Trilly poggiava le guance sul morbido e caldo cuscino, il suo corpo era avvolto dal tepore che il sole infondeva delicatamente nella stanza.
Attorno a sè tutto era armonia, il sorriso accogliente della mamma sembrava invitarla in quel nuovo giorno, fonte sicura, altra, di infinita gioia.
Socchiuse gli occhi e si vide distesa sul grande lettone dalle lenzuola che profumavano di fresco, di cura.
Aveva sognato e ancora non voleva distaccarsi da quell'atmosfera.
Rivisitazione del testo "Il Paese della vergogna" di Daniele Biacchessi,
prefazione di Franco Giustolisi. Chiarelettere editore, 2007.
Maggio 1994: nel palazzo Cesi, sede degli Uffici di vertice della Magistratura militare viene trovato causalmente da alcuni operai un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuso da un cancello eun lucchetto.
Nel suo interno erano stipati 695 fascicoli che portavano due timbri: Comando alleato e Comando tedesco.
Quest' armadio passerà alle cronache come l'armadio della vergogna, (alla storia solo per i posteri a venire), ma l'informazione (di destra e di sinistra) non diffonderà la notizia in modo ampio, come meritava, così come non diffonderà le notizie successive.
L'armadio della vergogna è ancora l'armadio del silenzio sulla vera Storia d'Italia dal dopoguerra in poi e su chi ne ha determinato, mediante una precisa, studiata pianificata "opportunità", gli esiti.
In questo armadio c'erano le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti compiute su territorio italiano tra il 1944 e il 1945, i nomi dei colpevoli, i luoghi e le descrizioni delle mattanze.
Siamo a Sant'Anna di Stazzema, poche case sparse nell'entroterra della provincia di Lucca.
Trecento abitanti, per lo piu' contadini poverissimi, lavoratori occupati nelle miniere di ferro e zolfo.
Nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini, Le CAse, sono alloggiati anche 700 sfollati, provenienti da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Il 12 agosto 1944 [...]arrivano i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVI divisione Panzergrenadier.
Entrano a Sant'Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
Bruciano le case, devastano le chiese. Alla fine si contano 560 morti.
In pochissimi riescono a sopravvivere a quel massacro. Una starge efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro 142 bambini con non meno di 10 anni.
Anna Pardini, una delle vittime è nata solo pochi giorni prima.
Decine di cadaveri vengono ammassati nella piazza e bruciati.
Ennio Mancini è uno dei superstiti.Siamo a Sant'Anna di Stazzema, poche case sparse nell'entroterra della provincia di Lucca.
Trecento abitanti, per lo piu' contadini poverissimi, lavoratori occupati nelle miniere di ferro e zolfo.
Nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini, Le Case, sono alloggiati anche 700 sfollati, provenienti da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Il 12 agosto 1944 [...] arrivano i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVI divisione Panzergrenadier. Entrano a Sant'Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
Bruciano le case, devastarano le chiese. Alla fine si contano 560 morti. In pochissimi riescono a sopravvivere a quel massacro. Una starge efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro 142 bambini con non meno di 10 anni.
Arrivammo alle case dove abitavano i nostri parenti: cadaveri sparsi dappertutto, rovine, fuoco e i pochi sopravvissuti impietriti dal dolore.
In una casa, sventrata dal fuoco, su una trave che ancora ardeva-incastrata- c'era la rete di un letto e sopra tre corpi quasi compeltamente consumati[...]uno dei corpi era piccolo, il corpo di un bambino.
L'ex rabbino Elio Toaff è uno dei primi partigiani della Brigata Garibaldi a entrare a Sant'Anna di Stazzema dopo la strage:
La prima casa che trovammo era alla Vaccaereccia: fumava ancora. Dentro c'erano i corpi di un centinaio di persone, in maggioranza donne e bambini. Le SS, quattro colonne da cento uomini ciascuna di quella stessa XVI divisione che ha agito poi a Marzabotto, li avevano chiusi lì dentro, poi avevano dato fuoco alla paglia e avevano gettato dentro delle bombe .
Vedemmo un ammasso irriconoscibile. Piu' avanti c'era un'altra casa, con la porta spalancata.
Entrai e ho ancora difficoltà a raccontare...
C'era una donna, seduta di spalle, di fronte ad un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta.
Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d'arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato.
Nel 1944 Sant'Anna di Stazzema si trova proprio sul filo della cosiddetta Linea Gotica, il fronte di guerra dove sono attestate le forze dell'Asse,i militari della Repubblica sociale italiana, i soldati anglo-americani.
La linea taglia in due la pensiola italiana da Massa Carrara a Pesaro[...] I nazisti sono in ritirata
[...]Monte Sole e Marzabotto si trovano in provincia di Bologna[...]
Nella zona di Monte Sole sono in corso da mesi azioni clandestine del gruppo partigiano Stella rossa, civili, tutti comunisti.
La mattina del 29 settembre 1944, prima di muovere all'attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste accerchiano una vasta area di territorio [...] le truppe si muovono all'assalto di abitazioni, cascine, scuole. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione impaurita si rifugia nella chiesa.
I nazisti pianificano la mattanza. Prima tocca a don Ubaldo Marchioni, ai vecchi, alle donne, ai bambini. Poi i militari si spostano nel cimitero. Le loro mitraglliatrici colpiscono e uccidono 147 persone, tra le quali 50 giovanissime[...]
Dopo 6 giorni di rastrellamenti e violenze 1330 persone perdono la vita.
Nell'armadio della vergogna sono contenuri registri che narrano con una precisione encomiabile delle stragi compiute in tutta Italia da nazisti e fascisti, Ss e repubblichini di Salò contro gente senza armi, sono riportati i nomi delle vittime e degli assassini.
Nel giugno del 1947 una lettera attestava che i processi per quelle stargi erano pronti, da un mese e pochi giorni era cambiata la maggioranza di governo, dal centrosinistra al centrodestra e quei processi non furono fatti.
Nel 1956 un magistrato militare si rivolse al ministro degli Esteri del Governo Segni, Gaetano Martino, liberale, (padre dell'attuale Antonio) per chiedere se si potevano processare i criminali nazisti che avevano ucciso a tradimento a Cefalonia dai 4.500 ai 6.500 militari della divisione Acqui; a tal proprosito il il ministro Martino scrisse al suo collega Paolo Emilio Taviani, democrisrtiano, ministro della Difesa che pur trattandosi di delitti infami, era meglio mettere da parte la giustizia, se si voleva il riarmo della Germania in funzione anti Urss.
Nel 1960 furono archiviati i fascicoli nell'armadio.
Perchè? Di chi fu la responsabilità? A questa domanda non è stata data ancora una risposta chiara e univoca.
Nell'anno del ritrovamento dell'armadio il primo a diffondere il contenuto dei fascicoli fu il giornalista dell'Espresso Franco Giustolisi.
Alle procure militari di compertenza fu inviato il materiale necessario per avviare le indagini.
22 giugno 2005: vengono condannati all'ergastolo i responsabili per la strage di Sant'Anna di Stazzema.
14 gennaio 2007, quelli per la strage di Marzabotto -Monte Sole. Tutti ottantenni, all'epoca dell'archiviazione quarantenni o cinquantenni, nel 1945, finita la Seconda guerra mondiale avevano piu' o meno dai 25 ai 35 anni.
Si legge nella motivazione della sentenza:<<una strage freddamente pianificata a tavolino, sulla base
della arbitraria e ingiusta equiparazione tra civili e partigiani. La furia nazista non operò alcuna distinzione tra le persone, gli oridini impartiti erano chiari: uccidere tutti e distruggere tutto>>.
Il procuratore capo di La Spezia Marco De Paolis racconta:
[...] Cerco di non pensarci troppo, ma la verità è che sto facendo una Norimberga italina, con sessant'anni di ritardo.
Nel maggio 2003 viene istuituita una Commissione parlamentare d'inchiesta che termina i suoi lavori propronendo due relazioni contrapposte, di maggioranza (centrodestra) e di minoranza (centrosinistra).
Quella di maggioranza presentata dall'onorevole Enzo Raisi(!!!) di Alleanza Nazionale è stata approvata l'8 febbraio 2006. Giovanni Brunale, senatore del gruppo ds, componente della Commissione, nella relaizone di minoranza segnala:
<<Si disconosce il fatto che l'occoultamento perpetuato fino al 1944 fu voluto e posto in essere con decisioni abnormi e illeggittime in via continuativa da parte dei vertici della magistratura militare e che in tale contesto, pur in presenza di una sostanziale ambiguità del diritto internazionale in merito alla punizioni dei crimini di guerra, fu di peso anche il fatto della contiguità esistente tra la magistratura militare che quei crimini d oveva giudicare e i militari tedeschi e fascisti che li avevano commessi. Si disconosce il fatto che l'occultamento avvenne con il coinvolgimento nelle decisioni del sistema politico e di governo dell'epoca declassando, ad esempio, il noto carteggio dell'ottobre 1956 tra i ministri Martino e Taviani ad iniziativa personale ed episodica; ignorando altresì la corripsondenza tra il procuratore Santacroce e il ministro Andreotti del marzo 1965 e tutta quella avvenuta tra il 1965 e il 1971 tra la Procura generale militare e il ministro della Difesa.
Si è teorizzato a piu' riprese e con vere e proprie distorsioni storico -giuridiche che i crimini compiuti contro i civili italiani da parte dei militari tedeschi e dei repubblichini di Salò non fossero ascrivibili al
capitolo dei reati contro l'umanità che risultano essere per loro natura imperscrittibili.>>
Riporto alcune affermazioni dalla prefazione del libro di Franco Giustolisi:
...Si parla tanto di una ricerca di memoria condivisa o da condividere. Su quali basi ciò puo' accadere? Solo con il pieno riconoscimento della Carta costituzionale che ha messo fuori gioco i fascisti.
Comunque la giustizia e la storia non possono mai cedere il passo a niente e nessuno...
...anche il piu' feroce, il piu' ributtante, il piu' interessato dei partigiani si batteva per la libertà; anche il piu' dolce, il piu' idealista, il piu' mite dei repubblichini si batteva per la dittatura.
...perchè un governo di centrodestra, io sostengo a guida degasperiana, impedì, per Ragion di Stato ancora ignota, che venisse fatta giustizia. Probabilmente è questo il motivo dell'ignobile conclusione della relazione, clerical-fascista di quella vecchia maggioranza: che non venisse nenache sfiorato il nome sacro di De Gasperi e, di questo sono ancora piu' sicuro, affichè non emergesse il vile ruolo dei repubblichini, concorrenti, in quanto a ferocia, delle SS.
A questo punto come posso non riportare alcuni brani tratti dalla "Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti" e in particolare questo.
Audizione del senatore a vita Giulio Andreotti
GIULIO ANDREOTTI. Salvo qualche sintetico accenno che ho letto sulla stampa e al quale non ho
dato particolare rilievo, sull'argomento di cui si occupa la vostra Commissione mi fu rivolta una
domanda nel corso di una delle serate radiofoniche riservate ai partiti nella campagna elettorale del
2001: ne parlò un giudice militare che disse che l'input era stato dei politici. Io chiesi di quali politici
parlasse, perché per un certo tempo ero stato nella vita attiva del Governo e anche al Ministero della
difesa, ma lui non seppe specificare. Posso dire con assoluta precisione che, nel corso della mia lunghissima vita ministeriale, a cominciare dall'incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dal 1947 al 1954 e poi in molti ministeri ed anche alla Presidenza del Consiglio, di questo problema non ho mai avuto occasione di sentire parlare. Però, per connessione, posso dire - sono andato a riguardare i miei appunti - che quando sono divenuto per la prima volta ministro della difesa, tra le pratiche che mi furono consegnate, ma sulle quali già c'era stata una risposta negativa del ministro Tanassi, c'era una proposta del procuratore generale Santacroce volta a commutare la pena a Kappler, probabilmente perché era stato abolito l'ergastolo in generale. La proposta pareva eccessivamente favorevole - tanto che confermai la risposta negativa - in quanto tendeva a commutare l'ergastolo in un numero di anni pari a quelli che egli aveva scontato fino a quel momento; in altre parole si trattava di rimettere Kappler in libertà. Non faccio su questo valutazioni di carattere politico, però specifico che il procuratore generale militare non ha rapporti diretti con il ministro della difesa, a differenza del capo di stato maggiore e del segretario generale, per una ragione quasi istituzionale, nel senso che si ritengono più magistrati che militari.
Comunque, sia allora, sia in seguito, nel 1974, non ho mai avuto occasione di ricevere il procuratore generale militare, a differenza di quanto era avvenuto prima, quando il presidente del tribunale militare era stato il generale Cerica, che conoscevo per ragioni erritoriali e con il quale avevo un rapporto personale.
Sono rimasto molto meravigliato da quanto ho letto perché in altre mansioni, in maniera forse diretta, ma in qualità di ministro della difesa in maniera più diretta, ho avuto moltissimi rapporti con i ministri della difesa della Repubblica federale e ricordo che Strauss era molto duro nei confronti
del passato e, forse per ragioni di politica interna, criticava qualche membro anche autorevole del
Governo che aveva fatto parte della gioventù hitleriana, della quale lui si gloriava di non aver fatto
parte. Mettere il silenziatore o addirittura occultare dei procedimenti pensando di fare qualcosa di
opportuno e di gradito ai tedeschi della Repubblica federale o eventualmente della Repubblica
democratica, secondo me, era del tutto sbagliato. Ho letto che vi sarebbero state, in un tempo
precedente rispetto a quello a cui mi sono riferito prima, idee diverse che sarebbero state estrinsecate
dai ministri Martino e Taviani, ma a me non risulta. Posso, senza dubbio, dire che mai di queste
cose si è parlato in Consiglio dei ministri, altrimenti lo avrei saputo. Potrebbero esserci dei motivi
precisi alla base di questi riferimenti, che io conosco indirettamente da quello che ho
appreso in questo periodo, però mi sembrano in difformità rispetto alla tendenza che da
Adenauer in poi ho sempre visto, da parte sia dei democristiani, sia dei socialdemocratici,
una tendenza ad un grandissimo rigore verso il passato e non alla benevolenza.
Mi auguro che la vostra Commissione possa arrivare ad una conclusione di grande chiarificazione,
considerato che alcune città italiane vivono tuttora una fortissima emozione per ciò che è accaduto
in quel periodo: mi riferisco, ad esempio, a Sant'Anna di Stazzema, ma anche ad altre città. Avere
bloccato l'azione nei confronti di queste stragi, per le quali non vige la prescrizione, credo che sia
ingiusto nei confronti non solo delle vittime ma anche dello stesso popolo tedesco che non può essere
chiamato come responsabile di quei fatti. Quando parlo di responsabili mi riferisco non a singoli
membri dei plotoni d'esecuzione, per i quali può valere la disciplina militare, ma a personaggi come
Kappler, che prima ho citato, e Reder. Mentre da parte dei politici tedeschi non ho potuto captare
opinioni di benevolenza, ci fu da parte del Cancelliere Kreisky, per quello che riguarda Reder, un
intervento tendente alla grazia. Nonostante gli interventi di prelati e di uomini di cultura, il
Governo non ha mai cambiato opinione in proposito.
PRESIDENTE. Do ora la parola ai colleghi che desiderano intervenire. Senatore Eufemi, prego.
MAURIZIO EUFEMI. La ringrazio, presidente, per la sua chiarezza espositiva che sgombra
ogni dubbio rispetto ad audizioni che abbiamo avuto in quest'aula.
In particolare mi riferisco a quella del dottor Rosin tendente a dimostrare la dipendenza
e la subordinazione della giustizia militare al potere politico, che però non è stata suffragata
da alcun elemento probante. Vorrei sapere se la nomina politica da parte dell'Esecutivo portasse
ad una subordinazione di queste autorità.
GIULIO ANDREOTTI. No. Si trattava di una nomina che passava per il Consiglio dei ministri,
però non c'era assolutamente subordinazione, anzi, come ho detto prima, il rapporto con il
procuratore generale militare o con il presidente del tribunale militare non esisteva.
MAURIZIO EUFEMI. Nel periodo in cui lei era ministro della difesa è stato informato
dal procuratore generale Santacroce del provvedimento di archiviazione provvisoria dei
duemila fascicoli relativi a crimini di guerra, provvedimento chiaramente illegale,
antigiuridico ed abnorme, un atto, a detta di Rosin, amministrativo dalla rilevanza
prevalentemente interna?
GIULIO ANDREOTTI. Assolutamente no. Come ho detto in maniera più che esplicita,
non ho mai sentito parlare di questo problema. Se mi fosse stata fatta una proposta di
questo genere, non solo avrei detto di no, ma forse avrei cercato di cambiarla.
MAURIZIO EUFEMI. Quindi, conferma che ci fu totale autonomia?
GIULIO ANDREOTTI. Parlo di quello che conosco. D'altro canto sono stati anni importanti.
Una cosa di questo genere mi pare del tutto improponibile, ma forse se c'erano degli argomenti
- che non conosco - tali da richiedere una decisione in tal senso, se ne sarebbe dovuto informare
il Consiglio dei ministri, in quanto non era una responsabilità che potesse prendere un
singolo ministro.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Carli.
CARLO CARLI. La ringrazio, presidente, per la sua disponibilità a riferire a questa Commissione,
che riteniamo particolarmente importante sia per la memoria del nostro Paese, sia per la giustizia,
una giustizia non mancata ma negata.
La magistratura militare, fino al 1981, aveva sostanzialmente un rapporto gerarchico con il
Governo, perché c'era un'assoggettazione della magistratura militare al potere politico ed in
particolare al ministro della difesa. Questo riferimento è dato anche dalle affermazioni di
magistrati militari: Vindicio Bonagura, il 17 settembre 1996, sostiene, nell'ambito dell'indagine
condotta dal CMM, che la procura generale era molto legata all'Esecutivo e al ministro dell'epoca;
Quaranta, nell'audizione del 23 novembre 2004, ha dichiarato di fronte a questa Commissione
che i magistrati militari indossavano la divisa ed erano sottoposti al ministro della difesa,
al quale si rivolgevano con dei «signorsì»; infine, Maggiore, già procuratore militare,
nell'audizione del 27 ottobre 2004, ha riferito che Santacroce dovette mettere quella firma,
riferendosi all'archiviazione provvisoria del 4 gennaio 1960, per esigenze del mondo politico,
tanto che non avrebbe mai voluto trovarsi nelle condizioni di Santacroce. Ci sono, quindi,
delle dichiarazioni evidenti.
Però, vorrei fare un passo indietro e tornare alle vicende successive alla guerra e relative ai
processi a carico di coloro che si erano macchiati di crimini che possono definirsi contro
l'umanità, che non vanno in prescrizione. Gran parte di questi crimini era perfettamente
documentata - abbiamo agli atti rapporti degli alleati e dei carabinieri - per cui i processi
potevano essere celebrati immediatamente, a partire dal 1946.
La questione dei criminali di guerra non riguardava solo il nostro paese ma anche altri paesi
e i crimini compiuti dai criminali italiani all'estero. In particolare, già nel 1948,
da parte della Jugoslavia è stata chiesta al nostro paese l'estradizione di militari italiani che si erano macchiati di gravi reati. Lei allora era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Governo De Gasperi) ed è agli atti una sua lettera del 2 febbraio 1948che va verso un temporeggiamento rispetto alla richiesta di estradizione della Jugoslavia.Il documento è stato pubblicato il 16 febbraio 1948: «Oggetto: presunti criminali di guerra italiani. Il Presidente del Consiglio dei ministri concorda sulle conclusioni raggiunte dalla commissione interministeriale riunitasi presso il Ministero degli affari esteri il 3 gennaio, in merito al seguitoda dare alle richieste jugoslave di consegna di presunti criminali di guerra italiani».
La lettera è firmata «Andreotti», evidentemente su mandato del Presidente del Consiglio,
che ha espresso una volontà precisa. Può dirci qualcosa in proposito? Chiaramente vi è
una connessione, perché da un lato ci sono gli altri paesi che chiedono l'estradizione di italiani e,
dall'altro, le autorità della giustizia militare che chiedono l'estradizione di militari tedeschi nazisti
per i crimini che hanno compiuto in Italia.
GIULIO ANDREOTTI. Ricordo benissimo il fatto e la ragione per cui si ebbe questa battuta d'arresto:
tra coloro che gli jugoslavi volevano c'era il ministro del lavoro Achille Marazza che era stato uno dei
membri del CLN Alta Italia ed era una personalità abbastanza conosciuta. Di fatto, chiedevamo di
avere un minimo di documentazione, e poi vi era una certa sfiducia nei confronti del sistema di Tito.
Si trattava non di dare qualcuno alla magistratura anglosassone ma di dare qualcuno ad un sistema
da prendersi con le molle. Non c'era certamente il desiderio di coprire qualcosa, però ricordo che
persone assolutamente non sospettabili, persone che avevano fatto la guerra in quell'area
consigliavano di avere una grandissima prudenza. Era un momento in cui la lotta politica
forse prevaleva sui desideri di giustizia, però, nel caso specifico, era indicato Marazza,
persona di una mitezza tale che vederlo tra i responsabili di atti di violenza e sterminio
sembrava assurdo. Si chiedevano, quindi, adeguate documentazioni a base delle richieste,
che erano estremamente generiche. Tito poi ebbe una forte conversione, anzi chiese pure
a noi una mano, nel senso di garantirgli che non avremmo approfittato se lui avesse dovuto
schierare le truppe ad est in una fase in cui la sua amicizia con Mosca era un ricordo e,
dopo quello che era accaduto in Cecoslovacchia ed in Ungheria, si sentiva minacciato.
CARLO CARLI. Poi lei è venuto a conoscenza di una corrispondenza tra i ministri Taviani
e Martino sul fatto che non si intendeva dare seguito alla richiesta di estradizione per fare
i processi ai nazisti?
GIULIO ANDREOTTI. Assolutamente no. Anzi, direi che il mio pensiero era diverso.
Si tratta di punti di vista personali e questo non era sicuramente il punto di vista né del
Presidente del Consiglio, né del Consiglio dei ministri.
CARLO CARLI. Quindi lei non era a conoscenza dell'esistenza dell'archivio che sostanzialmente
occultava questi fascicoli?
GIULIO ANDREOTTI. No. Sono rimasto meravigliato le prime volte che ne ho sentito parlare,
tanto che pensavo si trattasse di un'invenzione. C'è da dire che è un settore molto difficile.
Noi abbiamo nelle disposizioni transitorie della Costituzione l'impegno entro cinque anni a
fare il riordino della magistratura militare. Ciò però allora non fu fatto, anche perché poi tutti
i reati comuni sono passati alla magistratura ordinaria e alla magistratura militare è rimasto
poco in tempo di pace.
CARLO CARLI. Su questo punto c'è un'importante corrispondenza nell'anno 1965.
Poiché i reati a carico di coloro che avevano commesso questi gravi crimini potevano andare
in prescrizione, la Germania ci ha chiesto quale fosse lo stato dei processi. C'è stata quindi un'intensa corrispondenza tra il Governo tedesco e il Governo italiano.
In particolare, un'esigua parte dei fascicoli (20) è stata inviata in Germania,
attraverso il Ministero degli affari esteri, ed altra parte attraverso la procura militare.
Alcuni di questi fascicoli riguardano stragi ed eccidi molto importanti. Desidero citare alcune
carte dalle quali si desumerebbe che lei era a conoscenza di questo archivio: il 14 gennaio 1965
il suo capo di gabinetto comunicava al ministro la decisione del Governo tedesco di determinare,
ex legge 8 marzo 1965, la data di maturazione dei termini di prescrizione per i crimini nazisti.
In calce compare uno scritto, presumibilmente suo, in cui si legge «nel caso emergano elementi
positivi, raccogliere e prospettare con appunto», per informare il ministro della difesa su questa
situazione. Si desume quindi che lei avesse l'informazione dell'esistenza dell'archivio.
Le mostro il documento 501 a pagina 192. Mi rendo conto che sono passati tanti anni...
GIULIO ANDREOTTI. No, non ho problemi di memoria.
CARLO CARLI. Credo che quello in calce sia un suo appunto. Non si capisce il nome di riferimento.
GIULIO ANDREOTTI. Sembra «signor Aloia» e non generale. Se c'era una decretazione
del ministro, intervenivo io stesso. Qui si tratta di una fase preparatoria e conferma quanto
ho detto prima e cioè che non c'era un rapporto diretto.
Dopo che è morto Taviani, è uscito il suo volume che io ero molto curioso di leggere,
perché egli diceva che alcune cose si sarebbero poi apprese dal suo libro. Io invece non ne ho
apprese molte. Lui aveva l'abitudine di utilizzare molto l'ufficio speciale affari riservati
del Ministero, dove c'era D'Amato, un personaggio strano che faceva una rubrica gastronomica
su l'Espresso e per il resto era collegato a tutti i servizi, una persona che non mi piaceva e
che non ho mai voluto ricevere.
CARLO CARLI. L'appunto in fondo è suo?
GIULIO ANDREOTTI. No, non è mio. Non è calligrafia mia.
CARLO CARLI. Però è d'ordine del ministro.
GIULIO ANDREOTTI. È una disposizione del vicecapo di gabinetto «nel caso emergessero
elementi positivi, raccogliere e prospettare con un appunto per il signor ministro».
Questa non è calligrafia mia, è il vicecapo di gabinetto, che non ricordo come si chiamasse.
È comunque una fase più che iniziale.
CARLO CARLI. Per noi è utile capire.
GIULIO ANDREOTTI. Lei prima ha fatto cenno a dichiarazioni di membri della giustizia militare.
Sono passati molti anni e non so se ci sia qualcuno che era in servizio al tempo di Santacroce,
ma posso dire che non è vero, ma può darsi che la «casta» adesso tenda a dire che non siano stati
loro a farlo. Se lo hanno fatto, hanno fatto un abuso, anzi un reato. Mi dispiace molto per la
memoria di Santacroce, che conoscevo poco; ho comunque molto rispetto sia per la persona,
sia per la carica che aveva. Certamente, però è incredibile che possa essere successo un fatto simile.
CARLO CARLI. Sempre il 15 gennaio 1965 venivano richieste al Sifar informazioni sulla situazione
dei criminali di guerra non processati. Poi, in data 20 gennaio 1965, d'ordine del ministro - come per
la richiesta precedente inviata al Sifar - veniva fatta richiesta - in seguito sollecitata - alla
procura generale militare per sapere quanto vi fosse negli archivi in merito alla questione dei
criminali di guerra. Sostanzialmente c'è una corrispondenza dal procuratore generale dell'epoca
con il Governo, con la quale si informa dell'esistenza della documentazione, tant'è vero che in data
27 marzo 1965 il capo di gabinetto del ministro della difesa trasmetteva alla procura generale presso il Tribunale supremo militare la richiesta, proveniente dal Ministero degli affari esteri, di copia dei fascicoli istruiti. È della stessa data la relazione con la quale il dottor Santacroce informava il ministro della difesa dell'esistenza di molte altre notizie di reato. Quindi, Santacroce dava informazioni su tutta la documentazione, come si può desumere dagli atti, facilmente consultabili.
È difficile comprendere come il ministro della difesa potesse non essere a conoscenza
di tutta questa situazione e dell'enorme mole di materiale (ci sono poi anche i 695 fascicoli
rinvenuti nel 1994), anche in considerazione della corrispondenza cui ho fatto cenno.
GIULIO ANDREOTTI. Può darsi che ci siano cose non verosimili e non vere. In questo caso
non è vero; io non ne so assolutamente niente. Circa la dizione «per il signor ministro»,
per prassi al ministro i documenti arrivano in modo definitivo. Comunque, io non credo
che gli archivi del Ministero siano monchi in questo caso, per cui dovrebbe essere verificabile
l'itinerario negli archivi del Sifar e del Ministero. Ripeto che non ne sapevo assolutamente
niente. Nessuno si poteva sognare che, proponendo una cosa di questo genere, io facessi il palo
in uno scippo storicamente ed umanamente così grave. Potrei aver dimenticato qualche pratica
d'ufficio di trasferimento di militari, ma una pratica di questo genere non la dimenticherei.
CARLO CARLI. C'è una lettera del 12 settembre 1965 con cui il capo di gabinetto d'ordine del
ministro della difesa comunicava alla procura generale militare di avere inviato la relazione
del 27 marzo 1965 al ministro degli affari esteri, che a sua volta aveva precisato come fosse
«della massima importanza la conoscenza del materiale relativo ai crimini di guerra nazisti rimasti
tuttora impuniti». Seguiva poi la richiesta di «trasmettere a questo ufficio di gabinetto tutti
questi elementi atti a lumeggiare la natura del materiale in questione», precisando che, in caso
di esplicita richiesta da parte del Ministero degli affari esteri, «può essere messo a disposizione
dell'ambasciata di Germania». In sostanza si diceva che c'era molto materiale che non era stato
inviato alla magistratura militare per gli adempimenti relativi all'azione penale. Inoltre, c'è
la strage di Cefalonia, un fatto molto importante e dolorosissimo: su richiesta del ministro della
difesa, il procuratore generale militare, dottor Santacroce, con nota del 29 aprile 1965, dava conto
della vicenda processuale riguardante i fatti di Cefalonia. Il magistrato militare spiegava
che «la procura generale non ritiene conveniente la comunicazione di quanto ulteriormente
risulta dagli atti dei suindicati procedimenti, dato che essi riguardano anche imputati italiani».
Cosa ci può dire in proposito?
GIULIO ANDREOTTI. Rimango molto sorpreso che lo si possa pensare, ma ancora di più che
lo si possa scrivere. Sebbene si tratti di una magistratura sui generis, mista, questa «convenienza»
in realtà è un dovere, perché non si tratta di un adempimento discrezionale.
CARLO CARLI. Tant'è vero che lei il 15 maggio 1965 interessa il suo ufficio leggi e decreti
proprio per esaminare...
GIULIO ANDREOTTI. Ho fatto delle ricerche, ma purtroppo il capo dell'ufficio legislativo
di allora è morto e non ho potuto consultarlo, però al Ministero della difesa le documentazioni
sono estremamente dettagliate ed anche conservate, tanto che si fanno libri di storia con le carte
che provengono dal Ministero.
CARLO CARLI. E che a noi non vengono date.
GIULIO ANDREOTTI. Non lo so.
CARLO CARLI. Il ministro della difesa non ci invia le carte che richiediamo.
GIULIO ANDREOTTI. Certe frasi come «d'ordine del ministro» sono un po' rituali.
Però i miei collaboratori del Ministero, il capo ed il funzionario dell'ufficio legislativo erano
persone di grande affidabilità. Per il resto, la cautela nell'accettare incriminazioni e in
particolare nel consegnare persone a Tito credo nessuno possa contestare che fosse giusta.