venerdì 30 dicembre 2011

-Camille Claudelle-




Camille Claudelle -8 dicembre 1864, 19 ottobre 1943-

Fu una scultrice francese, la sua fu una vita dolorosa e dall'epilogo tragico.
Sempre ripudiata dalla madre venne, in età adulta, dalla stessa e dal fratello che adorava, rinchiusa in manicomio e ivi morì dopo trenta anni di degenza senza mai ricevere visite dai familiari o dalle persone che la avevano amata ed apprezzata.


La sua forte personalità suscitò timore nel  compagno Auguste Rodin, dal quale decise di allontanarsi  in quanto nel mondo dell'arte il suo nome lo si associava sempre a quello, piu' celebre, di lui; la loro relazione, tuttavia, non fu definitivamente spezzata fino a quando Rodin non la abbandonò respingendo lei e il figlio che portava in grembo e che mai nacque;  d' altronde Rodin, pur essendone profondamente attratto, non interruppe mai il rapporto con la moglie vivendo contestualmente entrambe le relazioni.









Di lei scrissero:
"Ha una natura profondamente personale che attira per la grazia, ma respinge per il temperamento selvaggio"
                                                                                         il compagno Auguste Rodin;

"Questa signorina Claudelle dovreste vederla scolpire, è come se la creta, l'argilla, il marmo seguissero gli ordini delle sue dita delicate. Peccato che sia una donna e che sia destinata a rimanere sconosciuta. Lei, però, è sicura di diventare una scultrice famosa"                        

                                                  Alfrede Boucher, suo maestro all'Accademia Colarossi;

"Ha una fronte superba, la carnagione lunare, gli occhi di un blu così profondo e così raro che si puo' trovare solo nei romanzi. Ha una tale bellezza che mi soggioga. Riesce ad esercitare su di me un'ascendente così forte da sembrare crudele. In sua presenza sono rapito e incapace di parlare, ma lei sembra non esserne conscia e si aggira per il mondo con aria smarrita, come un fragile uccellino appena uscito dal nido" 
                                                                                                       suo fratello Paul;

"Possiede un fascino assoluto e totale dedizione alla scultura. Nulla di strano che non appena io abbia posato il mio sguardo su di lei tutto il resto mi sia sembrato privo di vita. Camille è la vita stessa!" 
                                                                                        il compagno Auguste Rodin;

"E' sicura che tutto si risolverà, che potrà coronare il suo sogno eppure mi chiedo: Vuole davvero sposare Rodin oppure è spinta soltanto dal desiderio di condurre una vita normale? Possibile che una donna tanto diversa dalle altre senta la necessità di essere accettata dalla società? E la società è pronta ad accettare una donna come lei? 
                                                                                                        suo fratello Paul.



In manicomio scrive al fratello:

"I tuoi silenzi mi uccidono Paul, a volte vorrei avere la forza di farla finita, mi si rimprovera, come fosse un crimine spaventoso, di aver vissuto sola coi miei gatti, di avere manie di persecuzione. Qualcuno potrebbe riconoscermi il merito di originalità e dare qualche compenso alla povera donna che hanno spogliato del suo genio. No! Un manicomio. La mia colpa è quella di essere una donna che ha voluto vivere come voleva e per questo deve essere eliminata"

martedì 20 dicembre 2011

-La rivoluzione dei garofani-

"Quando verrà il momento sarà una canzone a dare il segnale, una canzone che parla di fratellanza, di uguaglianza, del popolo che piu' comanda"



venerdì 16 dicembre 2011

-Giuda-







Questo è il Gesu' della mia tradizione, colui attraverso il quale puo' passare ciò che oserei chiamare un riferimento culturale, il Gesu' uomo del quale potrei parlare a mio figlio.
Dall'arguto ed esaltante testo di Helmut Gollwitzer ( 29 dicembre 1908-17 ottobre 1933) "Legno storto-incedere" riporto un brano, un brano che ci parla di  Gesu' come di un uomo nel quale l'intelligenza diviene una dote profondamente umana al servizio dell'umanità, intelligenza che solo poteva e puo' emergere grazie ad un propedeutico distaccamento dal conformismo e dal mondo stesso.

Il dialogo immaginario di Gesu' con Giuda, del quale si parla in questo brano, permette numerosi spunti di riflessione. Spunti che, appunto, fanno emergere la figura del Maestro come di un uomo profondamente consapevole dei limiti di  colui con il quale condivideva la vita, Giuda, che aveva amato e dal quale era amato.
Amato come si puo' amare un figlio, del quale si comprendendono i motivi di un potenziale agire non retto. 


Non parla dell'azione di Giuda come di un'azione predestinata e volta al raggiungimento di un obiettivo metastorico, bensì di un'azione la cui portata  lui aveva sapientemente già intuito in quanto già conosceva quello che era Giuda e quello che erano i discepoli e conosceva dall'altro lato sè stesso.

 A questo punto il brano si eleva al massimo quando dalle sue parole
traspare una accorata e impotente constatazione, quando il legame tra bene e male si mostra nella sua assoluta tragicità, quando si evidenzia il bisogno stesso che Giuda sentiva di Gesu', bisogno tanto forte da fargli compiere il cosiddetto salto nel buio, quel salto che solo un legame irrinunciabile ti puo' far compiere.

Così Giuda non si protegge e non protegge il soggetto amato e vive i suoi limiti, vive il suo legame nonostante tutto.


"Quando ti ho chiamato per essere uno dei dodici già sapevo che eri quello che sei oggi, io ti ho accettato come colui che ora hai provato di essere.
Tu sei colui che ho amato, tu sei colui che volevo al mio fianco per essere a tua disposizione. 
Per lungo tempo è stato  evidente che non soltanto tu, ma tutti voi, miei discepoli, mi avreste portato la morte concordemente a quello che voi 
siete e che io sono. Perchè non ti sei protetto dalla tua colpa proteggendoti da me stesso! 
Entrambi, Dio e  io siamo morti per causa tua, di conseguenza anche tu sei morto perchè essere con me era la tua vita, lo sapevi ed ora lo sai ancora meglio. 
La mia morte è stata anche la tua morte, ora non devi pu' cercare è già accaduto. Ti sei legato a me in modo tale che la mia morte è stata pure la tua e per questo motivo non potrai piu' liberarti di me.
Quando in seguito alla scelta che io feci di te, tu scegliesti me e divenisti mio discepolo, tu riconoscesti in me la tua vita.
Tu non sei stato deluso come ora ritieni quando pensi che questa scelta abbia portato la morte ad entrambi, a te ed a me.
Tu ed io restiamo vita per coloro che ci hanno mandato a morte non soltanto fino a quando non ci uccideranno, ma specialmente quando ci uccideranno.
E' esattamente questo il motivo per cui ora ti parlo. La morte a cui tu ci hai costretto non era quella definitiva, come quella che tu hai cercato, anche se tu ora lo pensi. 
Io ero per te il mondo della vita, lo sono tutt'ora, lo sono sempre stato, così da poterlo essere ancor di piu' in questo momento."

giovedì 15 dicembre 2011

Dora Carrington e Lytton Strachey







Dora Carrington aveva una relazione d'amore con Lytton Strachey, ma lui era omosessuale, dopo qualche tempo di convivenza nella tenuta di campagna di Ham Spray, Dora accettò la proposta di matrimonio di Ralph P., . Prima di accettare scrive a Lytton:
"L'altra sera dormivo al suo fianco, ho pianto pensando al destino crudele che, facendomi nascere donna non mi permette di stare con te. Ralph è un caro ragazzo, ma non lo am,o, non cambierò il mio cognome con il suo, così potrai sempre chiamarmi Carrington. Una volta mi hai detto che mi amavi come un'amica potresti dirmelo ancora?"
Tuttavia accetta e continuano a vivere tutti e tre ad Ham Spray, dopo qualche anno Ralph si invaghisce di un'altra donna, interviene Lytton il quale esorta Ralph di  non abbandonare Dora, così raggiungono un accordo secondo il quale avrebbero vissuto tutti e quattro nella tenuta di campagna, Ralph per lunghi periodi di tempo con la compagna, alternandoli a periodi in cui vi sarebbe rimasto senza di lei.. A tal proposito Dora scrive alla compagna del marito queste parole: 

"Io accetto tutto questo solo per amore di Lytton, accetto perchè so che la mia felicità con lui è ironicamente legata a Ralph. Sono costretta a piegarmi a quanto avete deciso, per questo ti chiedo alli'inizio di essere comprensiva"

sabato 19 novembre 2011

-Quidquid volueris-


Si domandava perchè mai non fosse nato un cigno e non avesse la bellezza di questo animale; quando si avvicinava a qualcuno, questi lo sfuggiva, era disprezzato tra gli esseri umani; perchè non era bello come loro? Perchè il cielo non l'aveva fatto cigno o uccello, qualcosa di lieve insomma, che canta e che si ama? O piuttosto perchè non era il nulla? <<Perchè-disse, dando un calcio a un ciottolo con la punta del piede-perchè non sono così? Gli do una pedata, lui rotola via e non soffre!>>.
Gustave Flaubert

sabato 30 luglio 2011

-Penna, poesia-


-Passano i buoi pesanti con l'aratro-nella gran luce. Chiudimi in un bacio-

giovedì 21 luglio 2011

-Non piu' disattesa-


Denso nel mio cuore l’amore,
denso nel mio cuore il rifiuto.

La vita, distante da me, 

compone e scompone i suoi pezzi.
Come un puzzler prezioso  
la guardo da fuori, impermeabile.
Ne sento gli odori -non piu’ viscerali-  
ne guardo le scene, da fuori, scostante.  

Sospendo le ansie, le gioie gli amori,

le lacrime diamantine.
Come sospesa resto
In questa non-attesa,
non piu’ disattesa.

lunedì 11 luglio 2011

-Possessivo paralizzante-



Tesso la tela dei miei mille giorni a venire
anestetizzo i miei sensi 
immobilizzo le mie voglie   
me paralizzo

venerdì 8 luglio 2011

-Sospensione-


Giravo i pensieri nella mia testa
e affondavo le radici nello scuro dei tuoi occhi.
Occhi ammalianti che irretivano la mia esistenza.

Poi un attimo di esitazione,
un respiro frenato
e di nuovo a chiedermi se la mia sia vita.

venerdì 22 aprile 2011

-Per Massimo-



Ti ho visto, ti ho qui dinanzi, con gli occhi dell’anima aperti
E quelli del cuore straziati per troppo dolore.
Si chiama rimorso, forse.
Forse si chiama amore, legame.
Forse.
Si chiama, si chiama e forse non si chiama.
Ora non si chiama piu’.
La morte ha steso il suo velo pesante.
Sembra trasparente.
Velo di marmo.
Ti vedo qui dinanzi agli occhi.
La corda, il corpo che pende al soffitto.
Solo, come sempre sei stato.
Solo.
Mi lasci un rimorso ed io ti odio.
Con un gesto ci sei riuscito.
Hai lasciato il tuo segno impermeabile.
Quel segno che marchia la mia pelle
E marchierà il mio cuore.
Di una vergogna inconfessabile,
di un rimorso che stringe il cuore
e che mi fa dire, pensare, vivere
che ora non voglio piu’.
Non volgio piu’ presenze, assenze,
esistenze nella mia vita.
Non voglio piu’ niente se non un silenzio che mi avvolga
E che mi culli.
Che, dolcemente mi culli con sé.
Come in una sacca di seta, delicata.
Parole, presenze, pretese, rancori,
parvenze umane effimere.
Non volgio piu’ niente di ciò.
Piu' niente da nessuno,
se non la gratuità dell’amore che svolge,
avvolge sé in altri/e.
Senza strappi, paure, ansie, pretese,
perplessità. Menzogne.
L’essenziale è sottile, nascosto, in fondo.
Ti vedo lì, con il corpo appeso a quel soffitto pesante
Che riesce a reggerti come forse nessuno è riuscito.
I tuoi occhi nei miei,
i nostri gesti silenziosi,
la discrezione di quell’amore non consumato.
Quell’amore che ci ha uniti per sempre
E che non ci ha fatti piu’ incontrare.
Sei andato per sempre
E non hai voluto salutarmi,
ti sei negato a me
come io feci con te
in qulla prigione di sabbia.
Cosa diranno?
Cosa sapranno?
Cosa potranno dire Pina, Alfonso oggi?
Ricordi quelle urla?
Mi chiamavano all’ordine
Io che andavo dietro te,
dietro la tua scia delicata profumata e discreta.
Non ci sei piu’.
Non ci incontreremo piu’.
Per te la fine.
Per me l’inizio di un nuovo tormento chiamato Vita.
Addio Massimo.

venerdì 3 settembre 2010

-16 o 17 agosto 2010-



…come la giustizia presupponga insieme il dire la verità e la restituzione. I due gesti si stringono e si congiungono. L’una suppone l’altra e la implica.
Chi restituisce lo fa “in verità”, restituisce la parola.
La verità non sarà altro se non questo restituire la parola, rilevando l’altruità.
Dalla derivazione latina del termine apprendo che l’integrum, che si accompagna alla restituzione, significa “intatto”, non toccato, così com’era.
Nella considerazione di una restituzione, che manca per sua essenza quell’integrum, posso restituire non quel che ho tenuto intatto, ma quel che mi è toccato. Non come propriamente era, ma come propriamente non è mai stato né sarà.
“La verità si viene a sapere”, l’espressione comune è presente in molte lingue, in tedesco suona “Die Wahrheit wird zum Vorschein kommen”, viene innanzi, si fa strada, te la ritrovi davanti. Ti supera. In spagnolo si dice “la veridad sale”,esce, salta fuori. L’idioma in questo caso è un’ingiunzione, un monito e un incoraggiamento.
“La verità si viene a sapere”, lo si dice all’amico, lo si ripete a se stessi quando si è subito un torto, o quando si è spezzato il continuo abituale e programmato degli eventi della propria vita. E’ un’espressione che richiama la giustizia. E sempre si arriva ad una tale congiunzione, di verità e sapere, quando si tratta di giustizia.
La restituzione alla fine non è altro che dare verità al sapere. Farla saltare fuori, farla apparire innanzi, farla venire al sapere, cioè all’istituzione. Ma è un processo continuo, che non chiamo di trasmissione perché non preserva, se non sostenendo l’altro nella sua verità di sapere.
Quel sostenere che per l’educazione significa avviare per la propria strada, lasciando che l’altro diventi cio che è.
 "La scuola dei sentimenti", Giuseppe Ferraro.

mercoledì 30 giugno 2010

-Sogno-




La stanza era popolata da ragazzi, ma ognuno di loro sembrava vivere una vita a sé stante senza alcun collegamento con quella degli altri. La solitudine imperava ed ognuno cercava nel chiuso del proprio spazio, nella limitatezza del proprio sguardo a linea retta, il calore, quanto meno sufficiente per poter continuare a respirare senza essere immersi e portati dall’angoscia.
Tra di loro spiccava un giovane ragazzo la cui età anagrafica sembrava oscillare tra i 12 ed i 14 anni, tuttavia il suo volto appariva assai piu’ maturo, come quello di un vecchio, avvolto, com’era, dalla solitudine.
La pelle del suo viso era costellata da rughe, le guance infossate e gli occhi sofferenti, il sorriso, comunque, appariva aperto, di chi riesce ancora ad abbandonarsi alla speranza. Tra lo spazio che intercorreva tra la bocca ed il suo esterno visibile spiccavano spazi vuoti tra i denti, come se questi potessero esser caduti in seguito ad una negligenza continuata.
Improvvisamente in posizione curva su di sé, lui aprì la bocca e la lingua risultò piena di macchie rosse, poi, così, lasciando esterefatti, cominciò a vomitare sangue, sembrava sangue raggrumato. Io non riuscii a guardare oltre e, in un impeto di ribellione, decisi di dover far qualcosa per lui, così non volli dare spiegazioni alle persone che erano con me e mi incamminai, con passo spedito, verso i luoghi piu’ interni del palazzo come se la persona che dovevo assolutamente trovare la potessi cercare negli anfratti piu’ remoti e piu’ profondi, questa immagine riconduceva  a me la potenza della metafora riportandomi alla mente un possibile nesso tra l’oscurità dei luoghi e gli anfratti piu’ sconosciuti e nascosti dell’animo umano.
Proseguii spedita nel mio intento e, affinchè potessi velocizzare la mia ricerca, cominciai a chiamare a voce alta la persona che mi interessava.
Ricordo che quella persona era per me una conoscenza precisa, infatti lo chiamavo sia ricorrendo al suo nome, che al  cognome.
Chiamavo chiamavo e mi indignavo, piu’ chiamavo e piu’ mi sembrava che l’ora della verità potesse giungere, il momento in cui avrei potuto urlare in faccia a lui tutto il mio sdegno.
Scesi in quei luoghi che divennero luoghi abitati dalla polvere e dalla fatica, luoghi in cui si percepiva, quasi si annusava l’odore del sudore di uomini in carne ed ossa.
Lo trovai, era lì, indifeso, lavorava ed il suo corpo era coperto da uno spesso strato di sudore, i suoi occhi erano bassi, non focalizzati esclusivamente sul lavoro, ma come fermi su un dolore interiore che non poteva essere compreso e né vissuto, sembrava quasi che il lavoro potesse servire a lui per non pensare ad altro.
Lo chiamai e lui alzò il suo sguardo con inerzia, i nostri occhi si incrociarono e penetrano dentro le nostre anime, io rimasi sconvolta, tuttavia, portai avanti il mio compito e gli urlai il mio sdegno.
Lui non si smosse, si limitò ad alzare la voce quanto la mia ed a bloccare il fiume del mio sentimento, mi parlò delle sue im/possibilità, del significato di quel vomito di sangue, richiamò alla mia mente immagini di Africa e tacque.
Io lo guardai a lungo negli occhi, quegli occhi innocui e pacificati dal dolore e dalla realtà, capii che era sotto l’effetto di droga pesante e decisi che non avrei potuto abbandonare né lui, né suo figlio.
Mi avvicinai a lui, avrei voluto baciarlo, abbracciarlo ed il mio cuore si sciolse, Il corpo sembrava cedere sotto i colpi di quell’amore venuto improvvisamente e inaspettatamente.
Ci accogliemmo e da quel momento non ci separammo piu’.
Piu’ tardi ci baciammo, ricordo la dolcezza della sua bocca, la tenerezza verso di me, ricordo la forza gentile del suo amore, di quanto quell’amore fosse saldo, di quanto riuscisse ad andare aldilà di tutto.
Così dovrebbe essere un amore, capace di elevare al di sopra di tutto i due soggetti, senza forzature, solo con la spinta di quel misterioso sentimento. Non c’è molto di razionale, di dicibile in questo, è uno dei tanti misteri possibili, ma sempre piu’ rari, avvolta come è l’umanità da un egoismo breve e stretto e da un cinismo che  la tiene prigioniera al rango di sottoumanità.

mercoledì 23 giugno 2010

-Sadismo-masochismo-




Il potere dei sadici è direttamente proporzionale alla capacità dei masochisti di tenerlo.
La capacità dei masochisti di tenerlo non è una fragilità, ma una forza pischica, quest'ultima, un dato strutturale.
Una cosiddetta caratteristica della personalità.
Queste dinamiche rappresentano un vero e proprio stile di vita.
Che sia patologico o meno è solo in relazione a fattori sociali.
Decidono  se dichiararlo patologico solo i soggetti interessati.
Le motivazioni verso una guarigione sono evidenti e non facilemente definibili.
In genere quel che spinge verso il cambiamento sono valori tipo:
la capacità di considerare che, oltre se stessi, esistono  soggetti altrettanto degni di vivere una vita serena, accogliente e amorosa.
Affinchè a queste considerazioni del tutto irrazionali segua una scelta verso il cambiamento, è necessario, altresì, che non si abbia una percezione dilatata del proprio io, ossia che la considerazione di se stessi non sia eccessiva.
Paradossalmente solo una personalità "fragile" non delinata da una forte autositma puo' portare il sadico al cambiamento.
Andrebbe riconsociuta innanzitutto la propria problematicità, ma, affinchè questo avvenga, il soggetto deve avere la possibilità della propria frustrazione e infelicità.
Colui che riesce, comunque, a ritrovare nel quadro predetto, situazioni di soddisfacimento, colui, quindi, che riesce a pervenire ai propri scopi o che riesce facilmente a sostituire i s/oggetti verso i quali orientare le proprie vocazioni e colui che non riconosce all'umanità il diritto di esistere e di non soffrire, difficilmente si orienterà verso un cambiamento.


da  "Alla fine di un giorno noioso" di  Massimo Carlotto:

"Andai a spogliarmi, poi tornai in salotto e mi sedetti sul bordo del divano. Lei sorrise e mi appoggiò una mano sul petto. <Non ti ho sentito arrivare, scusami. Ora vado subito in bagno a preparare le creme>.
<No> sussurrai.<Spinning, baby, spinning>.
Lei impallidì.<Che co'è successo?>.
La presi per mano e la condussi fino a una stanza che conteneva solo una spin bike e, a fianco, una grande, comoda, morbida poltrona di cuioio color sangue di bue. Con un unico movimento le tolsi il vestito. Tremava. Le slacciai il reggiseno.
<Dimmi almeno cos'è successo, ti prego...>.
<Sali su quella cazzo di bicicletta> gridai.
Lei obbedì e iniziò a pedalare. Io mi lasciai cadere nella poltrona, godendo del contatto della mia pelle nuda con il cuoio.
Schioccando le dita le indicai il ritmo della pedalata e iniziai ad ascoltare il rumore del rullo che girava e macinava chilometri immaginari. Dopo un pò iniziai a rilassarmi. Martina era già lucida di sudore, i capelli incollati alle tempie. Teneva gli occhi chiusi per non perdere la concentrazione. Dopo un pò li chiusi anch'io per trovare risposte alle mille domande che mi affollavano la mente.
[continua]

martedì 16 marzo 2010

-In ricordo di-


Il ricordo del nostro amore
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
Lo splendore impera e
l’acqua in movimento,
i suoi flussi vitali esistenti al di là di ogni cosa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
 perfetta che non conosce il terrore,
 l’angoscia della fine/ morte/ abbandono
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
delle mie ambivalenze.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.

lunedì 30 novembre 2009

-L'uomo dei giardinetti di Piazza Cavour-


...poi ci sono quel genere di persone che si potrebbero definire animali da strada, non fanno uso di droghe o di alcol, ma non sono esenti dal problema della dipendenza. Li vedi gironzolare per strada, apparentemente senza meta, anche se col viso sempre corrugato, come da un'attesa.
Guardano l'orologio,  
ma non perchè o come lo possiamo guardare noi, noi che siamo qui, da questa parte,
noi che attendiamo, a breve, qualcosa,  ma solo per regolarsi con il ciclo solare.
Immagino che un tempo dovessero  regolarsi con la luna o con il sole, forse vagabondi...
Forse quell'orologio serve ad indicargli l'ora del pranzo alla trattoria abituale; hanno  persone che si fidano di loro e che spesso gli affidano compiti di responsabilità.
L'onore, o meglio, la faccia da uomo, è da preservare, non al di sopra di ogni cosa, come nel codici dei camorristi, ma una spanna al di sopra della nostra normalità.
E così li vedi frequentare commercianti quasi regolari  e il quadro che ne emerge spicca per contradditorietà.
Ma basta addentrarsi un pò piu' a fondo  per percepire, in modo immediato, che quel paradosso punge gli occhi solo di  chi ne è fuori.
In realtà,  l'uno si serve dell'altro per arricchire la propria vita e per accumulare esperienza.
Esperienza: si potrebbe dire che la loro vita  è una continua rincorsa verso  l'accumulo di esperienze,
verso una pace che mai troveranno...pur consapevoli di questo.


lunedì 9 novembre 2009


<<Fermati, non puoi guardare la luce!>>
e lo tirò a sè chiudendolo in un caldo e accogliente abbraccio.
L'altro pianse poggiando il suo viso stanco sulla spalla del padre.
Non puoi guardare la luce, c'è tempo per ogni cosa, per crescere, per combattere, per farsi amare, per amare, per arrabbiarsi, per piangere e per non guardare la luce.
Il tempo del non guardare la luce è un tempo fondamentale, un tempo in cui la larva si trasforma in farfalla e  si riuscirà a trasformare solo se il bozzolo assicurerà abbastanza protezione.
Non puoi guardare la luce e lo strattonò a sè e lo abbracciò.
Non si puo'  guardare sempre la luce, ma spesso, troppo spesso, accade che si è con violenza gettati dinanzi la luce, senza pietà o anche per trascuratezza o  per incapacità.
La luce   può ferire, accecare,  far impazzire e solo se quel bozzolo ci è stato assicurato in quel  periodo adatto noi ci predisporremo naturalmente a non farci annichilire. altrimenti saremo vittime del nostro meccanismo acquisito e in pasto alle belve finiremo.

lunedì 27 luglio 2009

-Il danno-



Occorre un tempo straordinariamente breve per ritirarsi dal mondo. Ho viaggiato fino ad arrivare ad una vita tutta mia.
Quello che ci fa diventare come siamo è inafferrabile, va oltre il nostro sapere.
Ci abbandoniamo all'amore perchè ci  da un qualche senso di ciò che è inconoscibile, nient'altro conta, non alla fine.
L'ho rivista solo una volta, è stato per caso, in un aereoporto mentre cambiavo aereo, lei non mi ha visto, stava con Peter, aveva in braccio un bambino, non era diversa da tutte le altre.

sabato 16 maggio 2009

Scena di famiglia



Venivano dalla Romania, padre, madre e figlia.
Giovani, il volto della donna confondeva l'età, dissimulando in decisi sorrisi  il tempo trascorso dall'epoca dell'infanzia e dei sogni a quello della carne vissuta e offerta.
Lui austero e dalla carnagione scura. Il  naso aquilino caratterizzava  fieramente tutto il suo aspetto.
Di corporatura asciutta, dai muscoli tesi  temprati dalle notti in tenda sotto una coperta di stelle e di coltre nera.
Sedevano nei vagoni del treno e la loro presenza era lieve, per niente rumorosa, ciò che attrasse la mia attenzione fu, tramite l'udito, il ticchettio delle monete che urtavano tra di loro nel cappello a falde larghe nero.
Erano intenti a contarle tutti e tre insieme, eliminando,  con quella condivisione, qualsiasi gerarchia.
Terminato l'ascolto del piacevole ticchettio, mi reimmersi nella lettura, la avevo, infatti, sospesa nel mezzo di una  delle lettere piu' agghiaccianti e sconvolgenti che abbia mai scovato.
Ma tornai alla realtà che della scena scritta poteva essere una delle tante multiformi varianti.
Il posto accanto alla piccola era vuoto, lei, nel sedersi, aveva preferito quella posizione che la poneva antagonisticamente dinanzi al padre e non, invece,  alla accogliente mamma, la quale poteva essere, dall'aspetto e dall'intreccio dei gesti che emergeva, anche  una sua sorella maggiore. I capelli della bimba erano  marroni striati d'oro, il che mi indusse erroneamente a pensare che quella poteva essere opera di un qualche parrucchiere di periferia, anzicchè, molto piu' verosimilmente, del  sole.
Voltò il suo sorriso acerbo e spontaneo verso la busta poggiata sul sediolino vuoto dal quale emergevano arance, mele e un odore di banane che aveva fatto esclamare, nel vagone,  a qualche giovane sconosciuta anonima <<Che puzza!>>, estrasse l'arancia dal sacchetto e la porse alla mamma, in uno scambio di battute lievi pronunciate nella loro lingua di origine.
La mamma la ebbe tra le mani per qualche secondo per poi passarla all'uomo.
Io, incuriosita sempre di piu' dalla scena e dal destino di quella arancia che pareva non concludersi mai,  osservavo con gli occhi già inumiditi dal pianto per la giornata difficile che andavo vivendo.
Ed ecco l'uomo con il pantalone bianco panna immacolato  palleggiare con delicatezza l'arancia, la toccava, la passava da una mano all'altra mentre le donne lo osservavano,  improvvisamente, quasi di scatto, nel giro di un movimento repentino e veloce, si piegò in avanti non chinando il busto, ma portandolo con sè nel movimento cosicchè la figura appariva sempre ritta e fiera.
Si concentrò sull'arancia senza corrugare la fronte e cominciò a privarla della buccia, il tutto come se ad operare in quel modo fosse stata l'opera di una lama esperta, dal frutto non cadde un goccio del succo e così, continuando nell'opera, si trovò tra le mani una parte della buccia a forma di spirale, alzò lo sguardo verso il finestrino aperto, poi si voltò verso la moglie e passò a lei la buccia di cui disfarsi.
Lei pensò, parlò, ma non diresse mai lo sguardo verso il finestrino, la bimba sì e disse, nella sua lingua qualcosa che somigliava al nostro <<Dalla finestra>>, ma la mamma con un gesto deciso lanciò il pezzo  nella busta a far compagnia agli altri alimenti integri.
Intanto l'uomo aveva completato l'operazione e con un gesto secco ne aveva ricavato due metà una delle quali  porse  alla donna, lei ne scompose un'altra metà e, a sua volta, la  porse alla figlia.
Gli ultimi due spicchi l'uomo non li mangiò, ma li offrì alla moglie la quale li divise tra sè e la giovane ragaza.
Tutta la famiglia, così, passò all'opera, con calma e compostezza, gustando quella piccola porzione di mondo.
L'uomo con sè aveva conservato parte della buccia e, finito di gustare il frutto,  passò a sfregare la buccia sulle mani, porgendo, poi, alla figlia, il residuo.
Si stropicciò le mani come se stesse ricoprendelo di un'essenza preziosa e profumata e le passò sul collo e sul viso confermandomi l'immagine che la mia mente aveva creato.
Così fece la figlia.
La donna, invece, era alta e la sua schiena  compatta e soda, le braccia tonde, la carne che le rivestiva era morbida e tirata.
Il suo corpo, pur senza eccedenza,  possente.

giovedì 16 aprile 2009


Forse esagero, ma mi vado convincendo sempre di piu’ che la violenza sulle donne da parte degli uomini sia prodotta da un crescente senso di inferiorità di questi ultimi.
Alla base della violenza degli uomini c’è la paura delle donne, provocata dall’invidia della loro potenza creatrice che rende il ruolo virile di secondaria importanza, quasi accessorio.
Pertanto la naturale vitalità di questa custode della vita deve essere ridimensionata, reificata, trasformata in oggetto del piacere.
Violenza sessuale significa passare dal’eros al thanatos, attraverso l’uso della forza o del denaro, con lo stupro o con la prostituzione. 
Saverio Abbruzzese



...Bisogna stupirsi della violenza?
…dobbiamo considerare la violenza che ci raccontano come lo skandalon? Se ci scandalizziamo, facciamo gli interessi della violenza. …
Ora quale puo’ essere l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione di massa? Devono i mezzi di comunicazione di massa tacere, rimuovere gli episodi della violenza o devono raccontarli?
…i media devono proporre un’idea, le istituzioni devono proporre un modello che sia metabolico. Il modello metabolico è quello che non consideri la violenza im-mediata.
L’immediatezza della violenza è il nostro problema, è il fatto che intorno alla violenza non si dica, non si parli, non si racconti, perché è anche il modo per renderci piu’ consapevoli della co-responsabilià di ognuno.

Eligio Resta

...La separazione comporta un altro elemento di rischio che è quello di dover mettere in gioco diverse strategie per far accettare la separazione a se stessi e alle persone del proprio contesto familiare e maicale. Nonostante la legge sul divorzio sia ormai consolidata nel diritto, non nella stessa direzione e con la stessa velocità sembrano essere, invece, il senso comune e il senso etico-sociale, non solo religioso.
La separazione non sembra essere pienamente accettata sul piano sociale e questo comporta per molte persone una fatica con se stessi e con gli altri per far comprendere le ragioni di una separazione.
Anche questa sembra essere una delle ragioni che portano in certe separazioni una ricerca esasperata di elementi che possano rendere la spiegazione in termini di attribuzione di responsabilità in modo accentuato, se non addirittura esasperato, nei confronti dell’altra persona.
Daniela Pajardi

Il danno dell’abuso si forma nel tessuto familiare quando le dinamiche relazionali diventano patologiche, viene a mancare l’empatia e si altera il senso del rispetto per l’altro.
E’ quando si smarrisce la capacità di comprendere cosa l’altro sta provando e non si è piu’ capaci di offrire le proprie attenzioni anche mettendo da parte i bisogni personali, che la dimensione fondativa che alberga nelle relazioni positive della famiglia si altera compromettendo il rapporto empatico tra i suoi rappresentanti.
E’ in realtà familiari dove manca il rispetto dello spazio vitale ed emotivo, dei sentimenti e dei pensieri, e in definitiva i genitori non offrono risposte empatiche  e valorizzanti, fondamento della costruzione della fiducia in se stessi e della sicurezza interiore del bambino, che piu’ frequentemente si puo’ sviluppare l’abuso sessuale (e non solo quello, aggiungo io).
Patrizia Pes

giovedì 29 gennaio 2009



LA PERSONA SANA E' QUELLA CHE NON SA ANCORA DI ESSERE AMMALATA
Il dottor Knock e il triondo della medicina. 
JULES ROMAIN


Il riempimento malsano delle nostre giornate e la conseguente negazione e fuga da una comunicazione umana tra persone conviventi, con la accensione automatica dell’apparecchio televisivo che acquisisce sempre piu’ i conottati di un monolite magico e sacro, ci mostra tra un prodotto e l’altro, la violenza a cui la nostra mente e il nostro copro-tramite le emozioni che dal cervello si diffondono in esso-, è sottoposta.
Tanto è stato scritto sull’argomento da emeriti studiosi, ma poco, troppo poco diffuso e portato a conoscenza dei piu’.
Si dovrebbe istituire un insegnamento apposito nelle scuole medie:
Storia dei media e tecniche di informazione (alias manipolazione delle varie realtà allo scopo di indurre nella persona ad un determinato, a priori, bisogno).
Ancora, nonostante proteste diffuse, si assiste a spettacoli il cui scopo è quello di manipolare i bambini tramite pubblicità di giocattoli, ancora si assiste alla pubblicizzazione di medicinali, pratica che dovrebbe essere vietata in un paese civile.
Una adeguata preparazione includente la conoscenza del proprio corpo e i relativi modi per averne cura non puo’ passare tramite un concentrato di immagini e parole flash ideato appositamente da studiosi pagati all’uopo per indurre all’acquisto di un determinato prodotto.
Il mercato non può essere mosso da azioni filantropiche  e non lo sono le aziende che devono aumentare i loro profitti pena la loro estinzione.


[...]la medicina ha a che fare non solo con le sofferenze e le ansie legate alle malattie a alla morte, ma anche con l’aspirazione al miglioramento delle nostre condizioni psico-fisiche.. entrambi i fattori forniscono perciò alle industrie l’opportunità molto vantaggiosa di poter sposare ricerca di profitto al conseguimento di obietti etici.
[...]le pratiche commerciali e di marketing dei produttori di farmaci... sono andate incontro, negli ultimi anni, ad una radicale evoluzione, che ha portato a vedere le malattie come un’opportunità di profitto da perseguire attraverso una massiccia espansione della domanda di farmaci, da raggiungere anche attraverso l’estensione delle loro indicazioni.
[...]già negli anni ’70 infatti Gadsed, il capo della Merck, aveva manifestato il suo dispiacere che il potenziale mercato della società fosse limitato agli ammalati, dichiarando che il suo sogno era di produrre farmaci per gente sana, così come la Wrigley’s, produttrice di gomme da masticare per tutti.
In un mercato ormai saturo, nel quale la produzione di nuove molecole per curare le malattie conosciute è sempre piu’ rara, non basta piu’ ricorrere solamente alla modifica di molecole già note e sperimentate (i cosiddetti farmacifoto-copia, o me-too), vantandone con dubbie fondamente straordinari vantaggi.
Si tende ad ampliare il mercato per quelle in commercio estendendone le indicazioni al fine di aumentare il numero dei potenziali consumatori.
 Nei paesi anglo-sassoni l’operazione, com’è ormai ampliamente noto, viene denominata disease mongering, o vendita delle malattie[...].
Il disease mongering viene vigorosamente perseguito dalle grandi industrie farmaceutiche, nei cui consigli di amministrazione ormai predominano dirigenti provenienti dal big business.
E’ stato appurato che nel 2004 le multinazionali del farmaco hanno investito nelle attività di marketing 60 miliardi di dollari, il doppio circa di quanto hanno investito in ricerca, facendo leva sulle emozioni, timori ed aspirazioni delle persone. [...]
La strategia ha piu’ facce, essenzialmente riconducibile a tre filoni principali:
1) la trasformazione in patologie, che naturalmente devono essere curate, di condizioni di per sé fisiologiche (come l’osteoporosi, i disturbi mestruali o la menopausa, la sindrome del colon irritabile) o delle comuni difficoltà della nostra vita quotidiana (come timidezza, irrequietezza, difficoltà nella vita sessuale, calvizie, rughe e quant’altro);
2) l’equiparazione di fattori di rischio per lo sviluppo di future malattie e malattie vere e proprie, particolarmente in campo cardiovascolare (come l’ipercolesteromia e l’ipertensione);
3) la vendita senza infingimenti di farmaci non per presunte od esaltate patologie, ma semplicemente per il miglioramento della qualità della vita, o cosiddetti farmaci life-style, identificati come un mercato in forte crescita.
L’industria interviene a tutto campo, dalla progettazione ed esecuzione degli studi clinici alla loro pubblicazione, alle informazioni da fornire ai medici (mediante pubblicazioni e convegni) ed ai pazienti e alle loro associazioni (attraverso campagne di sensibilizzazione alle malattie) ed attraverso la pubblicità diretta dei farmaci, dove questo è consentito. 
 Come ci insegna l’esperienza di quei paesi dove la pubblicità diretta dei farmaci da parte delle case produttrici è consentita, tale coinvolgimento avviene mediante l’organizzazione di campagne promozionali rivolte ad “informare” su una determinata patologia, ma, poiché esse sono in realtà rivolte a “convincere”, la veridicità e attendibilità delle informazioni spesso lascia a desiderare.
I sintomi sono presentati in modo molto generico, in modo tale che ognuno possa sospettare di averli, ed i vantaggi dei farmaci sono esaltati con informazioni nebulose sulla loro efficacia e controindicazioni.
Esaminerò i casi piu’ importanti dei disease mongering prendendo in esame le patologie o i disturbi piu’ bersagliati dalle strategie di marketing delle grandi industrie.
 Alcuni di essi, così come alcune importanti tattiche di marketing, sono molto piu’ diffusi negli Stati Uniti, e molto meno in Europa o in Italia[...]
Ritengo però che in un mondo ormai “globale” sia utile ed anche doveroso essere a conoscenza delle strategie generali delle industrie farmaceutiche e della loro politica di espansione a livello globale, perché esse tendono inevitabilmente per ricadere su tutti noi, e per aiutarci a prefigurare a cosa potremmo andare incontro, in Europa e qui in Italia, se processi di esasperata commercializzazione della sanità e liberalizzazione della pubbicità medica e farmaceutica prendessero piede anche da noi, non soltanto per le conseguenze di interesse strettamente sanitario, ma anche per le loro influenze sulla natura della società.
IL SESSO
Volete migliorare la vostra vita sessuale?...
Siete venuti nel posto giusto
Sito Web della Pfizer.
Non stasera caro: il cane si è mangiato il mio cerotti al testosterone.
[...] L’esempio piu’ paradigmatico di queste strategie è costituito dal Sildneafil (il Viagra), scoperto casualmente sperimentando un farmaco contro l’angina pectoris, che dall’indicazione iniziale al trattamento della disfunzione erettile (maschile) da cause come diabete e lesioni al midollo spinale, per mezzo di una campagna di marketing accuratamente programmata, è passato a quella di un rimedio per risolvere qualsiasi tipo di disturbi sull’erezione, anche momentanei e non dovuti a cause vascolari, sino ad essere indicato come un mezzo per migliorare ed esaltare le prestazioni sessuali. [...] 
 In pratica il Viagra è passato da farmaco per il trattamento di ben determinate patologie ad un farmaco cosiddetto life-style, indirizzato a coloro che non soffrono di patologie in atto, ma semplicemente vogliono migliorare, o esaltare, la loro qualità della vita. (un vero e proprio doping della salute). E’ anche doveroso ricordare gli attori della cinematografia pornografica, che grazie al sildenafil possono sostenere un maggiore impegno professionale.
Ma, subito dopo l’esplosione del Viagra, iniziò negli Stati Uniti la campagna per l’estensione del suo uso anche in campo femminile.
Ansietà ed insoddisfazioni sessuali, spesso basate su fattori sociali e culturali, sono stati trasformati in disturbi comportamentali adatti per il trattamento farmacologico, creando la nuova sindrome della “Disfunzione Sessuale Femminile”.
 Già nel 1997 gli urologi avevano cominciato a parlare di “disfunzione sessuale femminile”, riferendosi ad aspetti della fisiopatologia genitale femminile assimilabili alla disfunzione erettile maschile, una categorizzazione diagnostica basata non sull’evidenza, ma sull’analogia con il modello  maschile.
La Pfizer fu, non inaspettatamente, il principale promotore della campagna per il riconoscimento di questa nuova patologia, che secondo alcuni colpirebbe il 43% delle donne americane, campagna che fu sospesa solo pochi anni fa per gli scarsi risultati degli studi clinici condotti al riguardo.
 Ciò nonostante l’idea che il Viagra deve funzionare anche nelle donne è stata così efficacemente sbandierata che negli Stati Uniti esso continua ad essere ampliamente prescritto anche in questa“disfunzione”, e quindi al di fuori delle indicazioni approvate dalle autorità regolatorie per l’immissione dei farmaci sul mercato.
Essendo stato riconosciuto che non esistevano prove valide a supporto di un uso diffuso del Viagra nelle donne qualcuno consigliò di provare con gli androgeni.
 Comparve allora sul mercato una crema (sperimentale) da applicare ai genitali per offrire nuove speranze di guarigione sessuale, il che sembrò a molti un altro modo subdolo di confondere i confini tra malattia e la vita normale.
Sorprendetemente cercò di entrare nel mercato la Procter&Gamble,piu’ nota come produttrice di shampoo e saponi, attiva però anche in campo farmaceutico per il morbo di Paget e l’osteoporosi.
Essa iniziò ad investire pesantemente su un cerotto di testosterone per trattare il “disordine da desiderio sessuale ipoattivo” nelle donne che avevano subito l’asportazione dell’utero e di entrambe le ovaie, e cercò di ottenere l’approvazione della Food and Drug Administration americana (FDA).
Essa però fu rifiutata, essendo stati giudicati insoddisfacenti la durata dello studio per una corretta valutazione dei rischi a distanza, ed il numero delle pazienti indagate, quanto modesti i benefici del trattamento, ma ciò non impedisce ai medici americani di prescrivere creme al testosterone da prepararsi in farmacia.
La Procter&Gable non si scoraggiò per questo e, trascurati (almeno per il momento) gli Stati Uniti, rivolse le sue attenzioni all’Europa, dove finalmente il cerotto (Intrisa) fu approvato nel luglio del 2006 dall’EMEA (European Medicines Agency), diventando disponibile anche in Italia dal febbraio del 2007. Anche se è ricordato che il cerotto al testosterone è indicato esclusivamente per il trattamento del calo del desiderio sessuale nella menopausa chirurgica, e che “se non sei interessata al sesso perché tuo marito è una bestia, Intrisa non risolve i tuoi problemi sesuali”, esso già viene presentato (ed offerto sulla rete) come il Viagra al femminile.
Per rimanere in campo femminile, gli eventi legati al periodo riproduttivo rappresentano il terreno ideale per la trasformazione di venti fisiologici, come il ciclo mestruale e la menopausa, in patologie vere e proprie, naturalmente da trattare farmacologicamente, meglio ancora se utilizzando farmaci tradizionali con una indicazione del tutto nuova. E così gli sbalzi d’umore precedenti il ciclo ora non sono piu’ qualcosa che appartiene alla vita normale, ma piuttosto il sintomo rilevatore di un possibile disturbo psichico, il cosiddetto Disturbo Disforico Pre-Mestruale (DDPM), da trattare con un farmaco antidepressivo.
Il caso vuole che questo farmaco (niente altro che l’arcinota paroxetina) sia stato proposto negli Stati Uniti per questo nuovo disturbo proprio quando il brevetto della molecola era ormai scaduto, ma questa volta sotto il nome di Sarefem, al posto dello stranoto Prozac.
Fortunatamente tale indicazione non è stata approvata dall’EMEA, l’ente regolatorio europeo per l’approvazione dei farmaci. Questo caso rappresenta un illuminante esempio di “promozione”
delle malattie, con la quale però i soggetti (qui le donne) “imparano a considerarsi dei malati mentali”.
Ma in realtà per alcune industrie il vero mercato sembra essere costituito dal ciclo mestruale stesso, da sostituire con un nuovo sistema periodico, secondo un riuscito gioco di parole. La casa farmaceutica Barr introdusse nel 2003 una pillola contraccettiva che permetteva di avere un ciclo mestruale ogni tre mesi (nome non casuale, Seasonale), con una vendita degli Sati Uniti per 120 milioni di dollari nel 2006 (in realtà un piccolo segmento del mercato totale americano per i contraccettivi orali, di 1, 7 miliardi di dollari). Gli studiosi delle case farmaceutiche ritenevano che servisse a migliorare la qualità della vita delle donne, e in piu’ fosse di utilità per le prospettive di carriera. Per giustificare la battaglia contro “le incresciose emoraggie femminili” i ricercatori erano ricorsi anche ad argomentazioni pseudo-darwiniane, sostenendo che la donna dei nostri giorni è un prodotto difettoso del disegno intelligente dell’evoluzione: essendo innaturale che in un paese industrializzato le donne abbiano 450 mesturazioni nel corso della loro vita, una volta compresi i vantaggi di questo metodo, esso si sarebbe affermato come un giusto rimedio.
 Ma l’obiettivo finale di queste ricerche era in realtà ben piu’ ambizioso, mirando ad eliminare il ciclo mestruale stesso, e sembra che esso sia stato coronato da successo. Nel maggio di quest’anno la FDA ha infatti finalmente approvato una nuova pillola contraccettiva, da prendere ogni giorno, senza interruzioni, che elimina totalmente le mestruazioni.
La Wyeth, produttrice di questo nuovo farmaco (Lybrel) prevede una vendita annuale per 250 milioni di dollari. Naturalmente questo ha scatenato un vivace dibattito. I sostenitori dei vantaggi di questa nuova pillola sostengono che essa permette alle donne di evitare i malesseri connessi al ciclo, che conducono a minore efficienza sul lavoro, assenteismo, ed una perdita media annuale di salario di 1692 dollari a donna. Si obietta però che il ciclo è una componente naturale della femminilità, e che la mancanza di studi sugli effetti a lungo termine di questa terapia non permette alle donne di prendere una scelta veramente informata, particolarmente per quanto riguarda i rischi di contrarre malattie cardiovascolari e tumori alla mammella.
Maggior successo ha avuto la trasformazione in patologia di un inevitabile momento fisiologico della vita di una donna, la Menopausa.
Nel pieno delle lotte del movimento femminista americano per l’emancipazione delle donne, il ginecologo Robert Wilson nel 1996 affermò che la“menopausa è una malattia da carenza ormonale, curabile e totalmente prevenibile” ,sostenendo che la sua idea rivoluzionaria della menopausa e del modo di curarla contribuiva alla liberazione della donna, in particolare quella sessuale, ed accusando anche i suoi colleghi di non riuscire a comprendere che la menopausa è una grave sindrome fisica e mentale. [...]
 In realtà il processo di trasformazione di un cambiamento fisiologico in una patologia, era iniziato già negli anni 30, con gli studi su una delle prime forme sintetiche di un estrogeno, il dietilstilbestrolo (DES), che avrebbe dovuto supplire alla carenza ormonale propria della nuova età della donna.
Una volta definita la menopausa come malattia, la sua cura non era solo legittima, ma doverosa.
 Allo scopo si ricorse ampiamente all’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, che aveva evidenziato come dopo la menopausa avveniva nella donna un aumento notevole della morbilità e mortalità cardiovascolare, particolarmente per ischemia coronaria, dalla quale la donna era in pratica immune in età fertile per la protezione esercitata dagli estrogeni.
Nel 1981 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità accettò la nuova definizione di menopausa come malattia dovuta a deficit di estrogeni. Si ritenne perciò che la terapia sostitutiva ormonale fosse indicata anche per proteggere il cuore delle donne, ma, come spesso avviene in medicina, quando speranze terapeutiche basate su legittime ipotesi scientifiche non vengono poi confermate dagli studi clinici di controllo, nel 1998 lo studio HERS dimostrò che il trattamento non solo non era in grado di prevenire gli infarti, ma addirittura ne aumentava il rischio. Ciò nonostante, anche dopo la pubblicazione dello studio la casa produttrice lanciò una campagna a livello mondiale per ricordare alle donne ei medici i rischi legati alla perdita di estrogeni.
da Medicina Democratica [seguiranno maggiori e piu' precise informazioni bibliografiche]

domenica 25 gennaio 2009

-Le merci-


Le merci sono giudizi mascherati.
I fantasmi sono merci.
I fantasmi sono giudizi mascherati.

mercoledì 21 gennaio 2009

-Clock clock clock-

"Clock clock clock", oscilla il pendolo del tempo e rimango sopesa tra sogno e realtà,
la sospensione mi immobilizza e inghiotto l’amaro boccone
(ricercando per me stessa) i termini piu’ adatti, ma non li trovo;
poi il boccone troppo ingombrante buttato giu’ nell’esofago non scende e mi nausea.
E se potessi scegliere un nome adatto per me stessa sceglierei questo: nausea.
E il tempo moderno mi distacca da sé, io lo distacco e lo sputo
perchè ora nessun effetto potrebbe essere raggiunto meglio che con lo stupefacente.
Perché il raziocinio in cui ci stringe e costringe questo tempo moderno mi repelle,
il sogno così vicino mi appare distante,
e mi chiedo se in me si annida la schizofrenia, la vigliaccheria, il rifiuto all’azione o
se è il tempo moderno  che me la sta conficcando nel cuore, nei gesti, nel fare, nell’essere.
E me la sbatte dinanzi, mi sbatte dinanzi lo spettro di me stessa
e mi immobilizza, gli occhi, se potessero, fuoriuscirebbero dalle orbite

L’essere borghese si affaccia nel mio mondo  in tutta la sua ipocrisia e navigo su questa imbarcazione ondeggiante su un mare impietoso.
La morte-unico fenomeno isolato-come la nascita non domanda, non richiede, ma il dolore urla, strazia l’udito e i cuori si sommuovono.
Come una rivolta senza senso, senza fine, senza ideale perché nel tempo moderno non c’è ideale che regga
in questo fantasma di mondo dove comanda l’apparire.
E allo schaivo non vien detto che gli si richiederà in cambio un prezzo, un prezzo troppo alto per poter essere pagato, così soccomberà, ma io non voglio soccombere.
Salvami dal mio stesso tormento, ti prego, se puoi, salvami.


martedì 20 gennaio 2009

-A ruota libera-


L'attimo del timore è la tomba dell'amore.
Si sfiorano i nostri corpi e le nostre mani.
La pressione leggera non impazza le vene delle tempie, ma misura, fluisce lenta.
Perviene al mio cuore (che batte echeggiando nel corpo e nella stanza) la tua carezza.
Carezza che non si stanca, che non stanca.
L'attimo del timore massacra l' amore.
L'attimo del timore è scacciato dal nostro amore.
Chiusi su sguardi che si sfiorano
carezzano e penetrano
e la vita che inghiotte le titubanze.
Perchè non c'è spazio per i tentennamenti,
le paventate-pavoneggiate difficoltà fanno ombra su altri fiori.
Noi siamo l'albero che fa ombra all'esterno,
non i fiori.
E le fessure mediterrane nel tuo viso mi penetrano
e mi reclamano a sè.
Perchè non c'è conquista qui ora che
possa indossare la maschera di una virilità falsa
 maschera di ben altri  orrori.
Gli ospedali psichiatrici e le stanze chiuse e stantie dell'analista sono fuori da qui di qui da noi
l'attimo del timore è la tomba dell'amore.
L'attimo del timore è la perpelssità del vile che scatta voltando gli occhi altrove in un rifiuto lacerante.
E si lacera. E si laceri.
Non si controlla niente.
Il libero arbitrio illumina
 squarcia il cielo e violenta le terre. Si impone.
Uniche vittime si sè stessi.
Dannati col volto coperto , mani che celano lo strazio e un occhio che fuoriesce lucido da quella  la maschera che si rivela nella sua artificiosità.
Grottesca.

lunedì 12 gennaio 2009


La tua gentilezza mi conquista,
la tua grazia maschile mi seduce. 

Un travaso di fiori i tuoi sorrisi e il tuo sguardo,
fiori che travasano dall’ampolla di vetro. 

Eros e amore stretti in un solo abbraccio
e corpi che rompono le loro catene di carne
per gridare alla magnifica liberazione.

Spezzare le catene tra  unioni malate 
in cui l’unico imperativo che prevale è sempre e solo 
l’inerzia sado-maso.

Mi hai colpito, 
la freccia scocca sulle labbre, 
nei cuori e tra le parole garbate.

Tra quella tensione verso l’autenticità 
che rende complici due esseri umani 
e ci si scopre diversi 
e si seguono le tracce dei personali divenire.

La noia non regna
e non irretisce in un abbraccio mortale la conoscenza. 
Tra l’artista e l’uomo non c’è cesura, 
non puo’ esserci artista vero in un uomo perfido,
 in un atteggiamento accomodante,
 comodo che rende flosci i corpi, 
che scioglie i cuori come cioccolata fusa, 
dolce per il palato e molle per i corpi. 

Il tuo corpo mi richiama il desiderio,
 il desiderio della sua conoscenza, 
così la carezza che ha aleggiato sulla pelle, 
così un desiderio, una stella, un’utopia.

giovedì 8 gennaio 2009

-Figli-



Guardi il tuo piccolo con quel particolare sentimento che fuoriesce dal cuore per giungere agli occhi e pensi di volerlo preservare da quel dolore che potrebbe approssimarsi a breve, potrebbe. Dolore prossimo e probabile.
Pensi che sia un dolore innaturale e che quel suo piccolo cuoricino potrebbe non contenerlo. Così pensi, anzi non riesci neanche a formularlo questo pensiero postumo perché l’idea, solo quella, di un dolore forte mal si concilia con la delicatezza del cucciolo.

Come quando dopo l’atto del generare la mente sembra scoppiare in alcuni istanti per le immagini di incidenti violenti che senza chiedere il permesso la violentano. Quelle immagini la cui forza impetuosa ti portava a chiederti  dove risiedesse la loro origine, poi ad una mente lucida e razionale la risposta si presenta naturalmente e ti trovi a dirti che quell’amore così assoluto è tanto stra/ordinario da non contemplare neanche la minima possibilità di una macchia e la mente, che non è abituata a tanto purismo, mal lo sopporta e come una purificazione affida al sogno ed all’inconscio la produzione di immagini di probabili violenze.

Così tu oggi guardi il tuo piccolo e ti dici che lui non deve assolutamente poter provare quel dolore, ti giustifichi dicendoti che è un dolore straordinario e che la voglia di proteggerlo all’estremo nasce da lì, ma poi ti soffermi come in uno specchio cieco e ti guardi nell’anima. Pensi ai bambini che stanno sistematicamente assassinando, pensi ai bambini privati dell’amore di chi possa prendersene cura, pensi ai bambini a cui viene rubata l’infanzia in modo così innaturale, pensi ai bimbi che affollano le case famiglia e ti ricordi di qualcosa, il dolore affolla il cuore e le lacrime, le guance e pensi a loro ed alla loro capacità di sopravvivere oltre tutto.
Non vuoi ricordarti di te, ma sai che quanto vedi lo vedi solo in quanto hai cuore ed occhi per vederlo.
Certo hai ancora paura di chiamare Davide, di chiedergli il perché, ma ora sei una donna, incompleta, certo, ma donna.

Torni al tuo bambino ed al dolore prossimo e ti dici che non puoi. Lo vedi ridere, dire al babbo che non puo’ parlare per telefono perché troppo impegnato a fare l’ometto, in quello che ancora lui chiama gioco.
Lo vedi felice, sereno, ridente, timido, sazio dei giochi e consapevole. Pienamente.
Vedi la persona che lui è, l’altra sera ti ha stupito poiché il 6 gennaio sera dopo aver ricevuto l’ultimo gioco, stesso lui te lo ha detto che è sazio.
“Ma mi regalano sempre macchinine…”per poi rendersi conto da solo che il problema non sono le macchinine, ma tutti gli oggetti ricevuti e allora fa un elenco di tutto, di tutto quello che gli è stato regalato e rimane perplesso.
Il suo modo per dirti che è sazio, lo ha detto a se stesso ed a te, te lo ha comunicato. Lui sa tutto, ha in sé già la verità.
Ti ha chiesto anche ancora ed ancora perché il babbo non è a dormire con lui, aggiunge alla sua consapevolezza tasselli. Di ora in ora, di momento in momento a seconda della sua capacità di tenere in sé il sentimento del dolore, dell’impotenza, del rifiuto e scarta quanto non gli serve. Lui è la tua guida per relazionarti con lui. Lui contiene già tutto, niente va messo, ma al limite va estratto con cautela e attenzione, quando lui lo chiede.
E l’ascolto assume un’importanza fondamentale, anzi assume la natura di fondamento, come se la relazione si basasse solo sull’ascolto. Per ascoltare c’è bisogno di tempo e loro si nutrono del nostri/vostri tempi e lo richiedono con forza, senza lesinarlo.
Lui ti ha chiesto cosa significasse “separazione”, altre volte ha sentito dalla tua bocca uscire questo termine, ma solo due giorni fa ti ha posto la domanda “E gli altri?”.
Poi ha detto che lui si arrabbia, ma non se due persone si separano, ma se il babbo va a lavorare.
Perché lui sa la verità, ma lui sa quanto e come vuole contenerla. Lui sa che la befana e babbo natale non esistono, ma vuole crederci. Lui ha bisogno di sapere che il male va arginato ed ha bisogno di rappresentazioni che lo aiutino nell’esorcizzare i suoi sentimenti.

Ieri ti chiedevi se proprio avresti dovuto e potuto evitargli quel dolore, non è nelle tue possibilità poiché esime da te la probabilità dell’evento, ma continui a tormentarti per ritardare quel dolore.
Oggi sai nella tua estrema lucidità che la vita è accompagnata dal dolore e che tu non puoi, non puoi proprio evitarglielo. Quel dolore ti dicevi che è un dolore innaturale ed ingiusto, ma il dolore è mai naturale e giusto?

domenica 14 dicembre 2008


-Lettera aperta-

 Mi costringe ad interrogarmi il tuo atteggiamento, la cattiveria ,il tradimento ricevuto gratuitamente, mi costringe ancora ad interrogarmi e  mi trovo accoccolata sul divano in compagnia di un amico e con me, a riscaldarmi, un orsacchiotto di peluche stretto tra le braccia e non me ne vergogno.

Mi ritrovo, approssimandomi al sonno, con il dito in bocca a succhiarmelo e sento che il calore, dall'orso e dal dito, sale e invade il corpo, mi ritrovo, così, con il mio infantilismo, a metà donna e forse donna per intero non lo sarò mai o forse già lo sono con le mie insanabili contraddizioni.

Mi ritrovo ad interrogarmi quando il freddo mi ghiaccia le vene al cospetto della tua freddezza, della tua glacialità, tu oggi, nonostante tutto, hai ancora il coraggio e la capacità di guardare lontano,  di progettare le tue azioni, di non rispondere subito a una qualche mia richiesta perchè questo ti  porterebbe scompiglio,
hai ancora il coraggio di dettare legge tra di noi, di mettere condizioni.

Mi fermo e mi interrogo, il freddo invade il corpo, ghiaccia le vene e poi, al risveglio da un abbandono pomeridiano, la sensazione che mi coglie non è piu' la solitudine che ancora, a volte, sembra materializzarsi in un tunnel nero senza uscite.  Mi ritrovo ad accogliere il mio svegliarmi dopo l'abbandono diversamente, con una domanda ferma sulle labbra, mi chiedo quale sia il senso di tutto ciò, della vita, dell'interrogarsi, del sopravvivere, rievocano le parole poetiche di Maldoror "Avrei potuto vivere senza di te, vivere solo, vivere MORTO" e le sento fortemente.

L'aspirazione alla solitudine, ad uno spazio di riflessione personale non è mai per nessuno aspirazione all'isolamento, ma preparazione, non puo' esistere essere umano che non abbisogni dell'altro/a e ci arrovvelliamo in relazioni talora importanti, talora piu' leggere, ma è tutto illusione, ci si guarda intorno e viene spontaneo far correre il pensiero verso le persone che sono nella propria quotidianeità, che so, una madre, un padre, il padre del proprio figlio e si cerca lì, si cerca se lì possa esserci un approdo e si sa che neanche lì c'è ed è un'ingiustizia forse il non poterlo trovare lì.
Poi si volge lo sguardo altrove, verso la comunità amorosa degli amici e ci si interroga, ma quanto io ho bisogno degli altri, di loro e quanto io sono importante per loro? Temo che qualsiasi legame di amicizia, anche il piu' forte, non possa, forse, mai essere gratuito, si cerca sempre l'altro perchè l'altro soddisfa un proprio bisogno, di qualsivoglia natura sia questo bisogno.
La relazione sfama l'ego e non è male, i confini del  bene e del male sono spesso spostabili in avanti o in indietro, non è male, ma sembra che il bisogno profondo dell'essere umano di perdersi nell'altro/a travalichi il limite che sempre, nella realtà, si pone.
Mi interrogo se non sia anche questa un' illusione, una proiezione del  nostro pensiero che, chi sa per quale motivo fisiologico, accorra in aiuto al  cosiddetto istinto di sopravvivenza, non so, ma realmente mi sembra che il tutto, il tutto ciò che riguardi l'essere umano sia sempre sotto forma di illusione.
Mi interrogo sul tradimento ricevuto perchè se un essere amato/amante puo' determinare un male gratuito così grande, profondo e lacerante, allora dov'è un appiglio diverso?
A me non basta la formula dell'imparare a stare bene con sè stessi, ne riconosco la validità certo e non posso lamentarmi  se alcune situazioni mi costringono ad interrogarmi ed a irrobustire la consapevolezza di me, ma non credo che si possa stare bene con sè senza nutrirsi di relazioni profonde che scavini dentro di noi tunnel di collegamento per l'incontro con l'altro/a.
Si nasce e si muore soli, ogni uomo è solo al centro della terra trafitto da un raggio di sole, ma se questa coscienza di solitudine permanesse per piu' tempo quello stesso essere umano non potrebbe che soccombere.
Poi ricomincio la mia vita, osservo il mio cuore, lo coccolo, dico alla mia mente di stare tranquilla, che non puo' soffrire così inutilmente per una persona che non è degna di questa sofferenza, carezzo il mio cuore, la mia tenerezza e proseguo, ma mi volto ancora, guardo ancora attorno a me e non riesco a vedere (nel migliore dei casi) se non solitudini incancrenite vestite di spensieratezza.

Non ci è dato altro da fare che continuare questo viaggio, aperti al sogno, alla consapevolezza che i giorni mutano, le occasioni, le profondità, gli abissi immensi in cui perdersi.

martedì 9 dicembre 2008


<<Andiamo a prendere un caffè? Ti va?>>.
Quel "Ti va?", poi, lo pronunciò in modo suadente, tenero e morbido insieme, accompagnandolo da un sorriso lieve che gli fece rialzare brevemente gli angoli della bocca, era un sorriso, il suo, che ben si sarebbe conformato al viso di una donna, ma lui era uomo ed anche abbastanza rude, all’apparenza.
Cercava di coprire quella sua provenienza proletaria, ma non perché se ne vergognasse, no, era troppo fiero per i risultati che aveva ottenuto con la fatica del corpo e della intelligenza pratica per potersi vergognare di qualcosa. Era un imprenditore o almeno così si definiva.
Lei quando impattava con il suono di questa parola entrava sempre in uno stato di confusione lieve, come se qualcosa le stesse sfuggendo, come se il solo desiderio di volerla   pronunciare   determinasse un effetto di ambiguità voluta, ma ci volle poco per capire che questa sensazione stavolta mal si addiceva alla situazione che stava vivendo.
Indossava uno spolverino beige molto femminile e degli occhiali da vista alla moda, tutto il suo apparire aveva un che di femminile e forse era proprio il contrasto ottenuto con l’abbigliamento e la sua decisa personalità che infondeva quel fascino, in qualsiasi ambiente si fosse mosso avrebbe effuso quell’effetto frizzante sugli altri e lei quasi se ne innamorò all’istante.

Lei, invece, era di una natura assolutamente passionale e sarebbe bastata una parola d’amore per farla sprofondare in una dimensione di passione assoluta facendole dimenticare all’istante tutti i dolori che la avevano frenata per quattro , cinque mesi, era fatta così, passionale e viva ed era capace di vivere sia la gioia che il dolore con una intensità sconvolgente, le persone che la incontravano quando scorgevano questo tratto caratteriale tendevano a prendere le distanze, ma uno sguardo piu’ attento avrebbe compreso, immediatamente dopo,  che  in lei l'esperienza aveva contribuito a che la razionalità non cedesse il posto alla casualità.

I loro sguardi si incrociarono finalmente e si fusero, erano due segni intensi e legati alla terra, al fascino dei corpi primitivi e del loro linguaggio, sapevano che un loro incontro amoroso avrebbe prodotto onde magnetiche capaci di fondere i loro corpi con un senso di eterno e i loro cuori nascosti fibrillavano quando entravano in contatto.

Lei scosse piano la testa per liberare i capelli dall’alto collo del cappotto, il tessuto di lana nero accostava le  linee morbide del suo corpo e in quel movimento gli occhi a mandorla color nocciola luccicarono ancor di piu’ e lui si incantò per un istante e si disse che avrebbe potuto perdere la testa per quella donna, lo sapeva ed avrebbe voluto tardare l’appuntamento con il destino, ma la forza delle loro nature li attraeva come due calamite magnetiche, alzò piano il braccio per accompagnare la chioma folta, ma lui le pose una mano sulla sua e la bloccò, la riaccompagnò sul fianco e con l’altra  mimò un gesto che le sussurrava un silenzio: <<SSshhhh, aspetta>>, la voce di quel’uomo sembrava una dolce melodia e così le arrivava all’udito contribuendo a quella eccitazione che la invadeva, così lui completò l’opera, abbandonò il braccio di lei sul fianco e piano fece risalire il suo  sfiorandole tutta la linea del corpo, poi affondò la mano nella chioma castano cenere e morbida e la liberò dalla pressione. A quel punto lei risultava totalmente incantata e abbandonata a quelle mani, a quel  cuore ed a quel corpo e, senza che lo avessero programmato con la mente, avvicinarono le loro morbide labbra e fusero i loro corpi in un amplesso iniziale.

venerdì 5 dicembre 2008

-Ermafrodito-


 Un principe meraviglioso con la spada appuntita adagiata nel fodero si diresse verso la casa immersa nel bosco. La casa risultava adagiata in modo così naturale in quello scenario da sembrare incantata e tant’è, incantava, il principe era vestito di abiti aderenti che ne facevano risaltare le fattezze, i  muscoli del corpo  aderivano ai tessuti argentei  e azzurri ed erano muscoli sodi, non artificialmente sviluppati e non resi atonici  da una  innaturale immobilità, le gambe  parlavano del suo carattere così vivo, fresco, il significato della parola scoraggiamento non risiedeva in lui, infatti mai ne  aveva fatto esperienza.
 Era un principe, a dir il vero, piuttosto particolare e la sua singolarità  ne faceva risplendere ancor di piu’ la  bellezza, i  capelli morbidi e fluidi, giocando con il vento e incontrandosi  con la luce, emettevano scintillii magici, il  viso era aggraziato, gli occhi in armonia con il piccolo nasino leggermente all’insu’ e con le labbra carnose e  ingenue perennemente semi aperte, il collo dalla carnagione bianca di alabastro era percorso da una pelle liscia senza imperfezioni e piu’ giu’ due armoniosi  seni creavano movimento in quell’andatura così leggiadra, il bacino era tondo, ma non molto pronunciato e la pancia ben tirata allenata alle sfide di una  vita condotta nei boschi ed ai giochi da lei proposti. Il sesso, come i seni, contribuiva a creare sinuosità in quelle linee così-.
E la voce calma e suadente di fanciulla riempiva l’aria di tanta dolcezza, incantando lo scenario. Al suo passaggio gli uccelli fermavano l'  irrequieto zampettare e sostavano all’ascolto sospendendo il cinguettio,
gli scoiattoli con il loro lieve e incessante rumorio della boccuccia, interrompevano la loro attività mangereccia e puntavano i loro  grandi occhi color  castagna…