venerdì 21 febbraio 2014

-Ring of fire-







L'amore è qualcosa di incandescente
E dà vita ad un cerchio ardente
Guidato da un desiderio indomabile
Sono precipitato in un cerchio di fuoco

[Ritornello] (x2)
Sono precipitato in un incandescente cerchio di fuoco
Cadevo sempre piu' giu', sempre piu' giu'
Mentre le fiamme salivano
E brucia, brucia, brucia
Il cerchio di fuoco
Il cerchio di fuoco

L'amore ha un sapore dolce
Quando due cuori come i nostri si incontrano
Mi sono innamorato di te come un bambino
Oh, ma poi il fuoco è diventato selvaggio

[Ritornello] (x2)
Sono precipitato in un incandescente cerchio di fuoco
Cadevo sempre piu' giu', sempre piu' giu'
Mentre le fiamme salivano
E brucia, brucia, brucia
Il cerchio di fuoco
Il cerchio di fuoco

E brucia, brucia, brucia

Il cerchio di fuoco
Il cerchio di fuoco

Il cerchio di fuoco










Love Is A Burning Thing
And It Makes A Fiery Ring
Bound By Wild Desire
I Fell Into A Ring Of Fire

CHORUS: (x2)
I Fell Into A Burning Ring Of Fire
I Went Down, Down, Down
And The Flames Went Higher
And It Burns, Burns, Burns
The Ring Of Fire
The Ring Of Fire

The Taste Of Love Is Sweet
When Hearts Like Ours Meet
I Fell For You Like A Child
Oh, But The Fire Went Wild

CHORUS
I Fell Into A Burning Ring Of Fire
I Went Down, Down, Down
And The Flames Went Higher
And It Burns, Burns, Burns
The Ring Of Fire
The Ring Of Fire (x2)

And It Burns, Burns, Burns

The Ring Of Fire
The ring of fire
The ring of fire


giovedì 20 febbraio 2014

L'oscuro oggetto dell'Amore-

Il passo di questa tesi, magnificamente scritta da Viviana Ceppa, mi  richiama alla mente quello che avviene quando si parla dell'Amore. Si ritiene che concettualizzandolo si possa, in qualche modo, possederlo meglio. Possedere meglio questa entità che diviene astratta quando la si pensa. Diversamente da quanto avviene quando la si vive. Quando vi si è immersi, infatti, sembra che non esista una esperienza piu' pregna del senso del fare, dell'esperire, sembra che continuamente si sia richiamati da essa alla prova dell'esistenza e che al momento del fare non si sappia quale risultato attendere.
Così guardare negli occhi di colui che si ama, o toccare la sua pelle, sfiorare le sue labbra, parlare di quello che si intende fare l'attimo dopo, richiamare alla sua mente ricordi dolorosi o figure simboliche, mettergli in discussione il modo di mangiare, la sua magrezza, lasciargli intuire di voler fare l'amore, tutto ciò accenna al continuo rischio di poter perdere o rafforzare il comune Amore. Non conosco esperienza piu' vitale e rischiosa dell'Amore.
I tempi del 2.0, ulteriore e diversa formulazione nonchè formazione di una società fondata sul dominio di uomini su altri uomini e degli uomini sulla natura,  epurano dall'Amore la sua trascendenza e, con ciò, lo portano incessantemente a morte.



"Al fine di rendere più rapida la comunicazione, le parole vengono depurate da ciò che le trascende, ma, in tal modo, si raggiunge lo scopo inverso a quello che ci si era proposti: le parole, infatti, lungi dal riuscire a manifestare in modo più limpido la cosa significata, si rivelano opache, la loro purezza sporca la cosa, la nasconde, la oscura impedendole di venire alla luce. «Ciò che, in una successione stabilita di lettere, trascende, e cioè non si lascia risolvere» è proprio la cosa, la quale trascende la datità della parola e non si lascia definire da un sistema meramente segnico. A causa di questo suo non lasciarsi risolvere, la cosa viene vista come un «qualcosa di oscuro», «come un relitto di metafisica verbale» e viene dunque rimossa, ritenuta un di più inessenziale alla comunicazione. Quello che Adorno ci sta dicendo in questo passo è che la ricerca di un significato immediato, puro e diretto, tradisce la propria intenzione e si capovolge nell’opposto, ovvero, conduce all’insignificanza.

 Per designare la cosa, per dirla, la parola si attacca alla cosa, ma così facendo la soffoca, ne blocca il respiro vitale, e finisce per imbalsamarla fissandola in una formula vuota; invece che dare voce alla cosa, la parola la riduce al mutismo, al silenzio.
Invece di rendere l’oggetto accessibile all’esperienza, la parola depurata da ogni residuo estraneo lo presenta come il caso particolare di un momento astratto, e tutto il resto, che viene escluso e reciso dall’espressione (che, in realtà, non esiste più) da un obbligo spietato di univocità e di chiarezza, deperisce, in tal modo, anche nella realtà. […] La parola razionalizzata è divenuta una camicia di forza, un’armatura soffocante (Adorno, Dialettica dell'Illuminismo)." Da Il bisogno di dire, Viviana Ceppa.

mercoledì 19 febbraio 2014

-Stairway to Heaven-





C'è una signora sicura che tutto ciò che luccica sia oro
Ha intenzione di comprare una scala per raggiungere il Paradiso
E quando vi arriva sa,
Se i magazzini sono chiusi,
Che con una parola può avere ciò per cui è venuta.

C'è una scritta sul muro
Ma lei vuole essere sicura
Perché come sai a volte le parole hanno due significati.
Su un albero vicino al ruscello c'è un uccello che canta di quando in quando.
Tutti i nostri pensieri sono sospetti.

C'è un sentimento che provo quando guardo verso Ovest
E la mia anima chiede di partire
Nei miei pensieri non ho mai visto spirali di fumo
Attraverso gli alberi.
E le voci di quelli che stanno a guardare.

E' presto, così si mormora, se tutti intoniamo la musica giusta
Il pifferaio ci guiderà alla ragione
E un nuovo giorno spunterà per quelli
Che stavano aspettando da tanto.
E le foreste echeggeranno di risate.

Questo mi stupisce.

Se c'è una via vai sul tuo sentiero
Non ti allarmare
Sono solo i preparativi per la festa di maggio
Si, ci sono due strade che puoi percorrere
Ma a lungo andare
Hai ancora tempo per cambiare strada.

La tua testa ronza ed il ronzio non se ne andrà - nel caso non lo sapessi
Il pifferaio ti sta chiamando, vuole che tu vada da lui.
Cara signora, senti il vento soffiare
E lo sapevi
Che la tua scala è fatta di vento che sussurra.

E scendiamo per strada
Con l'anima più piccola dell'ombra
Là cammina una signora che tutti conosciamo
Che fa splendere la luce e vuol dimostrare
Che tutto continua a tramutarsi in oro.
E se ascolti molto attentamente
Prima o poi la melodia giungerà a te
Quando tutti sono uno e una cosa sola è tutto
Essere saldi come una roccia e non un sasso che rotola.

Ha intenzione di comprare una scala per raggiungere il Paradiso

-Pericolo del linguaggio che vuole restare fedele alla cosa-

"[...]Se è vero che "il linguaggio come espressione della cosa non finisce nella comunicazione, nella partecipazione agli altri", è anche vero però, per Adorno, che esso non è "semplicemente indipendente dalla comunicazione. Altrimenti si sottrarrebbe a qualsiasi critica, anche nel suo rapporto con la cosa, e lo abbasserebbe a pretensione arbitraria. Il linguaggio come espressione della cosa e il linguaggio come partecipazione sono inscindibilmente intrecciati. L’attitudine a nominare la cosa stessa si è pure formata dalla e nella necessità di trasmetterla e conserva questa necessità. […] Anche il comportamento linguistico più integro non può eliminare l’antagonismo di in- sé e per-altro. Mentre nella poesia questo antagonismo può rimanere sospeso al di sopra dei testi, la filosofia è tenuta a includerlo. Ciò viene reso più difficile dal momento storico nel quale la comunicazione imposta dal mercato […] grava sul linguaggio in modo tale che questo, per contrastare il conformismo di quello che il positivismo chiama “linguaggio quotidiano”, liquida di forza la comunicazione. Esso preferisce diventare incomprensibile che non deformare le cose con una comunicazione la quale impedisce di metterle in comunione. Ma lo sforzo linguistico del teoretico tocca un limite che esso deve attentamente considerare, qualora non voglia arrivare al sabotaggio di se stesso per la sua fedeltà alla cosa; come gli capiterebbe per altro verso per la sua fedeltà. […] Il correttivo è lo sforzo, per quanto sempre irriconoscibile, a intendersi. Questo rimane come il polo opposto alla pura oggettività linguistica. Solo nella tensione dei due poli si raggiunge la piena verità dell’espressione".".

Da Il bisogno di dire, Viviana Ceppa.
Virgolettato: Tre studi su Hegel, Adorno.

-Il linguaggio del potere-


"[...]man mano che il linguaggio si risolve più completamente e più integralmente nella comunicazione di un messaggio, che le parole si trasformano, da portatori sostanziali di significato, in segni impersonali e privi di qualità, che trasmettono in forma sempre più pura e trasparente l’oggetto intenzionato della comunicazione, esse diventano, nello stesso tempo, sempre più opache e impenetrabili." "criterio del vero non è la sua comunicabilità immediata a chiunque. Bisogna resistere alla coercizione quasi universale a scambiare la comunicazione del conosciuto con quest’ultimo o a porla magari più in alto, mentre attualmente ogni passo verso la comunicazione svende e falsifica la verità. Di questo paradosso soffre ormai tutto ciò che è linguaggio. La verità è oggettiva, non plausibile. Sebbene essa non spetti immediatamente a chiunque e sebbene abbia bisogno della mediazione soggettiva."

Da Dialettica dell'illuminismo, Adorno.

martedì 18 febbraio 2014

-Strettoie, Umberto Fiori-



In tanti vanno, lungo il marciapiede,
continuamente. S’incrociano e si scansano,
rallentano e poi avanti. Filano, scorrono
svelti e tranquilli, finché
di qua c’è un mucchio di assi, di là
un rimorchio di camion.

Soltanto uno ci passa.

*

Uno soltanto: ma chi?

Ogni volta ti incanti,
prima di entrare.
Rimani lì a pensarci
una vita.

Dall’altra parte la gente arriva spedita,
s’infila nella strettoia. Tu le fai ala
come una folla al suo sovrano.

*

Con un mezzo sorriso
ti fai da parte, lasci che sfili
un cane
che tira una signora,
poi un tizio che viene
dietro di lei, deciso; ti sporgi appena
e subito rientri,
fai largo a un altro con una moto.

Guardali come sono calmi, sereni,
mentre ti passano di fronte
senza parlare, con gli occhi fissi nel vuoto,
ognuno un sole che sorge.
Beati, indifferenti:
sembrano dèi.

Tu invece, lì sull’attenti,
mastichi amaro.

*

Cos’è, rancore
quello che ti prende
ogni volta? Che torto ti hanno fatto?
Passare tu, volevi,
al posto loro?

No, non è questo.

*

Né tu, né gli altri. In quel passaggio stretto
vorresti che nessuno avesse cuore
di penetrare;
che durasse per sempre
e per tutti quell’attimo di scrupolo,
di esitazione;
che soltanto a vederlo, questo sentiero
sacrificato, in mezzo a due transenne,
le persone restassero impietrite
da un infinito rispetto.

*

Allora, fermi a un imbocco
e all’altro della strettoia,
mille volte ripetere l’invito
-prego, si accomodi!-
e mille volte regalarci il mondo
con gli occhi e con le mani, e mille volte
rifiutare, e invitarci, finché l’asfalto
che ci separa, a furia di cerimonie
si spacchi, e l’erba lì in mezzo ricresca alta
come se mai
ci fosse passato un uomo.

(da Tutti, 1998)

-L’educazione letteraria. Appunti di un insegnante del XXI secolo-



[...]Come possiamo insegnare la lentezza, la solitudine, il silenzio, il raccoglimento necessari per sfogliare tutte queste pagine a gente che vivrà in un mondo frenetico e iperconnesso, gremito di immagini e schermi, avvolto in una bolla sempre più densa di rumore bianco?[...]




fonte: http://www.leparoleelecose.it/?p=13897

venerdì 14 febbraio 2014

-Irriflesso-


Te.
Che in un gesto di pudica meraviglia
hai trovato la parte di Me folle,
quella appena appena accennata,
quella celata.

Quel Me  piu’ vero di ogni scorza che lo costituisce e alle quali sfugge:
nello specchio, così, non Me ritrovo.

Dissolversi, si dovrebbero,  alla mia vista tutte le scorze,
ma resistono, ancora ancorate, al Me.

Quel che, invece, ho voluto, non era dicibile.
Lo ritrovo in due diversi che un tempo si trovarono.

Lì si mostrava entro la  sottile ragnatela tessuta dal mio pensare, scavare, indomito desiderare.

Che in quel gesto irriflesso insieme ritrovammo.


Tu il tuo Te, Io il mio Me.



mercoledì 12 febbraio 2014

-Il balbettio filosofico-

Il Balbettio filosofico è il tentativo di descrivere un’esperienza di tipo spirituale ossia un’esperienza che non fa riferimento, in ultima analisi, al dato sensoriale, bensì che, tramite esso, e/o la correlazione di esso con gli altri dati, descrive, ossia dice, del senso dell’essere.
Come a dire che: guardando a dei fatti entro  e mediante un sentire (che, in quanto tale, ha la caratteristica dell’assoluto e che forse fa riferimento alla Meraviglia wittgensteiniana o all’abbandono di cui dice Adorno) si prova a dire dei fatti non con metodo e finalità scientifica, bensì in base al senso che quei fatti assumono. Il senso come valore (quindi come esperienza non soggetta alla quantificazione, ma  qualitativa) non è dicibile, ma tramite il linguaggio compare per assenza.
Come se il linguaggio fosse la sua maschera. 
Il senso dell’essere non è dicibile proprio in quanto senso. Così come non  si puo’ parlare del senso del tatto se non per il tramite degli oggetti che si toccano.






“Abbandonarsi all’oggetto equivale a rendere giustizia ai suoi momenti qualitativi. L’oggettivazione scientifica, seguendo la tendenza alla quantificazione di tutta la scienza a partire da Decartes, tende a escludere le qualità, a trasformarle in proprietà misurabili. La stessa razionalità viene sempre più assimilata more matematico alla capacità di quantificare. Sebbene ciò tenga esattamente conto del primato della trionfante scienza della natura, non è riposto nel concetto di ratio in sé. Non in ultimo essa è abbagliata, perché si chiude ai momenti qualitativi, a loro volta razionalmente pensabili. La ratio non è soltanto synagoge, ascesa dai fenomeni dispersi al loro concetto di genere. Altrettanto essa esige la facoltà di differenziare. Senza di essa la funzione sintetica del pensiero, l’unificazione astrattiva, non sarebbe possibile: mettere insieme l’uguale significa necessariamente separarlo dal diseguale. Ma questo è il qualitativo; il pensiero che non lo pensa è già castrato e in disaccordo con sé.” (Adorno, Dialettica negativa).

-Appunti sparsi su Idealismo e Materialismo



«Nel calcolo – e già Leibniz aveva concepito l’idea della sua supremazia – Hegel vide il pericolo di una meccanizzazione della logica intera, anzi, la cosa peggiore che potesse capitare alla scienza della logica e quindi alla filosofia. Nel frattempo questo processo si è concluso con la scomunica di ogni moto spirituale che non possa essere esattamente quantificato e calcolato, e che non si assoggetti ai controlli universali. Quell’istanza che un tempo era giustamente rivendicata contro la fede antiquata nell’autorità, in nome dell’umanità: la rinuncia a tutte le concezioni dell’uomo e della natura che non fossero verificabili, ora si trasforma nella repressione di qualsiasi senso. Il linguaggio diventa un puro strumento nell’onnipotente apparato di produzione della società moderna» (Max Horkheimer, Sul concetto della ragione, 1951). 1) [...]

[…]il riduzionismo economicista che fa dell’individuo un triviale homo economicus non è opera di Marx, ma della prassi capitalistica che ha nel profitto, e nella sua realizzazione più potente e alienante: il denaro, i biblici alfa e omega. Economicista è la realtà capitalistica, non il pensiero marxiano che ha cercato piuttosto di penetrarne l’essenza storica e sociale per afferrare la possibilità della liberazione che si cela in essa. Liberazione di tutti gli individui. In questo sforzo critico la dialettica hegeliana, recepita anch’essa in termini critici, ha giocato un ruolo centrale, e il comunista tedesco non ha smesso un solo giorno di riconoscerlo.

I critici «triviali» di Marx non hanno capito che materialista è in primo luogo la società borghese, in quanto assoggettata a un’oggettività sociale che sfugge, per l’essenziale, al controllo razionale degli individui, sottoposti anch’essi al doloroso processo di reificazione che investe l’intero spazio sociale. La razionalità scientifica che informa in modo sempre più capillare e totalitario la prassi sociale di questa epoca storica poggia su un fondo necessariamente irrazionale, il quale rende possibile le più apocalittiche delle avventure.


Il Regno dell’Idea, per esprimermi indegnamente con il fecondo linguaggio della filosofia “umanista”, inizia quando l’uomo acquista potere sulle cose (le quali rimandano continuamente a peculiari rapporti sociali), mentre oggi accade il contrario. Insomma, «Non basta che il pensiero tenda a realizzarsi, la realtà deve tendere se stessa verso il pensiero» (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel). Il pensiero al potere! 2) [...]

-1) da PERCHÉ NON POSSO DIRMI (SEMPLICEMENTE) ATEO, sebastianoisaia.wordpress.com, 10 luglio 2012;


-2)da Hegel alla guerra dell'euro, sebastianoisaia.wordpress.com, 21 luglio 2013.

-Idealismo e suo metodo e metodo scientifico-



Se il sistema idealistico proietta sulle cose un’unità e un’univocità che a queste non appartengono ‒ perché sono solo il frutto dell’azione repressiva del pensiero ‒ esso ha però il pregio, rispetto alle procedure proprie della scienza, di ricordare legittimamente quell’«affinità reciproca degli oggetti che il bisogno scientifico di ordine considera tabù, per poi far posto al surrogato dei suoi schemi»;1) Adorno è infatti dell’dea che «la comunicazione degli oggetti» presupposta dalla forma del sistema, sia «la traccia della determinatezza degli oggetti in sé»; l’oggetto non è «l’atomo conformato dalla logica classificante», ma piuttosto elemento in relazione ad altri elementi.Che la filosofia debba rinunciare alla pretesa di sistematicità, non implica allora che essa debba rinunciare a descrivere i suoi oggetti all’interno del loro sistema di riferimento; questo è anzi proprio ciò che essa deve fare: non più imporre un sistema a cui ricondurre i suoi oggetti, ma piuttosto comprendere gli oggetti all’interno del sistema di relazioni che gli è proprio.

"Comprendere una cosa stessa, non semplicemente inserirla o riportarla al sistema di riferimento, non è altro che cogliere il singolo momento nella sua relazione immanente con altri. Un siffatto antisoggettivismo si agita sotto l’involucro frusciante dell’idealismo assoluto nell’inclinazione a schiudere le cose da trattare, ricorrendo a come sono divenute. La concezione del sistema ricorda, in figura capovolta, la coerenza del non identico, violata proprio dalla sistematicità deduttiva."1)

La filosofia ha il compito di portare ad espressione l’intima connessione e la forte interdipendenza degli oggetti tra loro.


1) Dialettica negativa, Adorno.

-L'ideologia-

Qualsiasi ideologia, in quanto sistema chiuso che pretende, quindi, di porre entro il suo cerchio tutti gli elementi dinamici e relativamente infiniti del reale, è idealistica. Idealistica nell'accezione che fa riferimento al metodo del voler applicare categorie precostituite a determinati fatti.

"Se si vuole che il sistema sia effettivamente chiuso, che non tolleri niente al di là del suo circolo magico, allora in quanto infinità positiva diventa finito, statico, per quanto lo si concepisca dinamicamente. Che si sostenga da sé, cosa che Hegel vantava del proprio, lo fa morire. I sistemi chiusi, detto volgarmente, sono fertig, rovinati." 1)

"Nella loro furia di racchiudere in sé la totalità del reale, i sistemi finivano inevitabilmente per violentare quell’oggettività alla quale si riferivano; essi infatti, potevano raccogliere il molteplice al di sotto delle proprie categorie solo al costo di espellerne tutte le determinazioni qualitative: la molteplicità veniva integrata all’interno del sistema a patto di essere stata prima disintegrata dalla razionalità. Proprio per questo loro carattere dispotico e repressivo, i sistemi erano già di per sé condannati alla non verità: essi infatti non aprivano le porte all’oggetto, ma vi proiettavano sopra l’ombra di un pensiero che avvolgeva l’oggetto fino a strozzarlo." 2)

"Il sistema, forma espositiva di una totalità a cui nulla resta esterno, assolutizza il pensiero di fronte a ciascuno dei suoi contenuti e sublima il contenuto nel pensiero: è idealistico ancor prima di ogni argomentazione a favore dell’idealismo." 3)

"I sistemi presentavano come un in sé qualcosa che in verità era stato posto dalla ragione; una ragione paradossale, che quanto più si avvicinava al reale per comprenderlo, tanto più inevitabilmente se ne allontanava; essa infatti, per affermarsi come sistema, non conosceva altro modo che quello di fagocitare il reale dopo averlo assoggettato al principio di identità, costringendolo dunque in un impianto in cui esso non poteva più riconoscersi." 4)

1) Dialettica negativa, Adorno;
2) Il bisogno di dire, Viviana Ceppa:
3) Dialettica negativa, N, Adorno;
4) Il bisogno di dire, Viviana Ceppa.

-Filosofia e Arte-


"[...]se partiamo dal presupposto che la coscienza si e' scissa nella mimeticita' o capacita' espressiva da un lato, quale viene in genere aggiudicata all'arte secondo la teoria ufficiale, e nella concettualita' filosofica dall'altra, allora si potrebbe dire che la filosofia [...] e' propriamente il tentativo di salvare o riprodurre con i mezzi del concetto quel momento dell'espressione, quel momento mimetico che in verita' e' connesso con l'amore nel modo piu' profondo. Forse il filosofo non cerca la verita' nel senso usuale, come qualcosa di oggettivo, ma cerca piuttosto di esprimere la propria esperienza con i mezzi del concetto; forse cerca di creare un'oggettivazione mediante l'espressione nel linguaggio del concetto. In questo modo anche il concetto filosofico della verita' verrebbe certo a distinguersi in modo assai rigoroso."

da Terminologia filosofica, Adorno.

lunedì 10 febbraio 2014

-Trascrizione della Videointervista a Luigi Perissinotto su Ludwig Wittgenstein-


I.:  Qual è il percorso  che Wittgenstein ha condotto dalla logica verso l’etica e la mistica? Questa sua ricerca sui limiti della logica, sui limiti del dire proposizionale, come possiamo tracciarla?

L. P.: I documenti che abbiamo sui primi anni della vita filosofica di W. ce lo mostrano quasi esclusivamente come un logico preoccupato di spiegare, come dice lui, l’essenza della proposizione.
 Se W. si fosse fermato verso il 1916 probabilmente lo ricorderemmo adesso come un logico che,  sulle orme di Frege e di Russel , ha cercato di dare un suo contributo ai problemi che riguardano “Che cos’è la proposizione, che cos’è la logica”, ma, per nostra fortuna, Wittgenstein  non si è fermato lì e noi sappiamo, da documentazioni successive, che W. ha affrontato il problema della logica con un intento, in un’atmosfera e con delle motivazioni, che possiamo chiamare etiche; lui stesso, dopo aver concluso il TLF, ha dichiarato che l’intero senso del suo libro è un senso etico e quindi il problema che ogni interprete di Wittgenstein, ogni studioso di Wittgenstein, deve affrontare è “Come stanno assieme le due cose”  e quindi il senso di questa domanda coglie uno dei nuclei fondamentali dell’esegesi  wittgensteiniana; per molto tempo si è pensato che fossero semplicemente giustapposte: Wittgenstein, studioso di logica, si interessava anche di questioni etiche, oppure si interessava, meglio, di quello che lui ha chiamato nel Tr.,  il senso della vita o senso del mondo?  Oggi sappiamo, o almeno le interpretazioni piu’ accreditate lo sottolineano, che Wittgenstein ha tentato, attraverso un discorso che possiamo chiamare logico linguistico, cioè capire qual è l’essenza, il funzionamento logico del linguaggio, di liberare, da una parte,  il negativo, di liberare l’etica, per così dire, da una forma di reificazione,  cioè  pensare che l’etica fosse la descrizione di certi fatti, di certi oggetti che dovremmo chiamare etici; se fosse così l’etica sarebbe una scienza, ma  Wittgenstein ha sempre escluso che l’etica possa essere una scienza, se fosse una scienza non sarebbe etica; dall’altro, ha cercato, per così dire, di individuare quello che potremmo chiamare un atteggiamento etico e lo ha individuato attraverso una serie di espressioni che sono tutte espressioni, detto con una parola non tanto bella in italiano,  tentative, provvisorie, che però sono parole come “Accettazione di tutto ciò che accade”, “Passività” che sono difficili da interpretare perché possono sembrare indicare un certo atteggiamento rispetto ad altri atteggiamenti, però W. ha cercato di dire “Che cosa significa accettare tutto ciò che accade indipendentemente da come accade?”,” Che cosa significa avere questo atteggiamento, una sorta di nietzschiano  dire  sì a tutto ciò che accade al di là delle istituzioni di gerarchie, di differenze, al di là soprattutto della assolutizzazione di qualcosa, di parti, di situazioni, di determinati valori, di determinati sensi”, una cosa difficile, ma se parliamo dei due aspetti,  non è che abbiamo due W., non abbiamo piu’ W.

I.:  Sarebbe interessante approfondire questo aspetto. Un’etica che non è normativa, un’etica che non determina un comportamento, che non è morale, nel senso di bene e male, ma come W. stesso dice,  un’etica trascendentale, in che senso essa crea le condizioni di possibilità per, a questo punto, quella che lui chiama vita felice? Cosa vuol dire che l’etica crea le condizioni di possibilità per una vita degna, felice, giusta in qualche modo?

L.P.: Sì, che l’etica sia trascendentale è una delle affermazioni piu’ famose, ma anche piu’ difficili da interpretare del T.  Nei Quaderni W. dice che l’etica non è nel mondo, ma è condizione del mondo. In una terminologia poco wittgensteiniana, che risente forse di concezioni filosofiche anche molto lontane da W., si potrebbe dire che la vita felice si apre al mondo diversamente dalla vita infelice perché in qualche modo la vita infelice non si apre al mondo, ma si disperde nel mondo,  è una terminologia questa che ho usato, che non è wittgensteiniana ,  forse,  è un po’ heiddegeriana, ma quando si fa filosofia la cosa importante è utilizzare il pensiero per cercare di capire e di orientarci.  La differenza è proprio questa, insomma, una vita infelice è una vita che si affida, per il proprio senso, a ciò che accadrà, a ciò che si desidera che accada e si affida a quelli che nella terminologia del trattato sono i fatti del mondo, ma siccome questi fatti del mondo sono contingenti  ci troviamo in qualche modo in balia di questi fatti mentre crediamo di affidarci a questi fatti, ecco perché nella conferenza sull’etica W. dirà che una delle esperienze assolute, cioè etiche, è quelle di sentirsi al  sicuro qualsiasi cosa accada. Ecco, la vita felice in qualche modo è la vita di chi si sente sicuro qualsiasi cosa accada, in una accezione.  Ecco questo (per me questo è un punto fondamentale)  non è una rinuncia all’impegno nel mondo, al fare, al progettare, al  cercare di alleviare le sofferenze o ai propri progetti di esistenza nel mondo, ma si tratta di fare tutte queste cose che richiedono responsabilità, impegno nei confronti degli altri con questo atteggiamento di fondo. 
A me piace dire che si dovrebbe essere , utilizzando termini wittgeinsteiniani, passivamente attivi.

I.: Un’altra delle dimensioni importanti che lei ha messo in luce in queste lezioni è quella dell’esperienza.
W. è un filosofo in prima persona, uno che ricorre sempre al suo vissuto, sia per partire nelle sue riflessioni, che per esemplificarle. Esperienze come quella di sentirsi al sciuro qualunque cosa accada e,  soprattutto, sempre nella conferenza sull’etica, l’esperienza della meraviglia, dello stupore perché il mondo esiste,  sono esperienze che ci riportano ad una dimensione mistica, quasi. In che modo possiamo dire che l’etica e la mistica diventano coincidenti, se lo diventano?

L.P.:  Allora, quando si ha a che fare con quella che possiamo chiamare etica si debba parlare in prima persona, questo W. lo afferma esplicitamente nella conferenza sull’etica, dice : “Da qui in avanti non posso che parlare in prima persona”, del resto questa prima persona appare anche in contesti in cui non sembra apparire.  Durante questo seminario ho cercato di mostrare che  la prima occorrenza della formula: “Tutto ciò che accade”, che è la prima proposizione del T. “Il mondo è tutto ciò che accade”, compare in un contesto in cui W. durante la guerra, in una situazione di  estrema difficoltà personale, di difficoltà sia esterna che interna, dice: “Quello che dovrei fare è accettare tutto ciò che accade”, cioè quindi accettare il mondo comunque sia il mondo, perché quel mondo che lui deve accettare in quel momento è un mondo terribile, c’è una delle guerre piu’ terribili, in una situazione soggettivamente ed oggettivamente difficile.
 Il punto fondamentale,  per me,  è che questa prima persona non riporta solamente ad un insieme di emozioni, di sentimenti soggettivi, ha un valore molto piu’ forte.
In che senso poi noi colleghiamo, o W. collega, l’etica e  la mistica, io tenderei ad escludere che quando W. parla di mistica pensi all’esperienza mistica nel senso della tradizione, anche se forse in parte lo pensa, perché l’esperienza mistica fondamentale è: “che il mondo è” , e l’etica è, per così dire, questa accettazione che il mondo è, comunque  sia, e forse allora etica e mistica sono due nomi diversi per la stessa cosa.

I.: Le sue parole ci riportano a questo periodo della guerra che è stata ovviamente centrale nella formazione del pensiero di W. Un momento di svolta molto importante è stato riportata nei Quaderni quando letteralmente, dopo pagine e pagine di osservazioni sulla logica formale, irrompe la questione  del senso: “Cosa so di Dio e del fine della vita” e poi dirà oltre: “Chiedersi del senso è pregare”. Questa irruzione della domanda di senso nella riflessione di W. (certamente le condizioni che viveva hanno una parte), ma in che modo ha poi funzionato da  miccia, da punto di partenza per il suo pensiero?

L.P.: Partirei da questo: abbiamo una testimonianza di Russell che aveva conosciuto W. prima della guerra e poi lo ha ritrovato dopo la guerra. Già prima della guerra Russell aveva in qualche modo difficoltà a capire W., c’è un aneddoto famoso in cui W. irrompe dell’appartamento di Russell, comincia a camminare su e giu’, siamo in piena notte, a un certo punto Russell gli chiede: “A che cosa stai pensando, alla logica o ai tuoi peccati?”  e la risposta di W. fu: “Ad entrambi” e già in questa risposta anedottica c’è questo collegamento tra logica ed etica; per tornare piu’ nel dettaglio della domanda, è chiaro che la guerra fu un’esperienza fondamentale per W.,  che poi andò in guerra come volontario nell’esercito austriaco proprio, in qualche modo, per fare un’esperienza fondamentale, come racconta la sorella Ermine, la sorella maggiore, W. andò in guerra non per motivi patriottici, ma andò in guerra perché voleva provare che tipo di uomo era,  e quindi andò in guerra per motivi etici, diciamo, da un certo punto di vista.
E’ vero che nei Quaderni queste riflessioni irrompono,  la famose annotazione che lei ricordava dell’ 11 giugno 1916 è lì che compare, però, se noi completiamo i Quaderni con quelle parti che erano state lasciate da parte dagli esecutori letterari, vediamo che questi temi dell’accettazione, della passività sono già presenti fin dal 1914; quindi io credo che quasi fin dall’inizio, se non fin dall’inizio, in qualche modo questa commistione, questo incontro, questa sintonia tra riflessione e logica e  problematica  etica fosse al cuore del centro del filosofare di W.

I.: Importante è anche il rapporto tra etica ed estetica. W. accenna,  soprattutto nei primi anni, in una dimensione particolare lui dice: “Come vedere il mondo sotto specie, sotto  forma, di eternità”. Cosa significa eternità e che relazione ha con l’arte?

L.P.: Sul rapporto tra etica ed estetica, tra l’altro, c’è una proposizione del T. che compare già nei Quaderni: “Etica ed estetica sono la stessa cosa”  che è fortissima ed ha prodotto moltissime interpretazioni. Affermazione, per così dire, molto poco nietzschiana,  perché in una prospettiva nietzschiana, o in una vulgata nietzschiana ,  etica ed estetica spesso, se non sempre,  divergono. Credo che per capire questo bisogna introdurre un altro concetto che non è mai stato evocato finora ed è il concetto di armonia; una vita buona, una vita felice è chiamata da W. anche una vita armonica; armonica in che senso:  in armonia con il mondo.  E forse in maniera molto classica W. collega l’etica e l’estetica attraverso questo concetto di armonia. Essere in armonia con il mondo vuol dire non volere rendersi impotente nei confronti del mondo e questa impotenza nei confronti del mondo è un altro dei termini, dei concetti, delle nozioni che indicano l’etica in W.
Per quanto riguarda l’eternità W. distingue tra due nozioni di eternità , eternità in quanto finita, durata nel tempo ed eternità  come atemporalità; io credo che l’arte per W., e anche in questo senso mi pare una concezione forse molto classica dell’arte, l’arte per W. è ciò che rende, pensiamo alla pittura che è piu’ semplice, che rende qualcosa non come una cosa tra le cose, ma in qualche modo la sottrae da quella rete di rapporti che sono rapporti temporali, rapporti di uso, rapporti di utilizzazione e per così dire la fa emergere per quello che è,  e quindi l’arte, detto un po’ diversamente,  ci fa stupire che ci sia il mondo, credo che in qualche modo questa sia l’idea di W.; ecco, è da dire che mentre W. è quasi sempre collegato, visto il periodo in cui vive e l’ambiente viennese in cui è nato, è quasi sempre collegato con esperienze come la musica tonale, come il romanzo di Musil, in realtà W. aveva gusti, per così dire piu’, tradizionali;  in musica pensava che con Schubert o  dopo  Schubert non meritasse piu’ forse ascoltare la musica, curiosamente non è collegato, voglio dire esplicitamente a tutto quel contesto culturale, inizio 900, a cui di solito lo si collega, e questo è anche un problema storico interpretativo rispetto a certe immagini di W. che abbiamo.

I.: Restando nell’ambito dell’arte, ma anche in quello dell’esperienza in prima persona di cui abbiamo parlato prima, perché  questi momenti di rapimento, di fusione, se vogliamo, con l’oggetto artistico dovrebbero in qualche modo risolvere la domanda del senso? Perchè la domanda del senso  non potrebbe riapplicarsi, come spesso succede,  anche sull’istante dello stupore, perché questo dovrebbe continuare ad avere un suo significato autonomo che va oltre la sensazione vissuta sul momento? Questa è  una mia personale curiosità.

L.P:: E’ un’ottima domanda direi, partirei da quello che dice W. in un passo  del T. molto famoso e molto bello anche,  che coloro che hanno a lungo ricercato il senso della vita  una volta che lo hanno trovato non hanno saputo dire in che cosa consisteva. Allora io credo che l’idea di W sia questa, mettiamola così in maniera semplice, che finchè noi ci chiediamo qual è il senso del mondo non siamo in armonia con il mondo, nel momento in cui siamo in armonia con il mondo non esiste  qualcosa che sia il senso del mondo,  se non il nostro essere in armonia con il mondo. Credo che formulato in maniera così, come si puo’ dire,  schematica,  questo sia il movimento di pensiero di W. Ovviamente uno potrebbe chiedersi perché dovrei essere in armonia con il mondo? E questa domanda puo’ avere una valenza politica, puo’ avere valenza di altro tipo, per esempio, uno si potrebbe dire: “il mondo i in cui sono non mi piace, non mi piace l’ingiustizia che vi domina, non mi piacciono queste cose”, ecco, essere in armonia con il mondo non vuol dire accettare il mondo nel senso di accettare che le cose vadano come vanno, non è una forma di conservatorismo o, come molti hanno detto, di quietismo. Essere in armonia con i l mondo vuol dire, per esempio,  anche per chi si impegna attivamente per trasformare le cose nel mondo,  sapere, essere consapevoli, diciamo così, che nemmeno in questo c’è il senso del mondo, nemmeno in questo, e quindi non c’è conservatorismo perché si puo’ essere in armonia con il mondo da rivoluzionari e da conservatori, quindi è un atteggiamento, per così dire, che pervade e attraversa ogni nostra modalità, che puo’ attraversare ogni nostra modalità,  di stare al mondo per trasformarlo, ma anche per cercare di mantenerlo così com’è.

I.: Quindi se capisco  l’impostazione etica di W. fa riferimento a uno speciale rapporto con tutte le possibili modalità e in questo senso si puo’ anche rintracciare una impostazione del problema del nichilismo, si puo’ intendere così? Non diciamo affrontarlo di petto come un problema risolvibile con delle proposizioni, ma attraverso lo studio del rapporto che noi stabiliamo con il problema del nichilismo.

L.P.: Questa è una domanda un po’ complicata, nel senso che  non sempre mi è chiaro che cos’è il nichilismo. Se nichilismo è inteso nel senso nietzschiano , “i valori non hanno piu’ valore”, ecco in un senso determinato, W. potrebbe dire: “che i valori non abbiano piu’ valore potrebbe essere qualcosa che è successo nel nostro mondo, nella nostra  cultura”, allora bisogna vedere se questa è una diagnosi storica, se questa è una constatazione, quindi se si pone nel mondo, dentro il mondo, per così dire, o se è qualcosa che ha a che fare con il mondo in quanto tale. Allora in questo senso, credo  che  nel primo senso, a W. forse non interessa la cosa, nel secondo senso credo che W. non abbia mai escluso che ci possa essere una vita felice e quindi una vita che,  come dice lui, che ha valore assoluto, ma una vita che ha valore assoluto è una vita che non si affida per avere valore a nessun valore determinato in opposizione ad altri valori.

I.: Un’ultima domanda, il non senso di W. di cui lei ci ha parlato in questo seminario sembra essere radicalmente diverso dalla mancanza di senso che oggi spesso si trovano a vivere i ragazzi soprattutto in giovane età. D’altronde sappiamo che W. invitava i suoi giovani ammiratori e collaboratori a fare qualcosa di pratico, a cercare nel fare  una vita degna. È attuale questa visione? Come va interpretata con un linguaggio dei giovani di oggi questo tipo di esortazione?

L.P.: Forse questa è la domanda piu’ difficile di tutte perché le altre hanno a che fare con una interpretazione, una lettura di W.; questa, per così dire, chiede di mettere un po’ alla prova W. con questioni presenti.
Andiamo in ordine: sicuramente la mancanza di senso, nel senso in cui si parla oggi, di mancanza di senso, è qualcosa che si potrebbe dire, accade nel mondo. Perché mancanza di senso cosa vuol dire? Mancanza di orientamento, mancanza di punti di riferimento, mancanza anche di autorità? Mancanza di persone che possano rispondere responsabilmente (responsabilmente vuol dire assumendosi la responsabilità della risposta) alle domande che un giovane puo’ chiedere, soprattutto alla domanda:  “Come dovrei vivere?
Cosa dovrei fare?”  Non tanto:  “Che scuola  dovrei fare, a che scuola dovrei iscrivermi”, ma “Cosa dovrei fare di fronte a tutte le sfide che quotidianamente ci provengono dal nostro contesto?”.
  In questo periodo si parla molto di bullismo a scuola, “Che cosa dovrei fare”- puo’ chiedere un giovane -“se assisto a un atto di bullismo? Denunciare, fare a meno di denunciare, non interessarmene e la valutazione delle conseguenze di quello che farò  puo’ essere una giustificazione per il fatto, per esempio, di tacere? Queste sono questioni che noi incontriamo tutti i giorni, ma non solo i giovani, nei giovani è piu’ drammatica la cosa perché in qualche modo dei giovani noi siamo responsabili , perché l’educazione è questo, accompagnare responsabilmente un percorso, un cammino;  allora, è chiaro che tutte queste cose hanno a che fare con le questioni dell’etica,  ovviamente, ma hanno a che fare anche con le questioni dell’etica nel senso di W. Allora io direi che, premesso che W. era contrario a dare norme e indicazioni, l’unica cosa forse che si puo’ ricavare oggi passando attraverso queste pagine che sono dense, brevi,  forse anche troppo brevi,  di W. è questo:  di fronte a situazioni come quelle che in parte viviamo bisogna evitare innanzitutto l’idea che si possa produrre un’etica,  io direi,  come algoritmo o come calcolo, che significa evitare un’etica come scienza;  forse la desideriamo, e forse anche i giovani e noi stessi di fronte a un dilemma etico vorremmo poter calcolare, come diceva Leibniz.  Il secondo  è riconoscere che la responsabilità, cioè il decidere in prima persona, non è il segno di una mancanza, ma è, per così dire, la prima mossa etica;  se noi riuscissimo non a dare, come si dice spesso,  valori ai giovani, ma dare l’idea che si è responsabili di quello che si fa, cioè dare libertà, io direi, la cosa sarebbe molto significativa.

Nell’introduzione  ( andando per un attimo fuori da W.)  alla Missione dell’intellettuale  ( oggi si direbbe, ma è stato tradotto Missione del  dotto)  di Fichte si dice una cosa del genere, ora cito un po’  a memoria:  “non si deve mai volere il bene degli altri, ma si deve volere la loro libertà”, però questa libertà va, ovviamente,  accompagnata,  non è questa fai quello che vuoi, la libertà non è un dato di partenza, ma il risultato di un processo educativo  e credo che, con tutte le tutele del caso, questa potrebbe essere una lezione wittgensteiniana.