martedì 25 novembre 2008

-Vele-


 Capovolse la testa all’indietro e si immerse per un istante nei sogni. No! Raddrizzò il capo sul collo ed aprì gli occhi, non trovava pace, il senso di inquietudine che la pervadeva da giorni non le donava  quiete.  Accese una sigaretta, la spense e il capo le girò, tutto si concentrava in quel capo, in quella testa che non riusciva ad abbandonarsi, lasciò, allora, quella stanza al neon così grigia e si avviò nel corridoio che dava nell’atrio della scala moderna a chiocciola. Inspirava a stento, ormai tratteneva l’aria dentro di sé, intravide i suoi stessi occhi rispecchiati nella cornice metallica sporca e dimessa che reggeva l’interruttore dell’ascensore, ma  si voltò da quell'immagine con calma,  in modo deciso, netto,  non voleva guardarsi, voleva solo abbandonarsi ad uno stato di incoscienza totale e ancora non sapeva come.

 Non si piaceva proprio eppure era bella, non alta, ma molto bella, gli uomini si innamoravano sempre di lei, ma lei dopo un po’ li abbandonava, era inquieta, non era quello che voleva, cadere nella trappola della schiavitu’ d’amore (cosiddetto). Finalmente quella lenta e nera macchina raggiunse il suo piano, si trovò al piano terra e i suoi piedi sembravano prendere una direzione decisa a priori senza che vi fosse intervenuta la ragione, le era sempre piaciuto abbandonarsi al suo istinto, quell’istinto che conteneva in nuce le ragioni piu’ vere e piu’ profonde, anche se quell’istinto la avrebbe portata ad un'azione incasellata  da altri come  distruttiva, se ne fotteva, in fondo, anche se profondamente così insicura, se ne era sempre fottuta altezzosamente di tutto, Nicola glielo aveva detto che era superbamente umile, così le aveva detto in un giorno di pioggia e lei non lo avrebbe dimenticato piu’.


 Il suo corpo pieno e sodo ondeggiava sui suoi passi decisi, per quanto si sforzasse involontariamente di negare quella femminilità che tanto la ostacolava, frapponendosi tra lei e i suoi obiettivi, emergeva sempre quella forza della natura che travolgeva se stessa e chi la incontrava. Si diresse verso il Corso principale, quello piu’ vicino alla palazzina da cui era scesa, a quell’ora del mattino il Corso era molto trafficato e lei cominciò a perdersi nella mente degli altri che incontrava per caso.

 Nell’autobus pensò di perdersi nella vita di quel vecchietto che sembrava viaggiare per non sentire il peso della solitudine mattutina invernale nella sua tana di cemento. 
Il pavimento, ricoperto in linoleum nero ritmato da forme tonde e  rialzate, era ancora bagnato, da poco era  piovuto e la città era ancora immersa in quell’atmosfera fresca, umida, come  carezzata da un’infinità di delicate gocce che sembravano imperlarla, l’autobus che aveva preso si dirigeva verso la stazione.
 La decisione dalle gambe era pervenuta prepotente alla testa e la  vita era avvolta da quel piacere che la attendeva, non voleva pensare piu’ a niente, alle conseguenze, a ciò che sarebbe stato, sapeva che la strada giusta da percorrere non era quella, che qualsiasi direzione avessero preso i suoi piedi non sarebbe stata quella giusta, rimanere assisa su quella sedia all’ ottavo piano della palazzina non era piu' proponibile, così come lo era men che mai la direzione che aveva intrapreso. Sapeva che avrebbe dovuto dirigersi altrove e sapeva anche dove e che forse lì avrebbe trovato la soluzione per il suo male, quella giusta, ma proprio non voleva. Nella sua mente un chiodo si era conficcato  e sarebbe potuta crollare anche la palazzina al suo fianco, ma lei  doveva giungere a quella destinazione.

 Dalla stazione prese l’autobus che l’avrebbe portata nella giungla di cemento, quella giungla che i suoi sensi amavano tanto, quella giungla nella quale non esisteva differenza di sorta tra chi la percorreva. Quelle palazzine popolari sembravano tenere in sé il non senso della vita, dentro di loro tutto si appiattiva e caricava di una polarità che era contraddistinta solo dal’istinto di sopravvivenza. I puscher, quelli in alto, quelli che si arricchivano e che si immergevano nei soldi guadagnati con li sangue di tanti ragazzi, non rischiavano mai , ma davano il commercio della polverina in mano a ragazzini ingestibili che davano sfogo ai loro sentimenti repressi  e violentati  in quel modo illegittimo, barbaro.

 Dopo circa tre quarti d’ora di cammino l’autobus finalmente era giunto a  destinazione, in quella periferia a nord della città gli spazi erano immensi, giganteschi e lì vi si perdeva sempre, adorava quel luogo e il camminare sui suoi passi da sola, una ragazzina ben curata in mezzo a tutto quel degrado, amava quell’adrenalina che le saliva in gola e che la portava a conoscere persone così diverse, così vere rispetto a quel falso mondo imbellettato della città di giu’.

 Percorreva gli ampi stradoni grigi e guardava quella palazzine costruite in quello strano modo, piramidale, si chiedeva quale architetto le avesse potute mai progettare e con quale idea perversa nella mente, mai aveva visto la potenza distruttiva del cemento materializzarsi in quel modo abietto, palazzine a forma a vela, ognuna era colorata diversamente e le si distingueva appunto dal colore e così le si riconosceva, lei si dirigeva verso quella rossa.

 L’aria  era rarefatta e nuvole morbide coloravano l’azzurro cielo, mai la sua intensità le era parsa così vivida, luminosa e quelle nuvole morbide sembravano definirla maggiormente per contrasto,  un vento fresco le carezzò le guance e si chiese quando avrebbe potuto piu’ ascoltarlo, quando sarebbe tornata lucida dopo quel giorno.
 Sapeva che stava imprimendo una svolta definitiva alla sua vita e che ci sarebbero voluti anni per uscire da quel tunnel, ma procedeva sicura e nessuno la avrebbe fermata, si rese conto di avere nella tasca ancora un filo che la collegava all’altra  realtà , allora velocemente lo estrasse dalla giacca e spense l’aggeggio. Ora era libera o almeno così sentiva, poi che non lo fosse realmente se ne fotteva, in fondo lei se ne era sempre fottuta altezzosamente delle cose, da una certa età in poi, da una certa età in poi. Prima no, il tempo dell’ infanzia era stato un tempo pregnante e in quel tempo lei sentiva tutto in modo sconcertante , doloroso, come se non avesse avuto una pelle che la proteggesse dall’esterno.

 Si incamminava verso quell’obiettivo, all’angolo il solito palo che la scrutò per bene e nei suoi occhi capì se si stava chiedendo chi fosse, se dare il segnale di avvisaglia dello sbirro, ma l’intuito salvava tutti in quel luogo, era come se la necessità della violenza, della sopraffazione, della illegalità avesse dotato ognuno di loro di percezioni maggiori che, realmente, li faceva sopravvivere e piu’. Ad uno sguardo veloce, ma piu’ approfondito, il palo decise di non dare alcun segnale e continuò, indifferente a lei, il suo lavoro.

 Lei svoltò l’angolo e si ritrovò in quell’adorato, porco, lurido luogo, in quel luogo dove sembrava sospesa ogni regola del vivere “civile”.
 All’entrata della palazzina,  tutta aperta come una vela dispiegata  nel mare, senza protezioni, chiusure, se non quelle delle  gabbie e delle porte blindate che dovevano servire all’occorrenza per  proteggere dagli sbirri, c’erano tre o quattro sgherri, la guardarono con insistenza. Loro. Il loro sguardo si soffermò non come quello degli altri uomini sulle sue doti procaci di donna, no, loro sembravano agire secondo codici di comportamento diversi, inizialmente almeno, fino a quando non si fossero rassicurati della situazione che avevano davanti, così fecero, le si avvicinarono e la guardarono e si stupirono del suo visino ingenuo, i loro occhi si incrociarono e sembrarono perdersi in una umanità comune che li avrebbe chiusi nello stesso destino. Le sorrisero e le dissero :<<Cerchi qualcosa?>>, chiaramente non aspettarono una risposta, le parole sembravano non servire, non appartenere a quel mondo così essenzaile, così chiaro, in fondo quel mondo donava a loro una sicurezza che altrove non avevano trovato, quel mondo con le sue regole, con pochi obiettivi chiari, lì non c’era pericolo di sbagliare poiché tutto era fondato su uno sbaglio iniziale.
 Le fondamenta di quella realtà erano da sé un imbroglio, uno sbaglio, come le loro vite. Uno sbaglio.
Salì i gradoni che si dispiegavano in lunghezza, ma non in ampiezza e tra cui si insinuavano erbette verdi che resistevano a tanto degrado donandogli un tono di.

 Entrò nell’atrio aperto della palazzina e ovunque il suo sguardo si posasse non vedeva altro che degrado, tubature deviate, scrosci di acqua improvvisi, cancellate abusive, munnezza abbandonata, incontrò compagni di viaggio che scendevano di corsa le scale guardando tra le mani il contenuto della carta, spillata ai lati, da chewingum color argento, dalle loro espressioni si intuiva la qualità del loro viaggio futuro, comunque, soddisfatti o meno, tutti correvano giu’ per le scale, chi piu’ frettoloso scendeva i gradoni a tre, a quattro. Un brivido la percorse, stava arrivando al suo obiettivo ed il suo viaggio sarebbe arrivato presto al capolinea.

 Lo strumento di piacere stava nella borsetta e lei, come se si fosse voluta accertare della sua presenza lo tastò e si quietò solo quando sentì il cartoncino della fiala sotto le mani e il fruscio della plastica,  era quasi arrivata al secondo piano, strette nelle mani le banconote le passò velocemente ai ragazzini che la controricambiarono con la merce tanto agognata.
 Finalmente sicura della certezza di quel viaggio, cominciò a correre giu’ per le scale, da sola, felice con quella adrenalina che sembrava bloccarle il respiro  tanto i battiti del cuore si susseguivano velocemente.
 Ripercorse i passi dell’andata, ma stavolta non per dirigersi verso l’ampio, terso, azzurro cielo, i suoi piedi, stavolta seguivano volontariamente le indicazioni della testa, traversò velocemente l’ampio stradone e percorse duecento metri di asfalto degradato per scavalcare improvvisamente in quella terra dismessa, in quel canalone che accoglieva indistintamente rifiuti umani e non. Lì vi abitava ormai da qualche tempo un vecchio compagno, il cui corpo era vicino alla fine del viaggio, lui vagava sempre in cerca di qualche residuo per terra e teneva stretto tra le mani quel vecchio, logoro strumento, sempre pronto a penetrare il suo corpo anche per un’inezia e, come un falco, si aggirava intorno ai nuovi avventori, tenendosi a distanza in modo dovuto, sapeva che avrebbe dovuto contare solo sulla sua capacità di non infastidire quel momento magico, se avesse interrotto qualcuno non avrebbe avuto alcuna speranza di contare sulla loro magnanimità.
 Lei, come un ratto veloce, si diresse verso quel buco nero, finalmente si sedette, prelevò gli strumenti dalla borsa, con ansia, si sfilò la cinta che le sarebbe servita di lì a poco e abbandonò finalmente il suo capo all’indietro.

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