mercoledì 23 giugno 2010

-Sadismo-masochismo-




Il potere dei sadici è direttamente proporzionale alla capacità dei masochisti di tenerlo.
La capacità dei masochisti di tenerlo non è una fragilità, ma una forza pischica, quest'ultima, un dato strutturale.
Una cosiddetta caratteristica della personalità.
Queste dinamiche rappresentano un vero e proprio stile di vita.
Che sia patologico o meno è solo in relazione a fattori sociali.
Decidono  se dichiararlo patologico solo i soggetti interessati.
Le motivazioni verso una guarigione sono evidenti e non facilemente definibili.
In genere quel che spinge verso il cambiamento sono valori tipo:
la capacità di considerare che, oltre se stessi, esistono  soggetti altrettanto degni di vivere una vita serena, accogliente e amorosa.
Affinchè a queste considerazioni del tutto irrazionali segua una scelta verso il cambiamento, è necessario, altresì, che non si abbia una percezione dilatata del proprio io, ossia che la considerazione di se stessi non sia eccessiva.
Paradossalmente solo una personalità "fragile" non delinata da una forte autositma puo' portare il sadico al cambiamento.
Andrebbe riconsociuta innanzitutto la propria problematicità, ma, affinchè questo avvenga, il soggetto deve avere la possibilità della propria frustrazione e infelicità.
Colui che riesce, comunque, a ritrovare nel quadro predetto, situazioni di soddisfacimento, colui, quindi, che riesce a pervenire ai propri scopi o che riesce facilmente a sostituire i s/oggetti verso i quali orientare le proprie vocazioni e colui che non riconosce all'umanità il diritto di esistere e di non soffrire, difficilmente si orienterà verso un cambiamento.


da  "Alla fine di un giorno noioso" di  Massimo Carlotto:

"Andai a spogliarmi, poi tornai in salotto e mi sedetti sul bordo del divano. Lei sorrise e mi appoggiò una mano sul petto. <Non ti ho sentito arrivare, scusami. Ora vado subito in bagno a preparare le creme>.
<No> sussurrai.<Spinning, baby, spinning>.
Lei impallidì.<Che co'è successo?>.
La presi per mano e la condussi fino a una stanza che conteneva solo una spin bike e, a fianco, una grande, comoda, morbida poltrona di cuioio color sangue di bue. Con un unico movimento le tolsi il vestito. Tremava. Le slacciai il reggiseno.
<Dimmi almeno cos'è successo, ti prego...>.
<Sali su quella cazzo di bicicletta> gridai.
Lei obbedì e iniziò a pedalare. Io mi lasciai cadere nella poltrona, godendo del contatto della mia pelle nuda con il cuoio.
Schioccando le dita le indicai il ritmo della pedalata e iniziai ad ascoltare il rumore del rullo che girava e macinava chilometri immaginari. Dopo un pò iniziai a rilassarmi. Martina era già lucida di sudore, i capelli incollati alle tempie. Teneva gli occhi chiusi per non perdere la concentrazione. Dopo un pò li chiusi anch'io per trovare risposte alle mille domande che mi affollavano la mente.
[continua]

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