Il dottor Knock e il triondo della medicina.
JULES ROMAIN
Il riempimento malsano delle nostre giornate e la
conseguente negazione e fuga da una comunicazione umana tra persone
conviventi, con la accensione automatica dell’apparecchio televisivo che
acquisisce sempre piu’ i conottati di un monolite magico e sacro, ci mostra tra
un prodotto e l’altro, la violenza a cui la nostra mente e il nostro
copro-tramite le emozioni che dal cervello si diffondono in esso-, è sottoposta.
Tanto è stato scritto sull’argomento da emeriti studiosi, ma
poco, troppo poco diffuso e portato a conoscenza dei piu’.
Si dovrebbe istituire un insegnamento apposito nelle scuole
medie:
Storia dei media e tecniche di informazione (alias
manipolazione delle varie realtà allo scopo di indurre nella persona ad un
determinato, a priori, bisogno).
Ancora, nonostante proteste diffuse, si assiste a spettacoli
il cui scopo è quello di manipolare i bambini tramite pubblicità di giocattoli,
ancora si assiste alla pubblicizzazione di medicinali, pratica che dovrebbe
essere vietata in un paese civile.
Una adeguata preparazione includente la conoscenza del
proprio corpo e i relativi modi per averne cura non puo’ passare tramite un
concentrato di immagini e parole flash ideato appositamente da studiosi pagati
all’uopo per indurre all’acquisto di un determinato prodotto.
Il mercato non può essere mosso da
azioni filantropiche e non lo sono le aziende che devono aumentare i
loro profitti pena la loro estinzione.
[...]la medicina ha a che fare non solo con le sofferenze e
le ansie legate alle malattie a alla morte, ma anche con l’aspirazione al
miglioramento delle nostre condizioni psico-fisiche.. entrambi i fattori
forniscono perciò alle industrie l’opportunità molto vantaggiosa di poter
sposare ricerca di profitto al conseguimento di obietti etici.
[...]le pratiche commerciali e di marketing dei produttori
di farmaci... sono andate incontro, negli ultimi anni, ad una radicale
evoluzione, che ha portato a vedere le malattie come un’opportunità di
profitto da perseguire attraverso una massiccia espansione della domanda
di farmaci, da raggiungere anche attraverso l’estensione delle loro indicazioni.
[...]già negli anni ’70 infatti Gadsed, il capo della Merck,
aveva manifestato il suo dispiacere che il potenziale mercato della società
fosse limitato agli ammalati, dichiarando che il suo sogno era di produrre
farmaci per gente sana, così come la Wrigley ’s, produttrice di
gomme da masticare per tutti.
In un mercato ormai saturo, nel quale la produzione di
nuove molecole per curare le malattie conosciute è sempre piu’ rara, non basta
piu’ ricorrere solamente alla modifica di molecole già note e sperimentate (i
cosiddetti farmacifoto-copia, o me-too), vantandone con dubbie
fondamente straordinari vantaggi.
Si tende ad ampliare il mercato per quelle in commercio
estendendone le indicazioni al fine di aumentare il numero dei potenziali
consumatori.
Nei paesi anglo-sassoni l’operazione, com’è ormai
ampliamente noto, viene denominata disease mongering, o vendita delle
malattie[...].
Il disease mongering viene vigorosamente
perseguito dalle grandi industrie farmaceutiche, nei cui consigli di
amministrazione ormai predominano dirigenti provenienti dal big business.
E’ stato appurato che nel 2004 le multinazionali del farmaco
hanno investito nelle attività di marketing 60 miliardi di dollari, il doppio
circa di quanto hanno investito in ricerca, facendo leva sulle emozioni,
timori ed aspirazioni delle persone. [...]
La strategia ha piu’ facce, essenzialmente riconducibile a
tre filoni principali:
1) la trasformazione in patologie, che naturalmente devono
essere curate, di condizioni di per sé fisiologiche (come l’osteoporosi, i
disturbi mestruali o la menopausa, la sindrome del colon irritabile) o delle
comuni difficoltà della nostra vita quotidiana (come timidezza, irrequietezza,
difficoltà nella vita sessuale, calvizie, rughe e quant’altro);
2) l’equiparazione di fattori di rischio per lo sviluppo di
future malattie e malattie vere e proprie, particolarmente in campo
cardiovascolare (come l’ipercolesteromia e l’ipertensione);
3) la vendita senza infingimenti di farmaci non per presunte
od esaltate patologie, ma semplicemente per il miglioramento della qualità
della vita, o cosiddetti farmaci life-style, identificati come un mercato in
forte crescita.
L’industria interviene a tutto campo, dalla progettazione ed
esecuzione degli studi clinici alla loro pubblicazione, alle informazioni da
fornire ai medici (mediante pubblicazioni e convegni) ed ai pazienti e alle
loro associazioni (attraverso campagne di sensibilizzazione alle malattie) ed
attraverso la pubblicità diretta dei farmaci, dove questo è consentito.
Come ci insegna l’esperienza di quei paesi dove la
pubblicità diretta dei farmaci da parte delle case produttrici è
consentita, tale coinvolgimento avviene mediante l’organizzazione di
campagne promozionali rivolte ad “informare” su una determinata patologia, ma,
poiché esse sono in realtà rivolte a “convincere”, la veridicità e
attendibilità delle informazioni spesso lascia a desiderare.
I sintomi sono presentati in modo molto generico, in modo
tale che ognuno possa sospettare di averli, ed i vantaggi dei farmaci sono
esaltati con informazioni nebulose sulla loro efficacia e controindicazioni.
Esaminerò i casi piu’ importanti dei disease mongering
prendendo in esame le patologie o i disturbi piu’ bersagliati dalle strategie
di marketing delle grandi industrie.
Alcuni di essi, così come alcune importanti tattiche
di marketing, sono molto piu’ diffusi negli Stati Uniti, e molto meno in Europa
o in Italia[...]
Ritengo però che in un mondo ormai “globale” sia utile ed
anche doveroso essere a conoscenza delle strategie generali delle industrie
farmaceutiche e della loro politica di espansione a livello globale, perché
esse tendono inevitabilmente per ricadere su tutti noi, e per aiutarci a
prefigurare a cosa potremmo andare incontro, in Europa e qui in Italia, se
processi di esasperata commercializzazione della sanità e liberalizzazione
della pubbicità medica e farmaceutica prendessero piede anche da noi, non
soltanto per le conseguenze di interesse strettamente sanitario, ma anche
per le loro influenze sulla natura della società.
IL SESSO
Volete migliorare la vostra vita sessuale?...
Siete venuti nel posto giusto
Sito Web della Pfizer.
Non stasera caro: il cane si è mangiato il mio cerotti al
testosterone.
[...] L’esempio piu’ paradigmatico di queste strategie
è costituito dal Sildneafil (il Viagra), scoperto
casualmente sperimentando un farmaco contro l’angina pectoris, che
dall’indicazione iniziale al trattamento della disfunzione erettile (maschile)
da cause come diabete e lesioni al midollo spinale, per mezzo di una
campagna di marketing accuratamente programmata, è passato a quella di un
rimedio per risolvere qualsiasi tipo di disturbi sull’erezione, anche
momentanei e non dovuti a cause vascolari, sino ad essere indicato come un
mezzo per migliorare ed esaltare le prestazioni sessuali. [...]
In pratica il Viagra è passato da farmaco per il
trattamento di ben determinate patologie ad un farmaco cosiddetto life-style,
indirizzato a coloro che non soffrono di patologie in atto, ma semplicemente
vogliono migliorare, o esaltare, la loro qualità della vita. (un vero e proprio doping
della salute). E’ anche doveroso ricordare gli attori della cinematografia
pornografica, che grazie al sildenafil possono sostenere un maggiore impegno
professionale.
Ma, subito dopo l’esplosione del Viagra, iniziò negli Stati
Uniti la campagna per l’estensione del suo uso anche in campo femminile.
Ansietà ed insoddisfazioni sessuali, spesso basate su
fattori sociali e culturali, sono stati trasformati in disturbi comportamentali
adatti per il trattamento farmacologico, creando la nuova sindrome della
“Disfunzione Sessuale Femminile”.
Già nel 1997 gli urologi avevano cominciato a parlare
di “disfunzione sessuale femminile”, riferendosi ad aspetti della
fisiopatologia genitale femminile assimilabili alla disfunzione erettile
maschile, una categorizzazione diagnostica basata non sull’evidenza, ma
sull’analogia con il modello maschile.
Ciò nonostante l’idea che il Viagra deve funzionare
anche nelle donne è stata così efficacemente sbandierata che negli Stati Uniti
esso continua ad essere ampliamente prescritto anche in questa“disfunzione”, e
quindi al di fuori delle indicazioni approvate dalle autorità regolatorie per
l’immissione dei farmaci sul mercato.
Essendo stato riconosciuto che non esistevano prove valide a
supporto di un uso diffuso del Viagra nelle donne qualcuno consigliò di provare
con gli androgeni.
Comparve allora sul mercato una crema (sperimentale)
da applicare ai genitali per offrire nuove speranze di guarigione
sessuale, il che sembrò a molti un altro modo subdolo di confondere i confini
tra malattia e la vita normale.
Sorprendetemente cercò di entrare nel mercato la Procter &Gamble,piu’
nota come produttrice di shampoo e saponi, attiva però anche in campo
farmaceutico per il morbo di Paget e l’osteoporosi.
Essa iniziò ad investire pesantemente su un cerotto di
testosterone per trattare il “disordine da desiderio sessuale ipoattivo”
nelle donne che avevano subito l’asportazione dell’utero e di entrambe le
ovaie, e cercò di ottenere l’approvazione della Food and Drug Administration
americana (FDA).
Essa però fu rifiutata, essendo stati giudicati
insoddisfacenti la durata dello studio per una corretta valutazione dei
rischi a distanza, ed il numero delle pazienti indagate, quanto modesti i
benefici del trattamento, ma ciò non impedisce ai medici americani di
prescrivere creme al testosterone da prepararsi in farmacia.
Per rimanere in campo femminile, gli eventi legati al
periodo riproduttivo rappresentano il terreno ideale per la trasformazione di
venti fisiologici, come il ciclo mestruale e la menopausa, in patologie vere e
proprie, naturalmente da trattare farmacologicamente, meglio ancora se
utilizzando farmaci tradizionali con una indicazione del tutto nuova. E così
gli sbalzi d’umore precedenti il ciclo ora non sono piu’ qualcosa che
appartiene alla vita normale, ma piuttosto il sintomo rilevatore di un
possibile disturbo psichico, il cosiddetto Disturbo Disforico Pre-Mestruale
(DDPM), da trattare con un farmaco antidepressivo.
Il caso vuole che questo farmaco (niente altro che
l’arcinota paroxetina) sia stato proposto negli Stati Uniti per questo nuovo
disturbo proprio quando il brevetto della molecola era ormai scaduto, ma
questa volta sotto il nome di Sarefem, al posto dello stranoto Prozac.
Fortunatamente tale indicazione non è stata approvata
dall’EMEA, l’ente regolatorio europeo per l’approvazione dei farmaci. Questo
caso rappresenta un illuminante esempio di “promozione”
delle malattie, con la quale però i soggetti (qui le donne) “imparano
a considerarsi dei malati mentali”.
Ma in realtà per alcune industrie il vero mercato sembra
essere costituito dal ciclo mestruale stesso, da sostituire con un nuovo
sistema periodico, secondo un riuscito gioco di parole. La casa farmaceutica Barr
introdusse nel 2003 una pillola contraccettiva che permetteva di avere un ciclo
mestruale ogni tre mesi (nome non casuale, Seasonale), con una vendita degli
Sati Uniti per 120 milioni di dollari nel 2006 (in realtà un piccolo segmento
del mercato totale americano per i contraccettivi orali, di 1, 7 miliardi di
dollari). Gli studiosi delle case farmaceutiche ritenevano che servisse a
migliorare la qualità della vita delle donne, e in piu’ fosse di utilità per le
prospettive di carriera. Per giustificare la battaglia contro “le
incresciose emoraggie femminili” i ricercatori erano ricorsi anche ad
argomentazioni pseudo-darwiniane, sostenendo che la donna dei nostri giorni è
un prodotto difettoso del disegno intelligente dell’evoluzione: essendo
innaturale che in un paese industrializzato le donne abbiano 450 mesturazioni
nel corso della loro vita, una volta compresi i vantaggi di questo metodo, esso
si sarebbe affermato come un giusto rimedio.
Ma l’obiettivo finale di queste ricerche era in realtà
ben piu’ ambizioso, mirando ad eliminare il ciclo mestruale stesso, e
sembra che esso sia stato coronato da successo. Nel maggio di quest’anno la FDA ha infatti finalmente
approvato una nuova pillola contraccettiva, da prendere ogni giorno, senza
interruzioni, che elimina totalmente le mestruazioni.
Maggior successo ha avuto la trasformazione in patologia di
un inevitabile momento fisiologico della vita di una donna, la Menopausa.
Nel pieno delle lotte del movimento femminista americano per
l’emancipazione delle donne, il ginecologo Robert Wilson nel 1996 affermò
che la“menopausa è una malattia da carenza ormonale, curabile e totalmente
prevenibile” ,sostenendo che la sua idea rivoluzionaria della menopausa e del
modo di curarla contribuiva alla liberazione della donna, in particolare quella
sessuale, ed accusando anche i suoi colleghi di non riuscire a comprendere che
la menopausa è una grave sindrome fisica e mentale. [...]
In realtà il processo di trasformazione di un
cambiamento fisiologico in una patologia, era iniziato già negli anni 30,
con gli studi su una delle prime forme sintetiche di un estrogeno, il
dietilstilbestrolo (DES), che avrebbe dovuto supplire alla carenza ormonale
propria della nuova età della donna.
Una volta definita la menopausa come malattia, la sua cura
non era solo legittima, ma doverosa.
Allo scopo si ricorse ampiamente all’epidemiologia
delle malattie cardiovascolari, che aveva evidenziato come dopo la menopausa
avveniva nella donna un aumento notevole della morbilità e mortalità
cardiovascolare, particolarmente per ischemia coronaria, dalla quale la donna
era in pratica immune in età fertile per la protezione esercitata dagli
estrogeni.
Nel 1981 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità
accettò la nuova definizione di menopausa come malattia dovuta a deficit di
estrogeni. Si ritenne perciò che la terapia sostitutiva ormonale fosse indicata
anche per proteggere il cuore delle donne, ma, come spesso avviene in
medicina, quando speranze terapeutiche basate su legittime ipotesi
scientifiche non vengono poi confermate dagli studi clinici di controllo,
nel 1998 lo studio HERS dimostrò che il trattamento non solo non era in grado
di prevenire gli infarti, ma addirittura ne aumentava il rischio. Ciò
nonostante, anche dopo la pubblicazione dello studio la casa produttrice lanciò
una campagna a livello mondiale per ricordare alle donne ei medici i rischi
legati alla perdita di estrogeni.
da Medicina Democratica [seguiranno maggiori e piu' precise
informazioni bibliografiche]