sabato 30 luglio 2011
giovedì 21 luglio 2011
-Non piu' disattesa-
Denso nel mio cuore l’amore,
denso nel mio cuore il rifiuto.
La vita, distante da me,
compone e scompone i suoi pezzi.
Come un puzzler prezioso
la guardo da fuori, impermeabile.
Ne sento gli odori -non piu’ viscerali-
ne guardo le scene, da fuori, scostante.
Sospendo le ansie, le gioie gli amori,
le lacrime diamantine.
Come sospesa resto
In questa non-attesa,
non piu’ disattesa.
lunedì 11 luglio 2011
-Possessivo paralizzante-
Tesso la tela dei miei mille giorni a venire
anestetizzo i miei sensi
immobilizzo le mie voglie
me paralizzo
venerdì 8 luglio 2011
-Sospensione-
Giravo i pensieri nella mia
testa
e affondavo le radici nello scuro dei tuoi occhi.
Occhi ammalianti che irretivano la mia esistenza.
Poi un attimo di esitazione,
un respiro frenato
e di nuovo a chiedermi se la mia sia vita.
e affondavo le radici nello scuro dei tuoi occhi.
Occhi ammalianti che irretivano la mia esistenza.
Poi un attimo di esitazione,
un respiro frenato
e di nuovo a chiedermi se la mia sia vita.
venerdì 22 aprile 2011
-Per Massimo-
Ti ho visto, ti ho qui dinanzi, con gli occhi dell’anima aperti
E quelli del cuore straziati per troppo dolore.
Si chiama rimorso, forse.
Forse si chiama amore, legame.
Forse.
Si chiama, si chiama e forse non si chiama.
Ora non si chiama piu’.
La morte ha steso il suo velo pesante.
Sembra trasparente.
Velo di marmo.
Ti vedo qui dinanzi agli occhi.
La corda, il corpo che pende al soffitto.
Solo, come sempre sei stato.
Solo.
Mi lasci un rimorso ed io ti odio.
Con un gesto ci sei riuscito.
Hai lasciato il tuo segno impermeabile.
Quel segno che marchia la mia pelle
E marchierà il mio cuore.
Di una vergogna inconfessabile,
di un rimorso che stringe il cuore
e che mi fa dire, pensare, vivere
che ora non voglio piu’.
Non volgio piu’ presenze, assenze,
esistenze nella mia vita.
Non voglio piu’ niente se non un silenzio che mi avvolga
E che mi culli.
Che, dolcemente mi culli con sé.
Come in una sacca di seta, delicata.
Parole, presenze, pretese, rancori,
parvenze umane effimere.
Non volgio piu’ niente di ciò.
Piu' niente da nessuno,
se non la gratuità dell’amore che svolge,
avvolge sé in altri/e.
Senza strappi, paure, ansie, pretese,
perplessità. Menzogne.
L’essenziale è sottile, nascosto, in fondo.
Ti vedo lì, con il corpo appeso a quel soffitto pesante
Che riesce a reggerti come forse nessuno è riuscito.
I tuoi occhi nei miei,
i nostri gesti silenziosi,
la discrezione di quell’amore non consumato.
Quell’amore che ci ha uniti per sempre
E che non ci ha fatti piu’ incontrare.
Sei andato per sempre
E non hai voluto salutarmi,
ti sei negato a me
come io feci con te
in qulla prigione di sabbia.
Cosa diranno?
Cosa sapranno?
Cosa potranno dire Pina, Alfonso oggi?
Ricordi quelle urla?
Mi chiamavano all’ordine
Io che andavo dietro te,
dietro la tua scia delicata profumata e discreta.
Non ci sei piu’.
Non ci incontreremo piu’.
Per te la fine.
Per me l’inizio di un nuovo tormento chiamato Vita.
Addio Massimo.
venerdì 3 settembre 2010
-16 o 17 agosto 2010-
…come la giustizia presupponga insieme il dire la verità e la restituzione. I due gesti si stringono e si congiungono. L’una suppone l’altra e la implica.
Chi restituisce lo fa “in verità”, restituisce la parola.
La verità non sarà altro se non questo restituire la parola, rilevando l’altruità.
Dalla derivazione latina del termine apprendo che l’integrum, che si accompagna alla restituzione, significa “intatto”, non toccato, così com’era.
Nella considerazione di una restituzione, che manca per sua essenza quell’integrum, posso restituire non quel che ho tenuto intatto, ma quel che mi è toccato. Non come propriamente era, ma come propriamente non è mai stato né sarà.
“La verità si viene a sapere”, l’espressione comune è presente in molte lingue, in tedesco suona “Die Wahrheit wird zum Vorschein kommen”, viene innanzi, si fa strada, te la ritrovi davanti. Ti supera. In spagnolo si dice “la veridad sale”,esce, salta fuori. L’idioma in questo caso è un’ingiunzione, un monito e un incoraggiamento.
“La verità si viene a sapere”, lo si dice all’amico, lo si ripete a se stessi quando si è subito un torto, o quando si è spezzato il continuo abituale e programmato degli eventi della propria vita. E’ un’espressione che richiama la giustizia. E sempre si arriva ad una tale congiunzione, di verità e sapere, quando si tratta di giustizia.
La restituzione alla fine non è altro che dare verità al sapere. Farla saltare fuori, farla apparire innanzi, farla venire al sapere, cioè all’istituzione. Ma è un processo continuo, che non chiamo di trasmissione perché non preserva, se non sostenendo l’altro nella sua verità di sapere.
Quel sostenere che per l’educazione significa avviare per la propria strada, lasciando che l’altro diventi cio che è.
"La scuola dei sentimenti", Giuseppe Ferraro.
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mercoledì 30 giugno 2010
-Sogno-
La stanza era popolata da ragazzi, ma ognuno di loro
sembrava vivere una vita a sé stante senza alcun collegamento con quella degli
altri. La solitudine imperava ed ognuno cercava nel chiuso del proprio spazio,
nella limitatezza del proprio sguardo a linea retta, il calore, quanto meno
sufficiente per poter continuare a respirare senza essere immersi e portati
dall’angoscia.
Tra di loro spiccava un giovane ragazzo la cui età
anagrafica sembrava oscillare tra i 12 ed i 14 anni, tuttavia il suo volto
appariva assai piu’ maturo, come quello di un vecchio, avvolto, com’era, dalla
solitudine.
La pelle del suo viso era costellata da rughe, le guance
infossate e gli occhi sofferenti, il sorriso, comunque, appariva aperto,
di chi riesce ancora ad abbandonarsi alla speranza. Tra lo spazio che
intercorreva tra la bocca ed il suo esterno visibile spiccavano spazi vuoti tra
i denti, come se questi potessero esser caduti in seguito ad una negligenza
continuata.
Improvvisamente in posizione curva su di sé, lui aprì la
bocca e la lingua risultò piena di macchie rosse, poi, così, lasciando
esterefatti, cominciò a vomitare sangue, sembrava sangue raggrumato. Io non
riuscii a guardare oltre e, in un impeto di ribellione, decisi di dover far
qualcosa per lui, così non volli dare spiegazioni alle persone che erano con me
e mi incamminai, con passo spedito, verso i luoghi piu’ interni del palazzo
come se la persona che dovevo assolutamente trovare la potessi cercare negli
anfratti piu’ remoti e piu’ profondi, questa immagine riconduceva a me la
potenza della metafora riportandomi alla mente un possibile nesso tra
l’oscurità dei luoghi e gli anfratti piu’ sconosciuti e nascosti dell’animo
umano.
Proseguii spedita nel mio intento e, affinchè potessi
velocizzare la mia ricerca, cominciai a chiamare a voce alta la persona che mi
interessava.
Ricordo che quella persona era per me una conoscenza
precisa, infatti lo chiamavo sia ricorrendo al suo nome, che al cognome.
Chiamavo chiamavo e mi indignavo, piu’ chiamavo e piu’ mi
sembrava che l’ora della verità potesse giungere, il momento in cui avrei
potuto urlare in faccia a lui tutto il mio sdegno.
Scesi in quei luoghi che divennero luoghi abitati dalla
polvere e dalla fatica, luoghi in cui si percepiva, quasi si annusava l’odore
del sudore di uomini in carne ed ossa.
Lo trovai, era lì, indifeso, lavorava ed il suo corpo era
coperto da uno spesso strato di sudore, i suoi occhi erano bassi, non
focalizzati esclusivamente sul lavoro, ma come fermi su un dolore interiore che
non poteva essere compreso e né vissuto, sembrava quasi che il lavoro potesse
servire a lui per non pensare ad altro.
Lo chiamai e lui alzò il suo sguardo con inerzia, i nostri
occhi si incrociarono e penetrano dentro le nostre anime, io rimasi sconvolta,
tuttavia, portai avanti il mio compito e gli urlai il mio sdegno.
Lui non si smosse, si limitò ad alzare la voce quanto la mia
ed a bloccare il fiume del mio sentimento, mi parlò delle sue im/possibilità,
del significato di quel vomito di sangue, richiamò alla mia mente immagini di
Africa e tacque.
Io lo guardai a lungo negli occhi, quegli occhi innocui e
pacificati dal dolore e dalla realtà, capii che era sotto l’effetto di droga
pesante e decisi che non avrei potuto abbandonare né lui, né suo figlio.
Mi avvicinai a lui, avrei voluto baciarlo, abbracciarlo ed
il mio cuore si sciolse, Il corpo sembrava cedere sotto i colpi di quell’amore
venuto improvvisamente e inaspettatamente.
Ci accogliemmo e da quel momento non ci separammo piu’.
Piu’ tardi ci baciammo, ricordo la dolcezza della sua bocca,
la tenerezza verso di me, ricordo la forza gentile del suo amore, di quanto
quell’amore fosse saldo, di quanto riuscisse ad andare aldilà di tutto.
Così dovrebbe essere un amore, capace di elevare al di sopra
di tutto i due soggetti, senza forzature, solo con la spinta di
quel misterioso sentimento. Non c’è molto di razionale, di dicibile in
questo, è uno dei tanti misteri possibili, ma sempre piu’ rari, avvolta come è
l’umanità da un egoismo breve e stretto e da un cinismo che la tiene prigioniera
al rango di sottoumanità.
mercoledì 23 giugno 2010
-Sadismo-masochismo-
Il potere dei sadici è direttamente proporzionale alla capacità dei masochisti di tenerlo.
La capacità dei masochisti di tenerlo non è una fragilità, ma una forza pischica, quest'ultima, un dato strutturale.
Una cosiddetta caratteristica della personalità.
Queste dinamiche rappresentano un vero e proprio stile di vita.
Che sia patologico o meno è solo in relazione a fattori sociali.
Decidono se dichiararlo patologico solo i soggetti interessati.
Le motivazioni verso una guarigione sono evidenti e non facilemente definibili.
In genere quel che spinge verso il cambiamento sono valori tipo:
la capacità di considerare che, oltre se stessi, esistono soggetti altrettanto degni di vivere una vita serena, accogliente e amorosa.
Affinchè a queste considerazioni del tutto irrazionali segua una scelta verso il cambiamento, è necessario, altresì, che non si abbia una percezione dilatata del proprio io, ossia che la considerazione di se stessi non sia eccessiva.
Paradossalmente solo una personalità "fragile" non delinata da una forte autositma puo' portare il sadico al cambiamento.
Andrebbe riconsociuta innanzitutto la propria problematicità, ma, affinchè questo avvenga, il soggetto deve avere la possibilità della propria frustrazione e infelicità.
Colui che riesce, comunque, a ritrovare nel quadro predetto, situazioni di soddisfacimento, colui, quindi, che riesce a pervenire ai propri scopi o che riesce facilmente a sostituire i s/oggetti verso i quali orientare le proprie vocazioni e colui che non riconosce all'umanità il diritto di esistere e di non soffrire, difficilmente si orienterà verso un cambiamento.
da "Alla fine di un giorno noioso" di Massimo Carlotto:
"Andai a spogliarmi, poi tornai in salotto e mi sedetti sul bordo del divano. Lei sorrise e mi appoggiò una mano sul petto. <Non ti ho sentito arrivare, scusami. Ora vado subito in bagno a preparare le creme>.
<No> sussurrai.<Spinning, baby, spinning>.
Lei impallidì.<Che co'è successo?>.
La presi per mano e la condussi fino a una stanza che conteneva solo una spin bike e, a fianco, una grande, comoda, morbida poltrona di cuioio color sangue di bue. Con un unico movimento le tolsi il vestito. Tremava. Le slacciai il reggiseno.
<Dimmi almeno cos'è successo, ti prego...>.
<Sali su quella cazzo di bicicletta> gridai.
Lei obbedì e iniziò a pedalare. Io mi lasciai cadere nella poltrona, godendo del contatto della mia pelle nuda con il cuoio.
Schioccando le dita le indicai il ritmo della pedalata e iniziai ad ascoltare il rumore del rullo che girava e macinava chilometri immaginari. Dopo un pò iniziai a rilassarmi. Martina era già lucida di sudore, i capelli incollati alle tempie. Teneva gli occhi chiusi per non perdere la concentrazione. Dopo un pò li chiusi anch'io per trovare risposte alle mille domande che mi affollavano la mente.
[continua]
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martedì 16 marzo 2010
-In ricordo di-
Il ricordo del nostro amore
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
Lo splendore impera e
l’acqua in movimento,
i suoi flussi vitali esistenti al di là di ogni cosa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
perfetta che non conosce
il terrore,
l’angoscia della fine/ morte/ abbandono
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
delle mie ambivalenze.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.
lunedì 30 novembre 2009
-L'uomo dei giardinetti di Piazza Cavour-
...poi ci sono quel genere di persone che si potrebbero definire animali da strada, non fanno uso di droghe o di alcol, ma non sono esenti dal problema della dipendenza. Li vedi gironzolare per strada, apparentemente senza meta, anche se col viso sempre corrugato, come da un'attesa.
Guardano l'orologio, ma non perchè o come lo possiamo guardare noi, noi che siamo qui, da questa parte,
noi che attendiamo, a breve, qualcosa, ma solo per regolarsi con il ciclo solare.
Immagino che un tempo dovessero regolarsi con la luna o con il sole, forse vagabondi...
Forse quell'orologio serve ad indicargli l'ora del pranzo alla trattoria abituale; hanno persone che si fidano di loro e che spesso gli affidano compiti di responsabilità.
L'onore, o meglio, la faccia da uomo, è da preservare, non al di sopra di ogni cosa, come nel codici dei camorristi, ma una spanna al di sopra della nostra normalità.
E così li vedi frequentare commercianti quasi regolari e il quadro che ne emerge spicca per contradditorietà.
Ma basta addentrarsi un pò piu' a fondo per percepire, in modo immediato, che quel paradosso punge gli occhi solo di chi ne è fuori.
In realtà, l'uno si serve dell'altro per arricchire la propria vita e per accumulare esperienza.
Esperienza: si potrebbe dire che la loro vita è una continua rincorsa verso l'accumulo di esperienze,
verso una pace che mai troveranno...pur consapevoli di questo.
lunedì 9 novembre 2009
<<Fermati, non puoi guardare la luce!>>
e lo tirò a sè chiudendolo in un caldo e accogliente abbraccio.
L'altro pianse poggiando il suo viso stanco sulla spalla del padre.
Non puoi guardare la luce, c'è tempo per ogni cosa, per crescere, per combattere, per farsi amare, per amare, per arrabbiarsi, per piangere e per non guardare la luce.
Il tempo del non guardare la luce è un tempo fondamentale, un tempo in cui la larva si trasforma in farfalla e si riuscirà a trasformare solo se il bozzolo assicurerà abbastanza protezione.
Non puoi guardare la luce e lo strattonò a sè e lo abbracciò.
Non si puo' guardare sempre la luce, ma spesso, troppo spesso, accade che si è con violenza gettati dinanzi la luce, senza pietà o anche per trascuratezza o per incapacità.
La luce può ferire, accecare, far impazzire e solo se quel bozzolo ci è stato assicurato in quel periodo adatto noi ci predisporremo naturalmente a non farci annichilire. altrimenti saremo vittime del nostro meccanismo acquisito e in pasto alle belve finiremo.
e lo tirò a sè chiudendolo in un caldo e accogliente abbraccio.
L'altro pianse poggiando il suo viso stanco sulla spalla del padre.
Non puoi guardare la luce, c'è tempo per ogni cosa, per crescere, per combattere, per farsi amare, per amare, per arrabbiarsi, per piangere e per non guardare la luce.
Il tempo del non guardare la luce è un tempo fondamentale, un tempo in cui la larva si trasforma in farfalla e si riuscirà a trasformare solo se il bozzolo assicurerà abbastanza protezione.
Non puoi guardare la luce e lo strattonò a sè e lo abbracciò.
Non si puo' guardare sempre la luce, ma spesso, troppo spesso, accade che si è con violenza gettati dinanzi la luce, senza pietà o anche per trascuratezza o per incapacità.
La luce può ferire, accecare, far impazzire e solo se quel bozzolo ci è stato assicurato in quel periodo adatto noi ci predisporremo naturalmente a non farci annichilire. altrimenti saremo vittime del nostro meccanismo acquisito e in pasto alle belve finiremo.
lunedì 27 luglio 2009
-Il danno-
Occorre un tempo straordinariamente breve per ritirarsi dal mondo. Ho viaggiato fino ad arrivare ad una vita tutta mia.
Quello che ci fa diventare come siamo è inafferrabile, va oltre il nostro sapere.
Ci abbandoniamo all'amore perchè ci da un qualche senso di ciò che è inconoscibile, nient'altro conta, non alla fine.
L'ho rivista solo una volta, è stato per caso, in un aereoporto mentre cambiavo aereo, lei non mi ha visto, stava con Peter, aveva in braccio un bambino, non era diversa da tutte le altre.
sabato 16 maggio 2009
Scena di famiglia
Venivano dalla Romania, padre, madre e figlia.
Giovani, il volto della donna confondeva l'età, dissimulando in decisi sorrisi il tempo trascorso dall'epoca dell'infanzia e dei sogni a quello della carne vissuta e offerta.
Lui austero e dalla carnagione scura. Il naso aquilino
caratterizzava fieramente tutto il suo aspetto.
Di corporatura asciutta, dai muscoli tesi temprati dalle notti in tenda sotto una coperta di stelle e di coltre nera.
Sedevano nei vagoni del treno e la loro presenza era lieve, per niente rumorosa, ciò che attrasse la mia attenzione fu, tramite l'udito, il ticchettio delle monete che urtavano tra di loro nel cappello a falde larghe nero.
Erano intenti a contarle tutti e tre insieme, eliminando, con quella condivisione, qualsiasi gerarchia.
Terminato l'ascolto del piacevole ticchettio, mi reimmersi nella lettura, la avevo, infatti, sospesa nel mezzo di una delle lettere piu' agghiaccianti e sconvolgenti che abbia mai scovato.
Ma tornai alla realtà che della scena scritta poteva essere una delle tante multiformi varianti.
Il posto accanto alla piccola era vuoto, lei, nel sedersi, aveva preferito quella posizione che la poneva antagonisticamente dinanzi al padre e non, invece, alla accogliente mamma, la quale poteva essere, dall'aspetto e dall'intreccio dei gesti che emergeva, anche una sua sorella maggiore. I capelli della bimba erano marroni striati d'oro, il che mi indusse erroneamente a pensare che quella poteva essere opera di un qualche parrucchiere di periferia, anzicchè, molto piu' verosimilmente, del sole.
Voltò il suo sorriso acerbo e spontaneo verso la busta poggiata sul sediolino vuoto dal quale emergevano arance, mele e un odore di banane che aveva fatto esclamare, nel vagone, a qualche giovane sconosciuta anonima <<Che puzza!>>, estrasse l'arancia dal sacchetto e la porse alla mamma, in uno scambio di battute lievi pronunciate nella loro lingua di origine.
La mamma la ebbe tra le mani per qualche secondo per poi passarla all'uomo.
Io, incuriosita sempre di piu' dalla scena e dal destino di quella arancia che pareva non concludersi mai, osservavo con gli occhi già inumiditi dal pianto per la giornata difficile che andavo vivendo.
Ed ecco l'uomo con il pantalone bianco panna immacolato palleggiare con delicatezza l'arancia, la toccava, la passava da una mano all'altra mentre le donne lo osservavano, improvvisamente, quasi di scatto, nel giro di un movimento repentino e veloce, si piegò in avanti non chinando il busto, ma portandolo con sè nel movimento cosicchè la figura appariva sempre ritta e fiera.
Si concentrò sull'arancia senza corrugare la fronte e cominciò a privarla della buccia, il tutto come se ad operare in quel modo fosse stata l'opera di una lama esperta, dal frutto non cadde un goccio del succo e così, continuando nell'opera, si trovò tra le mani una parte della buccia a forma di spirale, alzò lo sguardo verso il finestrino aperto, poi si voltò verso la moglie e passò a lei la buccia di cui disfarsi.
Lei pensò, parlò, ma non diresse mai lo sguardo verso il finestrino, la bimba sì e disse, nella sua lingua qualcosa che somigliava al nostro <<Dalla finestra>>, ma la mamma con un gesto deciso lanciò il pezzo nella busta a far compagnia agli altri alimenti integri.
Intanto l'uomo aveva completato l'operazione e con un gesto secco ne aveva ricavato due metà una delle quali porse alla donna, lei ne scompose un'altra metà e, a sua volta, la porse alla figlia.
Gli ultimi due spicchi l'uomo non li mangiò, ma li offrì alla moglie la quale li divise tra sè e la giovane ragaza.
Di corporatura asciutta, dai muscoli tesi temprati dalle notti in tenda sotto una coperta di stelle e di coltre nera.
Sedevano nei vagoni del treno e la loro presenza era lieve, per niente rumorosa, ciò che attrasse la mia attenzione fu, tramite l'udito, il ticchettio delle monete che urtavano tra di loro nel cappello a falde larghe nero.
Erano intenti a contarle tutti e tre insieme, eliminando, con quella condivisione, qualsiasi gerarchia.
Terminato l'ascolto del piacevole ticchettio, mi reimmersi nella lettura, la avevo, infatti, sospesa nel mezzo di una delle lettere piu' agghiaccianti e sconvolgenti che abbia mai scovato.
Ma tornai alla realtà che della scena scritta poteva essere una delle tante multiformi varianti.
Il posto accanto alla piccola era vuoto, lei, nel sedersi, aveva preferito quella posizione che la poneva antagonisticamente dinanzi al padre e non, invece, alla accogliente mamma, la quale poteva essere, dall'aspetto e dall'intreccio dei gesti che emergeva, anche una sua sorella maggiore. I capelli della bimba erano marroni striati d'oro, il che mi indusse erroneamente a pensare che quella poteva essere opera di un qualche parrucchiere di periferia, anzicchè, molto piu' verosimilmente, del sole.
Voltò il suo sorriso acerbo e spontaneo verso la busta poggiata sul sediolino vuoto dal quale emergevano arance, mele e un odore di banane che aveva fatto esclamare, nel vagone, a qualche giovane sconosciuta anonima <<Che puzza!>>, estrasse l'arancia dal sacchetto e la porse alla mamma, in uno scambio di battute lievi pronunciate nella loro lingua di origine.
La mamma la ebbe tra le mani per qualche secondo per poi passarla all'uomo.
Io, incuriosita sempre di piu' dalla scena e dal destino di quella arancia che pareva non concludersi mai, osservavo con gli occhi già inumiditi dal pianto per la giornata difficile che andavo vivendo.
Ed ecco l'uomo con il pantalone bianco panna immacolato palleggiare con delicatezza l'arancia, la toccava, la passava da una mano all'altra mentre le donne lo osservavano, improvvisamente, quasi di scatto, nel giro di un movimento repentino e veloce, si piegò in avanti non chinando il busto, ma portandolo con sè nel movimento cosicchè la figura appariva sempre ritta e fiera.
Si concentrò sull'arancia senza corrugare la fronte e cominciò a privarla della buccia, il tutto come se ad operare in quel modo fosse stata l'opera di una lama esperta, dal frutto non cadde un goccio del succo e così, continuando nell'opera, si trovò tra le mani una parte della buccia a forma di spirale, alzò lo sguardo verso il finestrino aperto, poi si voltò verso la moglie e passò a lei la buccia di cui disfarsi.
Lei pensò, parlò, ma non diresse mai lo sguardo verso il finestrino, la bimba sì e disse, nella sua lingua qualcosa che somigliava al nostro <<Dalla finestra>>, ma la mamma con un gesto deciso lanciò il pezzo nella busta a far compagnia agli altri alimenti integri.
Intanto l'uomo aveva completato l'operazione e con un gesto secco ne aveva ricavato due metà una delle quali porse alla donna, lei ne scompose un'altra metà e, a sua volta, la porse alla figlia.
Gli ultimi due spicchi l'uomo non li mangiò, ma li offrì alla moglie la quale li divise tra sè e la giovane ragaza.
Tutta la famiglia, così, passò all'opera, con calma e
compostezza, gustando quella piccola porzione di mondo.
L'uomo con sè aveva conservato parte della buccia e, finito di gustare il frutto, passò a sfregare la buccia sulle mani, porgendo, poi, alla figlia, il residuo.
Si stropicciò le mani come se stesse ricoprendelo di un'essenza preziosa e profumata e le passò sul collo e sul viso confermandomi l'immagine che la mia mente aveva creato.
Così fece la figlia.
La donna, invece, era alta e la sua schiena compatta e soda, le braccia tonde, la carne che le rivestiva era morbida e tirata.
Il suo corpo, pur senza eccedenza, possente.
L'uomo con sè aveva conservato parte della buccia e, finito di gustare il frutto, passò a sfregare la buccia sulle mani, porgendo, poi, alla figlia, il residuo.
Si stropicciò le mani come se stesse ricoprendelo di un'essenza preziosa e profumata e le passò sul collo e sul viso confermandomi l'immagine che la mia mente aveva creato.
Così fece la figlia.
La donna, invece, era alta e la sua schiena compatta e soda, le braccia tonde, la carne che le rivestiva era morbida e tirata.
Il suo corpo, pur senza eccedenza, possente.
giovedì 16 aprile 2009
Forse esagero, ma mi vado convincendo sempre di piu’ che la violenza sulle donne da parte degli uomini sia prodotta da un crescente senso di inferiorità di questi ultimi.
Alla base della violenza degli uomini c’è la paura delle donne, provocata dall’invidia della loro potenza creatrice che rende il ruolo virile di secondaria importanza, quasi accessorio.
Pertanto la naturale vitalità di questa custode della vita deve essere ridimensionata, reificata, trasformata in oggetto del piacere.
Violenza sessuale significa passare dal’eros al thanatos, attraverso l’uso della forza o del denaro, con lo stupro o con la prostituzione.
Saverio Abbruzzese
...Bisogna stupirsi della violenza?
…dobbiamo considerare la violenza che ci raccontano come lo skandalon? Se ci scandalizziamo, facciamo gli interessi della violenza. …
Ora quale puo’ essere l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione di massa? Devono i mezzi di comunicazione di massa tacere, rimuovere gli episodi della violenza o devono raccontarli?
…i media devono proporre un’idea, le istituzioni devono proporre un modello che sia metabolico. Il modello metabolico è quello che non consideri la violenza im-mediata.
L’immediatezza della violenza è il nostro problema, è il fatto che intorno alla violenza non si dica, non si parli, non si racconti, perché è anche il modo per renderci piu’ consapevoli della co-responsabilià di ognuno.
Eligio Resta
...La separazione comporta un altro elemento di rischio che
è quello di dover mettere in gioco diverse strategie per far accettare la
separazione a se stessi e alle persone del proprio contesto familiare e
maicale. Nonostante la legge sul divorzio sia ormai consolidata nel diritto,
non nella stessa direzione e con la stessa velocità sembrano essere, invece, il
senso comune e il senso etico-sociale, non solo religioso.
La separazione non sembra essere pienamente accettata sul piano sociale e questo comporta per molte persone una fatica con se stessi e con gli altri per far comprendere le ragioni di una separazione.
Anche questa sembra essere una delle ragioni che portano in certe separazioni una ricerca esasperata di elementi che possano rendere la spiegazione in termini di attribuzione di responsabilità in modo accentuato, se non addirittura esasperato, nei confronti dell’altra persona.
La separazione non sembra essere pienamente accettata sul piano sociale e questo comporta per molte persone una fatica con se stessi e con gli altri per far comprendere le ragioni di una separazione.
Anche questa sembra essere una delle ragioni che portano in certe separazioni una ricerca esasperata di elementi che possano rendere la spiegazione in termini di attribuzione di responsabilità in modo accentuato, se non addirittura esasperato, nei confronti dell’altra persona.
Daniela Pajardi
Il danno dell’abuso si forma nel tessuto familiare quando le
dinamiche relazionali diventano patologiche, viene a mancare l’empatia e si
altera il senso del rispetto per l’altro.
E’ quando si smarrisce la capacità di comprendere cosa l’altro sta provando e non si è piu’ capaci di offrire le proprie attenzioni anche mettendo da parte i bisogni personali, che la dimensione fondativa che alberga nelle relazioni positive della famiglia si altera compromettendo il rapporto empatico tra i suoi rappresentanti.
E’ in realtà familiari dove manca il rispetto dello spazio vitale ed emotivo, dei sentimenti e dei pensieri, e in definitiva i genitori non offrono risposte empatiche e valorizzanti, fondamento della costruzione della fiducia in se stessi e della sicurezza interiore del bambino, che piu’ frequentemente si puo’ sviluppare l’abuso sessuale (e non solo quello, aggiungo io).
E’ quando si smarrisce la capacità di comprendere cosa l’altro sta provando e non si è piu’ capaci di offrire le proprie attenzioni anche mettendo da parte i bisogni personali, che la dimensione fondativa che alberga nelle relazioni positive della famiglia si altera compromettendo il rapporto empatico tra i suoi rappresentanti.
E’ in realtà familiari dove manca il rispetto dello spazio vitale ed emotivo, dei sentimenti e dei pensieri, e in definitiva i genitori non offrono risposte empatiche e valorizzanti, fondamento della costruzione della fiducia in se stessi e della sicurezza interiore del bambino, che piu’ frequentemente si puo’ sviluppare l’abuso sessuale (e non solo quello, aggiungo io).
Patrizia Pes
giovedì 29 gennaio 2009
Il dottor Knock e il triondo della medicina.
JULES ROMAIN
Il riempimento malsano delle nostre giornate e la
conseguente negazione e fuga da una comunicazione umana tra persone
conviventi, con la accensione automatica dell’apparecchio televisivo che
acquisisce sempre piu’ i conottati di un monolite magico e sacro, ci mostra tra
un prodotto e l’altro, la violenza a cui la nostra mente e il nostro
copro-tramite le emozioni che dal cervello si diffondono in esso-, è sottoposta.
Tanto è stato scritto sull’argomento da emeriti studiosi, ma
poco, troppo poco diffuso e portato a conoscenza dei piu’.
Si dovrebbe istituire un insegnamento apposito nelle scuole
medie:
Storia dei media e tecniche di informazione (alias
manipolazione delle varie realtà allo scopo di indurre nella persona ad un
determinato, a priori, bisogno).
Ancora, nonostante proteste diffuse, si assiste a spettacoli
il cui scopo è quello di manipolare i bambini tramite pubblicità di giocattoli,
ancora si assiste alla pubblicizzazione di medicinali, pratica che dovrebbe
essere vietata in un paese civile.
Una adeguata preparazione includente la conoscenza del
proprio corpo e i relativi modi per averne cura non puo’ passare tramite un
concentrato di immagini e parole flash ideato appositamente da studiosi pagati
all’uopo per indurre all’acquisto di un determinato prodotto.
Il mercato non può essere mosso da
azioni filantropiche e non lo sono le aziende che devono aumentare i
loro profitti pena la loro estinzione.
[...]la medicina ha a che fare non solo con le sofferenze e
le ansie legate alle malattie a alla morte, ma anche con l’aspirazione al
miglioramento delle nostre condizioni psico-fisiche.. entrambi i fattori
forniscono perciò alle industrie l’opportunità molto vantaggiosa di poter
sposare ricerca di profitto al conseguimento di obietti etici.
[...]le pratiche commerciali e di marketing dei produttori
di farmaci... sono andate incontro, negli ultimi anni, ad una radicale
evoluzione, che ha portato a vedere le malattie come un’opportunità di
profitto da perseguire attraverso una massiccia espansione della domanda
di farmaci, da raggiungere anche attraverso l’estensione delle loro indicazioni.
[...]già negli anni ’70 infatti Gadsed, il capo della Merck,
aveva manifestato il suo dispiacere che il potenziale mercato della società
fosse limitato agli ammalati, dichiarando che il suo sogno era di produrre
farmaci per gente sana, così come la Wrigley ’s, produttrice di
gomme da masticare per tutti.
In un mercato ormai saturo, nel quale la produzione di
nuove molecole per curare le malattie conosciute è sempre piu’ rara, non basta
piu’ ricorrere solamente alla modifica di molecole già note e sperimentate (i
cosiddetti farmacifoto-copia, o me-too), vantandone con dubbie
fondamente straordinari vantaggi.
Si tende ad ampliare il mercato per quelle in commercio
estendendone le indicazioni al fine di aumentare il numero dei potenziali
consumatori.
Nei paesi anglo-sassoni l’operazione, com’è ormai
ampliamente noto, viene denominata disease mongering, o vendita delle
malattie[...].
Il disease mongering viene vigorosamente
perseguito dalle grandi industrie farmaceutiche, nei cui consigli di
amministrazione ormai predominano dirigenti provenienti dal big business.
E’ stato appurato che nel 2004 le multinazionali del farmaco
hanno investito nelle attività di marketing 60 miliardi di dollari, il doppio
circa di quanto hanno investito in ricerca, facendo leva sulle emozioni,
timori ed aspirazioni delle persone. [...]
La strategia ha piu’ facce, essenzialmente riconducibile a
tre filoni principali:
1) la trasformazione in patologie, che naturalmente devono
essere curate, di condizioni di per sé fisiologiche (come l’osteoporosi, i
disturbi mestruali o la menopausa, la sindrome del colon irritabile) o delle
comuni difficoltà della nostra vita quotidiana (come timidezza, irrequietezza,
difficoltà nella vita sessuale, calvizie, rughe e quant’altro);
2) l’equiparazione di fattori di rischio per lo sviluppo di
future malattie e malattie vere e proprie, particolarmente in campo
cardiovascolare (come l’ipercolesteromia e l’ipertensione);
3) la vendita senza infingimenti di farmaci non per presunte
od esaltate patologie, ma semplicemente per il miglioramento della qualità
della vita, o cosiddetti farmaci life-style, identificati come un mercato in
forte crescita.
L’industria interviene a tutto campo, dalla progettazione ed
esecuzione degli studi clinici alla loro pubblicazione, alle informazioni da
fornire ai medici (mediante pubblicazioni e convegni) ed ai pazienti e alle
loro associazioni (attraverso campagne di sensibilizzazione alle malattie) ed
attraverso la pubblicità diretta dei farmaci, dove questo è consentito.
Come ci insegna l’esperienza di quei paesi dove la
pubblicità diretta dei farmaci da parte delle case produttrici è
consentita, tale coinvolgimento avviene mediante l’organizzazione di
campagne promozionali rivolte ad “informare” su una determinata patologia, ma,
poiché esse sono in realtà rivolte a “convincere”, la veridicità e
attendibilità delle informazioni spesso lascia a desiderare.
I sintomi sono presentati in modo molto generico, in modo
tale che ognuno possa sospettare di averli, ed i vantaggi dei farmaci sono
esaltati con informazioni nebulose sulla loro efficacia e controindicazioni.
Esaminerò i casi piu’ importanti dei disease mongering
prendendo in esame le patologie o i disturbi piu’ bersagliati dalle strategie
di marketing delle grandi industrie.
Alcuni di essi, così come alcune importanti tattiche
di marketing, sono molto piu’ diffusi negli Stati Uniti, e molto meno in Europa
o in Italia[...]
Ritengo però che in un mondo ormai “globale” sia utile ed
anche doveroso essere a conoscenza delle strategie generali delle industrie
farmaceutiche e della loro politica di espansione a livello globale, perché
esse tendono inevitabilmente per ricadere su tutti noi, e per aiutarci a
prefigurare a cosa potremmo andare incontro, in Europa e qui in Italia, se
processi di esasperata commercializzazione della sanità e liberalizzazione
della pubbicità medica e farmaceutica prendessero piede anche da noi, non
soltanto per le conseguenze di interesse strettamente sanitario, ma anche
per le loro influenze sulla natura della società.
IL SESSO
Volete migliorare la vostra vita sessuale?...
Siete venuti nel posto giusto
Sito Web della Pfizer.
Non stasera caro: il cane si è mangiato il mio cerotti al
testosterone.
[...] L’esempio piu’ paradigmatico di queste strategie
è costituito dal Sildneafil (il Viagra), scoperto
casualmente sperimentando un farmaco contro l’angina pectoris, che
dall’indicazione iniziale al trattamento della disfunzione erettile (maschile)
da cause come diabete e lesioni al midollo spinale, per mezzo di una
campagna di marketing accuratamente programmata, è passato a quella di un
rimedio per risolvere qualsiasi tipo di disturbi sull’erezione, anche
momentanei e non dovuti a cause vascolari, sino ad essere indicato come un
mezzo per migliorare ed esaltare le prestazioni sessuali. [...]
In pratica il Viagra è passato da farmaco per il
trattamento di ben determinate patologie ad un farmaco cosiddetto life-style,
indirizzato a coloro che non soffrono di patologie in atto, ma semplicemente
vogliono migliorare, o esaltare, la loro qualità della vita. (un vero e proprio doping
della salute). E’ anche doveroso ricordare gli attori della cinematografia
pornografica, che grazie al sildenafil possono sostenere un maggiore impegno
professionale.
Ma, subito dopo l’esplosione del Viagra, iniziò negli Stati
Uniti la campagna per l’estensione del suo uso anche in campo femminile.
Ansietà ed insoddisfazioni sessuali, spesso basate su
fattori sociali e culturali, sono stati trasformati in disturbi comportamentali
adatti per il trattamento farmacologico, creando la nuova sindrome della
“Disfunzione Sessuale Femminile”.
Già nel 1997 gli urologi avevano cominciato a parlare
di “disfunzione sessuale femminile”, riferendosi ad aspetti della
fisiopatologia genitale femminile assimilabili alla disfunzione erettile
maschile, una categorizzazione diagnostica basata non sull’evidenza, ma
sull’analogia con il modello maschile.
Ciò nonostante l’idea che il Viagra deve funzionare
anche nelle donne è stata così efficacemente sbandierata che negli Stati Uniti
esso continua ad essere ampliamente prescritto anche in questa“disfunzione”, e
quindi al di fuori delle indicazioni approvate dalle autorità regolatorie per
l’immissione dei farmaci sul mercato.
Essendo stato riconosciuto che non esistevano prove valide a
supporto di un uso diffuso del Viagra nelle donne qualcuno consigliò di provare
con gli androgeni.
Comparve allora sul mercato una crema (sperimentale)
da applicare ai genitali per offrire nuove speranze di guarigione
sessuale, il che sembrò a molti un altro modo subdolo di confondere i confini
tra malattia e la vita normale.
Sorprendetemente cercò di entrare nel mercato la Procter &Gamble,piu’
nota come produttrice di shampoo e saponi, attiva però anche in campo
farmaceutico per il morbo di Paget e l’osteoporosi.
Essa iniziò ad investire pesantemente su un cerotto di
testosterone per trattare il “disordine da desiderio sessuale ipoattivo”
nelle donne che avevano subito l’asportazione dell’utero e di entrambe le
ovaie, e cercò di ottenere l’approvazione della Food and Drug Administration
americana (FDA).
Essa però fu rifiutata, essendo stati giudicati
insoddisfacenti la durata dello studio per una corretta valutazione dei
rischi a distanza, ed il numero delle pazienti indagate, quanto modesti i
benefici del trattamento, ma ciò non impedisce ai medici americani di
prescrivere creme al testosterone da prepararsi in farmacia.
Per rimanere in campo femminile, gli eventi legati al
periodo riproduttivo rappresentano il terreno ideale per la trasformazione di
venti fisiologici, come il ciclo mestruale e la menopausa, in patologie vere e
proprie, naturalmente da trattare farmacologicamente, meglio ancora se
utilizzando farmaci tradizionali con una indicazione del tutto nuova. E così
gli sbalzi d’umore precedenti il ciclo ora non sono piu’ qualcosa che
appartiene alla vita normale, ma piuttosto il sintomo rilevatore di un
possibile disturbo psichico, il cosiddetto Disturbo Disforico Pre-Mestruale
(DDPM), da trattare con un farmaco antidepressivo.
Il caso vuole che questo farmaco (niente altro che
l’arcinota paroxetina) sia stato proposto negli Stati Uniti per questo nuovo
disturbo proprio quando il brevetto della molecola era ormai scaduto, ma
questa volta sotto il nome di Sarefem, al posto dello stranoto Prozac.
Fortunatamente tale indicazione non è stata approvata
dall’EMEA, l’ente regolatorio europeo per l’approvazione dei farmaci. Questo
caso rappresenta un illuminante esempio di “promozione”
delle malattie, con la quale però i soggetti (qui le donne) “imparano
a considerarsi dei malati mentali”.
Ma in realtà per alcune industrie il vero mercato sembra
essere costituito dal ciclo mestruale stesso, da sostituire con un nuovo
sistema periodico, secondo un riuscito gioco di parole. La casa farmaceutica Barr
introdusse nel 2003 una pillola contraccettiva che permetteva di avere un ciclo
mestruale ogni tre mesi (nome non casuale, Seasonale), con una vendita degli
Sati Uniti per 120 milioni di dollari nel 2006 (in realtà un piccolo segmento
del mercato totale americano per i contraccettivi orali, di 1, 7 miliardi di
dollari). Gli studiosi delle case farmaceutiche ritenevano che servisse a
migliorare la qualità della vita delle donne, e in piu’ fosse di utilità per le
prospettive di carriera. Per giustificare la battaglia contro “le
incresciose emoraggie femminili” i ricercatori erano ricorsi anche ad
argomentazioni pseudo-darwiniane, sostenendo che la donna dei nostri giorni è
un prodotto difettoso del disegno intelligente dell’evoluzione: essendo
innaturale che in un paese industrializzato le donne abbiano 450 mesturazioni
nel corso della loro vita, una volta compresi i vantaggi di questo metodo, esso
si sarebbe affermato come un giusto rimedio.
Ma l’obiettivo finale di queste ricerche era in realtà
ben piu’ ambizioso, mirando ad eliminare il ciclo mestruale stesso, e
sembra che esso sia stato coronato da successo. Nel maggio di quest’anno la FDA ha infatti finalmente
approvato una nuova pillola contraccettiva, da prendere ogni giorno, senza
interruzioni, che elimina totalmente le mestruazioni.
Maggior successo ha avuto la trasformazione in patologia di
un inevitabile momento fisiologico della vita di una donna, la Menopausa.
Nel pieno delle lotte del movimento femminista americano per
l’emancipazione delle donne, il ginecologo Robert Wilson nel 1996 affermò
che la“menopausa è una malattia da carenza ormonale, curabile e totalmente
prevenibile” ,sostenendo che la sua idea rivoluzionaria della menopausa e del
modo di curarla contribuiva alla liberazione della donna, in particolare quella
sessuale, ed accusando anche i suoi colleghi di non riuscire a comprendere che
la menopausa è una grave sindrome fisica e mentale. [...]
In realtà il processo di trasformazione di un
cambiamento fisiologico in una patologia, era iniziato già negli anni 30,
con gli studi su una delle prime forme sintetiche di un estrogeno, il
dietilstilbestrolo (DES), che avrebbe dovuto supplire alla carenza ormonale
propria della nuova età della donna.
Una volta definita la menopausa come malattia, la sua cura
non era solo legittima, ma doverosa.
Allo scopo si ricorse ampiamente all’epidemiologia
delle malattie cardiovascolari, che aveva evidenziato come dopo la menopausa
avveniva nella donna un aumento notevole della morbilità e mortalità
cardiovascolare, particolarmente per ischemia coronaria, dalla quale la donna
era in pratica immune in età fertile per la protezione esercitata dagli
estrogeni.
Nel 1981 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità
accettò la nuova definizione di menopausa come malattia dovuta a deficit di
estrogeni. Si ritenne perciò che la terapia sostitutiva ormonale fosse indicata
anche per proteggere il cuore delle donne, ma, come spesso avviene in
medicina, quando speranze terapeutiche basate su legittime ipotesi
scientifiche non vengono poi confermate dagli studi clinici di controllo,
nel 1998 lo studio HERS dimostrò che il trattamento non solo non era in grado
di prevenire gli infarti, ma addirittura ne aumentava il rischio. Ciò
nonostante, anche dopo la pubblicazione dello studio la casa produttrice lanciò
una campagna a livello mondiale per ricordare alle donne ei medici i rischi
legati alla perdita di estrogeni.
da Medicina Democratica [seguiranno maggiori e piu' precise
informazioni bibliografiche]
domenica 25 gennaio 2009
-Le merci-
Le merci sono giudizi mascherati.
I fantasmi sono merci.
I fantasmi sono giudizi mascherati.
mercoledì 21 gennaio 2009
-Clock clock clock-
"Clock clock clock", oscilla il pendolo del tempo e rimango sopesa tra sogno e realtà,
la sospensione mi immobilizza e inghiotto l’amaro boccone
(ricercando per me stessa) i termini piu’ adatti, ma non li trovo;
poi il boccone troppo ingombrante buttato giu’ nell’esofago non scende e mi nausea.
E se potessi scegliere un nome adatto per me stessa
sceglierei questo: nausea.
E il tempo moderno mi distacca da sé, io lo distacco e lo sputo
perchè ora nessun effetto potrebbe essere raggiunto
meglio che con lo stupefacente.
Perché il raziocinio in cui ci stringe e costringe
questo tempo moderno mi repelle,
il sogno così vicino mi appare distante,
e mi chiedo se in me si annida la schizofrenia, la
vigliaccheria, il rifiuto all’azione o
se è il tempo moderno che me la sta conficcando nel
cuore, nei gesti, nel fare, nell’essere.
E me la sbatte dinanzi, mi sbatte dinanzi lo spettro di me stessa
e mi immobilizza, gli occhi, se potessero, fuoriuscirebbero dalle orbite
L’essere borghese si affaccia nel mio mondo in tutta
la sua ipocrisia e navigo su questa imbarcazione ondeggiante su un mare impietoso.
La morte-unico fenomeno isolato-come la nascita non domanda,
non richiede, ma il dolore urla, strazia l’udito e i cuori si sommuovono.
Come una rivolta senza senso, senza fine, senza ideale perché nel tempo moderno non c’è ideale che regga
in questo fantasma di mondo dove comanda l’apparire.
E allo schaivo non vien detto che gli si richiederà in
cambio un prezzo, un prezzo troppo alto per poter essere pagato, così soccomberà, ma io non voglio soccombere.
Salvami dal mio stesso tormento, ti prego, se puoi, salvami.
martedì 20 gennaio 2009
-A ruota libera-
L'attimo del timore è la tomba dell'amore.
Si sfiorano i nostri corpi e le nostre mani.
La pressione leggera non impazza le vene delle tempie, ma
misura, fluisce lenta.
Perviene al mio cuore (che batte echeggiando nel corpo e
nella stanza) la tua carezza.
Carezza che non si stanca, che non stanca.
L'attimo del timore massacra l' amore.
L'attimo del timore è scacciato dal nostro amore.
Chiusi su sguardi che si sfiorano
carezzano e penetrano
e la vita che inghiotte le titubanze.
Perchè non c'è spazio per i tentennamenti,
le paventate-pavoneggiate difficoltà fanno ombra su altri
fiori.
Noi siamo l'albero che fa ombra all'esterno,
non i fiori.
E le fessure mediterrane nel tuo viso mi penetrano
e mi reclamano a sè.
Perchè non c'è conquista qui ora che
possa indossare la maschera di una virilità falsa
maschera di ben altri orrori.
Gli ospedali psichiatrici e le stanze chiuse e stantie
dell'analista sono fuori da qui di qui da noi
l'attimo del timore è la tomba dell'amore.
L'attimo del timore è la perpelssità del vile che scatta
voltando gli occhi altrove in un rifiuto lacerante.
E si lacera. E si laceri.
Non si controlla niente.
Il libero arbitrio illumina
squarcia il cielo e violenta le terre. Si impone.
Uniche vittime si sè stessi.
Dannati col volto coperto , mani che celano lo strazio e un
occhio che fuoriesce lucido da quella la maschera che si rivela nella sua
artificiosità.
Grottesca.
lunedì 12 gennaio 2009
La tua gentilezza mi conquista,
la tua grazia maschile
mi seduce.
Un travaso di fiori i tuoi sorrisi e il tuo sguardo,
fiori
che travasano dall’ampolla di vetro.
Eros e amore stretti in un solo
abbraccio
e corpi che rompono le loro catene di carne
per gridare alla
magnifica liberazione.
Spezzare le catene tra unioni malate
in cui
l’unico imperativo che prevale è sempre e solo
l’inerzia sado-maso.
Mi hai
colpito,
la freccia scocca sulle labbre,
nei cuori e tra le parole garbate.
Tra
quella tensione verso l’autenticità
che rende complici due esseri umani
e ci si scopre diversi
e si seguono le tracce dei personali divenire.
La
noia non regna
e non irretisce in un abbraccio mortale la conoscenza.
Tra
l’artista e l’uomo non c’è cesura,
non puo’ esserci artista vero in un uomo
perfido,
in un atteggiamento accomodante,
comodo che rende flosci i
corpi,
che scioglie i cuori come cioccolata fusa,
dolce per il palato
e molle per i corpi.
Il tuo corpo mi richiama il desiderio,
il desiderio
della sua conoscenza,
così la carezza che ha aleggiato sulla pelle,
così
un desiderio, una stella, un’utopia.
giovedì 8 gennaio 2009
-Figli-
Guardi il tuo piccolo con quel particolare sentimento che
fuoriesce dal cuore per giungere agli occhi e pensi di volerlo preservare
da quel dolore che potrebbe approssimarsi a breve, potrebbe. Dolore prossimo e probabile.
Pensi che sia un dolore innaturale e che quel suo piccolo
cuoricino potrebbe non contenerlo. Così pensi, anzi non riesci neanche a formularlo questo
pensiero postumo perché l’idea, solo quella, di un dolore forte mal si concilia
con la delicatezza del cucciolo.
Come quando dopo l’atto del generare la mente sembra
scoppiare in alcuni istanti per le immagini di incidenti violenti che senza
chiedere il permesso la violentano. Quelle immagini la cui forza impetuosa ti portava a
chiederti dove risiedesse la loro origine, poi ad una mente lucida e razionale la risposta si presenta
naturalmente e ti trovi a dirti che quell’amore così assoluto è tanto
stra/ordinario da non contemplare neanche la minima possibilità di una macchia
e la mente, che non è abituata a tanto purismo, mal lo sopporta e come una
purificazione affida al sogno ed all’inconscio la produzione di immagini di
probabili violenze.
Così tu oggi guardi il tuo piccolo e ti dici che lui non
deve assolutamente poter provare quel dolore, ti giustifichi dicendoti che è un dolore straordinario e che
la voglia di proteggerlo all’estremo nasce da lì, ma poi ti soffermi come in
uno specchio cieco e ti guardi nell’anima. Pensi ai bambini che stanno sistematicamente assassinando,
pensi ai bambini privati dell’amore di chi possa prendersene cura, pensi ai
bambini a cui viene rubata l’infanzia in modo così innaturale, pensi ai
bimbi che affollano le case famiglia e ti ricordi di qualcosa, il dolore affolla il cuore e le lacrime, le guance e pensi a
loro ed alla loro capacità di sopravvivere oltre tutto.
Non vuoi ricordarti di te, ma sai che quanto vedi lo vedi
solo in quanto hai cuore ed occhi per vederlo.
Certo hai ancora paura di chiamare Davide, di chiedergli il
perché, ma ora sei una donna, incompleta, certo, ma donna.
Torni al tuo bambino ed al dolore prossimo e ti dici
che non puoi. Lo vedi ridere, dire al babbo che non puo’ parlare per
telefono perché troppo impegnato a fare l’ometto, in quello che ancora lui
chiama gioco.
Lo vedi felice, sereno, ridente, timido, sazio dei giochi e
consapevole. Pienamente.
Vedi la persona che lui è, l’altra sera ti ha stupito poiché
il 6 gennaio sera dopo aver ricevuto l’ultimo gioco, stesso lui te lo ha detto
che è sazio.
“Ma mi regalano sempre macchinine…”per poi rendersi conto da
solo che il problema non sono le macchinine, ma tutti gli oggetti ricevuti e
allora fa un elenco di tutto, di tutto quello che gli è stato regalato e rimane
perplesso.
Il suo modo per dirti che è sazio, lo ha detto a se stesso ed a te, te lo ha comunicato. Lui sa tutto, ha in sé già la verità.
Ti ha chiesto anche ancora ed ancora perché il babbo non è a
dormire con lui, aggiunge alla sua consapevolezza tasselli. Di ora in ora, di momento in momento a seconda della sua
capacità di tenere in sé il sentimento del dolore, dell’impotenza, del
rifiuto e scarta quanto non gli serve. Lui è la tua guida per relazionarti con lui. Lui contiene già tutto, niente va messo, ma al limite va
estratto con cautela e attenzione, quando lui lo chiede.
E l’ascolto assume un’importanza fondamentale, anzi assume la natura di fondamento, come se la relazione si basasse solo sull’ascolto. Per ascoltare c’è bisogno di tempo e loro si nutrono
del nostri/vostri tempi e lo richiedono con forza, senza lesinarlo.
Lui ti ha chiesto cosa significasse “separazione”, altre
volte ha sentito dalla tua bocca uscire questo termine, ma solo due giorni fa
ti ha posto la domanda “E gli altri?”.
Poi ha detto che lui si arrabbia, ma non se due persone si
separano, ma se il babbo va a lavorare.
Perché lui sa la verità, ma lui sa quanto e come vuole
contenerla. Lui sa che la befana e babbo natale non esistono, ma vuole
crederci. Lui ha bisogno di sapere che il male va arginato ed ha
bisogno di rappresentazioni che lo aiutino nell’esorcizzare i suoi sentimenti.
Ieri ti chiedevi se proprio avresti dovuto e potuto
evitargli quel dolore, non è nelle tue possibilità poiché esime da te la
probabilità dell’evento, ma continui a tormentarti per ritardare quel dolore.
Oggi sai nella tua estrema lucidità che la vita è
accompagnata dal dolore e che tu non puoi, non puoi proprio evitarglielo. Quel dolore ti dicevi che è un dolore innaturale ed
ingiusto, ma il dolore è mai naturale e giusto?
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