Il National Recovery Act fu varato nei primi cento giorni
della presidenza di Franklin Roosevelt nell'ambito della politica economica passata alla storia come
il New Deal , "in base ad esso le imprese di ogni settore industriale sono
tenute a formulare con l'aiuto del governo un certo numero di norme (i
cosiddetti "codici") che fissino minimi di trattamento economico per
i rispettivi dipendenti e alcune impegnative regole di concorrenza leale nei
propri rapporti interni. Un obbligo vero e proprio di sottoscrivere il codice
che non c'è; ma nei confronti delle imprese renitenti il governo ha formidabili
mezzi di coazione indiretta, come quello
d'invitare i consumatori a boicottarle rifiutando loro l'"aquila azzurra",
il distintivo della collaborazione patriottica."
Quando si parla di New Deal, in genere, “si pensa ad un fatto nuovo nella storia americana, a un regime in virtu’ del quale gli Stati Uniti-rappresentati fino ad allora come la terra classica del piu’ rapace e avventuroso capitalismo-imboccarono la strada della democrazia economica e dello Stato assistenziale”. In realtà questo non fu un fenomeno nuovo, il precedente storico legislativo è da rintracciarsi nella Federal Trade Commission del 1914 attuata dal presidente Wilson.
Quando si parla di New Deal, in genere, “si pensa ad un fatto nuovo nella storia americana, a un regime in virtu’ del quale gli Stati Uniti-rappresentati fino ad allora come la terra classica del piu’ rapace e avventuroso capitalismo-imboccarono la strada della democrazia economica e dello Stato assistenziale”. In realtà questo non fu un fenomeno nuovo, il precedente storico legislativo è da rintracciarsi nella Federal Trade Commission del 1914 attuata dal presidente Wilson.
Wilson apparteneva a
quel filone del progressismo americano
ribattezzato da lui stesso “nuova libertà”. “L’età dell’oro, per i suoi
seguaci, non era nel futuro, in un “coraggioso nuovo mondo” verso il quale big
business e big government marciassero mano nella mano, ma nel passato: era nell’America
equilibrata e ardimentosa della littleness, in un paese di agricoltori, di
negozianti, di piccoli imprenditori industriali che la concorrenza rendeva piu’
saldi, piu’ virtuosi, piu’ ingengnosi. Concorrenza, infatti, vuol dire
piccolezza, e piccolezza vuol dire libertà; […] Lo Stato, perciò, deve
combattere il monopolio e i privilegi, dovunque sorgano; ma questa ha da
essere la sua unica forma d’intervento”.
L’altro filone del progressismo americano, al contrario, sosteneva che “La concorrenza era alla base
dei mali peggiori di cui soffriva l’America.
Ad essa, alle leggi che ne assicuravano la sopravvivenza, si dovevano la
disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro infantile, i bassi salari dell’industria;
e ad essa, se il paese doveva essere risanato, era necessario sostituire la
Cooperazione. Cooperazione, certo, vuol dire anche cartello, trust e il trust,
se implica ordine, razionalizzazione, maggiori possibilità di assistenza
sociale, comporta pericoli gravi per la comunità tutta intera, per lo stesso
funzionamento del processo democratico. Di qui, perciò, la necessità di un controllo,
o meglio, di un rafforzamento dell’organo predisposto al controllo. Se si ammette l’opportunità
delle grandi concentrazioni economiche, insomma, occorre ammettere pure che
lo Stato acquisti dimensioni ed
efficienza eguali, occorre fare del “nazionalismo”, dare, cioè, piu’ potere alla
nazione e ai suoi istituti politico-giuridici.”
Come possiamo vedere, quindi, abbiamo al nostro cospetto due differenti ideologie, ognuna delle quali teorizzava un modo per uscire dalla crisi economica capitalistica di quel periodo storico. Due diverse concezioni e interpretazioni della realtà interne, però, ad un unico sistema economico che si intendeva salvare e salvaguardare. Il primo filone appariva come quello piu’ “progressista” in quanto attaccava trusts, banche, giganti dell’industria, dei trasporti e della finanza, mentre in realtà era proprio il secondo, quello neo-nazionalista, che proponeva soluzioni piu’ adeguate e fu quello, infatti, che nella pratica, prevalse inserendosi nel solco delle necessità dello sviluppo capitalistico.
Le elezioni furono sì vinte da Wilson nel 1912 che sconfisse Theodor Roosvelt, ma paraddosalmente fu proprio lui, sostenitore della “nuova libertà”, ad approvare l’istituzione di quell’ente (Federal Trade Commission), provvisto di poteri normativi che avrebbe dovuto controllare le grandi società anonime, e per ciò stesso accettarne l’esistenza, teorizzato, invece, da due teorici del filone neo-nazionalista.
Questo è un esempio di come lo sviluppo capitalistico abbia giocato nella Storia ad inglobare e reindirizzare tendenze ideologiche che avrebbero potuto ostacolarlo e contrapporsi ad esso, in questo caso, infatti, prevalse il “realismo” dei neo-nazionalisti. Che poi oggi questi neo-nazionalisti passino per dei rivoluzionari è questione che sarà, stesso e nuovamente, il sistema capitalistico a risolvere. A scapito di tutti, s’intende! Ma niente di nuovo sotto questo sole e queste tenebre, per ora, almeno!
Come possiamo vedere, quindi, abbiamo al nostro cospetto due differenti ideologie, ognuna delle quali teorizzava un modo per uscire dalla crisi economica capitalistica di quel periodo storico. Due diverse concezioni e interpretazioni della realtà interne, però, ad un unico sistema economico che si intendeva salvare e salvaguardare. Il primo filone appariva come quello piu’ “progressista” in quanto attaccava trusts, banche, giganti dell’industria, dei trasporti e della finanza, mentre in realtà era proprio il secondo, quello neo-nazionalista, che proponeva soluzioni piu’ adeguate e fu quello, infatti, che nella pratica, prevalse inserendosi nel solco delle necessità dello sviluppo capitalistico.
Le elezioni furono sì vinte da Wilson nel 1912 che sconfisse Theodor Roosvelt, ma paraddosalmente fu proprio lui, sostenitore della “nuova libertà”, ad approvare l’istituzione di quell’ente (Federal Trade Commission), provvisto di poteri normativi che avrebbe dovuto controllare le grandi società anonime, e per ciò stesso accettarne l’esistenza, teorizzato, invece, da due teorici del filone neo-nazionalista.
Questo è un esempio di come lo sviluppo capitalistico abbia giocato nella Storia ad inglobare e reindirizzare tendenze ideologiche che avrebbero potuto ostacolarlo e contrapporsi ad esso, in questo caso, infatti, prevalse il “realismo” dei neo-nazionalisti. Che poi oggi questi neo-nazionalisti passino per dei rivoluzionari è questione che sarà, stesso e nuovamente, il sistema capitalistico a risolvere. A scapito di tutti, s’intende! Ma niente di nuovo sotto questo sole e queste tenebre, per ora, almeno!
