lunedì 13 ottobre 2014

-Appunti sul tema dell'identità-

"[...]il dibattito filosofico contemporaneo ha dedicato moltissime pagine al problema relativo a tali "precondizioni di integrazione", ed in modo particolare al tema identitario. Le posizioni espresse all'interno di tale dibattito sono tante, ma sembrano muoversi tutte all'interno di uno spazio teorico definito, che trova in due posizioni concettuali le proprie linee di demarcazione piu' estreme: tutte sembrano rientrare nello spazio delimitato da un lato dalla teoria liberale americana neocontrattualista, e dall'altro dalla teoria comunitarista di matrice canadese.
[...]seguendo le indicazioni offerte...da Taylor, possiamo affermare che in base a tale prospettiva il concetto di identità culturale dell'individuo rimanda necessariamente ed in maniera molto intima a quello della comuntià.
L'idenitià altro non sarebbe che "la visione che una persona ha di quello che è, delle proprie caratteristiche fondamentali, che la definiscono come essere umano"(Habermas, Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, 1999). Il che sembra mettere in luce due aspetti fondamentali: innanzitutto il fatto che l'identità si basa sulla "visione che una persona ha di se stessa", quindi sul sentimento  di sè come individuo, ed inoltre che la naturale esigenza di inseirirsi e, dunque, di far parte di una dimensione interpersonale al fine di prendere coscienza di sè come essere umano, puo' essere compresa, esclusivamente, nel confronto con l'altro, e nel riconoscimento reciproco delle rispettive specificità. L'identità, insomma, è secondo Taylor, sì, l'idea che la persona ha di se stessa, ma tale idea, com'è evidente, dipende in misura determinante dal giudizio espresso dall'altro, ossia dal riconoscimento o dal misconoscimento da parte delle persone che la circondano. "Un riconoscimento adeguato non è soltanto una cortesia che dobbiamo ai nostri simili: è un bisogno umano vitale". Ancora con le parole di Taylor, "il non riconoscimento o il misconoscimento, puo' danneggiare, puo' essere una forma di oppressione, che imprigiona una persona in un modo di vivere falso, distorto ed impoverito". (Taylor, Radici dell'io. La costruzione dell'identità moderna, Feltrinelli, 1993).
[...]Ma come, tra gli altri, Ricoeur ha piu' volte sostenuto, il concetto d'identità se per un verso, rinvia a "medesimezza" (memetè), cioè identificazione, uguaglianza con se stesso e con gli altri, appartenenza a gruppi o categorie; dall'altro, cosa del tutto trascurata dalla prospettiva filosofica comunitarista, esso rinvia anche a individuazione (ipseità), singolarità personale ed irripetibile, differenza."
In Identità e riconoscimento tra individuo e gruppo, Andrea Porciello. Editoriale Scientifica 2011. 

martedì 7 ottobre 2014

-Due in Uno-



Mi riempio di Te.
Le mie mani compiono le tue antiche movenze,
il mio corpo si espande del tuo.
Due in uno.

Come un piacere fisico
vibri ogni mia particella,
non esausto, baci, in sogno, le mie labbra
ed io, nel mondo, ne sono avulsa.
Parte, non parte di esso.

Allora mi sospingi a te in un caldo abbraccio,
mi chiami.
Il vento, in alto, nelle nuvole che compongono il cielo,
mi sussurra, mi attira a sé.

La dimenticanza di te, tu, non puoi volere.
Pretendi tutto, pretendo tutto e solo te voglio.

venerdì 12 settembre 2014

-Odio chi-



Odio gli indifferenti, gli egoisti.
Quelli che ‘esistono solo loro’ e devono salvaguardare il proprio culo per non farsi troppo male (hanno forse paura delle cicatrici).
Odio i buddhisti, con o senza la h, quelli che ‘basta volere una cosa per ottenerla’ e che ‘devi pensare positivo’.
Odio i manipolatori, quelli che credono di esser nati per deviare i destini altrui e che si impegnano affinchè tu possa intraprendere la strada da loro scelta al prezzo di menzogne e di realtà inventate all’uopo.
Odio chi si riempie la bocca di grandi proclami e poi, appena ne ha la possibilità, non perde l’occasione per schiacciarti come una formica.
Odio chi si iberna per non avvertire le sensazioni che il corpo reclama.
Odio chi ritiene di essere superiore sulla base di un obiettivo raggiunto che, in genere, viene simboleggiato da una laurea o da un buon matrimonio o da una buona professione.
Odio chi ritiene di poter giudicare ‘perché chi è causa del suo mal pianga sé stesso’.
Odio chi affida i propri figli a cialtroni e conformisti di ogni sorta e poi vive l'opportunistico terrore che possano essere deviati, nella loro 'formazione', da chi vive un'esistenza scandita dal cuore e non dal calcolo, con tutti i rischi infettivi che essa puo' comportare.
Odio chi (i propri figli) li deve tutelare ad ogni costo tranne, poi, lasciarli nelle grinfie di un compagno/a anaffettivo ed egoista.
Odio chi ricerca l’errore grammaticale per gridare al vento che sei un’ignorante.
Odio chi ritiene di essere superiore perché non si è concesso.
Odio chi ritiene di avere un gran cuore e poi sceglie, per compagno/a di vita, una persona crudele, classista ed egocentrica.
Odio chi passa da modesto ed aspetta il tempo buono per piazzarsi nella tua vita.
Odio chi dice di volerti tanto bene, ma l'unica cosa a cui è interessato è: essere presente solo per ingrossare il proprio ego spropositato.
Odio chi sa sempre qual'è la cosa giusta da fare (per te), e poi annega in un mare di opportunismo che gli consuma le giornate in un non senso di disperazione.
Amo le persone semplici, quelle che hanno fiducia e ti guardano con un sorriso negli occhi, senza prima aver scandagliato le forme dell’abbigliamento, senza che 'se fai questo o se fai quell'altro, sei uno buono, altrimenti passi dalla parte dell'umanità negletta'.
Amo chi si infuria perché ritiene di aver subito un’ingiustizia e piange disperato nel chiuso della propria stanza.
Amo chi ama oltre le parole, con i fatti, oltre tutto.
Odio me stessa perché odio.
Amerei me stessa se potessi essere superiore all’odio, se potessi comprendere, con il cuore, il mondo intero, il giusto e l’ingiusto, se potessi mostrare la mia fragilità senza aver paura di essere giudicata.
Amerei meglio me stessa se, con la forza del mio amore, potessi essere quella che sono senza paura e librare nell’aria come una leggera e spensierata farfalla, distante dalle inezie, dai piccoli pettegolezzi di bottega, dalle grandi scortesie degli uomini importanti, dalle donne altezzose tutte secche e fashion che ti guardano dall’alto in basso come un brutto anatroccolo piccolo e nero;distante da chi pretende il tuo amore e le tue attenzioni costi quel che costi e solo perché ha deciso di volerlo, da chi impone la sua presenza con lusinghe fatate dense di sensi di colpa da instillarti.
Amerei, odierei, amo, odio, voglio, non voglio, in un senso che non sembra piu’ esserci, in un affogare, sommersa da una valanga di terra nera, infertile che tutto sembra voler seppellire.

lunedì 8 settembre 2014

-Forevermine-



<<Ero un cameriere di spiaggia, la stagione era appena cominciata. Era il secondo anno che lavoravo lì. Andavo all'Università. S.era mio amico>>

<<Io ero in vacanza con mio marito, era piu' grande di me, eravamo sposati da appena otto mesi. Lui era in politica>>
<<La prima volta che ti vidi uscivi dal mare e portavi un costume bianco. Sulla radio della spiaggia c'era una canzone di J.R. Hai ordinato dell'acqua>>
<<Poi ti ho cercato dovunque, non l'avevo mai fatto questo. Non mi ero mai sentita così prima>>
<<Capii che niente sarebbe stato come prima, che la mia vita era cambiata, capii che era una cosa importante, che saresti stata mia per sempre>>.






<<Mia adorata Ella, pensare a te mi impedisce di impazzire. Mi impedisce anche di uscire da qui.
[...]
Sento sempre la tua presenza accanto a me, mi circonda come l'aria. L'amore è una forza fisica, come la gravità o la coesione. Tu sei costantemente con me. Sento il tuo odore sul cuscino, le mie lenzuola sono i tuoi vestiti. Insaponarmi le mani è come toccare la tua schiena. Nei miei pasti c'è il tuo sapore. Ormai sei tutto per me.
L'immagine del tuo corpo mi colpisce con tale forza, mi ha sempre colpito con tanta forza che sono certo di essere nato per vederla.
Il tuo viso, la tua gola, le tue labbra, i tuoi seni...
Anche se non puoi rispondermi i tuoi pensieri mi raggiungono lo stesso, viaggiano da te a me per via telepatica e penetrano come piccoli cuori nella mia cella, fino alla mia branda.
Non possono tenermi qui per sempre. Un giorno mi rilasceranno e quel giorno mi troverai alla tua porta e staremo insieme, per sempre>>.

martedì 8 luglio 2014

-Il secondo Te-



Ho incontrato un secondo Te.
E rischio, così, di estirpare, da lui, la dignità che gli è propria.
Mi allontano dal secondo Te
senza che la mia mano
abbia potuto sfiorare la sua anima,
la pelle vibrante del suo corpo in attesa.

Già il mio cuore è suo
e il pensiero a lui corre
mentre crea nella mia vita qualcosa che si approssima ad un senso di felicità.


E tu continui a splendere lì nel cielo diurno o notturno che sia.
Una Luce di Stella splendente che abbraccia la mia vita
che la rese speciale e che continua a splendere su di me.


Come dicesti un giorno:
In qualsiasi parte di questo universo ci rincontreremo un giorno.
Io sarò lì ad aspettarti.

giovedì 22 maggio 2014

Abbandonando la resistenza

E poi mi torna in mente un volto arcigno,
una parola impigliata in tra le labbra che svolta male.

E un accenno di perfidia dagli occhi al cuore in un solo getto ritmato.
Anche il mio mi torna in mente e cerco di riconoscerlo.

Se ci riuscissi? E se potessi dire male di me?
E’ in agguato!

Tenebrosa la sua figura dietro l’angolo si asconde.
Di nero vestita, di ossa sghignazzanti il suo viso di me ride.

Ripararmi vorrei, al calore, al sicuro in un abbraccio di silenzio che solo me possa stringere.
Ma ritorna di nuovo, spietata, la realtà a ricordarmi che impera,
con la sua voce stridula, che a lei ancora non posso sfuggire.

E nel tempo che passa lascio me, i miei sogni di vite diverse.
Nell’amaro di un pianto strozzato tutto il senso di ciò che non puo’ essere e che pur vorrebbe.

In un bocciolo che alla vita si schiude poter ritrovare una pace che non c’è.
E ritrovarsi ad attendere che lo stridore passi.

Di nuovo e di nuovo ancora.
Abbandonando, quasi, la resistenza.

giovedì 8 maggio 2014

-Noi-

Mi strappa da te questo tempo accecante
di bianco vestito.

I vuoti che si insinuavano tra il tempo del Noi
nella mia irrequieta testa
come spilli pungenti interrompevano il fare comune del giorno qualunque
insensato senza Noi.

Sprazzi di follia rivestivano quietamente il ritmo instabile del cuore
in un tempo di attesa che di sè tutto riempiva.

Poi un uomo in attesa di spalle
ripreso alle spalle
e un volto improvviso ad illuminare una nuova immaginazione.

Una voce, un flusso di suoni senza un senso apparente
ed il sentirli scorrere sopra di me.

Un corpo che si avvicina,
una mano che sfiora
un bacio sull'orlo della bocca.

Ed un tumulto di corpi su corpi che tutto empiva.
Un paradiso sfiorato di abbandoni.
Entro te, entro me.
Entro la perfezione imperfetta del Noi.

Una vita sola vorrei di arte vestita
delle nostre parole accennate o declamate con forza.
Del Nulla oltre il Noi da rischiare, da tentare, da incidere malamente o meno
con punta metallica di cesello.

Che il Nulla fosse oltre questo nostro Noi
di grazia o di sgrazia vestito
insofferente, pacato, stridulo o perfetto, sereno, fibrillante.

Come che sia
l'eterno di sè, esso se potesse riempire.

mercoledì 23 aprile 2014

-Versi sciolti in cuore denso-

In tela nera su ordito forte consunta dal tempo
resistente ad esso come eternità
ne solca, con piè da gigante, gli spazi
resistendo in me.

Il candore del tuo viso agli occhi tenaci -i miei- posa sul cuscino di piume e di candore.
Gli occhi intensi, delicati-i tuoi-
offrono la morbida bocca di rosa su fiori di campo a me.

Così vegli, così vegliate sul mio sonno entrambi.
Avvolto in un sopore denso come in una bolla di sapone
dona grazie a voi.
Ringrazia per l’immeritato amore.

Trepida l’intrepido cuor
Tentenna il certo sentire
A te, tenero Amor.

venerdì 18 aprile 2014

-Morsa di acciaio-

La mente, sentita la compressione come stretta morsa di acciaio,
improvvisamente si libera, trascendendola.
In un guitto repentino,
fuori di sé, osserva il circostante.

Resta in quel dolore di capo, ma lo elude
e guarda, finalmente libera, le inezie che accadono.

Quel potere che avrebbe voluto soggiacerla col dominio,
con le strette e miserevoli pretese di subordinazione,
-infamie fangose e viscide-
di traverso, impigliato nei suoi stessi nodi, rimane immobile ad osservarla in atto fallace di protesta.

Una passeggiata tra i vicoli restituisce la leggerezza , il vento.
E nel sogno la presenza piena e soda di Lui la chiude nella sua vita.
In atto sempre di tentare, non piu’ di essere
scioglie le pretese di quella che un giorno nominava come Vita.

mercoledì 16 aprile 2014

-Commiato-

In quel preciso momento fatato mutò la mia vita. Non la sua direzione, che mai una mi sembrò piu’ naturale di quella. Fatato fa assonanza con fatale. Eri lì, sul ciglio di quella strada perso nel tuo mondo, ebbro di estasi e di piacere. In su quel ciglio sembravi aspettare me, sembravi…che forse e poi…
Che forse e poi io non posso essere quella che non sono.  E negare non penso sia mai servito ad essere umano per la vitalità, per la sopravvivenza sì, ma io non sono una di quelle persone che si accontentano di quel che casualmente la vita propone. La vita deve essere la mia vita. Non altro.

Eri così leggermente piegato in posizione eretta, stabile sul bacino, come ad aspettare di intercettare un giusto segnale dal cielo. Gli occhi socchiusi su un infinito che era solo tuo. Aspettavo che li aprissi per scorgere di dentro se potevo trovare un posticino per me. Avevo già deciso. Terrorizzata da quella malia nella quale già stavo affondando. Attesi che ti inebriassi fino in fondo del tuo momento, di quella folata di vento che ti aveva rapito al mondo. Attesi e ci parlammo. Lì fu la svolta, mi chiesi se non avessi paura e cosa mai dovessi fare per questa paura.  Ma cosa mai avrebbe potuto fare una come me? Una struttura emotiva e mentale come la mia? Cosa, se non tuffarmi in quell’abbandono?

Lo sapevo e quello che piu’ spaventa è che non potetti fare a meno di essere quello che ero.
Forse nella mia vita solo con te sono stata quello che veramente sono. Solo con te compiutamente felice, e non si puo’ tornare indietro, ed io sapevo tutto.

Da quel momento nel quale la pronuncia del tuo nome visse e  si formalizzò in quel “Finale”. Mi sembrò un sinistro presagio  e mi dissi che forse sarei dovuta fuggire, che quel finale alludeva a strani presentimenti e così fu ed è così  ancora oggi.
Se un mese dopo circa tu non mi avessi lasciata  trasportare in quel modo così brutale da mio padre, se tu mi avessi tenuta con te, oggi non sarei qui, ed in quel modo io avrei voluto che andasse. Ti pregai , ma tu preferisti consegnarmi alla vita. Il perchè non lo so e forse anche tu non potevi essere altro che quel che eri. Così il cerchio cominciò a stringersi su di noi e così il conto alla rovescia. Di quelli che non ti danno tregua e che sembrano stringerti la testa in una morsa di acciaio tanto da far desiderare la morte.
Così non fu per me e continuai a vivere e continuo a sopravvivere ancora ora.
In su quel ciglio di strada ti sorpresi, ti rivolsi la parola e in quell’ appuntamento serale si risolse il nostro destino.
Arrivasti tardi al Modernissimo, io ti aspettai con un’amica, forse Elena, non so. Quando ti vidi arrivare trafelato capii che non saremmo entrati nel cinema, mi dicesti che non potevi, che dovevi provvedere, mi parasti dinanzi la tua fisicitià, quel corpo che già desideravo in un modo spropositato e che a pensarci ora eccitazione mi pervade.  Lì dinanzi a me ti fermasti e  dritto negli occhi ci guardammo. Entrasti in me in modo definitivo. Parlammo della roba, della rota e cominciammo a dirigerci a passo veloce dallo spacciatore in via Rossaroll. Ricordo tutto di quella strada. Te dinanzi a me che,  a passo svelto,  mi precedevi e la tua mano che si allungò verso il mio corpo e mi prese la mia nella sua. La tua mano forte e calda. Mi dissi che mai avrei potuto farne piu’ a meno. Sono folle ancora ora, so’ che non posso continuare così a parlare di te perché il dolore è troppo forte, ma cosa fare? Rimuovere? Vorrei solo morire, non mi sembra d’altra parte di avere altre possibilità, ma poi penso ad Ale,  mio figlio, e so che devo continuare ancora un po’, almeno fino a quando lui non sarà grande ed autonomo,  poi potrò sparire.
Così prendesti la mia mano nella tua e non mi lasciasti piu’,  arrivammo dallo spacciatore costeggiando il vicolo della tua casa. Vicolo che si impresse nella mia mente come un chiodo. Facesti un tentativo suonando un citofono, ti andò male,  allora proseguimmo su per una salita. Mi lasciasti un attimo, con un po’ di preoccupazione  e tornasti dopo pochissimo.
Non ricordo dove consumammo, forse a casa tua. Se mi fermo a pensarci tutti i momenti si presentano chiari  alla mia memoria come se fossero stati vissuti ieri. Era settembre del 1996. Tu preparasti con una carta telefonica una striscia  e con un soldo arrotolato sentii il sapore scendere nella mia gola, quell’amaro dolce che non dimenticherò piu’.
Non ricordo di quanto fu precedente  la prima volta che senti te dentro di me, ricordo che in macchina in via Foria una sera mi chinai su di te e ti slacciai i  pantaloni e sentii il tuo piacere e il tuo profumo nella mia bocca. Eri vestito di nero con un lupetto e un jeans.  Quella sera, invece, quella in cui consumammo la roba ricordo che tutto si ampliò a me dinanzi, ma soprattutto ricordo una cosa. Sopra tutto il senso di dolcezza che si impossessò del mio cuore, lo sentii sciogliersi e capii che ero pronta per lasciarmi andare finalmente all’amore.
Quando miei passati uomini  seppero e videro del nostro amore mi dissero : hai trovato finalmente chi ti farà fermare, erano dispiaciuti che proprio con te io avessi fato questa scoperta, ma loro che mi conoscevano sapevano che era la verità, lo vedevano.
Quante notti, quante sere nella tua casa, felici. Non ricordo il giorno del primo buco e non ricordo neanche la sensazione, anzi se mi ci soffermo la ricordo, La roba non salì piano piano al cervello,  ma tutta di un botto e il calore mi pervase improvvisamente: fu qualcosa di grandioso e di inenarrabile.
Le nostre notti d’amore sul tuo divano-letto  hanno un che di magico, io ero una pallina che si raggomitolava nelle tue braccia e che si trasformava, poi,  in tigre per donarti il piacere che desideravi. Ci legavamo ogni tanto ed io facevo in modo che il tuo desiderio salisse fino alle stelle per poi farlo scendere  tutto di un colpo e pregustavo nella mia mente il momento nel quale sarebbe toccato a me. La prima  notte di capodanno passata insieme non la dimenticherò piu’. Facemmo l’amore dalle 22 e allo scoccare della mezzanotte il nostro orgasmo arrivò simultaneamente. Solo a pensarci mi salgono i brividi da dietro la schiena.

E ti desidero e tu non ci sei ed io no so come mai potrò continuare così, senza di te. 

mercoledì 2 aprile 2014

-Visioni-

Di tanta amarezza denso il corpo dal cuore
che la luce di fuori soffoca il cervello e annebbia lo sguardo.
Stringo gli occhi nel rifiuto
armeggio sul tempo provando ad immaginarlo.
E un tempo di sogno sovrappone al tempo presente.

Un gelo che intero il corpo aveva immobilizzato in una morsa di terrore:
“Che non sia per me! Che da me lontano arranchi le sue grinfie!”;
provando a fingere un sonno che dalla finzione stessa sia richiamato
mi annido nel ricordo del tuo volto.

Dense su di esso strisce di pianto e un non volere che sia così.
Nel rifiuto della luce, armeggiando con il tempo ti ritrovo.
Il tuo segno che è poi scomparso, passato, fugace, come una scia di Luce.

Nell’istante del sonno richiamato avevo invocato a te, al tuo calore,
che in qualche modo potessi tu venire a me.
Immaginavo che il segno avrebbe esulato dai modi delle mie aspettative.

Così è venuto il messaggio per poi sparire.
A me ha detto del tempo delle passioni, della loro eternità.
E di quanto il Sogno sia Vita
di quanto al cervello sveglio sono nascoste le vie del suo mistero
Che perenne lo accompagna da mane a sera da sera a notte, dal buio alla luce.


Perpetuamente…

mercoledì 26 marzo 2014

-Amore e Morte-


Così come nella Follia si annida la parte piu’ profonda di noi,
lì dove la ragione, con i suoi schemi rigidi, castrati e lucidi
è funzionale all’adattamento in questo mondo,

così nell’Amore è la Verità.

martedì 25 marzo 2014

-Entro-


Che niente disturbi la quiete del nostro amore.
Io, che ricerco la solitudine per stare con te accanto,
in religioso silenzio mi approssimo.
E entro quel silenzio tu, le tue movenze, la tua forza che sento, oltre la materialità.

Stregata, in affannoso fare, mi dibatto per l'attimo di solitudine con te.
Solo lì posso finalmente ascoltarti, abbandonarmi alla non vita
entro le pareti di cemento di questa vita.

Tu da morto, fantasma, mi sussurri del tuo amore
e che non vuoi andare via,
distaccarti da me.

Perchè, oltre anche la morte, si impone l' unione nostra,
e niente, mare, tempeste, temporali, azione d'uomini, potrà sgretolarla.

lunedì 24 marzo 2014

-El desierto-

He venido al desierto pa irme de tu amor
Que el desierto es más tierno y la espina besa mejor
He venido a este centro de la nada pa gritar
Que tú nunca mereciste lo que tanto quise dar
Que tú nunca mereciste lo que tanto quise dar
He venido al desierto pa irme de tu amor
Que el desierto es más tierno y la espina besa mejor
He venido a este centro de la nada pa gritar
Que tú nunca mereciste 


Sono venuto nel deserto per andar via dal tuo amore 

il deserto è più tenero e la spina bacia meglio
sono venuta al centro del nulla per gridare
che non hai mai meritato tutto quello che ti ho voluto dare
che non hai mai meritato tutto quello che ti ho voluto dare
sono venuta nel deserto per andar via dal tuo amore
perché il deserto è più tenero e la spina bacia meglio
sono venuta al centro del nulla per gridare che non hai mai meritato 


He venido yo corriendo olvidándome de ti
Dame un beso pajarillo no te asustes colibrí
He venido encendida al desierto pa quemar
Porque el alma prende fuego cuando deja de amar
Porque el alma prende fuego cuando deja de amar 

Sono venuto correndo dimenticandomi di te
dammi un bacio uccellino non aver paura colibrì
sono venuta infuocata nel deserto per bruciare
perché l'anima prende fuoco quando smette di amare
perché l'anima prende fuoco quando smette di amare

Sono venuto correndo dimenticandomi di te
dammi un bacio uccellino non aver paura colibrì
sono venuta infuocata nel deserto per bruciare
perché l'anima prende fuoco 

giovedì 20 marzo 2014

-La chiamano...-



Un bianco soffice immerge il cuore.
Ritmo basso, costante, al livello di un non essere.

Lì dove tutto è sordo, in ascolto di te.

Mi prendi la mano nella tua,
nella tua grande e nodosa.
Mano ricca di esperienza, calore e amore.

Dove vuoi condurmi non so,
al limite di una follia che il nostro amore ha potuto concepire.
Come nelle stanze  nelle quali sopravvivo senza te,
sempre piu’ bianche, silenziose
sempre piu’ simili, affiancate a noi.

Si chiama elaborazione del lutto,
si chiama e la chiamano così,
ma io non la chiamo così.

Io la chiamo Vita, Vita che continua a nutrirsi di te per essere.

Dicono anche che il Matrimonio è un legame inscindibile,
dicono ed hanno detto tante cazzate.
Parole piene per riempire un vuoto di esistenze, temporale e fattuale.

Nel silenzio ritrovo la mia vita.
Vita che avevo perduto,
sfilacciamento dell’essere
quando distante da te.

Ritrovo la tua voce, il tuo gesto, l’atteggiarsi delle tue labbra,
quel lieve pronunciamento di quando, suadente, ti immergevi nel pensiero di me.
E mi guardavi distante, dal tuo mondo senza speranza,
lì da dove mi avresti lasciato col corpo, ma non con la mente.

Lì mi avresti atteso, in quel crocevia di strade sospeso dal vento.
Occhi socchiusi, posa eretta, corpo scosso da una melodia dell’altrove.
Come quando ti vidi per la prima volta.

Sapore impastato di te nella bocca, profumo del tuo alito che immerge.
Ora.

domenica 16 marzo 2014

-Abbandono-



Distillo in gocce di fiele il sottile amaro della mia esistenza.
Ne chiudo, nel mio cuore, questo aspro dolore.

In questa alchimia inventata per sopravvivere
trovo pace e distendo le mie membra.

Come se nulla piu' dovesse essere
in un suicidio dell'anima che non puo' slegarsi da quello che fu,
dai migliori giorni, fortuiti, di quel che è stato.

Costretta da questo stare, qui rimango e prendo gioia, rubo linfa vitale per me sola.
Inietto nella mia devastazione dosi di piacere ripiegate in me.
Abbandono, così, il tormento di un poter essere che mai sarà piu'.

venerdì 14 marzo 2014

"-Noi facciamo la nostra parte-", recita l'Aquila azzurra!!



Il National Recovery Act fu varato nei primi cento giorni della presidenza di Franklin Roosevelt nell'ambito della  politica economica passata alla storia come il New Deal , "in base ad esso le imprese di ogni settore industriale sono tenute a formulare con l'aiuto del governo un certo numero di norme (i cosiddetti "codici") che fissino minimi di trattamento economico per i rispettivi dipendenti e alcune impegnative regole di concorrenza leale nei propri rapporti interni. Un obbligo vero e proprio di sottoscrivere il codice che non c'è; ma nei confronti delle imprese renitenti il governo ha formidabili mezzi di coazione  indiretta, come quello d'invitare i consumatori a boicottarle rifiutando loro l'"aquila azzurra", il distintivo della collaborazione patriottica." 

 Quando si parla di New Deal, in genere, “si pensa ad un fatto nuovo nella storia americana, a un regime in virtu’ del quale gli Stati Uniti-rappresentati fino ad allora come la terra classica del piu’ rapace e avventuroso capitalismo-imboccarono la strada della democrazia economica e dello Stato assistenziale”. In realtà questo  non fu un fenomeno nuovo, il precedente storico legislativo è da rintracciarsi nella Federal Trade Commission del 1914 attuata dal presidente Wilson.

 Wilson apparteneva a quel filone  del progressismo americano ribattezzato da lui stesso “nuova libertà”. “L’età dell’oro, per i suoi seguaci, non era nel futuro, in un “coraggioso nuovo mondo” verso il quale big business e big government marciassero mano nella mano, ma nel passato: era nell’America equilibrata e ardimentosa della littleness, in un paese di agricoltori, di negozianti, di piccoli imprenditori industriali che la concorrenza rendeva piu’ saldi, piu’ virtuosi, piu’ ingengnosi. Concorrenza, infatti, vuol dire piccolezza, e piccolezza vuol dire libertà; […] Lo Stato, perciò, deve combattere il monopolio e i privilegi, dovunque sorgano; ma questa ha da essere  la sua unica forma d’intervento”. L’altro filone del progressismo americano, al contrario,  sosteneva che “La concorrenza era alla base dei mali peggiori di cui soffriva l’America.  Ad essa, alle leggi che ne assicuravano la sopravvivenza, si dovevano la disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro infantile, i bassi salari dell’industria; e ad essa, se il paese doveva essere risanato, era necessario sostituire la Cooperazione. Cooperazione, certo, vuol dire anche cartello, trust e il trust, se implica ordine, razionalizzazione, maggiori possibilità di assistenza sociale, comporta pericoli gravi per la comunità tutta intera, per lo stesso funzionamento del processo democratico. Di qui, perciò, la necessità di un controllo, o meglio, di un rafforzamento dell’organo  predisposto al controllo. Se si ammette l’opportunità delle grandi concentrazioni economiche, insomma, occorre ammettere pure che lo  Stato acquisti dimensioni ed efficienza eguali, occorre fare del “nazionalismo”, dare, cioè, piu’ potere alla nazione e ai suoi istituti politico-giuridici.”  
 Come possiamo vedere, quindi, abbiamo al nostro cospetto due differenti ideologie, ognuna delle quali teorizzava un modo per uscire dalla crisi economica capitalistica di quel periodo storico. Due diverse concezioni e interpretazioni della realtà interne, però, ad un unico sistema economico che si intendeva salvare e salvaguardare. Il primo filone appariva come quello piu’ “progressista” in quanto attaccava  trusts, banche, giganti dell’industria, dei trasporti e della finanza, mentre in realtà era proprio il secondo, quello neo-nazionalista, che proponeva soluzioni piu’ adeguate e fu quello, infatti, che nella pratica, prevalse inserendosi nel solco delle necessità dello sviluppo capitalistico. 

 Le elezioni furono sì vinte da Wilson nel 1912 che sconfisse Theodor Roosvelt, ma paraddosalmente fu proprio lui, sostenitore della “nuova libertà”, ad approvare l’istituzione di quell’ente (Federal Trade Commission), provvisto  di poteri normativi che avrebbe dovuto controllare le grandi società anonime, e per ciò stesso accettarne l’esistenza, teorizzato, invece, da due teorici del filone neo-nazionalista. 

Questo è un esempio di come lo sviluppo capitalistico abbia giocato nella Storia ad inglobare e reindirizzare tendenze ideologiche che avrebbero potuto ostacolarlo e contrapporsi ad esso, in questo caso, infatti, prevalse il “realismo” dei neo-nazionalisti. Che poi oggi questi neo-nazionalisti passino per dei rivoluzionari è questione che sarà, stesso e nuovamente, il sistema capitalistico a risolvere. A scapito di tutti, s’intende! Ma niente di nuovo sotto questo sole e queste tenebre, per ora, almeno! 

mercoledì 12 marzo 2014

-La Giustizia è giusta?-





 L'impossibilità di spiegare la ragione di ogni cosa tramite l'uso della logica porta all'angoscia nella stessa misura in cui la condizione umana, essendo condizione di assoggettamento all'imprevedibilità degli eventi naturali, è condizione, essa stessa, di angoscia; cosicchè lo scopo stesso di voler dominare la natura tramite la ragione per non sentire di subirla, risulta non solo vanificato, ma reifica l'angoscia che si sarebbe voluta eludere.
Da questo impossibile tentativo di elusione nasce forse quell'atteggiamento fanatico di chi non puo', pena il dover sentire l'angoscia stessa in modo ancor piu' smisurato -allorchè essa, con la cessazione della sua mistificazione, con l'aver reso evidente l'illusorietà dell' operazione abbia liberato la sua potenza in modo esponenziale- accettare il fallimento di questo tentativo. Accettarlo potrebbe significare, implicitamente, essere costretti a sentire la propria impotenza, impotenza il cui decorso mi sembra piu' facilmente riconducibile al maschio, al senso del dominio cui sembra richiamare la sua stessa conformazione fisica. 
Con questo delirio mi piace introdurre il film "La morte scorre sul fiume", uno di quei film che potrei apostrofare come uno tra i piu' belli che abbia visto.
Ogni parola mi sembra eccedere ciò che in esso è reso in modo tanto magistrale da far dimenticare la falsa contrapposizione tra cosiddetta naturalità ed arte.
In primis il bianco e nero è lo strumento linguistico dominante, oserei dire l' ordito eliminato il quale l'opera stessa crollerebbe, così come non si potrebbe pensare alla sua esistenza senza la recitazione eccelsa di Robert Mitchum e di tutti gli altri attori, secondari e non; la bravura stessa dell'attore principale non riesce a dominare sulle parti cosiddette minori cosicchè le singolarità, pur rimanendo tali, non sono non lo restano a scapito dell'omogeneità dell'opera, ma divengono ciò che esse stesse sono chiamate a fare, ossia esprimere ciò che in loro vi è di oggettivo o per lo meno ciò che in loro puo' essere richiamato in senso oggettivo.
Vorrei fermarmi qui e indurre in chi legge il desiderio di vederlo, ma non ci riesco senza prima aver accennato a solo una parte delle suggestioni che mi ha evocato.
Il messaggio oggetto di tante riflessioni, ossia se la Giustizia sia giusta, mi sembra richiamato in piu' parti, in special modo due scene sembrano far eccedere questo senso: quella nella quale il padre prima di venir arrestato davanti ai figli, comunica loro, con una spontaneità che il conformismo del ruolo stesso di genitore "realisticamente" non consente, che dovranno  mantenere il segreto inerente il nascondiglio nel quale lui ha riposto i soldi rubati e che non dovranno rivelarlo nemmeno alla mamma, la quale non avendo giudizio, non ne farebbe un buon uso e un'altra scena molto piu' suggestiva, almeno dal punto di vista della sua teatralità, nella quale un fermo immagine vede alternarsi sulla stessa, identica scena, due persone di statura morale molto diversa, quella del padre che ruba per non far morire di fame i figli in un periodo di piena crisi economica capitalistica e un pastore protestante che ruba per assecondare una patologia mentale nella quale lui si prefigura come un salvatore in un delirio di onnipotenza continuamente soddisfatto e quindi, pienamente appagante.
Lo stesso relativistico opportunismo morale, qui lasciato solo intendere, si dispiega in modo diretto nelle parole della moglie del boia, il quale stanco del suo lavoro, le prospetta il desiderio di volerlo abbandonarlo,
desiderio al quale seguono le seguenti parole della moglie: "Perchè un altro disastro in miniera come quello del '24 mi lasci vedova? Neanche per sogno vecchio mio!".
Vorrei continuare con il descrivervi le mie suggestioni, ma nel dubbio che esse siano solo il frutto di un delirio personale che non puo' interessare nessuno, vi saluto non senza, però, intravedere un barlume che mi faccia prospettare un probabile, ma incerto continuo!







martedì 4 marzo 2014

-Tentativo di critica-




-Las Meninas, Diego Velázquez-

Il quadro è di una bellezza estrema, provo ad abbozzarne una critica pur non avendone gli strumenti, ma me lo concedo lo stesso.
Ad una visione piu’ prolungata appare che la figura dominante, capace di catturare l’attenzione dello spettatore, è il pittore. Non le dame non l’infanta poste in prima fila, non i reali sullo sfondo che invece sono letteralmente abbozzati, appena appena accennati. Il pittore entra di prepotenza nella scena e vi imprime il suo marchio di fabbrica. Colui che veniva considerato socialmente un “semplice” artigiano, ma che nelle segrete stanze godeva spesso di una ammirazione smisurata da parte dei committenti (ricchi e socialmente dominanti), si impone nella rappresentazione artistica. In tal modo l’arte, che è rappresentazione della realtà o meglio rappresentazione di quanto nella realtà c’è di oggettivo, l’arte, che è universalità resa manifesta tramite la particolarità insita sia nel linguaggio artistico (il cosiddetto stile) che nella persona stessa dell’artista, compie il passaggio e diviene sé stessa. Velasquez sembra padroneggiare con disinvoltura quella che è stata la sua esistenza contraddistinta da un rapporto molto stretto con il committente, non a caso questa è un’opera che lui ha dipinto nella maturità (non solo anagrafica) e, sembra, nella convinzione di poter finalmente mostrare la realtà nella quale è vissuto senza il timore di incorrere in pericolose censure.

domenica 2 marzo 2014

-La decima vittima-


"Vivere pericolosamente, ma dentro la legge!"





 dal film La decima vittima di Elio Petri.
Opera d'Arte con la A maiuscola (anche se non credo che ne possa esistere una con la a minuscola, ma enfatizzo volontariamente!) questo film mi parla di una di quelle qualità che, a parer mio, rendono l'opera, appunto, un'opera d'arte, ossia il tratto profetico e ciò, sia che colui che l'ha prodotta lo abbia fatto consapevolmente o meno, anzi non mi sembra che la consapevolezza, intesa come totale raziocinio, possa essere un tratto distintivo della prassi artistica.

Come infatti scrive l'autore di Eutanasia del Dominio, nel capitolo Arte, libertà e verità/ :"[...]l'arte diventa prassi critica dell'esistente, a prescindere dalle intenzioni immediate degli artisti, dalle loro manifeste concezioni del mondo: infatti, quando è autentica, l'opera d'arte in qualche modo sfugge sempre al controllo razionale del proprio autore, tende a oggettivarsi come realtà autonoma, assai piu' "figlia dei tempi" che del suo autore concepito nella sua -impossibile- autonoma soggettività."

La visione profetica del film inerisce cio' che mi piace poter sintetizzare con l'espressione "decadimento capitalistico" ossia la risultanza di una prassi sociale umana che conduce alla disintegrazione anche di quella intermittente scintilla di umanità o, nel suo negativo, all'affermazione della totale disumanità.

Nonostante ciò non sono convinta che tutto il male o il bene possa essere ricondotto solo alla prassi sociale umana, ho un bel pò su cui riflettere per sciogliere questa mia perplessità; mi pongo una domanda antiquata e forse la pongo in modo sbagliato, mi chiedo infatti, cosa sarebbe l'uomo o meglio la specie umana?

Tornando al film, primo oggetto della mia riflessione, penso che, come dice giustamente in un commento un lettore di Arte e Rivoluzione in Benjamin e Adorno di Matteo Antonin: "[...]A mio parere il critico non è colui che “spiega” un opera d’arte (sia essa un film, un dipinto, un libro o altro)"-bensì colui che- "[...] si fa carico[...] di indicare le eccedenze di senso prodotte [...]". Eccedenze di senso che sono, secondo me, le parti costitutive dell'opera d'arte la quale nè si pone, nè viene prodotta mai in modo immediato o naturale, ma è sempre una mediazione, sia tra l'artista e l'oggetto che prende forma e quindi tra l'artista ed il mondo sociale espresso e creato dagli uomini per mezzo di rapporti sociale e di potere, sia tra l'oggetto (quindi la forma) e l'osservatore, posizione questa che mi sembra espressa sinteticamente da Paul Valery quando scrive "Il più sicuro metodo per giudicare una pittura è di non riconoscervi , da principio , nulla."
Concludo questo delirio forse molto folle, riaccennando alle parole del lettore di cui sopra: "il problema fondamentale è quello di forzare le forme che ci vengono date per uscire dal cliché", mi sembra che Elio Petri lo faccia egregiamente in questo film!