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mercoledì 26 novembre 2014

-L'ascolto-



L’amante dice all’amata che lei gli manca sempre di piu’ e che entra sempre di piu’ nel suo cuore.

Il ‘Sempre di piu’ ‘ mi stride; l’infinito, l’assoluto, l’eternità preparano le loro danze nel teatrino dinanzi alla vista; luminose, profonde, calde, sicure accolgono l’anima tormentata e sofferente.

Il tempo mutevole di questo stare, qui, entro questo qui, stride. La stanchezza degli sguardi, la noia dei cuori, l’infedeltà delle inquiete menti preparano la coppa di fiele.

Si dice così: Sempre di piu’; si dice così: Mio amore; si dice così: Ti voglio.

E i passaggi in questo infinito andare verso un dove che non sappiamo, proseguono la loro corsa inquieta di domande incessanti e continue.

Un legame profondo dovrebbe unire due anime. Due: il numero perfetto al quale sempre si ricorre per sciogliere l’abisso della solitudine, della paura, dell' incertezza. Un legame profondo dovrebbe unire due cuori, due menti, due corpi, due fluidi mutevoli in corsa nel tempo verso l’eternità.

Eppure la domanda di inadeguatezza (mi) sorge spontanea, anche essa incessante ripercuote il suo suono nel cervello. La paura di un attimo sospeso nel vuoto, nel quale il respiro viene a mancare e non c’è niente che si possa piu’ dare, dire.

L’inadeguatezza di chi si chiede se mai potrà modellarsi nell’ampolla di un senso di calore, di pace, di tenerezza infinita: ferma, centrata, immobile, stabile.

Con un occhio proteso verso l’infinito ed un cuore protetto in un caldo amore.

Ci si chiede e si protende l’orecchio in ascolto. In ascolto…

domenica 16 marzo 2014

-Abbandono-



Distillo in gocce di fiele il sottile amaro della mia esistenza.
Ne chiudo, nel mio cuore, questo aspro dolore.

In questa alchimia inventata per sopravvivere
trovo pace e distendo le mie membra.

Come se nulla piu' dovesse essere
in un suicidio dell'anima che non puo' slegarsi da quello che fu,
dai migliori giorni, fortuiti, di quel che è stato.

Costretta da questo stare, qui rimango e prendo gioia, rubo linfa vitale per me sola.
Inietto nella mia devastazione dosi di piacere ripiegate in me.
Abbandono, così, il tormento di un poter essere che mai sarà piu'.

mercoledì 11 dicembre 2013

-Assenza-


Proseguo così, 
nel tentativo  di andare oltre.

Guardo a me davanti nel tutto
e nel tutto non intravvedo niente, se non un vuoto.

Dentro il vuoto scintille di follia
che turbano il mio cervello
e non so per quanto tempo ancora potrò sorreggerlo 
nel confine di questa vita.


Vita che, senza te, è piena Assenza.

venerdì 22 novembre 2013

-Fantasmi-




Con i loro artigli ben curati, sorrisi mielosi, voci abbassate
vorrebbero trascinarmi via da te.

Con la forza dei modi ben disposti, dei corpi ben centrati,
nella loro illusione di stabilità,
ancora provano a strattonare il mio cuore altrove.

Ed io, banderuola instabile, non percepivo l’inganno.
Un anno sospesa nel tempo a pensare di potermi dedicare a chi stava per trapassare.

In quell’anno, la mia mente, ben protetta, mi giocava questo scherzo.
Io sospesa in un qualcosa che non c'era.

L’esistenza, invece, era ed io me ne allontanavo.
Poi è andata via, è volata in silenzio in un altrove che non so.

Con gli occhi  che  indagavano e mi scavavano il cuore.
Volevano dirmi qualcosa, lasciarmi un segno della mia aleatorietà.

E’ la vita, si direbbe,
è l’umanità, direi.
Senza eroi, né principi o principesse.

In un nulla temporale che si trasforma in eternità.
Un nulla di rumori scomposti, invadenti
che saluto dalla libertà di questo

tempestoso, folle, mare.




venerdì 15 novembre 2013

- Perfect Day -




Si svolge, a me davanti, un teatrino della vita che non mi appartiene.
Svolgo, nel film della mia vita, la magia del tuo odore, della tua carne consumata, evaporata.
Quattro ossa racchiuse  e tenute strette in un loculo freddo di marmo.
Strette tra di loro per aspettare di ricongiungersi a me.
Solo allora sarai libero di volare nel cielo infinito,

lì dove potrai finalmente perderti, ritrovato in me, nella nostra promessa unità.

giovedì 15 agosto 2013

.-Lucio-


In un buio di un'esistenza lontana ritrovo le mie mille domande sospese nel tempo.
A te ritorno sempre con il cuore e con la mente
di te riempio quei minuscoli puntini bianchi nel cuore che lasciano adito a dubbi.

Quando di te dimentico vagheggio in un fare che mi parla di quello e di quell'altro
in un fare che si risolve in un presente che non posso abolire.

Vago, temporeggio in questo non sapere cosa sia realmente tutto cio',
il tutto? Il resto di un qualcosa che non doveva piu' essere oltre il noi.

E quel tempo nel quale, scossa dallo spavento, i nostri corpi si separarono per un quando che è divenuto un sempre.

Ogni tanto parlo di te e mi chiedono di te, di quello che nel mio cuore ancora c'è.
Si cerca di rispondere per non rischiare di non tessere le fila di un senso che, si dice, deve esserci.

E così si vagheggia come quando tu c'eri in carne ed ossa ad abitare questi spazi
quando ancora lo stupore sulle labbra delle persone si leggeva in quel non detto
in quell'immagine di me e di te che non conciliava il senso di un esistente
dal quale noi ci eravamo distanziati.

Nel nostro amore, nei nostri baci, nelle strette di mano che mai si perdevano
ci eravamo illusi di poter fermare il tempo.

Quel tempo che ci ha colto così paralizzati nell'ultimo istante di realtà.

sabato 16 marzo 2013

-La conversazione-



Risvolto, trasudo, mi denudo.
Te, davanti a me.
Ti bacio, ribacio, riscopro.
Te, davanti a me.
(Quante melodie che non devono prendere altre vie.)
Te,davanti a me.
Gli occhi negli occhi.
Neri.
Te, davanti a me.
Io, davanti a te.
Mi baci, ribaci, riscopri.
Io davanti a te.
Ti perdo, mi perdo,
ti scopro, mi sfuggo,
Mi sperdo, riprendo.
Te davanti a me.
Parole di senso, di me, di te.
Chi ero, chi sono.
Da dove vengo, non mi ritrovo.
Mi sperdo, mi perdo.
Riprendo.
Te voglio, non voglio.
Ti tocco, ti sfioro, ti lascio.
Gli occhi negli occhi.
I nostri, le mani.
Le scene riprendo, non mollo.
Le prendo, le fermo, le scatto.
Non voglio, non volgo.
Rivoglio, ti rivoglio.
Ti lascio, riprendo.
Ti gioco.
Ti voglio (bene).
Te davanti a te.

venerdì 1 marzo 2013

-Disperdere-


Disperdo entro un sentire di lame affilate un dolore
che non so piu' se mio.
Un senso di abbandono
mi perofra gli organi. 
Un urlo perso nell'oscurità di una solitudine profonda, inaccessibile 
torna da un tempo antico, andato.
Mi ricorda di una bambina sola ed infelice
che giocava con le favole
entro pagine decorata da sogni accessibili.
Un bosco, un cappello rosso, un lupo al ciglio di un burrone scuro
entro il quale scivolare dolcemente
cullandosi nella certezza di un abisso nero, rassicurante.

In donna un vuoto di risposte affolla la mia mente.
del non poter porre alcuna domanda.

giovedì 28 febbraio 2013

-Te-


Sulla linea sottile del cuore,
al nascere di questa nuova alba,
lacrime cristallizzate scendono nel diaframma.
Scompaiono in una eco che rimbomba  
e che le tramuta in onde propagatorie, crescenti.

Immobiizzo questo sentire interiore 
che si svolge nel chiuso del mio corpo
per esserne rapita, posseduta carnalmente.

Abbandono un essere esteriore che ha sempre accompaganto il me,
il me di quanto non è possibile dirigere, destinare.
Il me delle corazze,
dell'essere che non riesce a disperdere un apparire
funzionale alla fuga dal dolore.

E nello strabismo dei miei occhi riconosco una me che ho sempre inseguito,
senza trovarla.
Un imperfetto vedere,
un guardare parziale, 
un distacco incalzante e perenne
da un qui ed ora che non mi rispecchia.

Torno con la memoria ad un corpo (il mio) che si distende sul tuo senza sfiorarlo,
ad una bocca (la mia) che lecca e succhia le tue nudità,
ad un corpo (il mio) che brama il sentire te dentro di sè.
Quest'attimo sospeso dal mondo lo chiamai Amore.
Quest'Amore silenzioso entro il quale essere finalmente un' essenza di materia piena.

Mi stravolgo al pensiero di te,
del mio cuore che ti cerca e ci sei,
della tua voce morbida, carezzevole, accogliente 
e delle tue pause che sono essenza di vita pura,
dei tuoi silenzi entro i quali ritrovarti 
e delle tue smanie entro le quali ti perdi da solo
quando vorresti scappare da tutti.

Scrivevo: "La noia è pur sempre una catergoria banale";
scrivo: "La noia è anche una virgola politica, una scusa banale offerta su un piatto d'oro 
da una imposta cultura che ci spinge ad un consumo bulimico",
è lo spazio rubato alle nostre infermità, alle nostre inquietudini rielaborate nel linguaggio di questo mondo  e di questo tempo che non ci appartengono,
che ci vorrebbero annullati.

martedì 19 febbraio 2013

-Un nuovo, gentile giorno che rinasce-


Carezza la sua pelle un vento fresco e delicato di primavera,
scende sul mio corpo il calore di questo nuovo giorno.
Rinasce, mai identico a se stesso
affondando le radici in stasi  antiche
e riporta di colpo, d’improvviso, la mente in posizione centrale.

Così, la circolarità del vivere,
il divenire continuo, incessante
si nutre della nostra presenza, di quel che siamo e di quel che diamo.
La spirale ingrossa la sua potenza o la diminuisce
a seconda dei casi, dell’essere.

Lei vive di fiori di carta gentili
nel suo piano di terra di socialità,
di silenzi e di amore.
Come un cigno sordo si muove in eleganza
entro il mondo di silenzio che la circonda.

Non lesina il contatto, il profumo antico di un caffè che sparge l’essenza nei vicoli.
I vicoli di questa atavica città che tutto comprende, rinasce e decade.
Con lei si potrebbe decadere, come soldatini  in un teatro di bimbo.
Come se  l’essere lì dentro  fosse, solo ed in sé stesso,  una forma di vita. 

venerdì 8 febbraio 2013

-Dal tempo del pressapoco all'universo della precisione-


Questo tempo imposto da violentare
 vorrei
questi tempi imposti da violentare
 si devono.
"Dal tempo del pressappoco all'universo della precisione"
in un passaggio obbligato
e la parola non deve mancare.
La cerco, scavo
e l'occhio acceso su questa realtà
mi impedisce il trovarla.

Immagini, emozioni
scavo
cerco:
"Affondare nel tuo corpo di morbidezza vorrei
socchiudere gli occhi nel tuo infinito,
nuotare entro lo scuro di te,
sfiorare con le labbra morbide la tua anima in attesa.

In un'estasi di piacere far perdere te
senza che una possibile via di uscita si possa trovare.
In un labirinto senza uscita
con tutte quelle possibili  da annichilire
cosicchè anche il pensiero del come fare
possa svanire, come un mai esistito, un mai nato.

In questo scorrere di vite disordinate, di tempi inorganici
ascolto un pensiero, di gioia(?)
che mi appresta un sentire diverso, represso, riperso?
In questo scorrere di vita me abbandono in un sentire 
di piacere, di gioia non funzionale,
non organizzata, non indirizzata, non finalizzata.
Me abbandono persa in un'idea di non ritorno.

mercoledì 6 febbraio 2013

-Paradiso perduto-





Nel buio dell'esistenza
lì dove tutto è sordo
rimbomba la voce della mia disperazione.

Cavalieri senza armature
piegati al gioco crudele
di questa bassa umanità.

Immersi tutti in questa melma viscida
di sentimenti calpestati, sviliti.

Contrasta su tutto ciò il cielo chiaro, limpido,
conferma, da sè, l'altro.

L'altro di amore, di cura, di rispetto e tenerezza.
Quell'altro nel quale bisognerebbe essere  immersi
nella forma di un Eden,
di un Paradiso perduto..

domenica 3 febbraio 2013

-Non tutto è quello che sembra-





Nella penombra il tuo corpo nudo mi appare,
curvo su di sè in quest'atto di pudica meraviglia.

Cerchio non chiuso racchiude, in sè,
un dramma chiamato vita.
Tanti piccoli deliri iscritti nella sua geografia.
Come orgasmi incompiuti,
tensioni nell'atto di.

In questa notte di febbraio che mi ostino
a confondere in giugno o in ottobre
una presenza muta accompagna il mio, di corpo, sordo.

L'apparenza dei sè si scoglie dentro,
nel dentro, in quel territorio
entro il quale pochi osano scavalcare le recinzioni.

In presenza sorda accompagni me.
Il me delle mie risate, il me delle mie ombre.
Chiudi, tu stesso ombra onnipresente, il senso del mio me.

venerdì 14 dicembre 2012

-Di notte, di giorno?-





Centellinando una sensazione di essere

al ciglio di un'immagine riflessa
che non riflette, in giusta dose,
una sommaria appartenenza già malamente avvertita.
In egual guisa ti riguardo nei miei sogni e torni,
tormenti, con un'immagine simile alla tua,
il ricordo che ho di te.

Mi ritrovo sull'onda dello stesso sentire a guardare

l'immagine del sosia che non sei tu.
E' il terrore di perderla che si è impossessato di me.
Perdita di te, perdita di me
e mi domando se mai qualcosa sia realmente stato
al di là di questo sentire fluttuante del  non essere.

Come un demone scaltro, senza preavvisi arriva,

armandosi di notte e riemergendo di giorno in una scelta causale di gesti, di umido
che narra di  desideri inappagati.

martedì 30 ottobre 2012

-Selvaggi-





Vi guardo nei vostri cervelli arrugginiti,
vecchi compagni di ventura,
col cervello in bilico tra un gioco perso e, per questo, conciliante
ed una speranza di un sogno lungo un  brivido.
Quel brivido che sa di un vizio da non poter lasciare.

Quel vuoto cieco nel quale abbandonare ogni peso,
troppo insopportabile per membra così stanche.
Vi appartengo un po’,
scissa in/tra gli occhi vitrei del cane da guardia
che scuote  questa mia illusione.
Appostato su ogni palazzina,
dietro ogni balcone,
mi ricorda, gelido,
quanto, quel vizio conciliante sia,
esso stesso, ancora, schiavitu’.
Così, troppo.

Indomiti cavalli selvaggi
sguazzano nella pianura.





venerdì 24 agosto 2012

-Narciso-

Immersa in un gioco di ombre e di luci che tutto contrasta,
il vero dal falso.

Su quella linea di demarcazione

nettamente
provare ad osservare.

I vari perche':

tentativi di salvaguardia di un se'
profondamente deturpato?

L'immagine che si restituisce ai miei occhi e' proprio questa:

di una bruttezza orribile, mostruosa.

Un narciso pomposo

presente a quel se' sociale
sul quale impietoso, gira, scava.

Nel tentativo di divenire cio' che non e',

ma che gli hanno fatto credere di essere.

domenica 6 maggio 2012



Il mio cuore trabocca, cosa potrà arginare quel fiume in piena?
Come tenerlo fermo, esortarlo di smetterla.
Impedirgli di parlare!
Dire a quel flusso esondante di fermarsi.
"Fermati!", gli ordino, ma lui di me non si cura.

Ecco, lo vedo!
Un pericolo all'orizzonte si avvicina,lo minaccia,
ma il mio cuore è un cuore bambino
e non ascolta le parole del saggio pensare.
Vuole correre, straripare, inondare l'amato e farlo suo,
con lui danzare, farlo danzare con lui, come sasso che rotoli in un fiume in piena.
Un fiume che si diverte ad innalzarlo, a farlo dolcemente ricadere.

Eccolo, il pericolo, lo vedo!
Inabissa.
Me vuole sterminare.
Ma il mio cuore si volta incurante, di lui non si cura.
Gli gira le spalle e ride ride con tutto il fiato che ha in gola.

Grida, grida cuore mio!
Vivi, vivi cuore mio!
Non ti curar di loro.
Lascia alle tenebre il loro spazio, lascia che si divertano anche loro.
Vivi, vivi cuore mio.

sabato 28 gennaio 2012

-Ti ricordi...-


Ti ricordi di quando si era felici?

 Il sole entrava nella stanza e irradiava le nostre vite.
Non sapevamo del sole, di quando sarebbe entrato, nè di quando si sarebbe ritirato.

Non  sapevamo di quell'ombra e di come anche quell'assenza avrebbe riempito quell'attimo che sapeva di eterno.
Lo spazio lasciato dal sole, allora, ci inebriava dell'umido della campagna che penetrava  da quello  squarcio di finestra,  di quellla freschezza che si imprimeva nelle nostre tempie.

Avvolgeva i nostri corpi quell'odore rarefatto di terra e non il freddo o la paura o  la solitudine come sarebbe stato un dì.

Quel dì arrivò e ci trovò impreparate di fronte all'immensità del danno, all'angoscia  nel sentire di come quell'attimo paralizzante dell'abbandono  si sarebbe protratto per lungo tempo.

Perse nella sensazione di essere sole senza protezione, come un veliero  scaraventato nel mare in tempesta privo di un qualsiasi possibile ormeggio.

venerdì 22 aprile 2011

-Per Massimo-



Ti ho visto, ti ho qui dinanzi, con gli occhi dell’anima aperti
E quelli del cuore straziati per troppo dolore.
Si chiama rimorso, forse.
Forse si chiama amore, legame.
Forse.
Si chiama, si chiama e forse non si chiama.
Ora non si chiama piu’.
La morte ha steso il suo velo pesante.
Sembra trasparente.
Velo di marmo.
Ti vedo qui dinanzi agli occhi.
La corda, il corpo che pende al soffitto.
Solo, come sempre sei stato.
Solo.
Mi lasci un rimorso ed io ti odio.
Con un gesto ci sei riuscito.
Hai lasciato il tuo segno impermeabile.
Quel segno che marchia la mia pelle
E marchierà il mio cuore.
Di una vergogna inconfessabile,
di un rimorso che stringe il cuore
e che mi fa dire, pensare, vivere
che ora non voglio piu’.
Non volgio piu’ presenze, assenze,
esistenze nella mia vita.
Non voglio piu’ niente se non un silenzio che mi avvolga
E che mi culli.
Che, dolcemente mi culli con sé.
Come in una sacca di seta, delicata.
Parole, presenze, pretese, rancori,
parvenze umane effimere.
Non volgio piu’ niente di ciò.
Piu' niente da nessuno,
se non la gratuità dell’amore che svolge,
avvolge sé in altri/e.
Senza strappi, paure, ansie, pretese,
perplessità. Menzogne.
L’essenziale è sottile, nascosto, in fondo.
Ti vedo lì, con il corpo appeso a quel soffitto pesante
Che riesce a reggerti come forse nessuno è riuscito.
I tuoi occhi nei miei,
i nostri gesti silenziosi,
la discrezione di quell’amore non consumato.
Quell’amore che ci ha uniti per sempre
E che non ci ha fatti piu’ incontrare.
Sei andato per sempre
E non hai voluto salutarmi,
ti sei negato a me
come io feci con te
in qulla prigione di sabbia.
Cosa diranno?
Cosa sapranno?
Cosa potranno dire Pina, Alfonso oggi?
Ricordi quelle urla?
Mi chiamavano all’ordine
Io che andavo dietro te,
dietro la tua scia delicata profumata e discreta.
Non ci sei piu’.
Non ci incontreremo piu’.
Per te la fine.
Per me l’inizio di un nuovo tormento chiamato Vita.
Addio Massimo.

martedì 16 marzo 2010

-In ricordo di-


Il ricordo del nostro amore
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
Lo splendore impera e
l’acqua in movimento,
i suoi flussi vitali esistenti al di là di ogni cosa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
 perfetta che non conosce il terrore,
 l’angoscia della fine/ morte/ abbandono
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
delle mie ambivalenze.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.