giovedì 2 febbraio 2012

-Crisi-


Il tempo passa ed io non trovo pace, mi dimeno e si dimena la mia mente, si ribella a codici imposti, a castrazioni morali avvenute per necessità.
 Si dimena perché non le riconosce, quale dovrebbe essere ad un certo momento della propria vita il premio?
Non è di moda parlare di premio, pensiamo la nostra come una società laicizzata, ma è forse tra le piu’ bigotte e conformiste mai esistite.
Tutti a conformarsi ad un modello imposto sub consciamente e ad annuire con la testa.
Lds mi apre ampi spazi di pensiero, ampi voli e territori da solcare, una ampia deresponsabilizzazione, ma si puo’?
Si puo’ tornare indietro e non generare?
No, non si puo’. Lui mi guarda e mi dice:

<<Mamma, io parlo e tu non mi senti,
fai sì con la testa, ma non mi senti.>>
<<Sì Figlio non ti sento….>>

Glielo dico, vorrei dirgli cosa sento e dov’è la mia testa, ma come fare e a spiegargli? 
A spiegare a lui che gira tutto intorno al proprio mondo. 
A lui che vive, giustamente, di pretese ed io di obblighi verso di lui.
Allora mi accontento di una qualche vaga forma di follia e di oblio, ma non basta piu’.
Il lavoro? E’ una castrazione, altro?
Le relazioni? Ecco cosa fare?
Probabilmente mi devo arrendere all’idea che nulla puo’ oltre me e che gli altri esistono solo in funzione di un benessere personale e che se non riescono ad incidere in questo modo sono altri che non devono esistere.
Volo basso, osservo e mi ribello, sono stretta in questi panni che a forza ho calzato, inizialmente per incoscienza, poi per […]?
Non so darmi una risposta, l’unica possibile risiede forse in un isolamento che dovrei forzare, dovrei forzare per mesi, anni per poi…ritrovarmi finalmente?
Tu sei lì a recitare la tua scena, una scena che non capisco e che mi fa impazzire.
Al buio della mia stanza ieri notte mi girava tutto, girava tutto intorno e dentro di me, una nausea che mi faceva rigettare ogni cosa.
L’angoscia di essere spiata da te, di non poter essere libera.
Il terrore di aver potuto commettere un errore fatale.
Il senso di colpa che ritorna? Ma perché ancora questo assillo, questa bestemmia?
Perché? 
Perchè sono nata e venuta al mondo qui tra e da conformisti e attori vari, ma non lo voglio piu’.
Ingrigisce le mie prospettive l’idea della non libertà.
E tu? Tu eri un essere che adoravo, lì su quel piedistallo ed io ti vedevo come la spiaggia alla quale approdare, ma l’inganno si è rivelato quanto mai stridente, doloroso, come non mai.
Mi sovviene alla mia mente un mio passato, lo guardo e penso a quel tempo.
Un tempo che avrei potuto diverso?
Avrei potuto? Ma cosa significa: avrei potuto?
Lo feci? No, non lo feci e non lo avrei potuto.
Ora quel passato gira per qualche giorno nella mia testa, l’inconscio lo fa riaffiorare nelle mie notti e il giorno lo materializza nella persona ed è un passato presente dolce, conciliante, di chi un tempo mi odiava ed oggi mi vuol bene, mi cerca, mi chiede…
Puo’ bastare questo? Mi basta. Mi basta senza dubbio, ma neanche ciò mi piace perché mi tiene così legata al destino di qualcun altro e la schiavitu’, seppur blanda, mi stride dentro.

mercoledì 1 febbraio 2012

-da Erewhon, Samuel Butler-





"Vi fu un tempo in cui la terra, almeno per quel che ne sappiamo, mancava completamente di vita animale e vegetale e, a detta dei nostri migliori filosofi, era solo una sfera incandescente coperta da una crosta che andava gradatamente raffreddandosi. Ora, se a quell’epoca fosse esistito un essere umano che, sprovvisto di ogni nozione scientifica, avesse potuto vedere la terra come un qualsiasi altro mondo a lui completamente estraneo, non gli sarebbe forse parso impossibile che da quella specie di tizzone ardente potessero nascere e svilupparsi creature dotate di una qualche sorta di coscienza? Non avrebbe egli negato che potesse contenere un germe qualsiasi di coscienza?
Eppure col volgere dei millenni la coscienza apparve, perché allora non esisterebbero nuove strade attraverso cui essa giungerà a manifestarsi anche se per ora quelle strade sono invisibili ai nostri occhi? Pensate alla straordinaria evoluzione delle macchine in questi ultimi secoli e osservate con quale lentezza progrediscono il regno vegetale e quello animale.
Le macchine piu’ altamente organizzate sono creature non di ieri, ma addirittura degli ultimi cinque minuti, oserei dire, di fronte alla storia dell’universo, supponiamo che gli esseri coscienti esistano da venti, venticinque milioni di anni, guardate quali passi da gigante hanno fatto le macchine nell’ultimo millennio; il mondo non puo’ forse durare altri venti milioni di anni? Ma se dura altri venti milioni di anni che cosa finiranno per diventare le macchine? Non è piu’ prudente distruggere il male all’inizio e impedire loro di progredire ulteriormente? Chi puo’ dire che la macchina a vapore non possieda una qualche sorta di coscienza? Dove comincia e dove finisce la coscienza? Chi puo’ fissare il limite? Chi puo’ fissare un qualsiasi limite? Non sono forse le cose intessute tutte le une nell’altra e le macchine non sono legate in mille modi alla vita animale?
 Non vorrei che si pensasse, tuttavia, che io abbia paura delle macchine attualmente esistenti, probabilmente tutte le macchine conosciute sono solo prototipi della vita meccanica futura.
Rispetto alle macchine dell’avvenire  quelle di oggi sono come i primi dinosauri rispetto all’uomo. Le piu’ grandi con tutta probabilità si rimpiccioliranno molto. Alcuni dei primi vertebrati avevano proporzioni molto maggiori di quelle ereditate dai loro discendenti dotati di organismi piu’ perfetti, allo stesso modo che le macchine, a mano a mano che si sviluppano e progrediscono, si riducono di dimensioni, ma ci troviamo di fronte altri interrogativi.
Che cos’è l’occhio dell’uomo se non una macchina attraverso cui la piccola creatura che vi siede dietro nel cervello puo’ guardare? E ancora, chi ci ha mostrato l’esistenza di organismi infinitamente minuscoli che pullulano insospettati intorno a noi, l’occhio o la piccola macchina ottica?  E guardate la capacità di calcolo dell’uomo tanto vantata, non possediamo forse macchine in grado di proseguire tutte le operazioni piu’ in fretta e piu’ correttamente di noi? Chi ci assicura che l’uomo vede e sente veramente,  egli è un tale alveare, un tale brulicante nido di parassiti che c’è da chiedersi se il suo corpo non appartenga piu’ ad essi che a lui e se dopotutto egli non sia altro che una specie di formicaio.
Non potrebbe dunque anche l’uomo diventare una specie di parassita delle macchine, un pidocchio affezionato che fa loro il solletico? Si puo’ rispondere che anche se le macchine riuscissero a  sentire perfettamente ed a parlare col massimo buon senso il loro udito e la loro favella sarebbero al nostro servizio e non al loro, che l’uomo sarà sempre la mente direttiva e la macchina, la sua serva; che appena la macchina non rende piu’ il servizio che l’uomo si aspetta da essa è destinata a morire, che la macchina si trova, rispetto all’uomo, nella stessa posizione degli animali inferiori perchè persino la locomotiva altro non è se non una specie di cavallo piu’ economico, cosicchè lungi dall’essere destinati a raggiungere nella loro evoluzione una forma di vita superiore a quella umana, le macchine devono la loro stessa esistenza e il loro progresso unicamente alla capacità che hanno di soddisfare i bisogni dell’uomo e di conseguenza sono e saranno sempre inferiori a lui.
 Tutto ciò non farebbe una grinza, ma in realtà pian piano attraverso impercettibili mutamenti il servo finisce per diventare padrone e già siamo arrivati al punto in cui l’uomo, se fosse costretto a fare a meno della macchina, soffrirebbe terribilmente.
 Quanti uomini vivono attualmente in stato di schiavitu’ rispetto alla macchine, quanti trascorrono l’intera vita, dalla culla alla tomba, a curare giorno e notte le macchine.
Pensate al numero sempre crescente di uomini che esse hanno reso schiavi o che si dedicano anima e corpo al progresso del regno meccanico, non è evidente che le macchine stanno prendendo il sopravvento su di noi?
 La macchina a vapore assorbe il cibo e lo consuma col fuoco esattamente come l’uomo, alimenta la combustione con l’aria, esattamente come l’uomo, ha un polso e una circolazione, come l’uomo.
 Per ora, lo ammetto, il corpo dell’uomo è ancor il piu’ versatile, ma è anche piu’ antico.
Date alla macchina a vapore solo metà del tempo di cui l’uomo ha potuto disporre, fate che essa approfitti ancora del nostro cieco amore per lei  e a quali vette non giungerà tra breve. 
Indubbiamente determinate funzioni della macchina a vapore resteranno immutate per miriadi di anni, forse sopravviveranno persino quando l’uso del vapore sarà superato.
Il pistone, il cilindro, la ruota motrice, il bilanciere e altre parti della macchina probabilmente ci saranno sempre, proprio come certi modi di mangiare, di bere e di dormire che l’uomo ha ancora in comune con molti animali inferiori; per ora il fuochista è per la sua macchina piu’ o meno quello che è il cuoco per noi.
Pensate agli uomini che lavorano nelle miniere e nei pozzi di carbone, pensate ai mercanti che vendono il carbone e ai treni che lo trasportano, ai macchinisti, alle navi da carico, che esercito di servitori impiegano le macchine, guardate i miraboli congegni con cui già oggi la macchina a vapore è in grado di regolarsi da sola e di adattarsi alle circostanze.

 Guardate come essa sa rifornirsi d’olio, come sa indicare i propri bisogni ai suoi custodi, come attraverso il regolatore sa dosare l’applicazione della propria energia, guardate quell’immaganizzatore di inerzia e di movimento che è il bilanciere,  guardate i respingenti della vettura ferroviaria, guardate come tutti questi miglioramenti siano stati studiati per garantire la conservazione della macchina e per proteggerla contro gli incidenti che possono capitarle e pensate a come essa si evolverà, progredirà nei millenni se l’uomo non si renderà conto del pericolo che corre e del triste destino che sta preparando a se stesso.

Da  Erewhon di Samuel Butler.

lunedì 30 gennaio 2012



Una bella giornata con un'amica pensando anche a chi non è stato capace di andare oltre il suo male.
Con una punta acuminata di tristezza.













domenica 29 gennaio 2012

-Una giornata napoletana per immagini-


Una strana, fredda, distaccata giornata vissuta da me, ma lontana da me












sabato 28 gennaio 2012

-Ti ricordi...-


Ti ricordi di quando si era felici?

 Il sole entrava nella stanza e irradiava le nostre vite.
Non sapevamo del sole, di quando sarebbe entrato, nè di quando si sarebbe ritirato.

Non  sapevamo di quell'ombra e di come anche quell'assenza avrebbe riempito quell'attimo che sapeva di eterno.
Lo spazio lasciato dal sole, allora, ci inebriava dell'umido della campagna che penetrava  da quello  squarcio di finestra,  di quellla freschezza che si imprimeva nelle nostre tempie.

Avvolgeva i nostri corpi quell'odore rarefatto di terra e non il freddo o la paura o  la solitudine come sarebbe stato un dì.

Quel dì arrivò e ci trovò impreparate di fronte all'immensità del danno, all'angoscia  nel sentire di come quell'attimo paralizzante dell'abbandono  si sarebbe protratto per lungo tempo.

Perse nella sensazione di essere sole senza protezione, come un veliero  scaraventato nel mare in tempesta privo di un qualsiasi possibile ormeggio.

mercoledì 25 gennaio 2012

-Titolo a piacere-


Io che non piacevo a te in qualunque parte del mondo mi trovassi.
Io che non ti piacevo per ragioni non ascrivibili alla mia fede o pratica religiosa,alla mia politica, non per ragioni di occupazioni di territorio, non per la mia identità di genere, non per la mia età, ma semplicemente perchè ero e, spesso, per ragioni che erano solo inscritte nei percorsi della tua mente malata.
In quanto essere, ero un soggetto nelle mani di un potere assoluto privo di una forma che ne determinasse un senso, immerso in un cortocircuito esistente  solo in quanto  espressione del sadomasochismo.  In quanto tale essere  io esistevo solo nella funzione del mio soffrire e del tuo godere.
Piu' la sofferenza fosse stata iniqua, ingiustificabile, non limitata in uno spazio-tempo determinato da nessuno e per nessuno,  piu' il tuo piacere sarebbe stato grande; perchè non c'è  piacere piu' desiderabile  per un sadico e per una massa di sadici che un piacere generato da un soffrire al quale non si può dare senso, un tempo e quindi una fine (quindi potenzialmente infinito).
Si è detto:  distruggere l'uomo nell'uomo.
La nostra storia e la nostra memoria collettiva non hanno altro ricordo di un male totalitario  tanto potente come di  questo male dell'uomo che "vuole" distruggere  il suo simile e con esso l'unica cosa che è egli stesso: l' umano.
Non esisteva altro obiettivo se non questo distruggere l'uomo nell'uomo  in una lenta  agonia cosnumata in uno scenario grottesco entro un  fluire  del tempo intorno che non lasciasse spazio a dubbi di eccezionalità,  uno scenario tra chi era fuori e osservava gli altri dietro il filo spinato e chi era  dentro e dissimulava la propria esistenza in orgie satiriche e sferzanti.
Non c'è orrore piu'  esteso ed innocente di quest'orrore senza senso, un orrore che contagiava e faceva godere di sè milioni di persone rese sterili della propra capacità di esseri umani.
Guardare innanzi senza guardare indietro in una costante orgia di apparteneze e di odi insiscriminati e ingiustificati non puo' che significare continuare a privarsi di una parte della propria umanità e quindi accontentarsi di non essere mai pienamente umani. Accontentarsi di essere parzialmente comprensivi ed accettabilmente accoglienti.
Questa è la maledizione dei padri che ricade sui  figli,  se la catena del rinunciare ad un pensiero autonomo per un belato soddisfacentemente camuffato non la si reciderà in ogni momento della propria vita.



martedì 24 gennaio 2012

-Il buio oltre la siepe-





Favorita dalla  posizione privilegiata di febbricitante ho potuto finalmente vedere il film "Oltre la siepe",  me ne erano state intessute le lodi, ma, si sa, un film va solo visto e casomai arricchito successivamente dai punti di vista dello spettatore.
E' un film  incentrato sulla vita di tre piccoli esserini fanciulli che vivono il tempo ed osservano la realtà dal loro personale e magico punto di vista.
Ieri sentivo in radio qualcuno dire che  non c'è nulla di piu' falso dei bambini.
Verissimo, quando  per falsità si intende l'esaltazione del vero che per sua natura sfugge, sfugge sempre dietro l'angolo spiegazzato..
I bambini nelle loro esternazioni sono teatrali, vivono fino alla fine e all'eccesso ogni sentimento, ogni emozione e isolano questa dal tempo dell'orologio.
Basterebbe osservare loro per comprendere  non in forma scientifica la teoria sulla relatività del tempo.
Un istante puo' essere eterno e, come tale, rimanere fisso nella mente di ognuno di noi.
Quante esperienze ed emozioni che ci hanno poi costituito, si sono basate su quegli attimi del tempo nell'infanzia?
Tornando al film, dalla fotografia e da ciò che  ne costituisce l'essenza, come per ogni film,  in sintesi  dalla bellezza, emergono nella mia mente dei paralleli che mi piace poter comunicare.
I bambini che oltrepassano il buio  nel momento in cui impattano con la realtà del diverso, dell'altro, di colui che viene catalogato dalla società come il folle.
E' proprio il folle che si erge a salvatore della loro vita , il folle solitario che li osservava a distanza dal chiuso della sua casa e depositava  pupazzi fatti col sapone nel cavo dell'albero.
Nel corso del film uno dei protagonisti, l'attore  Gregory Peck nella parte del papà di due dei tre bambini,  raccontando di quando gli era stato regalato il primo fucile dal padre rammenta le esortazioni di quest'ultimo circa l'utilizzo da farne, avrebbe potuto sparare su scatole di latta, prima o poi avrebbe ceduto alla tentazione di sparare sugli uccellini, ma mai avrebbe dovuto sparare all'usignolo il quale non fa niente di male, canta e non fa altro che rallegrarci con il suo cinguettio.
La bimba al termine del film, parlando con il papà compie un'associazione mentale  e quando tra gli adulti già si era deciso di tutelare il "folle" dalla notorietà che lo avrebbe invaso se si fosse resa pubblica la verità, lei parla di lui come di un usignolo, dicendo al padre: "...sarebbe come sparare a un usignolo non ti pare?".
Non c'è dubbio che le parti piu' belle sono affidate alla bambina.
Tra le scene che piu' mi hanno fermato dinanzi allo schermo c'è quella degli sguardi tra la bimba e Buu al termine del film.




domenica 22 gennaio 2012

-Senza Titolo-


"In questo libro troviamo all'opera un "essere sotterraneo", uno che perfora, scava, scalza di sotterra. Posto che si abbia gli occhi per un tale lavoro in profonidtà, lo si vedrà avanzare lentamente, cautamente, delicatamente, implacabile, senza che si tradisca troppo la pena che ogni lunga privazione di luce e d'aria comporta; lo si potrebbe dire perfino contento del suo oscuro lavoro...
Si disimpara completamente a tacere, qiuando si è stati così a lungo, come lui, una talpa, un solo...
da Prefazione ad Aurora, Friederich Nietzsche.


Ogni essere umano viene al mondo senza cattive intenzioni, con il forte, chiaro e non ambivalente bisogno primario di mantenersi in vita, di pote amare ed essere amato. Se però un bambino, anzichè l'amore e la verità, incontra l'odio e la menzogna, se viene picchiato anzichè essere protetto, dovrebbe poter urlare e strepitare per difendersi contro la follia e la cattiveria. Questa sarebbe la sua reazione sana e naturale agli attacchi distruttivi degli adulti. Tale protesta ne salverebbe la salute psichica, la dignità, l'autostima, l'integrità, la coscienza, il senso di responsabilità.
Ma un bambino picchiato, disprezzato e maltrattato non ha il diritto di difendersi. Tutti i mezzi previsti dalla natura per il mantenimento dell'integrità dell'essere umano gli rimangono preclusi; se protesta, rischia di essere ucciso.
L'organismo ancora immaturo che sta crescendo non è in grado, inoltre, di gestire quesi sentimenti così sconvolgenti. Nella maggior parte dei casi il bambino deve dunque rimuovere il ricordo del trauma e in ogni caso i sentimenti estremamente intensi, ma indesiderabili, normalmente suscitati da una ferita di tal genere: la rabbia omicida, il desiderio di vendetta e l'impressione di essere minacciati dal mondo intero. Per un bambino che non diponga  di un Testimone  soccorrevole i genitori rappresentano infatti tutto il suo universo. E' pensabile che nell'inconscio di quel bambino si formi e si  consolidi il desiderio di distruggere prima o poi quel mondo, per poter finalmente vivere.
Dato che tutti questi sentimenti sono rimossi, poichè non hano mai potuto essere vissuti consciamente, poichè il bisogno di attenzione, verità e  amore non e' mai  stato articolato in modo adeguato, molti  bambini feriti scelgono la via del soddisfacimento simbolico, per esempio in forme di perversione e criminalità socialmente riconosciute. 
[...]
A dominare era la logica della rimozione: mi rifiuto di sapere che cosa i miei genitori mi hanno fatto, a me a ad altri, voglio perdonare loro tutto ad occhi chiusi, non voglio vedere, giudicare, mettere in discussione, loro restano intoccabili perchè sono i miei genitori. Poichè il mio sistema (il mio corpo) sa che cosa è accaduto, sebbene a livello cosciente io non me ne ricordi, fichè i miei sentimenti restano bloccati mi sentirò spinto a ripetere senza accorgermene i crimini che sono stati compiuti su di me (distruzione della vita). Nel maltrattare i miei figli, nel combattere con crudeltà i presunti nemici, nel distrugegre la vita ovunque io la veda fiorire, posso erigere un monumento ai miei genitori e dimostrare loro la mia fedeltà. Milioni di bambini un tempo pffesi ed umiliati, che non hanno mai avuto il diritto, con i loro genitori, di difendersi dalla distrzuione, dalle lesioni alla loro integrità trovano nella guerra un ricordo di questi pericoli, della propria storia che hanno piu' o meno ben rimossa. Si sentono lacerati e turbati. Ma, poichè nella maggior parte dei casi i primi ricordi e i relativi sentimenti non sono piu' loro accessibili, manca loro anche qualunque lucidità al riguardo. Nel fuggire dalla propria storia dolorosa fanno ricorso all'unico mezzo che abbiano conosciuto da bambini: distruggere o lasciarsi torturare, ma a tuti i costi rimanere ciechi. Fuggono ciecamente da qualcosa che è successo molto tempo prima.

Per mantenere celata ai propri occhi la storia personale di dolorose umiliazioni che erano state loro fatte passare per segni d'amore, alcuni uomini cercano delle prostitute, le pagano per farsi frustare e si autoconvincono, come un tempo li avevano persuasi i genitori, di godersi questa tragica situazione: la perdita della dignità e dei riferimenti interiori. Per scacciare una buona volta nelle tenebre dell'oblio gli abusi sessuali commessi dal proprio padre, certe donen diventano prostitute e si sottopongono anuove umiliazioni nell'antica illusione che l'intercambiabilità degli uomini e il loro lasciarsi manipolare procurino un certo potere. Il commercio sadomaso e i numerosi club di flagellanti vivono solo di questo desiderio ardente dei clienti, uomini e donne, di seppellire definitivamente la storia della loro infanzia con l'aiuto di scenari attuali, che paiono nuovi ma sono molto simili ai vecchi. I conti però non tornano, e occorre cercare sempre nuove strade per non doversi confronater con la propria infanzia. Alcol e consumo di droghe offrono un aiuto che spesso si paga a caro prezzo.
da Riprendersi la vita, Alice Miller.

venerdì 30 dicembre 2011

-Camille Claudelle-




Camille Claudelle -8 dicembre 1864, 19 ottobre 1943-

Fu una scultrice francese, la sua fu una vita dolorosa e dall'epilogo tragico.
Sempre ripudiata dalla madre venne, in età adulta, dalla stessa e dal fratello che adorava, rinchiusa in manicomio e ivi morì dopo trenta anni di degenza senza mai ricevere visite dai familiari o dalle persone che la avevano amata ed apprezzata.


La sua forte personalità suscitò timore nel  compagno Auguste Rodin, dal quale decise di allontanarsi  in quanto nel mondo dell'arte il suo nome lo si associava sempre a quello, piu' celebre, di lui; la loro relazione, tuttavia, non fu definitivamente spezzata fino a quando Rodin non la abbandonò respingendo lei e il figlio che portava in grembo e che mai nacque;  d' altronde Rodin, pur essendone profondamente attratto, non interruppe mai il rapporto con la moglie vivendo contestualmente entrambe le relazioni.









Di lei scrissero:
"Ha una natura profondamente personale che attira per la grazia, ma respinge per il temperamento selvaggio"
                                                                                         il compagno Auguste Rodin;

"Questa signorina Claudelle dovreste vederla scolpire, è come se la creta, l'argilla, il marmo seguissero gli ordini delle sue dita delicate. Peccato che sia una donna e che sia destinata a rimanere sconosciuta. Lei, però, è sicura di diventare una scultrice famosa"                        

                                                  Alfrede Boucher, suo maestro all'Accademia Colarossi;

"Ha una fronte superba, la carnagione lunare, gli occhi di un blu così profondo e così raro che si puo' trovare solo nei romanzi. Ha una tale bellezza che mi soggioga. Riesce ad esercitare su di me un'ascendente così forte da sembrare crudele. In sua presenza sono rapito e incapace di parlare, ma lei sembra non esserne conscia e si aggira per il mondo con aria smarrita, come un fragile uccellino appena uscito dal nido" 
                                                                                                       suo fratello Paul;

"Possiede un fascino assoluto e totale dedizione alla scultura. Nulla di strano che non appena io abbia posato il mio sguardo su di lei tutto il resto mi sia sembrato privo di vita. Camille è la vita stessa!" 
                                                                                        il compagno Auguste Rodin;

"E' sicura che tutto si risolverà, che potrà coronare il suo sogno eppure mi chiedo: Vuole davvero sposare Rodin oppure è spinta soltanto dal desiderio di condurre una vita normale? Possibile che una donna tanto diversa dalle altre senta la necessità di essere accettata dalla società? E la società è pronta ad accettare una donna come lei? 
                                                                                                        suo fratello Paul.



In manicomio scrive al fratello:

"I tuoi silenzi mi uccidono Paul, a volte vorrei avere la forza di farla finita, mi si rimprovera, come fosse un crimine spaventoso, di aver vissuto sola coi miei gatti, di avere manie di persecuzione. Qualcuno potrebbe riconoscermi il merito di originalità e dare qualche compenso alla povera donna che hanno spogliato del suo genio. No! Un manicomio. La mia colpa è quella di essere una donna che ha voluto vivere come voleva e per questo deve essere eliminata"

martedì 20 dicembre 2011

-La rivoluzione dei garofani-

"Quando verrà il momento sarà una canzone a dare il segnale, una canzone che parla di fratellanza, di uguaglianza, del popolo che piu' comanda"



venerdì 16 dicembre 2011

-Giuda-







Questo è il Gesu' della mia tradizione, colui attraverso il quale puo' passare ciò che oserei chiamare un riferimento culturale, il Gesu' uomo del quale potrei parlare a mio figlio.
Dall'arguto ed esaltante testo di Helmut Gollwitzer ( 29 dicembre 1908-17 ottobre 1933) "Legno storto-incedere" riporto un brano, un brano che ci parla di  Gesu' come di un uomo nel quale l'intelligenza diviene una dote profondamente umana al servizio dell'umanità, intelligenza che solo poteva e puo' emergere grazie ad un propedeutico distaccamento dal conformismo e dal mondo stesso.

Il dialogo immaginario di Gesu' con Giuda, del quale si parla in questo brano, permette numerosi spunti di riflessione. Spunti che, appunto, fanno emergere la figura del Maestro come di un uomo profondamente consapevole dei limiti di  colui con il quale condivideva la vita, Giuda, che aveva amato e dal quale era amato.
Amato come si puo' amare un figlio, del quale si comprendendono i motivi di un potenziale agire non retto. 


Non parla dell'azione di Giuda come di un'azione predestinata e volta al raggiungimento di un obiettivo metastorico, bensì di un'azione la cui portata  lui aveva sapientemente già intuito in quanto già conosceva quello che era Giuda e quello che erano i discepoli e conosceva dall'altro lato sè stesso.

 A questo punto il brano si eleva al massimo quando dalle sue parole
traspare una accorata e impotente constatazione, quando il legame tra bene e male si mostra nella sua assoluta tragicità, quando si evidenzia il bisogno stesso che Giuda sentiva di Gesu', bisogno tanto forte da fargli compiere il cosiddetto salto nel buio, quel salto che solo un legame irrinunciabile ti puo' far compiere.

Così Giuda non si protegge e non protegge il soggetto amato e vive i suoi limiti, vive il suo legame nonostante tutto.


"Quando ti ho chiamato per essere uno dei dodici già sapevo che eri quello che sei oggi, io ti ho accettato come colui che ora hai provato di essere.
Tu sei colui che ho amato, tu sei colui che volevo al mio fianco per essere a tua disposizione. 
Per lungo tempo è stato  evidente che non soltanto tu, ma tutti voi, miei discepoli, mi avreste portato la morte concordemente a quello che voi 
siete e che io sono. Perchè non ti sei protetto dalla tua colpa proteggendoti da me stesso! 
Entrambi, Dio e  io siamo morti per causa tua, di conseguenza anche tu sei morto perchè essere con me era la tua vita, lo sapevi ed ora lo sai ancora meglio. 
La mia morte è stata anche la tua morte, ora non devi pu' cercare è già accaduto. Ti sei legato a me in modo tale che la mia morte è stata pure la tua e per questo motivo non potrai piu' liberarti di me.
Quando in seguito alla scelta che io feci di te, tu scegliesti me e divenisti mio discepolo, tu riconoscesti in me la tua vita.
Tu non sei stato deluso come ora ritieni quando pensi che questa scelta abbia portato la morte ad entrambi, a te ed a me.
Tu ed io restiamo vita per coloro che ci hanno mandato a morte non soltanto fino a quando non ci uccideranno, ma specialmente quando ci uccideranno.
E' esattamente questo il motivo per cui ora ti parlo. La morte a cui tu ci hai costretto non era quella definitiva, come quella che tu hai cercato, anche se tu ora lo pensi. 
Io ero per te il mondo della vita, lo sono tutt'ora, lo sono sempre stato, così da poterlo essere ancor di piu' in questo momento."

giovedì 15 dicembre 2011

Dora Carrington e Lytton Strachey







Dora Carrington aveva una relazione d'amore con Lytton Strachey, ma lui era omosessuale, dopo qualche tempo di convivenza nella tenuta di campagna di Ham Spray, Dora accettò la proposta di matrimonio di Ralph P., . Prima di accettare scrive a Lytton:
"L'altra sera dormivo al suo fianco, ho pianto pensando al destino crudele che, facendomi nascere donna non mi permette di stare con te. Ralph è un caro ragazzo, ma non lo am,o, non cambierò il mio cognome con il suo, così potrai sempre chiamarmi Carrington. Una volta mi hai detto che mi amavi come un'amica potresti dirmelo ancora?"
Tuttavia accetta e continuano a vivere tutti e tre ad Ham Spray, dopo qualche anno Ralph si invaghisce di un'altra donna, interviene Lytton il quale esorta Ralph di  non abbandonare Dora, così raggiungono un accordo secondo il quale avrebbero vissuto tutti e quattro nella tenuta di campagna, Ralph per lunghi periodi di tempo con la compagna, alternandoli a periodi in cui vi sarebbe rimasto senza di lei.. A tal proposito Dora scrive alla compagna del marito queste parole: 

"Io accetto tutto questo solo per amore di Lytton, accetto perchè so che la mia felicità con lui è ironicamente legata a Ralph. Sono costretta a piegarmi a quanto avete deciso, per questo ti chiedo alli'inizio di essere comprensiva"

sabato 19 novembre 2011

-Quidquid volueris-


Si domandava perchè mai non fosse nato un cigno e non avesse la bellezza di questo animale; quando si avvicinava a qualcuno, questi lo sfuggiva, era disprezzato tra gli esseri umani; perchè non era bello come loro? Perchè il cielo non l'aveva fatto cigno o uccello, qualcosa di lieve insomma, che canta e che si ama? O piuttosto perchè non era il nulla? <<Perchè-disse, dando un calcio a un ciottolo con la punta del piede-perchè non sono così? Gli do una pedata, lui rotola via e non soffre!>>.
Gustave Flaubert

sabato 30 luglio 2011

-Penna, poesia-


-Passano i buoi pesanti con l'aratro-nella gran luce. Chiudimi in un bacio-

giovedì 21 luglio 2011

-Non piu' disattesa-


Denso nel mio cuore l’amore,
denso nel mio cuore il rifiuto.

La vita, distante da me, 

compone e scompone i suoi pezzi.
Come un puzzler prezioso  
la guardo da fuori, impermeabile.
Ne sento gli odori -non piu’ viscerali-  
ne guardo le scene, da fuori, scostante.  

Sospendo le ansie, le gioie gli amori,

le lacrime diamantine.
Come sospesa resto
In questa non-attesa,
non piu’ disattesa.

lunedì 11 luglio 2011

-Possessivo paralizzante-



Tesso la tela dei miei mille giorni a venire
anestetizzo i miei sensi 
immobilizzo le mie voglie   
me paralizzo

venerdì 8 luglio 2011

-Sospensione-


Giravo i pensieri nella mia testa
e affondavo le radici nello scuro dei tuoi occhi.
Occhi ammalianti che irretivano la mia esistenza.

Poi un attimo di esitazione,
un respiro frenato
e di nuovo a chiedermi se la mia sia vita.

venerdì 22 aprile 2011

-Per Massimo-



Ti ho visto, ti ho qui dinanzi, con gli occhi dell’anima aperti
E quelli del cuore straziati per troppo dolore.
Si chiama rimorso, forse.
Forse si chiama amore, legame.
Forse.
Si chiama, si chiama e forse non si chiama.
Ora non si chiama piu’.
La morte ha steso il suo velo pesante.
Sembra trasparente.
Velo di marmo.
Ti vedo qui dinanzi agli occhi.
La corda, il corpo che pende al soffitto.
Solo, come sempre sei stato.
Solo.
Mi lasci un rimorso ed io ti odio.
Con un gesto ci sei riuscito.
Hai lasciato il tuo segno impermeabile.
Quel segno che marchia la mia pelle
E marchierà il mio cuore.
Di una vergogna inconfessabile,
di un rimorso che stringe il cuore
e che mi fa dire, pensare, vivere
che ora non voglio piu’.
Non volgio piu’ presenze, assenze,
esistenze nella mia vita.
Non voglio piu’ niente se non un silenzio che mi avvolga
E che mi culli.
Che, dolcemente mi culli con sé.
Come in una sacca di seta, delicata.
Parole, presenze, pretese, rancori,
parvenze umane effimere.
Non volgio piu’ niente di ciò.
Piu' niente da nessuno,
se non la gratuità dell’amore che svolge,
avvolge sé in altri/e.
Senza strappi, paure, ansie, pretese,
perplessità. Menzogne.
L’essenziale è sottile, nascosto, in fondo.
Ti vedo lì, con il corpo appeso a quel soffitto pesante
Che riesce a reggerti come forse nessuno è riuscito.
I tuoi occhi nei miei,
i nostri gesti silenziosi,
la discrezione di quell’amore non consumato.
Quell’amore che ci ha uniti per sempre
E che non ci ha fatti piu’ incontrare.
Sei andato per sempre
E non hai voluto salutarmi,
ti sei negato a me
come io feci con te
in qulla prigione di sabbia.
Cosa diranno?
Cosa sapranno?
Cosa potranno dire Pina, Alfonso oggi?
Ricordi quelle urla?
Mi chiamavano all’ordine
Io che andavo dietro te,
dietro la tua scia delicata profumata e discreta.
Non ci sei piu’.
Non ci incontreremo piu’.
Per te la fine.
Per me l’inizio di un nuovo tormento chiamato Vita.
Addio Massimo.

venerdì 3 settembre 2010

-16 o 17 agosto 2010-



…come la giustizia presupponga insieme il dire la verità e la restituzione. I due gesti si stringono e si congiungono. L’una suppone l’altra e la implica.
Chi restituisce lo fa “in verità”, restituisce la parola.
La verità non sarà altro se non questo restituire la parola, rilevando l’altruità.
Dalla derivazione latina del termine apprendo che l’integrum, che si accompagna alla restituzione, significa “intatto”, non toccato, così com’era.
Nella considerazione di una restituzione, che manca per sua essenza quell’integrum, posso restituire non quel che ho tenuto intatto, ma quel che mi è toccato. Non come propriamente era, ma come propriamente non è mai stato né sarà.
“La verità si viene a sapere”, l’espressione comune è presente in molte lingue, in tedesco suona “Die Wahrheit wird zum Vorschein kommen”, viene innanzi, si fa strada, te la ritrovi davanti. Ti supera. In spagnolo si dice “la veridad sale”,esce, salta fuori. L’idioma in questo caso è un’ingiunzione, un monito e un incoraggiamento.
“La verità si viene a sapere”, lo si dice all’amico, lo si ripete a se stessi quando si è subito un torto, o quando si è spezzato il continuo abituale e programmato degli eventi della propria vita. E’ un’espressione che richiama la giustizia. E sempre si arriva ad una tale congiunzione, di verità e sapere, quando si tratta di giustizia.
La restituzione alla fine non è altro che dare verità al sapere. Farla saltare fuori, farla apparire innanzi, farla venire al sapere, cioè all’istituzione. Ma è un processo continuo, che non chiamo di trasmissione perché non preserva, se non sostenendo l’altro nella sua verità di sapere.
Quel sostenere che per l’educazione significa avviare per la propria strada, lasciando che l’altro diventi cio che è.
 "La scuola dei sentimenti", Giuseppe Ferraro.

mercoledì 30 giugno 2010

-Sogno-




La stanza era popolata da ragazzi, ma ognuno di loro sembrava vivere una vita a sé stante senza alcun collegamento con quella degli altri. La solitudine imperava ed ognuno cercava nel chiuso del proprio spazio, nella limitatezza del proprio sguardo a linea retta, il calore, quanto meno sufficiente per poter continuare a respirare senza essere immersi e portati dall’angoscia.
Tra di loro spiccava un giovane ragazzo la cui età anagrafica sembrava oscillare tra i 12 ed i 14 anni, tuttavia il suo volto appariva assai piu’ maturo, come quello di un vecchio, avvolto, com’era, dalla solitudine.
La pelle del suo viso era costellata da rughe, le guance infossate e gli occhi sofferenti, il sorriso, comunque, appariva aperto, di chi riesce ancora ad abbandonarsi alla speranza. Tra lo spazio che intercorreva tra la bocca ed il suo esterno visibile spiccavano spazi vuoti tra i denti, come se questi potessero esser caduti in seguito ad una negligenza continuata.
Improvvisamente in posizione curva su di sé, lui aprì la bocca e la lingua risultò piena di macchie rosse, poi, così, lasciando esterefatti, cominciò a vomitare sangue, sembrava sangue raggrumato. Io non riuscii a guardare oltre e, in un impeto di ribellione, decisi di dover far qualcosa per lui, così non volli dare spiegazioni alle persone che erano con me e mi incamminai, con passo spedito, verso i luoghi piu’ interni del palazzo come se la persona che dovevo assolutamente trovare la potessi cercare negli anfratti piu’ remoti e piu’ profondi, questa immagine riconduceva  a me la potenza della metafora riportandomi alla mente un possibile nesso tra l’oscurità dei luoghi e gli anfratti piu’ sconosciuti e nascosti dell’animo umano.
Proseguii spedita nel mio intento e, affinchè potessi velocizzare la mia ricerca, cominciai a chiamare a voce alta la persona che mi interessava.
Ricordo che quella persona era per me una conoscenza precisa, infatti lo chiamavo sia ricorrendo al suo nome, che al  cognome.
Chiamavo chiamavo e mi indignavo, piu’ chiamavo e piu’ mi sembrava che l’ora della verità potesse giungere, il momento in cui avrei potuto urlare in faccia a lui tutto il mio sdegno.
Scesi in quei luoghi che divennero luoghi abitati dalla polvere e dalla fatica, luoghi in cui si percepiva, quasi si annusava l’odore del sudore di uomini in carne ed ossa.
Lo trovai, era lì, indifeso, lavorava ed il suo corpo era coperto da uno spesso strato di sudore, i suoi occhi erano bassi, non focalizzati esclusivamente sul lavoro, ma come fermi su un dolore interiore che non poteva essere compreso e né vissuto, sembrava quasi che il lavoro potesse servire a lui per non pensare ad altro.
Lo chiamai e lui alzò il suo sguardo con inerzia, i nostri occhi si incrociarono e penetrano dentro le nostre anime, io rimasi sconvolta, tuttavia, portai avanti il mio compito e gli urlai il mio sdegno.
Lui non si smosse, si limitò ad alzare la voce quanto la mia ed a bloccare il fiume del mio sentimento, mi parlò delle sue im/possibilità, del significato di quel vomito di sangue, richiamò alla mia mente immagini di Africa e tacque.
Io lo guardai a lungo negli occhi, quegli occhi innocui e pacificati dal dolore e dalla realtà, capii che era sotto l’effetto di droga pesante e decisi che non avrei potuto abbandonare né lui, né suo figlio.
Mi avvicinai a lui, avrei voluto baciarlo, abbracciarlo ed il mio cuore si sciolse, Il corpo sembrava cedere sotto i colpi di quell’amore venuto improvvisamente e inaspettatamente.
Ci accogliemmo e da quel momento non ci separammo piu’.
Piu’ tardi ci baciammo, ricordo la dolcezza della sua bocca, la tenerezza verso di me, ricordo la forza gentile del suo amore, di quanto quell’amore fosse saldo, di quanto riuscisse ad andare aldilà di tutto.
Così dovrebbe essere un amore, capace di elevare al di sopra di tutto i due soggetti, senza forzature, solo con la spinta di quel misterioso sentimento. Non c’è molto di razionale, di dicibile in questo, è uno dei tanti misteri possibili, ma sempre piu’ rari, avvolta come è l’umanità da un egoismo breve e stretto e da un cinismo che  la tiene prigioniera al rango di sottoumanità.

mercoledì 23 giugno 2010

-Sadismo-masochismo-




Il potere dei sadici è direttamente proporzionale alla capacità dei masochisti di tenerlo.
La capacità dei masochisti di tenerlo non è una fragilità, ma una forza pischica, quest'ultima, un dato strutturale.
Una cosiddetta caratteristica della personalità.
Queste dinamiche rappresentano un vero e proprio stile di vita.
Che sia patologico o meno è solo in relazione a fattori sociali.
Decidono  se dichiararlo patologico solo i soggetti interessati.
Le motivazioni verso una guarigione sono evidenti e non facilemente definibili.
In genere quel che spinge verso il cambiamento sono valori tipo:
la capacità di considerare che, oltre se stessi, esistono  soggetti altrettanto degni di vivere una vita serena, accogliente e amorosa.
Affinchè a queste considerazioni del tutto irrazionali segua una scelta verso il cambiamento, è necessario, altresì, che non si abbia una percezione dilatata del proprio io, ossia che la considerazione di se stessi non sia eccessiva.
Paradossalmente solo una personalità "fragile" non delinata da una forte autositma puo' portare il sadico al cambiamento.
Andrebbe riconsociuta innanzitutto la propria problematicità, ma, affinchè questo avvenga, il soggetto deve avere la possibilità della propria frustrazione e infelicità.
Colui che riesce, comunque, a ritrovare nel quadro predetto, situazioni di soddisfacimento, colui, quindi, che riesce a pervenire ai propri scopi o che riesce facilmente a sostituire i s/oggetti verso i quali orientare le proprie vocazioni e colui che non riconosce all'umanità il diritto di esistere e di non soffrire, difficilmente si orienterà verso un cambiamento.


da  "Alla fine di un giorno noioso" di  Massimo Carlotto:

"Andai a spogliarmi, poi tornai in salotto e mi sedetti sul bordo del divano. Lei sorrise e mi appoggiò una mano sul petto. <Non ti ho sentito arrivare, scusami. Ora vado subito in bagno a preparare le creme>.
<No> sussurrai.<Spinning, baby, spinning>.
Lei impallidì.<Che co'è successo?>.
La presi per mano e la condussi fino a una stanza che conteneva solo una spin bike e, a fianco, una grande, comoda, morbida poltrona di cuioio color sangue di bue. Con un unico movimento le tolsi il vestito. Tremava. Le slacciai il reggiseno.
<Dimmi almeno cos'è successo, ti prego...>.
<Sali su quella cazzo di bicicletta> gridai.
Lei obbedì e iniziò a pedalare. Io mi lasciai cadere nella poltrona, godendo del contatto della mia pelle nuda con il cuoio.
Schioccando le dita le indicai il ritmo della pedalata e iniziai ad ascoltare il rumore del rullo che girava e macinava chilometri immaginari. Dopo un pò iniziai a rilassarmi. Martina era già lucida di sudore, i capelli incollati alle tempie. Teneva gli occhi chiusi per non perdere la concentrazione. Dopo un pò li chiusi anch'io per trovare risposte alle mille domande che mi affollavano la mente.
[continua]

martedì 16 marzo 2010

-In ricordo di-


Il ricordo del nostro amore
lacera la compattezza del mio corpo.
Lo segna con una linea profonda
che diviene, poi, da capo a piedi,
taglio della mia persona.
Il rifiuto della morte, della fine,
di ciò che non è ineluttabile, ma granitica realtà,
lontananza e separazione cieca ed immobile,
assenza di dinamismo, comunicazione, movimento,
tutto ciò suscita in me profondo sconvolgimento.
Rabbia onnipotenza senso di distruzione
ed ancora una volta mi trovo così
ferma al margine del fiume ad osservare,
la brezza carezza il mio volto
e la luce penetra nei miei occhi.
Lo splendore impera e
l’acqua in movimento,
i suoi flussi vitali esistenti al di là di ogni cosa,
che non chiedono certezze e che vivono di per sé,
mi placano, mi accompagnano.
La mia mano è abbracciata da questa esistenza chiusa,
 perfetta che non conosce il terrore,
 l’angoscia della fine/ morte/ abbandono
e placa, mi placa in sé.
Pervengono da un mondo maschio critiche,
ma il mio corpo a corpo con l’esistenza
non vive di apparenze, di esibizionismo.
Mi lacera il ricordo di te,
dei tuoi occhi in cui mi perdevo per ritrovarmi.
Mi lacera piu’ di tutto la rinuncia della mia ritrovata perfezione,
quella perfezione che sentivo nella riconciliazione spontanea dei miei opposti
delle mie contraddizioni,
delle mie ambivalenze.
Quel sentirmi fragile, ma piena,
quell’orgasmatica sensazione di un’autenticità ritrovata.
Affondavo in quel sedile con te accanto
immerso nei tuoi pensieri distanti dai miei
ed io cercavo quel contatto, ma, in realtà, quel contatto, non mi serviva.
Era un’inerzia quel tentativo malandato di cercarlo.
Il contatto già c’era, era in me,
nelle corde profonde del piacere che eri riuscito a far vibrare,
inconsapevole, non volendo, senza volontà di mente.
In quella tua capacità di donarmi accoglienza e pace
pur in un evidente, ma altrettanto apparente, nebbioso, falso, caos di situazioni.
Situazioni che non si sbrogliavano e che ti hanno, poi, portato via da me.
Saprai mai quanto io ho ritrovato di me in quegli istanti?
Ho ritrovato una me sepolta sotto un cumulo di macerie di una paura onnicomprensiva.
Una paura che mi ha allontanato dall’esistenza, dall’inter-soggettività,
quando ancora ero priva del verbo,
quando, come palla rotante,
il mio viso cercava certezze, appigli, riconoscimenti d’amore.

lunedì 30 novembre 2009

-L'uomo dei giardinetti di Piazza Cavour-


...poi ci sono quel genere di persone che si potrebbero definire animali da strada, non fanno uso di droghe o di alcol, ma non sono esenti dal problema della dipendenza. Li vedi gironzolare per strada, apparentemente senza meta, anche se col viso sempre corrugato, come da un'attesa.
Guardano l'orologio,  
ma non perchè o come lo possiamo guardare noi, noi che siamo qui, da questa parte,
noi che attendiamo, a breve, qualcosa,  ma solo per regolarsi con il ciclo solare.
Immagino che un tempo dovessero  regolarsi con la luna o con il sole, forse vagabondi...
Forse quell'orologio serve ad indicargli l'ora del pranzo alla trattoria abituale; hanno  persone che si fidano di loro e che spesso gli affidano compiti di responsabilità.
L'onore, o meglio, la faccia da uomo, è da preservare, non al di sopra di ogni cosa, come nel codici dei camorristi, ma una spanna al di sopra della nostra normalità.
E così li vedi frequentare commercianti quasi regolari  e il quadro che ne emerge spicca per contradditorietà.
Ma basta addentrarsi un pò piu' a fondo  per percepire, in modo immediato, che quel paradosso punge gli occhi solo di  chi ne è fuori.
In realtà,  l'uno si serve dell'altro per arricchire la propria vita e per accumulare esperienza.
Esperienza: si potrebbe dire che la loro vita  è una continua rincorsa verso  l'accumulo di esperienze,
verso una pace che mai troveranno...pur consapevoli di questo.


lunedì 9 novembre 2009


<<Fermati, non puoi guardare la luce!>>
e lo tirò a sè chiudendolo in un caldo e accogliente abbraccio.
L'altro pianse poggiando il suo viso stanco sulla spalla del padre.
Non puoi guardare la luce, c'è tempo per ogni cosa, per crescere, per combattere, per farsi amare, per amare, per arrabbiarsi, per piangere e per non guardare la luce.
Il tempo del non guardare la luce è un tempo fondamentale, un tempo in cui la larva si trasforma in farfalla e  si riuscirà a trasformare solo se il bozzolo assicurerà abbastanza protezione.
Non puoi guardare la luce e lo strattonò a sè e lo abbracciò.
Non si puo'  guardare sempre la luce, ma spesso, troppo spesso, accade che si è con violenza gettati dinanzi la luce, senza pietà o anche per trascuratezza o  per incapacità.
La luce   può ferire, accecare,  far impazzire e solo se quel bozzolo ci è stato assicurato in quel  periodo adatto noi ci predisporremo naturalmente a non farci annichilire. altrimenti saremo vittime del nostro meccanismo acquisito e in pasto alle belve finiremo.

lunedì 27 luglio 2009

-Il danno-



Occorre un tempo straordinariamente breve per ritirarsi dal mondo. Ho viaggiato fino ad arrivare ad una vita tutta mia.
Quello che ci fa diventare come siamo è inafferrabile, va oltre il nostro sapere.
Ci abbandoniamo all'amore perchè ci  da un qualche senso di ciò che è inconoscibile, nient'altro conta, non alla fine.
L'ho rivista solo una volta, è stato per caso, in un aereoporto mentre cambiavo aereo, lei non mi ha visto, stava con Peter, aveva in braccio un bambino, non era diversa da tutte le altre.

sabato 16 maggio 2009

Scena di famiglia



Venivano dalla Romania, padre, madre e figlia.
Giovani, il volto della donna confondeva l'età, dissimulando in decisi sorrisi  il tempo trascorso dall'epoca dell'infanzia e dei sogni a quello della carne vissuta e offerta.
Lui austero e dalla carnagione scura. Il  naso aquilino caratterizzava  fieramente tutto il suo aspetto.
Di corporatura asciutta, dai muscoli tesi  temprati dalle notti in tenda sotto una coperta di stelle e di coltre nera.
Sedevano nei vagoni del treno e la loro presenza era lieve, per niente rumorosa, ciò che attrasse la mia attenzione fu, tramite l'udito, il ticchettio delle monete che urtavano tra di loro nel cappello a falde larghe nero.
Erano intenti a contarle tutti e tre insieme, eliminando,  con quella condivisione, qualsiasi gerarchia.
Terminato l'ascolto del piacevole ticchettio, mi reimmersi nella lettura, la avevo, infatti, sospesa nel mezzo di una  delle lettere piu' agghiaccianti e sconvolgenti che abbia mai scovato.
Ma tornai alla realtà che della scena scritta poteva essere una delle tante multiformi varianti.
Il posto accanto alla piccola era vuoto, lei, nel sedersi, aveva preferito quella posizione che la poneva antagonisticamente dinanzi al padre e non, invece,  alla accogliente mamma, la quale poteva essere, dall'aspetto e dall'intreccio dei gesti che emergeva, anche  una sua sorella maggiore. I capelli della bimba erano  marroni striati d'oro, il che mi indusse erroneamente a pensare che quella poteva essere opera di un qualche parrucchiere di periferia, anzicchè, molto piu' verosimilmente, del  sole.
Voltò il suo sorriso acerbo e spontaneo verso la busta poggiata sul sediolino vuoto dal quale emergevano arance, mele e un odore di banane che aveva fatto esclamare, nel vagone,  a qualche giovane sconosciuta anonima <<Che puzza!>>, estrasse l'arancia dal sacchetto e la porse alla mamma, in uno scambio di battute lievi pronunciate nella loro lingua di origine.
La mamma la ebbe tra le mani per qualche secondo per poi passarla all'uomo.
Io, incuriosita sempre di piu' dalla scena e dal destino di quella arancia che pareva non concludersi mai,  osservavo con gli occhi già inumiditi dal pianto per la giornata difficile che andavo vivendo.
Ed ecco l'uomo con il pantalone bianco panna immacolato  palleggiare con delicatezza l'arancia, la toccava, la passava da una mano all'altra mentre le donne lo osservavano,  improvvisamente, quasi di scatto, nel giro di un movimento repentino e veloce, si piegò in avanti non chinando il busto, ma portandolo con sè nel movimento cosicchè la figura appariva sempre ritta e fiera.
Si concentrò sull'arancia senza corrugare la fronte e cominciò a privarla della buccia, il tutto come se ad operare in quel modo fosse stata l'opera di una lama esperta, dal frutto non cadde un goccio del succo e così, continuando nell'opera, si trovò tra le mani una parte della buccia a forma di spirale, alzò lo sguardo verso il finestrino aperto, poi si voltò verso la moglie e passò a lei la buccia di cui disfarsi.
Lei pensò, parlò, ma non diresse mai lo sguardo verso il finestrino, la bimba sì e disse, nella sua lingua qualcosa che somigliava al nostro <<Dalla finestra>>, ma la mamma con un gesto deciso lanciò il pezzo  nella busta a far compagnia agli altri alimenti integri.
Intanto l'uomo aveva completato l'operazione e con un gesto secco ne aveva ricavato due metà una delle quali  porse  alla donna, lei ne scompose un'altra metà e, a sua volta, la  porse alla figlia.
Gli ultimi due spicchi l'uomo non li mangiò, ma li offrì alla moglie la quale li divise tra sè e la giovane ragaza.
Tutta la famiglia, così, passò all'opera, con calma e compostezza, gustando quella piccola porzione di mondo.
L'uomo con sè aveva conservato parte della buccia e, finito di gustare il frutto,  passò a sfregare la buccia sulle mani, porgendo, poi, alla figlia, il residuo.
Si stropicciò le mani come se stesse ricoprendelo di un'essenza preziosa e profumata e le passò sul collo e sul viso confermandomi l'immagine che la mia mente aveva creato.
Così fece la figlia.
La donna, invece, era alta e la sua schiena  compatta e soda, le braccia tonde, la carne che le rivestiva era morbida e tirata.
Il suo corpo, pur senza eccedenza,  possente.