Sulla linea sottile del cuore,
al nascere di questa nuova alba,
lacrime cristallizzate scendono nel diaframma.
Scompaiono in una eco che rimbomba
e che le tramuta in onde propagatorie, crescenti.
Immobiizzo questo sentire interiore
che si svolge nel chiuso del mio corpo
per esserne rapita, posseduta carnalmente.
Abbandono un essere esteriore che ha sempre accompaganto il me,
il me di quanto non è possibile dirigere, destinare.
Il me delle corazze,
dell'essere che non riesce a disperdere un apparire
funzionale alla fuga dal dolore.
E nello strabismo dei miei occhi riconosco una me che ho sempre inseguito,
senza trovarla.
Un imperfetto vedere,
un guardare parziale,
un distacco incalzante e perenne
da un qui ed ora che non mi rispecchia.
Torno con la memoria ad un corpo (il mio) che si distende sul tuo senza sfiorarlo,
ad una bocca (la mia) che lecca e succhia le tue nudità,
ad un corpo (il mio) che brama il sentire te dentro di sè.
Quest'attimo sospeso dal mondo lo chiamai Amore.
Quest'Amore silenzioso entro il quale essere finalmente un' essenza di materia piena.
Mi stravolgo al pensiero di te,
del mio cuore che ti cerca e ci sei,
della tua voce morbida, carezzevole, accogliente
e delle tue pause che sono essenza di vita pura,
dei tuoi silenzi entro i quali ritrovarti
e delle tue smanie entro le quali ti perdi da solo
quando vorresti scappare da tutti.
Scrivevo: "La noia è pur sempre una catergoria banale";
scrivo: "La noia è anche una virgola politica, una scusa banale offerta su un piatto d'oro
da una imposta cultura che ci spinge ad un consumo bulimico",
è lo spazio rubato alle nostre infermità, alle nostre inquietudini rielaborate nel linguaggio di questo mondo e di questo tempo che non ci appartengono,
che ci vorrebbero annullati.

Nessun commento:
Posta un commento