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venerdì 14 marzo 2014

"-Noi facciamo la nostra parte-", recita l'Aquila azzurra!!



Il National Recovery Act fu varato nei primi cento giorni della presidenza di Franklin Roosevelt nell'ambito della  politica economica passata alla storia come il New Deal , "in base ad esso le imprese di ogni settore industriale sono tenute a formulare con l'aiuto del governo un certo numero di norme (i cosiddetti "codici") che fissino minimi di trattamento economico per i rispettivi dipendenti e alcune impegnative regole di concorrenza leale nei propri rapporti interni. Un obbligo vero e proprio di sottoscrivere il codice che non c'è; ma nei confronti delle imprese renitenti il governo ha formidabili mezzi di coazione  indiretta, come quello d'invitare i consumatori a boicottarle rifiutando loro l'"aquila azzurra", il distintivo della collaborazione patriottica." 

 Quando si parla di New Deal, in genere, “si pensa ad un fatto nuovo nella storia americana, a un regime in virtu’ del quale gli Stati Uniti-rappresentati fino ad allora come la terra classica del piu’ rapace e avventuroso capitalismo-imboccarono la strada della democrazia economica e dello Stato assistenziale”. In realtà questo  non fu un fenomeno nuovo, il precedente storico legislativo è da rintracciarsi nella Federal Trade Commission del 1914 attuata dal presidente Wilson.

 Wilson apparteneva a quel filone  del progressismo americano ribattezzato da lui stesso “nuova libertà”. “L’età dell’oro, per i suoi seguaci, non era nel futuro, in un “coraggioso nuovo mondo” verso il quale big business e big government marciassero mano nella mano, ma nel passato: era nell’America equilibrata e ardimentosa della littleness, in un paese di agricoltori, di negozianti, di piccoli imprenditori industriali che la concorrenza rendeva piu’ saldi, piu’ virtuosi, piu’ ingengnosi. Concorrenza, infatti, vuol dire piccolezza, e piccolezza vuol dire libertà; […] Lo Stato, perciò, deve combattere il monopolio e i privilegi, dovunque sorgano; ma questa ha da essere  la sua unica forma d’intervento”. L’altro filone del progressismo americano, al contrario,  sosteneva che “La concorrenza era alla base dei mali peggiori di cui soffriva l’America.  Ad essa, alle leggi che ne assicuravano la sopravvivenza, si dovevano la disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro infantile, i bassi salari dell’industria; e ad essa, se il paese doveva essere risanato, era necessario sostituire la Cooperazione. Cooperazione, certo, vuol dire anche cartello, trust e il trust, se implica ordine, razionalizzazione, maggiori possibilità di assistenza sociale, comporta pericoli gravi per la comunità tutta intera, per lo stesso funzionamento del processo democratico. Di qui, perciò, la necessità di un controllo, o meglio, di un rafforzamento dell’organo  predisposto al controllo. Se si ammette l’opportunità delle grandi concentrazioni economiche, insomma, occorre ammettere pure che lo  Stato acquisti dimensioni ed efficienza eguali, occorre fare del “nazionalismo”, dare, cioè, piu’ potere alla nazione e ai suoi istituti politico-giuridici.”  
 Come possiamo vedere, quindi, abbiamo al nostro cospetto due differenti ideologie, ognuna delle quali teorizzava un modo per uscire dalla crisi economica capitalistica di quel periodo storico. Due diverse concezioni e interpretazioni della realtà interne, però, ad un unico sistema economico che si intendeva salvare e salvaguardare. Il primo filone appariva come quello piu’ “progressista” in quanto attaccava  trusts, banche, giganti dell’industria, dei trasporti e della finanza, mentre in realtà era proprio il secondo, quello neo-nazionalista, che proponeva soluzioni piu’ adeguate e fu quello, infatti, che nella pratica, prevalse inserendosi nel solco delle necessità dello sviluppo capitalistico. 

 Le elezioni furono sì vinte da Wilson nel 1912 che sconfisse Theodor Roosvelt, ma paraddosalmente fu proprio lui, sostenitore della “nuova libertà”, ad approvare l’istituzione di quell’ente (Federal Trade Commission), provvisto  di poteri normativi che avrebbe dovuto controllare le grandi società anonime, e per ciò stesso accettarne l’esistenza, teorizzato, invece, da due teorici del filone neo-nazionalista. 

Questo è un esempio di come lo sviluppo capitalistico abbia giocato nella Storia ad inglobare e reindirizzare tendenze ideologiche che avrebbero potuto ostacolarlo e contrapporsi ad esso, in questo caso, infatti, prevalse il “realismo” dei neo-nazionalisti. Che poi oggi questi neo-nazionalisti passino per dei rivoluzionari è questione che sarà, stesso e nuovamente, il sistema capitalistico a risolvere. A scapito di tutti, s’intende! Ma niente di nuovo sotto questo sole e queste tenebre, per ora, almeno!