche
un problema storico interpretativo rispetto a certe immagini di W. che abbiamo.
I.: Restando
nell’ambito dell’arte, ma anche in quello dell’esperienza in prima persona di
cui abbiamo parlato prima, perché questi
momenti di rapimento, di fusione, se vogliamo, con l’oggetto artistico
dovrebbero in qualche modo risolvere la domanda del senso? Perchè la domanda
del senso non potrebbe riapplicarsi, come
spesso succede, anche sull’istante dello
stupore, perché questo dovrebbe continuare ad avere un suo significato autonomo
che va oltre la sensazione vissuta sul momento? Questa è una mia personale curiosità.
L.P:: E’ un’ottima domanda direi, partirei da quello che
dice W. in un passo del T. molto famoso
e molto bello anche, che coloro che
hanno a lungo ricercato il senso della vita
una volta che lo hanno trovato non hanno saputo dire in che cosa consisteva.
Allora io credo che l’idea di W sia questa, mettiamola così in maniera semplice,
che finchè noi ci chiediamo qual è il senso del mondo non siamo in armonia con
il mondo, nel momento in cui siamo in armonia con il mondo non esiste qualcosa che sia il senso del mondo, se non il nostro essere in armonia con il mondo.
Credo che formulato in maniera così, come si puo’ dire, schematica, questo sia il movimento di pensiero di W.
Ovviamente uno potrebbe chiedersi perché dovrei essere in armonia con il mondo?
E questa domanda puo’ avere una valenza politica, puo’ avere valenza di altro
tipo, per esempio, uno si potrebbe dire: “il mondo i in cui sono non mi piace,
non mi piace l’ingiustizia che vi domina, non mi piacciono queste cose”, ecco,
essere in armonia con il mondo non vuol dire accettare il mondo nel senso di
accettare che le cose vadano come vanno, non è una forma di conservatorismo o,
come molti hanno detto, di quietismo. Essere in armonia con i l mondo vuol dire,
per esempio, anche per chi si impegna
attivamente per trasformare le cose nel mondo, sapere, essere consapevoli, diciamo così, che
nemmeno in questo c’è il senso del mondo, nemmeno in questo, e quindi non c’è
conservatorismo perché si puo’ essere in armonia con il mondo da rivoluzionari
e da conservatori, quindi è un atteggiamento, per così dire, che pervade e
attraversa ogni nostra modalità, che puo’ attraversare ogni nostra modalità, di stare al mondo per trasformarlo, ma anche
per cercare di mantenerlo così com’è.
I.: Quindi se
capisco l’impostazione etica di W. fa riferimento
a uno speciale rapporto con tutte le possibili modalità e in questo senso si
puo’ anche rintracciare una impostazione del problema del nichilismo, si puo’
intendere così? Non diciamo affrontarlo di petto come un problema risolvibile
con delle proposizioni, ma attraverso lo studio del rapporto che noi stabiliamo
con il problema del nichilismo.
L.P.: Questa è una domanda un po’ complicata, nel senso che non sempre mi è chiaro che cos’è il
nichilismo. Se nichilismo è inteso nel senso nietzschiano , “i valori non hanno
piu’ valore”, ecco in un senso determinato, W. potrebbe dire: “che i valori non
abbiano piu’ valore potrebbe essere qualcosa che è successo nel nostro mondo,
nella nostra cultura”, allora bisogna
vedere se questa è una diagnosi storica, se questa è una constatazione, quindi
se si pone nel mondo, dentro il mondo, per così dire, o se è qualcosa che ha a
che fare con il mondo in quanto tale. Allora in questo senso, credo che nel
primo senso, a W. forse non interessa la cosa, nel secondo senso credo che W.
non abbia mai escluso che ci possa essere una vita felice e quindi una vita che,
come dice lui, che ha valore assoluto,
ma una vita che ha valore assoluto è una vita che non si affida per avere
valore a nessun valore determinato in opposizione ad altri valori.
I.: Un’ultima domanda,
il non senso di W. di cui lei ci ha parlato in questo seminario sembra essere
radicalmente diverso dalla mancanza di senso che oggi spesso si trovano a
vivere i ragazzi soprattutto in giovane età. D’altronde sappiamo che W.
invitava i suoi giovani ammiratori e collaboratori a fare qualcosa di pratico,
a cercare nel fare una vita degna. È
attuale questa visione? Come va interpretata con un linguaggio dei giovani di
oggi questo tipo di esortazione?
L.P.: Forse questa è la domanda piu’ difficile di tutte
perché le altre hanno a che fare con una interpretazione, una lettura di W.;
questa, per così dire, chiede di mettere un po’ alla prova W. con questioni
presenti.
Andiamo in ordine: sicuramente la mancanza di senso, nel
senso in cui si parla oggi, di mancanza di senso, è qualcosa che si potrebbe
dire, accade nel mondo. Perché mancanza di senso cosa vuol dire? Mancanza di
orientamento, mancanza di punti di riferimento, mancanza anche di autorità?
Mancanza di persone che possano rispondere responsabilmente (responsabilmente
vuol dire assumendosi la responsabilità della risposta) alle domande che un
giovane puo’ chiedere, soprattutto alla domanda: “Come dovrei vivere?
Cosa dovrei fare?” Non tanto: “Che scuola
dovrei fare, a che scuola dovrei iscrivermi”, ma “Cosa dovrei fare di
fronte a tutte le sfide che quotidianamente ci provengono dal nostro contesto?”.
In questo periodo si
parla molto di bullismo a scuola, “Che cosa dovrei fare”- puo’ chiedere un
giovane -“se assisto a un atto di bullismo? Denunciare, fare a meno di denunciare,
non interessarmene e la valutazione delle conseguenze di quello che farò puo’ essere una giustificazione per il fatto,
per esempio, di tacere? Queste sono questioni che noi incontriamo tutti i
giorni, ma non solo i giovani, nei giovani è piu’ drammatica la cosa perché in
qualche modo dei giovani noi siamo responsabili , perché l’educazione è questo,
accompagnare responsabilmente un percorso, un cammino; allora, è chiaro che tutte queste cose hanno a
che fare con le questioni dell’etica, ovviamente, ma hanno a che fare anche con le
questioni dell’etica nel senso di W. Allora io direi che, premesso che W. era
contrario a dare norme e indicazioni, l’unica cosa forse che si puo’ ricavare
oggi passando attraverso queste pagine che sono dense, brevi, forse anche troppo brevi, di W. è questo: di fronte a situazioni come quelle che in
parte viviamo bisogna evitare innanzitutto l’idea che si possa produrre
un’etica, io direi, come algoritmo o come calcolo, che significa
evitare un’etica come scienza; forse la
desideriamo, e forse anche i giovani e noi stessi di fronte a un dilemma etico
vorremmo poter calcolare, come diceva Leibniz.
Il secondo è riconoscere che la
responsabilità, cioè il decidere in prima persona, non è il segno di una
mancanza, ma è, per così dire, la prima mossa etica; se noi riuscissimo non a dare, come si dice
spesso, valori ai giovani, ma dare l’idea
che si è responsabili di quello che si fa, cioè dare libertà, io direi, la cosa
sarebbe molto significativa.
Nell’introduzione (
andando per un attimo fuori da W.) alla
Missione dell’intellettuale ( oggi si
direbbe, ma è stato tradotto Missione del dotto) di Fichte si dice una cosa del genere, ora
cito un po’ a memoria: “non si deve mai volere il bene degli altri,
ma si deve volere la loro libertà”, però questa libertà va, ovviamente, accompagnata, non è questa fai quello che vuoi, la libertà non
è un dato di partenza, ma il risultato di un processo educativo e credo che, con tutte le tutele del caso,
questa potrebbe essere una lezione wittgensteiniana.