giovedì 29 gennaio 2009



LA PERSONA SANA E' QUELLA CHE NON SA ANCORA DI ESSERE AMMALATA
Il dottor Knock e il triondo della medicina. 
JULES ROMAIN


Il riempimento malsano delle nostre giornate e la conseguente negazione e fuga da una comunicazione umana tra persone conviventi, con la accensione automatica dell’apparecchio televisivo che acquisisce sempre piu’ i conottati di un monolite magico e sacro, ci mostra tra un prodotto e l’altro, la violenza a cui la nostra mente e il nostro copro-tramite le emozioni che dal cervello si diffondono in esso-, è sottoposta.
Tanto è stato scritto sull’argomento da emeriti studiosi, ma poco, troppo poco diffuso e portato a conoscenza dei piu’.
Si dovrebbe istituire un insegnamento apposito nelle scuole medie:
Storia dei media e tecniche di informazione (alias manipolazione delle varie realtà allo scopo di indurre nella persona ad un determinato, a priori, bisogno).
Ancora, nonostante proteste diffuse, si assiste a spettacoli il cui scopo è quello di manipolare i bambini tramite pubblicità di giocattoli, ancora si assiste alla pubblicizzazione di medicinali, pratica che dovrebbe essere vietata in un paese civile.
Una adeguata preparazione includente la conoscenza del proprio corpo e i relativi modi per averne cura non puo’ passare tramite un concentrato di immagini e parole flash ideato appositamente da studiosi pagati all’uopo per indurre all’acquisto di un determinato prodotto.
Il mercato non può essere mosso da azioni filantropiche  e non lo sono le aziende che devono aumentare i loro profitti pena la loro estinzione.


[...]la medicina ha a che fare non solo con le sofferenze e le ansie legate alle malattie a alla morte, ma anche con l’aspirazione al miglioramento delle nostre condizioni psico-fisiche.. entrambi i fattori forniscono perciò alle industrie l’opportunità molto vantaggiosa di poter sposare ricerca di profitto al conseguimento di obietti etici.
[...]le pratiche commerciali e di marketing dei produttori di farmaci... sono andate incontro, negli ultimi anni, ad una radicale evoluzione, che ha portato a vedere le malattie come un’opportunità di profitto da perseguire attraverso una massiccia espansione della domanda di farmaci, da raggiungere anche attraverso l’estensione delle loro indicazioni.
[...]già negli anni ’70 infatti Gadsed, il capo della Merck, aveva manifestato il suo dispiacere che il potenziale mercato della società fosse limitato agli ammalati, dichiarando che il suo sogno era di produrre farmaci per gente sana, così come la Wrigley’s, produttrice di gomme da masticare per tutti.
In un mercato ormai saturo, nel quale la produzione di nuove molecole per curare le malattie conosciute è sempre piu’ rara, non basta piu’ ricorrere solamente alla modifica di molecole già note e sperimentate (i cosiddetti farmacifoto-copia, o me-too), vantandone con dubbie fondamente straordinari vantaggi.
Si tende ad ampliare il mercato per quelle in commercio estendendone le indicazioni al fine di aumentare il numero dei potenziali consumatori.
 Nei paesi anglo-sassoni l’operazione, com’è ormai ampliamente noto, viene denominata disease mongering, o vendita delle malattie[...].
Il disease mongering viene vigorosamente perseguito dalle grandi industrie farmaceutiche, nei cui consigli di amministrazione ormai predominano dirigenti provenienti dal big business.
E’ stato appurato che nel 2004 le multinazionali del farmaco hanno investito nelle attività di marketing 60 miliardi di dollari, il doppio circa di quanto hanno investito in ricerca, facendo leva sulle emozioni, timori ed aspirazioni delle persone. [...]
La strategia ha piu’ facce, essenzialmente riconducibile a tre filoni principali:
1) la trasformazione in patologie, che naturalmente devono essere curate, di condizioni di per sé fisiologiche (come l’osteoporosi, i disturbi mestruali o la menopausa, la sindrome del colon irritabile) o delle comuni difficoltà della nostra vita quotidiana (come timidezza, irrequietezza, difficoltà nella vita sessuale, calvizie, rughe e quant’altro);
2) l’equiparazione di fattori di rischio per lo sviluppo di future malattie e malattie vere e proprie, particolarmente in campo cardiovascolare (come l’ipercolesteromia e l’ipertensione);
3) la vendita senza infingimenti di farmaci non per presunte od esaltate patologie, ma semplicemente per il miglioramento della qualità della vita, o cosiddetti farmaci life-style, identificati come un mercato in forte crescita.
L’industria interviene a tutto campo, dalla progettazione ed esecuzione degli studi clinici alla loro pubblicazione, alle informazioni da fornire ai medici (mediante pubblicazioni e convegni) ed ai pazienti e alle loro associazioni (attraverso campagne di sensibilizzazione alle malattie) ed attraverso la pubblicità diretta dei farmaci, dove questo è consentito. 
 Come ci insegna l’esperienza di quei paesi dove la pubblicità diretta dei farmaci da parte delle case produttrici è consentita, tale coinvolgimento avviene mediante l’organizzazione di campagne promozionali rivolte ad “informare” su una determinata patologia, ma, poiché esse sono in realtà rivolte a “convincere”, la veridicità e attendibilità delle informazioni spesso lascia a desiderare.
I sintomi sono presentati in modo molto generico, in modo tale che ognuno possa sospettare di averli, ed i vantaggi dei farmaci sono esaltati con informazioni nebulose sulla loro efficacia e controindicazioni.
Esaminerò i casi piu’ importanti dei disease mongering prendendo in esame le patologie o i disturbi piu’ bersagliati dalle strategie di marketing delle grandi industrie.
 Alcuni di essi, così come alcune importanti tattiche di marketing, sono molto piu’ diffusi negli Stati Uniti, e molto meno in Europa o in Italia[...]
Ritengo però che in un mondo ormai “globale” sia utile ed anche doveroso essere a conoscenza delle strategie generali delle industrie farmaceutiche e della loro politica di espansione a livello globale, perché esse tendono inevitabilmente per ricadere su tutti noi, e per aiutarci a prefigurare a cosa potremmo andare incontro, in Europa e qui in Italia, se processi di esasperata commercializzazione della sanità e liberalizzazione della pubbicità medica e farmaceutica prendessero piede anche da noi, non soltanto per le conseguenze di interesse strettamente sanitario, ma anche per le loro influenze sulla natura della società.
IL SESSO
Volete migliorare la vostra vita sessuale?...
Siete venuti nel posto giusto
Sito Web della Pfizer.
Non stasera caro: il cane si è mangiato il mio cerotti al testosterone.
[...] L’esempio piu’ paradigmatico di queste strategie è costituito dal Sildneafil (il Viagra), scoperto casualmente sperimentando un farmaco contro l’angina pectoris, che dall’indicazione iniziale al trattamento della disfunzione erettile (maschile) da cause come diabete e lesioni al midollo spinale, per mezzo di una campagna di marketing accuratamente programmata, è passato a quella di un rimedio per risolvere qualsiasi tipo di disturbi sull’erezione, anche momentanei e non dovuti a cause vascolari, sino ad essere indicato come un mezzo per migliorare ed esaltare le prestazioni sessuali. [...] 
 In pratica il Viagra è passato da farmaco per il trattamento di ben determinate patologie ad un farmaco cosiddetto life-style, indirizzato a coloro che non soffrono di patologie in atto, ma semplicemente vogliono migliorare, o esaltare, la loro qualità della vita. (un vero e proprio doping della salute). E’ anche doveroso ricordare gli attori della cinematografia pornografica, che grazie al sildenafil possono sostenere un maggiore impegno professionale.
Ma, subito dopo l’esplosione del Viagra, iniziò negli Stati Uniti la campagna per l’estensione del suo uso anche in campo femminile.
Ansietà ed insoddisfazioni sessuali, spesso basate su fattori sociali e culturali, sono stati trasformati in disturbi comportamentali adatti per il trattamento farmacologico, creando la nuova sindrome della “Disfunzione Sessuale Femminile”.
 Già nel 1997 gli urologi avevano cominciato a parlare di “disfunzione sessuale femminile”, riferendosi ad aspetti della fisiopatologia genitale femminile assimilabili alla disfunzione erettile maschile, una categorizzazione diagnostica basata non sull’evidenza, ma sull’analogia con il modello  maschile.
La Pfizer fu, non inaspettatamente, il principale promotore della campagna per il riconoscimento di questa nuova patologia, che secondo alcuni colpirebbe il 43% delle donne americane, campagna che fu sospesa solo pochi anni fa per gli scarsi risultati degli studi clinici condotti al riguardo.
 Ciò nonostante l’idea che il Viagra deve funzionare anche nelle donne è stata così efficacemente sbandierata che negli Stati Uniti esso continua ad essere ampliamente prescritto anche in questa“disfunzione”, e quindi al di fuori delle indicazioni approvate dalle autorità regolatorie per l’immissione dei farmaci sul mercato.
Essendo stato riconosciuto che non esistevano prove valide a supporto di un uso diffuso del Viagra nelle donne qualcuno consigliò di provare con gli androgeni.
 Comparve allora sul mercato una crema (sperimentale) da applicare ai genitali per offrire nuove speranze di guarigione sessuale, il che sembrò a molti un altro modo subdolo di confondere i confini tra malattia e la vita normale.
Sorprendetemente cercò di entrare nel mercato la Procter&Gamble,piu’ nota come produttrice di shampoo e saponi, attiva però anche in campo farmaceutico per il morbo di Paget e l’osteoporosi.
Essa iniziò ad investire pesantemente su un cerotto di testosterone per trattare il “disordine da desiderio sessuale ipoattivo” nelle donne che avevano subito l’asportazione dell’utero e di entrambe le ovaie, e cercò di ottenere l’approvazione della Food and Drug Administration americana (FDA).
Essa però fu rifiutata, essendo stati giudicati insoddisfacenti la durata dello studio per una corretta valutazione dei rischi a distanza, ed il numero delle pazienti indagate, quanto modesti i benefici del trattamento, ma ciò non impedisce ai medici americani di prescrivere creme al testosterone da prepararsi in farmacia.
La Procter&Gable non si scoraggiò per questo e, trascurati (almeno per il momento) gli Stati Uniti, rivolse le sue attenzioni all’Europa, dove finalmente il cerotto (Intrisa) fu approvato nel luglio del 2006 dall’EMEA (European Medicines Agency), diventando disponibile anche in Italia dal febbraio del 2007. Anche se è ricordato che il cerotto al testosterone è indicato esclusivamente per il trattamento del calo del desiderio sessuale nella menopausa chirurgica, e che “se non sei interessata al sesso perché tuo marito è una bestia, Intrisa non risolve i tuoi problemi sesuali”, esso già viene presentato (ed offerto sulla rete) come il Viagra al femminile.
Per rimanere in campo femminile, gli eventi legati al periodo riproduttivo rappresentano il terreno ideale per la trasformazione di venti fisiologici, come il ciclo mestruale e la menopausa, in patologie vere e proprie, naturalmente da trattare farmacologicamente, meglio ancora se utilizzando farmaci tradizionali con una indicazione del tutto nuova. E così gli sbalzi d’umore precedenti il ciclo ora non sono piu’ qualcosa che appartiene alla vita normale, ma piuttosto il sintomo rilevatore di un possibile disturbo psichico, il cosiddetto Disturbo Disforico Pre-Mestruale (DDPM), da trattare con un farmaco antidepressivo.
Il caso vuole che questo farmaco (niente altro che l’arcinota paroxetina) sia stato proposto negli Stati Uniti per questo nuovo disturbo proprio quando il brevetto della molecola era ormai scaduto, ma questa volta sotto il nome di Sarefem, al posto dello stranoto Prozac.
Fortunatamente tale indicazione non è stata approvata dall’EMEA, l’ente regolatorio europeo per l’approvazione dei farmaci. Questo caso rappresenta un illuminante esempio di “promozione”
delle malattie, con la quale però i soggetti (qui le donne) “imparano a considerarsi dei malati mentali”.
Ma in realtà per alcune industrie il vero mercato sembra essere costituito dal ciclo mestruale stesso, da sostituire con un nuovo sistema periodico, secondo un riuscito gioco di parole. La casa farmaceutica Barr introdusse nel 2003 una pillola contraccettiva che permetteva di avere un ciclo mestruale ogni tre mesi (nome non casuale, Seasonale), con una vendita degli Sati Uniti per 120 milioni di dollari nel 2006 (in realtà un piccolo segmento del mercato totale americano per i contraccettivi orali, di 1, 7 miliardi di dollari). Gli studiosi delle case farmaceutiche ritenevano che servisse a migliorare la qualità della vita delle donne, e in piu’ fosse di utilità per le prospettive di carriera. Per giustificare la battaglia contro “le incresciose emoraggie femminili” i ricercatori erano ricorsi anche ad argomentazioni pseudo-darwiniane, sostenendo che la donna dei nostri giorni è un prodotto difettoso del disegno intelligente dell’evoluzione: essendo innaturale che in un paese industrializzato le donne abbiano 450 mesturazioni nel corso della loro vita, una volta compresi i vantaggi di questo metodo, esso si sarebbe affermato come un giusto rimedio.
 Ma l’obiettivo finale di queste ricerche era in realtà ben piu’ ambizioso, mirando ad eliminare il ciclo mestruale stesso, e sembra che esso sia stato coronato da successo. Nel maggio di quest’anno la FDA ha infatti finalmente approvato una nuova pillola contraccettiva, da prendere ogni giorno, senza interruzioni, che elimina totalmente le mestruazioni.
La Wyeth, produttrice di questo nuovo farmaco (Lybrel) prevede una vendita annuale per 250 milioni di dollari. Naturalmente questo ha scatenato un vivace dibattito. I sostenitori dei vantaggi di questa nuova pillola sostengono che essa permette alle donne di evitare i malesseri connessi al ciclo, che conducono a minore efficienza sul lavoro, assenteismo, ed una perdita media annuale di salario di 1692 dollari a donna. Si obietta però che il ciclo è una componente naturale della femminilità, e che la mancanza di studi sugli effetti a lungo termine di questa terapia non permette alle donne di prendere una scelta veramente informata, particolarmente per quanto riguarda i rischi di contrarre malattie cardiovascolari e tumori alla mammella.
Maggior successo ha avuto la trasformazione in patologia di un inevitabile momento fisiologico della vita di una donna, la Menopausa.
Nel pieno delle lotte del movimento femminista americano per l’emancipazione delle donne, il ginecologo Robert Wilson nel 1996 affermò che la“menopausa è una malattia da carenza ormonale, curabile e totalmente prevenibile” ,sostenendo che la sua idea rivoluzionaria della menopausa e del modo di curarla contribuiva alla liberazione della donna, in particolare quella sessuale, ed accusando anche i suoi colleghi di non riuscire a comprendere che la menopausa è una grave sindrome fisica e mentale. [...]
 In realtà il processo di trasformazione di un cambiamento fisiologico in una patologia, era iniziato già negli anni 30, con gli studi su una delle prime forme sintetiche di un estrogeno, il dietilstilbestrolo (DES), che avrebbe dovuto supplire alla carenza ormonale propria della nuova età della donna.
Una volta definita la menopausa come malattia, la sua cura non era solo legittima, ma doverosa.
 Allo scopo si ricorse ampiamente all’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, che aveva evidenziato come dopo la menopausa avveniva nella donna un aumento notevole della morbilità e mortalità cardiovascolare, particolarmente per ischemia coronaria, dalla quale la donna era in pratica immune in età fertile per la protezione esercitata dagli estrogeni.
Nel 1981 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità accettò la nuova definizione di menopausa come malattia dovuta a deficit di estrogeni. Si ritenne perciò che la terapia sostitutiva ormonale fosse indicata anche per proteggere il cuore delle donne, ma, come spesso avviene in medicina, quando speranze terapeutiche basate su legittime ipotesi scientifiche non vengono poi confermate dagli studi clinici di controllo, nel 1998 lo studio HERS dimostrò che il trattamento non solo non era in grado di prevenire gli infarti, ma addirittura ne aumentava il rischio. Ciò nonostante, anche dopo la pubblicazione dello studio la casa produttrice lanciò una campagna a livello mondiale per ricordare alle donne ei medici i rischi legati alla perdita di estrogeni.
da Medicina Democratica [seguiranno maggiori e piu' precise informazioni bibliografiche]

domenica 25 gennaio 2009

-Le merci-


Le merci sono giudizi mascherati.
I fantasmi sono merci.
I fantasmi sono giudizi mascherati.

mercoledì 21 gennaio 2009

-Clock clock clock-

"Clock clock clock", oscilla il pendolo del tempo e rimango sopesa tra sogno e realtà,
la sospensione mi immobilizza e inghiotto l’amaro boccone
(ricercando per me stessa) i termini piu’ adatti, ma non li trovo;
poi il boccone troppo ingombrante buttato giu’ nell’esofago non scende e mi nausea.
E se potessi scegliere un nome adatto per me stessa sceglierei questo: nausea.
E il tempo moderno mi distacca da sé, io lo distacco e lo sputo
perchè ora nessun effetto potrebbe essere raggiunto meglio che con lo stupefacente.
Perché il raziocinio in cui ci stringe e costringe questo tempo moderno mi repelle,
il sogno così vicino mi appare distante,
e mi chiedo se in me si annida la schizofrenia, la vigliaccheria, il rifiuto all’azione o
se è il tempo moderno  che me la sta conficcando nel cuore, nei gesti, nel fare, nell’essere.
E me la sbatte dinanzi, mi sbatte dinanzi lo spettro di me stessa
e mi immobilizza, gli occhi, se potessero, fuoriuscirebbero dalle orbite

L’essere borghese si affaccia nel mio mondo  in tutta la sua ipocrisia e navigo su questa imbarcazione ondeggiante su un mare impietoso.
La morte-unico fenomeno isolato-come la nascita non domanda, non richiede, ma il dolore urla, strazia l’udito e i cuori si sommuovono.
Come una rivolta senza senso, senza fine, senza ideale perché nel tempo moderno non c’è ideale che regga
in questo fantasma di mondo dove comanda l’apparire.
E allo schaivo non vien detto che gli si richiederà in cambio un prezzo, un prezzo troppo alto per poter essere pagato, così soccomberà, ma io non voglio soccombere.
Salvami dal mio stesso tormento, ti prego, se puoi, salvami.


martedì 20 gennaio 2009

-A ruota libera-


L'attimo del timore è la tomba dell'amore.
Si sfiorano i nostri corpi e le nostre mani.
La pressione leggera non impazza le vene delle tempie, ma misura, fluisce lenta.
Perviene al mio cuore (che batte echeggiando nel corpo e nella stanza) la tua carezza.
Carezza che non si stanca, che non stanca.
L'attimo del timore massacra l' amore.
L'attimo del timore è scacciato dal nostro amore.
Chiusi su sguardi che si sfiorano
carezzano e penetrano
e la vita che inghiotte le titubanze.
Perchè non c'è spazio per i tentennamenti,
le paventate-pavoneggiate difficoltà fanno ombra su altri fiori.
Noi siamo l'albero che fa ombra all'esterno,
non i fiori.
E le fessure mediterrane nel tuo viso mi penetrano
e mi reclamano a sè.
Perchè non c'è conquista qui ora che
possa indossare la maschera di una virilità falsa
 maschera di ben altri  orrori.
Gli ospedali psichiatrici e le stanze chiuse e stantie dell'analista sono fuori da qui di qui da noi
l'attimo del timore è la tomba dell'amore.
L'attimo del timore è la perpelssità del vile che scatta voltando gli occhi altrove in un rifiuto lacerante.
E si lacera. E si laceri.
Non si controlla niente.
Il libero arbitrio illumina
 squarcia il cielo e violenta le terre. Si impone.
Uniche vittime si sè stessi.
Dannati col volto coperto , mani che celano lo strazio e un occhio che fuoriesce lucido da quella  la maschera che si rivela nella sua artificiosità.
Grottesca.

lunedì 12 gennaio 2009


La tua gentilezza mi conquista,
la tua grazia maschile mi seduce. 

Un travaso di fiori i tuoi sorrisi e il tuo sguardo,
fiori che travasano dall’ampolla di vetro. 

Eros e amore stretti in un solo abbraccio
e corpi che rompono le loro catene di carne
per gridare alla magnifica liberazione.

Spezzare le catene tra  unioni malate 
in cui l’unico imperativo che prevale è sempre e solo 
l’inerzia sado-maso.

Mi hai colpito, 
la freccia scocca sulle labbre, 
nei cuori e tra le parole garbate.

Tra quella tensione verso l’autenticità 
che rende complici due esseri umani 
e ci si scopre diversi 
e si seguono le tracce dei personali divenire.

La noia non regna
e non irretisce in un abbraccio mortale la conoscenza. 
Tra l’artista e l’uomo non c’è cesura, 
non puo’ esserci artista vero in un uomo perfido,
 in un atteggiamento accomodante,
 comodo che rende flosci i corpi, 
che scioglie i cuori come cioccolata fusa, 
dolce per il palato e molle per i corpi. 

Il tuo corpo mi richiama il desiderio,
 il desiderio della sua conoscenza, 
così la carezza che ha aleggiato sulla pelle, 
così un desiderio, una stella, un’utopia.

giovedì 8 gennaio 2009

-Figli-



Guardi il tuo piccolo con quel particolare sentimento che fuoriesce dal cuore per giungere agli occhi e pensi di volerlo preservare da quel dolore che potrebbe approssimarsi a breve, potrebbe. Dolore prossimo e probabile.
Pensi che sia un dolore innaturale e che quel suo piccolo cuoricino potrebbe non contenerlo. Così pensi, anzi non riesci neanche a formularlo questo pensiero postumo perché l’idea, solo quella, di un dolore forte mal si concilia con la delicatezza del cucciolo.

Come quando dopo l’atto del generare la mente sembra scoppiare in alcuni istanti per le immagini di incidenti violenti che senza chiedere il permesso la violentano. Quelle immagini la cui forza impetuosa ti portava a chiederti  dove risiedesse la loro origine, poi ad una mente lucida e razionale la risposta si presenta naturalmente e ti trovi a dirti che quell’amore così assoluto è tanto stra/ordinario da non contemplare neanche la minima possibilità di una macchia e la mente, che non è abituata a tanto purismo, mal lo sopporta e come una purificazione affida al sogno ed all’inconscio la produzione di immagini di probabili violenze.

Così tu oggi guardi il tuo piccolo e ti dici che lui non deve assolutamente poter provare quel dolore, ti giustifichi dicendoti che è un dolore straordinario e che la voglia di proteggerlo all’estremo nasce da lì, ma poi ti soffermi come in uno specchio cieco e ti guardi nell’anima. Pensi ai bambini che stanno sistematicamente assassinando, pensi ai bambini privati dell’amore di chi possa prendersene cura, pensi ai bambini a cui viene rubata l’infanzia in modo così innaturale, pensi ai bimbi che affollano le case famiglia e ti ricordi di qualcosa, il dolore affolla il cuore e le lacrime, le guance e pensi a loro ed alla loro capacità di sopravvivere oltre tutto.
Non vuoi ricordarti di te, ma sai che quanto vedi lo vedi solo in quanto hai cuore ed occhi per vederlo.
Certo hai ancora paura di chiamare Davide, di chiedergli il perché, ma ora sei una donna, incompleta, certo, ma donna.

Torni al tuo bambino ed al dolore prossimo e ti dici che non puoi. Lo vedi ridere, dire al babbo che non puo’ parlare per telefono perché troppo impegnato a fare l’ometto, in quello che ancora lui chiama gioco.
Lo vedi felice, sereno, ridente, timido, sazio dei giochi e consapevole. Pienamente.
Vedi la persona che lui è, l’altra sera ti ha stupito poiché il 6 gennaio sera dopo aver ricevuto l’ultimo gioco, stesso lui te lo ha detto che è sazio.
“Ma mi regalano sempre macchinine…”per poi rendersi conto da solo che il problema non sono le macchinine, ma tutti gli oggetti ricevuti e allora fa un elenco di tutto, di tutto quello che gli è stato regalato e rimane perplesso.
Il suo modo per dirti che è sazio, lo ha detto a se stesso ed a te, te lo ha comunicato. Lui sa tutto, ha in sé già la verità.
Ti ha chiesto anche ancora ed ancora perché il babbo non è a dormire con lui, aggiunge alla sua consapevolezza tasselli. Di ora in ora, di momento in momento a seconda della sua capacità di tenere in sé il sentimento del dolore, dell’impotenza, del rifiuto e scarta quanto non gli serve. Lui è la tua guida per relazionarti con lui. Lui contiene già tutto, niente va messo, ma al limite va estratto con cautela e attenzione, quando lui lo chiede.
E l’ascolto assume un’importanza fondamentale, anzi assume la natura di fondamento, come se la relazione si basasse solo sull’ascolto. Per ascoltare c’è bisogno di tempo e loro si nutrono del nostri/vostri tempi e lo richiedono con forza, senza lesinarlo.
Lui ti ha chiesto cosa significasse “separazione”, altre volte ha sentito dalla tua bocca uscire questo termine, ma solo due giorni fa ti ha posto la domanda “E gli altri?”.
Poi ha detto che lui si arrabbia, ma non se due persone si separano, ma se il babbo va a lavorare.
Perché lui sa la verità, ma lui sa quanto e come vuole contenerla. Lui sa che la befana e babbo natale non esistono, ma vuole crederci. Lui ha bisogno di sapere che il male va arginato ed ha bisogno di rappresentazioni che lo aiutino nell’esorcizzare i suoi sentimenti.

Ieri ti chiedevi se proprio avresti dovuto e potuto evitargli quel dolore, non è nelle tue possibilità poiché esime da te la probabilità dell’evento, ma continui a tormentarti per ritardare quel dolore.
Oggi sai nella tua estrema lucidità che la vita è accompagnata dal dolore e che tu non puoi, non puoi proprio evitarglielo. Quel dolore ti dicevi che è un dolore innaturale ed ingiusto, ma il dolore è mai naturale e giusto?

domenica 14 dicembre 2008


-Lettera aperta-

 Mi costringe ad interrogarmi il tuo atteggiamento, la cattiveria ,il tradimento ricevuto gratuitamente, mi costringe ancora ad interrogarmi e  mi trovo accoccolata sul divano in compagnia di un amico e con me, a riscaldarmi, un orsacchiotto di peluche stretto tra le braccia e non me ne vergogno.

Mi ritrovo, approssimandomi al sonno, con il dito in bocca a succhiarmelo e sento che il calore, dall'orso e dal dito, sale e invade il corpo, mi ritrovo, così, con il mio infantilismo, a metà donna e forse donna per intero non lo sarò mai o forse già lo sono con le mie insanabili contraddizioni.

Mi ritrovo ad interrogarmi quando il freddo mi ghiaccia le vene al cospetto della tua freddezza, della tua glacialità, tu oggi, nonostante tutto, hai ancora il coraggio e la capacità di guardare lontano,  di progettare le tue azioni, di non rispondere subito a una qualche mia richiesta perchè questo ti  porterebbe scompiglio,
hai ancora il coraggio di dettare legge tra di noi, di mettere condizioni.

Mi fermo e mi interrogo, il freddo invade il corpo, ghiaccia le vene e poi, al risveglio da un abbandono pomeridiano, la sensazione che mi coglie non è piu' la solitudine che ancora, a volte, sembra materializzarsi in un tunnel nero senza uscite.  Mi ritrovo ad accogliere il mio svegliarmi dopo l'abbandono diversamente, con una domanda ferma sulle labbra, mi chiedo quale sia il senso di tutto ciò, della vita, dell'interrogarsi, del sopravvivere, rievocano le parole poetiche di Maldoror "Avrei potuto vivere senza di te, vivere solo, vivere MORTO" e le sento fortemente.

L'aspirazione alla solitudine, ad uno spazio di riflessione personale non è mai per nessuno aspirazione all'isolamento, ma preparazione, non puo' esistere essere umano che non abbisogni dell'altro/a e ci arrovvelliamo in relazioni talora importanti, talora piu' leggere, ma è tutto illusione, ci si guarda intorno e viene spontaneo far correre il pensiero verso le persone che sono nella propria quotidianeità, che so, una madre, un padre, il padre del proprio figlio e si cerca lì, si cerca se lì possa esserci un approdo e si sa che neanche lì c'è ed è un'ingiustizia forse il non poterlo trovare lì.
Poi si volge lo sguardo altrove, verso la comunità amorosa degli amici e ci si interroga, ma quanto io ho bisogno degli altri, di loro e quanto io sono importante per loro? Temo che qualsiasi legame di amicizia, anche il piu' forte, non possa, forse, mai essere gratuito, si cerca sempre l'altro perchè l'altro soddisfa un proprio bisogno, di qualsivoglia natura sia questo bisogno.
La relazione sfama l'ego e non è male, i confini del  bene e del male sono spesso spostabili in avanti o in indietro, non è male, ma sembra che il bisogno profondo dell'essere umano di perdersi nell'altro/a travalichi il limite che sempre, nella realtà, si pone.
Mi interrogo se non sia anche questa un' illusione, una proiezione del  nostro pensiero che, chi sa per quale motivo fisiologico, accorra in aiuto al  cosiddetto istinto di sopravvivenza, non so, ma realmente mi sembra che il tutto, il tutto ciò che riguardi l'essere umano sia sempre sotto forma di illusione.
Mi interrogo sul tradimento ricevuto perchè se un essere amato/amante puo' determinare un male gratuito così grande, profondo e lacerante, allora dov'è un appiglio diverso?
A me non basta la formula dell'imparare a stare bene con sè stessi, ne riconosco la validità certo e non posso lamentarmi  se alcune situazioni mi costringono ad interrogarmi ed a irrobustire la consapevolezza di me, ma non credo che si possa stare bene con sè senza nutrirsi di relazioni profonde che scavini dentro di noi tunnel di collegamento per l'incontro con l'altro/a.
Si nasce e si muore soli, ogni uomo è solo al centro della terra trafitto da un raggio di sole, ma se questa coscienza di solitudine permanesse per piu' tempo quello stesso essere umano non potrebbe che soccombere.
Poi ricomincio la mia vita, osservo il mio cuore, lo coccolo, dico alla mia mente di stare tranquilla, che non puo' soffrire così inutilmente per una persona che non è degna di questa sofferenza, carezzo il mio cuore, la mia tenerezza e proseguo, ma mi volto ancora, guardo ancora attorno a me e non riesco a vedere (nel migliore dei casi) se non solitudini incancrenite vestite di spensieratezza.

Non ci è dato altro da fare che continuare questo viaggio, aperti al sogno, alla consapevolezza che i giorni mutano, le occasioni, le profondità, gli abissi immensi in cui perdersi.

martedì 9 dicembre 2008


<<Andiamo a prendere un caffè? Ti va?>>.
Quel "Ti va?", poi, lo pronunciò in modo suadente, tenero e morbido insieme, accompagnandolo da un sorriso lieve che gli fece rialzare brevemente gli angoli della bocca, era un sorriso, il suo, che ben si sarebbe conformato al viso di una donna, ma lui era uomo ed anche abbastanza rude, all’apparenza.
Cercava di coprire quella sua provenienza proletaria, ma non perché se ne vergognasse, no, era troppo fiero per i risultati che aveva ottenuto con la fatica del corpo e della intelligenza pratica per potersi vergognare di qualcosa. Era un imprenditore o almeno così si definiva.
Lei quando impattava con il suono di questa parola entrava sempre in uno stato di confusione lieve, come se qualcosa le stesse sfuggendo, come se il solo desiderio di volerla   pronunciare   determinasse un effetto di ambiguità voluta, ma ci volle poco per capire che questa sensazione stavolta mal si addiceva alla situazione che stava vivendo.
Indossava uno spolverino beige molto femminile e degli occhiali da vista alla moda, tutto il suo apparire aveva un che di femminile e forse era proprio il contrasto ottenuto con l’abbigliamento e la sua decisa personalità che infondeva quel fascino, in qualsiasi ambiente si fosse mosso avrebbe effuso quell’effetto frizzante sugli altri e lei quasi se ne innamorò all’istante.

Lei, invece, era di una natura assolutamente passionale e sarebbe bastata una parola d’amore per farla sprofondare in una dimensione di passione assoluta facendole dimenticare all’istante tutti i dolori che la avevano frenata per quattro , cinque mesi, era fatta così, passionale e viva ed era capace di vivere sia la gioia che il dolore con una intensità sconvolgente, le persone che la incontravano quando scorgevano questo tratto caratteriale tendevano a prendere le distanze, ma uno sguardo piu’ attento avrebbe compreso, immediatamente dopo,  che  in lei l'esperienza aveva contribuito a che la razionalità non cedesse il posto alla casualità.

I loro sguardi si incrociarono finalmente e si fusero, erano due segni intensi e legati alla terra, al fascino dei corpi primitivi e del loro linguaggio, sapevano che un loro incontro amoroso avrebbe prodotto onde magnetiche capaci di fondere i loro corpi con un senso di eterno e i loro cuori nascosti fibrillavano quando entravano in contatto.

Lei scosse piano la testa per liberare i capelli dall’alto collo del cappotto, il tessuto di lana nero accostava le  linee morbide del suo corpo e in quel movimento gli occhi a mandorla color nocciola luccicarono ancor di piu’ e lui si incantò per un istante e si disse che avrebbe potuto perdere la testa per quella donna, lo sapeva ed avrebbe voluto tardare l’appuntamento con il destino, ma la forza delle loro nature li attraeva come due calamite magnetiche, alzò piano il braccio per accompagnare la chioma folta, ma lui le pose una mano sulla sua e la bloccò, la riaccompagnò sul fianco e con l’altra  mimò un gesto che le sussurrava un silenzio: <<SSshhhh, aspetta>>, la voce di quel’uomo sembrava una dolce melodia e così le arrivava all’udito contribuendo a quella eccitazione che la invadeva, così lui completò l’opera, abbandonò il braccio di lei sul fianco e piano fece risalire il suo  sfiorandole tutta la linea del corpo, poi affondò la mano nella chioma castano cenere e morbida e la liberò dalla pressione. A quel punto lei risultava totalmente incantata e abbandonata a quelle mani, a quel  cuore ed a quel corpo e, senza che lo avessero programmato con la mente, avvicinarono le loro morbide labbra e fusero i loro corpi in un amplesso iniziale.

venerdì 5 dicembre 2008

-Ermafrodito-


 Un principe meraviglioso con la spada appuntita adagiata nel fodero si diresse verso la casa immersa nel bosco. La casa risultava adagiata in modo così naturale in quello scenario da sembrare incantata e tant’è, incantava, il principe era vestito di abiti aderenti che ne facevano risaltare le fattezze, i  muscoli del corpo  aderivano ai tessuti argentei  e azzurri ed erano muscoli sodi, non artificialmente sviluppati e non resi atonici  da una  innaturale immobilità, le gambe  parlavano del suo carattere così vivo, fresco, il significato della parola scoraggiamento non risiedeva in lui, infatti mai ne  aveva fatto esperienza.
 Era un principe, a dir il vero, piuttosto particolare e la sua singolarità  ne faceva risplendere ancor di piu’ la  bellezza, i  capelli morbidi e fluidi, giocando con il vento e incontrandosi  con la luce, emettevano scintillii magici, il  viso era aggraziato, gli occhi in armonia con il piccolo nasino leggermente all’insu’ e con le labbra carnose e  ingenue perennemente semi aperte, il collo dalla carnagione bianca di alabastro era percorso da una pelle liscia senza imperfezioni e piu’ giu’ due armoniosi  seni creavano movimento in quell’andatura così leggiadra, il bacino era tondo, ma non molto pronunciato e la pancia ben tirata allenata alle sfide di una  vita condotta nei boschi ed ai giochi da lei proposti. Il sesso, come i seni, contribuiva a creare sinuosità in quelle linee così-.
E la voce calma e suadente di fanciulla riempiva l’aria di tanta dolcezza, incantando lo scenario. Al suo passaggio gli uccelli fermavano l'  irrequieto zampettare e sostavano all’ascolto sospendendo il cinguettio,
gli scoiattoli con il loro lieve e incessante rumorio della boccuccia, interrompevano la loro attività mangereccia e puntavano i loro  grandi occhi color  castagna…

lunedì 1 dicembre 2008

-Come in un sogno-

Come in un sogno le si aprirono gli occhi autonomamente.
No, ripeto: come in un sogno chiuse il mondo dentro di sé. La cassa toracica racchiudeva in quel piccolo spazio un immenso, caldo, buio. Gli occhi non servivano, gli occhi erano aperti sul di dentro e fuori la luce perveniva per consuetudine.
Era il sapore amaro che scendeva giu’ nel cavo orale e si espandeva trasformandosi in sapore di dolce miele, lo spessore fluido nascondeva percorsi interrotti e non era trasparente, era fluido, denso, corposo.
-Visioni-
Si disperdeva in sogni, sogni di una notte calda in un paesaggio notturno e la mano nella mano di una visione incorporea e incamminava i suoi piedi morbidamente, membra in cui affondare, vissute con il dolore, aperte alla speranza.

martedì 25 novembre 2008

-Vele-


 Capovolse la testa all’indietro e si immerse per un istante nei sogni. No! Raddrizzò il capo sul collo ed aprì gli occhi, non trovava pace, il senso di inquietudine che la pervadeva da giorni non le donava  quiete.  Accese una sigaretta, la spense e il capo le girò, tutto si concentrava in quel capo, in quella testa che non riusciva ad abbandonarsi, lasciò, allora, quella stanza al neon così grigia e si avviò nel corridoio che dava nell’atrio della scala moderna a chiocciola. Inspirava a stento, ormai tratteneva l’aria dentro di sé, intravide i suoi stessi occhi rispecchiati nella cornice metallica sporca e dimessa che reggeva l’interruttore dell’ascensore, ma  si voltò da quell'immagine con calma,  in modo deciso, netto,  non voleva guardarsi, voleva solo abbandonarsi ad uno stato di incoscienza totale e ancora non sapeva come.

 Non si piaceva proprio eppure era bella, non alta, ma molto bella, gli uomini si innamoravano sempre di lei, ma lei dopo un po’ li abbandonava, era inquieta, non era quello che voleva, cadere nella trappola della schiavitu’ d’amore (cosiddetto). Finalmente quella lenta e nera macchina raggiunse il suo piano, si trovò al piano terra e i suoi piedi sembravano prendere una direzione decisa a priori senza che vi fosse intervenuta la ragione, le era sempre piaciuto abbandonarsi al suo istinto, quell’istinto che conteneva in nuce le ragioni piu’ vere e piu’ profonde, anche se quell’istinto la avrebbe portata ad un'azione incasellata  da altri come  distruttiva, se ne fotteva, in fondo, anche se profondamente così insicura, se ne era sempre fottuta altezzosamente di tutto, Nicola glielo aveva detto che era superbamente umile, così le aveva detto in un giorno di pioggia e lei non lo avrebbe dimenticato piu’.


 Il suo corpo pieno e sodo ondeggiava sui suoi passi decisi, per quanto si sforzasse involontariamente di negare quella femminilità che tanto la ostacolava, frapponendosi tra lei e i suoi obiettivi, emergeva sempre quella forza della natura che travolgeva se stessa e chi la incontrava. Si diresse verso il Corso principale, quello piu’ vicino alla palazzina da cui era scesa, a quell’ora del mattino il Corso era molto trafficato e lei cominciò a perdersi nella mente degli altri che incontrava per caso.

 Nell’autobus pensò di perdersi nella vita di quel vecchietto che sembrava viaggiare per non sentire il peso della solitudine mattutina invernale nella sua tana di cemento. 
Il pavimento, ricoperto in linoleum nero ritmato da forme tonde e  rialzate, era ancora bagnato, da poco era  piovuto e la città era ancora immersa in quell’atmosfera fresca, umida, come  carezzata da un’infinità di delicate gocce che sembravano imperlarla, l’autobus che aveva preso si dirigeva verso la stazione.
 La decisione dalle gambe era pervenuta prepotente alla testa e la  vita era avvolta da quel piacere che la attendeva, non voleva pensare piu’ a niente, alle conseguenze, a ciò che sarebbe stato, sapeva che la strada giusta da percorrere non era quella, che qualsiasi direzione avessero preso i suoi piedi non sarebbe stata quella giusta, rimanere assisa su quella sedia all’ ottavo piano della palazzina non era piu' proponibile, così come lo era men che mai la direzione che aveva intrapreso. Sapeva che avrebbe dovuto dirigersi altrove e sapeva anche dove e che forse lì avrebbe trovato la soluzione per il suo male, quella giusta, ma proprio non voleva. Nella sua mente un chiodo si era conficcato  e sarebbe potuta crollare anche la palazzina al suo fianco, ma lei  doveva giungere a quella destinazione.

 Dalla stazione prese l’autobus che l’avrebbe portata nella giungla di cemento, quella giungla che i suoi sensi amavano tanto, quella giungla nella quale non esisteva differenza di sorta tra chi la percorreva. Quelle palazzine popolari sembravano tenere in sé il non senso della vita, dentro di loro tutto si appiattiva e caricava di una polarità che era contraddistinta solo dal’istinto di sopravvivenza. I puscher, quelli in alto, quelli che si arricchivano e che si immergevano nei soldi guadagnati con li sangue di tanti ragazzi, non rischiavano mai , ma davano il commercio della polverina in mano a ragazzini ingestibili che davano sfogo ai loro sentimenti repressi  e violentati  in quel modo illegittimo, barbaro.

 Dopo circa tre quarti d’ora di cammino l’autobus finalmente era giunto a  destinazione, in quella periferia a nord della città gli spazi erano immensi, giganteschi e lì vi si perdeva sempre, adorava quel luogo e il camminare sui suoi passi da sola, una ragazzina ben curata in mezzo a tutto quel degrado, amava quell’adrenalina che le saliva in gola e che la portava a conoscere persone così diverse, così vere rispetto a quel falso mondo imbellettato della città di giu’.

 Percorreva gli ampi stradoni grigi e guardava quella palazzine costruite in quello strano modo, piramidale, si chiedeva quale architetto le avesse potute mai progettare e con quale idea perversa nella mente, mai aveva visto la potenza distruttiva del cemento materializzarsi in quel modo abietto, palazzine a forma a vela, ognuna era colorata diversamente e le si distingueva appunto dal colore e così le si riconosceva, lei si dirigeva verso quella rossa.

 L’aria  era rarefatta e nuvole morbide coloravano l’azzurro cielo, mai la sua intensità le era parsa così vivida, luminosa e quelle nuvole morbide sembravano definirla maggiormente per contrasto,  un vento fresco le carezzò le guance e si chiese quando avrebbe potuto piu’ ascoltarlo, quando sarebbe tornata lucida dopo quel giorno.
 Sapeva che stava imprimendo una svolta definitiva alla sua vita e che ci sarebbero voluti anni per uscire da quel tunnel, ma procedeva sicura e nessuno la avrebbe fermata, si rese conto di avere nella tasca ancora un filo che la collegava all’altra  realtà , allora velocemente lo estrasse dalla giacca e spense l’aggeggio. Ora era libera o almeno così sentiva, poi che non lo fosse realmente se ne fotteva, in fondo lei se ne era sempre fottuta altezzosamente delle cose, da una certa età in poi, da una certa età in poi. Prima no, il tempo dell’ infanzia era stato un tempo pregnante e in quel tempo lei sentiva tutto in modo sconcertante , doloroso, come se non avesse avuto una pelle che la proteggesse dall’esterno.

 Si incamminava verso quell’obiettivo, all’angolo il solito palo che la scrutò per bene e nei suoi occhi capì se si stava chiedendo chi fosse, se dare il segnale di avvisaglia dello sbirro, ma l’intuito salvava tutti in quel luogo, era come se la necessità della violenza, della sopraffazione, della illegalità avesse dotato ognuno di loro di percezioni maggiori che, realmente, li faceva sopravvivere e piu’. Ad uno sguardo veloce, ma piu’ approfondito, il palo decise di non dare alcun segnale e continuò, indifferente a lei, il suo lavoro.

 Lei svoltò l’angolo e si ritrovò in quell’adorato, porco, lurido luogo, in quel luogo dove sembrava sospesa ogni regola del vivere “civile”.
 All’entrata della palazzina,  tutta aperta come una vela dispiegata  nel mare, senza protezioni, chiusure, se non quelle delle  gabbie e delle porte blindate che dovevano servire all’occorrenza per  proteggere dagli sbirri, c’erano tre o quattro sgherri, la guardarono con insistenza. Loro. Il loro sguardo si soffermò non come quello degli altri uomini sulle sue doti procaci di donna, no, loro sembravano agire secondo codici di comportamento diversi, inizialmente almeno, fino a quando non si fossero rassicurati della situazione che avevano davanti, così fecero, le si avvicinarono e la guardarono e si stupirono del suo visino ingenuo, i loro occhi si incrociarono e sembrarono perdersi in una umanità comune che li avrebbe chiusi nello stesso destino. Le sorrisero e le dissero :<<Cerchi qualcosa?>>, chiaramente non aspettarono una risposta, le parole sembravano non servire, non appartenere a quel mondo così essenzaile, così chiaro, in fondo quel mondo donava a loro una sicurezza che altrove non avevano trovato, quel mondo con le sue regole, con pochi obiettivi chiari, lì non c’era pericolo di sbagliare poiché tutto era fondato su uno sbaglio iniziale.
 Le fondamenta di quella realtà erano da sé un imbroglio, uno sbaglio, come le loro vite. Uno sbaglio.
Salì i gradoni che si dispiegavano in lunghezza, ma non in ampiezza e tra cui si insinuavano erbette verdi che resistevano a tanto degrado donandogli un tono di.

 Entrò nell’atrio aperto della palazzina e ovunque il suo sguardo si posasse non vedeva altro che degrado, tubature deviate, scrosci di acqua improvvisi, cancellate abusive, munnezza abbandonata, incontrò compagni di viaggio che scendevano di corsa le scale guardando tra le mani il contenuto della carta, spillata ai lati, da chewingum color argento, dalle loro espressioni si intuiva la qualità del loro viaggio futuro, comunque, soddisfatti o meno, tutti correvano giu’ per le scale, chi piu’ frettoloso scendeva i gradoni a tre, a quattro. Un brivido la percorse, stava arrivando al suo obiettivo ed il suo viaggio sarebbe arrivato presto al capolinea.

 Lo strumento di piacere stava nella borsetta e lei, come se si fosse voluta accertare della sua presenza lo tastò e si quietò solo quando sentì il cartoncino della fiala sotto le mani e il fruscio della plastica,  era quasi arrivata al secondo piano, strette nelle mani le banconote le passò velocemente ai ragazzini che la controricambiarono con la merce tanto agognata.
 Finalmente sicura della certezza di quel viaggio, cominciò a correre giu’ per le scale, da sola, felice con quella adrenalina che sembrava bloccarle il respiro  tanto i battiti del cuore si susseguivano velocemente.
 Ripercorse i passi dell’andata, ma stavolta non per dirigersi verso l’ampio, terso, azzurro cielo, i suoi piedi, stavolta seguivano volontariamente le indicazioni della testa, traversò velocemente l’ampio stradone e percorse duecento metri di asfalto degradato per scavalcare improvvisamente in quella terra dismessa, in quel canalone che accoglieva indistintamente rifiuti umani e non. Lì vi abitava ormai da qualche tempo un vecchio compagno, il cui corpo era vicino alla fine del viaggio, lui vagava sempre in cerca di qualche residuo per terra e teneva stretto tra le mani quel vecchio, logoro strumento, sempre pronto a penetrare il suo corpo anche per un’inezia e, come un falco, si aggirava intorno ai nuovi avventori, tenendosi a distanza in modo dovuto, sapeva che avrebbe dovuto contare solo sulla sua capacità di non infastidire quel momento magico, se avesse interrotto qualcuno non avrebbe avuto alcuna speranza di contare sulla loro magnanimità.
 Lei, come un ratto veloce, si diresse verso quel buco nero, finalmente si sedette, prelevò gli strumenti dalla borsa, con ansia, si sfilò la cinta che le sarebbe servita di lì a poco e abbandonò finalmente il suo capo all’indietro.

martedì 18 novembre 2008

-Sogno-



 Era china su di lui, mentre gli occhi di quel corpo di uomo erano chiusi, immersi ancora nel sonno, come le sue membra, abbandonate in quella dolce malia.
 Lui si affidava a quell’ora mattutina, a quell’alba e a quell’amore così struggente nella sua dolcezza.
 Erano loro, soli. Il mondo e i suoi giochi perversi/diversi ruotavano lì, intorno ai due corpi, lo scenario mutava in immagini che si sovrapponevano le une alle altre senza riuscire a rubarne la centralità. Il loro  sentire ne costituiva il fulcro, sembrava  centrifugare la realtà esterna, come un turbine di vento che vaghi nell'etere, piantato, però,  con un’estremità nella terra.
 Gli sfiorò leggermente le labbra e lui socchiuse gli occhi, poi li riaperse e li richiuse con un movimento impercettibile, veloce, giusto il tempo che l’immagine di lei gli arrivasse al cervello conficcandovisi per sempre.
 Dagli occhi l’immagine discese verso il cuore e poi risalì sulle labbra fino a farle schiudere in un tenero e tenue sorriso, come un fiore notturno che sbocci solo quando la rugiada  accarezza la sua superficie, provocandola quasi.
 Così gli occhi di lei accarezzavano quel corpo di uomo, le sue labbra, le  ciglia e le baciò.
 Gli baciò le ciglia, gesto così consueto nel loro amore, delicatamente le labbra le sfiorarono, con la delicatezza con cui ci si avvicina ad una fragile  ragnatela, che vive di vita propria.
 Dalla bocca di lui un suono uscì e si materializzò per lei, nel suo orecchio, fino a divenire un:
<<Buongiorno Amore>>
 e, tendendo  il braccio, fino ad allora ancora abbandonato, le carezzò  le guance.
 A quel gesto seguì un fremito dei corpi, un’eccitazione involontaria che si manifestò con una lieve erezione per lui e un brivido che percorse   il corpo della Lei.
<<E’ tardi>>, sussurò la donna, <<è ora che io vada a lavoro, non volevo svegliarti, ma non potevo andare senza prima nutrirmi dell’immagine di te. Ti amo Elios, tienilo nel tuo cuore, quest’amore, io vado, ti ho lasciato la macchinetta del caffè pronta sul fornello, a stasera Amore>>.
 Ma quella malia non poteva lasciarlo indifferente e volle baciarla con passione e la loro intimità si svelò al mondo distratto, le loro carnose labbra si unirono e le lingue fecero il resto, quella di lui insisteva nel voler entrare, poi si fermava improvvisamente e  lasciava lo spazio a quella di lei che ora  incideva e vi si tuffava con irruenza  per andare,  ogni tanto, a visitargli la pelle del  collo, quella pelle così inebriante, i cui pori sembravano aprirsi quando le era accanto.
 L’odore della   pelle di lui   le si era insinuato nelle narici e nelle cellule olfattive e mai la avrebbe piu’ abbandonata, anche se  si fossero dovuti separare per sempre, le sarebbero rimasti dentro, come un’intimità perversa che non vuole sentire altre ragioni, oltre quelle dei sensi.
 Si baciarono ancora fino a quando dovettero quasi separarsi con forza e lei  si staccò, si sperse nei suoi occhi e con un misurato sorriso sul viso gli disse:
 <<No, ora devo andare, ci vediamo appena possibile>>.
 Ma lui non voleva lasciarla andare, sapeva che l’avrebbe rivista la sera, ma non voleva avviarsi nel mondo da solo, senza quel tepore che emanava dal corpo di lei e che gli avvolgeva il cuore.
 Quando trascorrevano il tempo insieme, infatti, era come se, perenne, una nebbiolina avvolgesse i loro cuori e sospendesse i loro occhi, tanto che la gente  incontrata per caso li guardava stupiti, affascinata da tanta sintonia tra cuori.

sabato 15 novembre 2008

-Trilly ed altro-


 Trilly poggiava le guance sul morbido e caldo cuscino, il suo corpo era avvolto dal tepore  che il sole infondeva  delicatamente nella stanza.
 Attorno a sè tutto era armonia, il sorriso accogliente della mamma  sembrava invitarla in quel nuovo  giorno, fonte sicura, altra, di  infinita gioia.
 Socchiuse gli occhi e si vide distesa sul grande  lettone dalle lenzuola che profumavano di fresco, di cura.
Aveva sognato e ancora non voleva distaccarsi da quell'atmosfera.


Rivisitazione del testo "Il Paese della vergogna" di Daniele Biacchessi,

prefazione di Franco Giustolisi. Chiarelettere editore, 2007.

Maggio 1994: nel palazzo Cesi, sede degli Uffici di vertice della Magistratura militare viene trovato causalmente da alcuni operai un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuso da un  cancello eun lucchetto.
Nel suo interno erano stipati 695 fascicoli che portavano due timbri: Comando alleato e Comando tedesco.

Quest' armadio passerà alle cronache come l'armadio della vergogna, (alla storia solo per i posteri a venire), ma l'informazione (di destra e di sinistra) non diffonderà la notizia in modo ampio, come meritava, così come non diffonderà le notizie successive.

L'armadio della vergogna è ancora l'armadio del silenzio sulla vera Storia d'Italia dal dopoguerra in poi e su chi ne ha determinato, mediante una precisa, studiata pianificata "opportunità", gli esiti.
In questo armadio  c'erano le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi dei nazisti e dei fascisti compiute su territorio italiano tra il 1944 e il 1945, i nomi dei colpevoli, i luoghi e le descrizioni delle mattanze.

Siamo a  Sant'Anna di Stazzema, poche case sparse nell'entroterra della provincia di Lucca.
Trecento abitanti, per lo piu' contadini  poverissimi, lavoratori occupati nelle miniere di ferro e zolfo.
Nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini, Le CAse, sono alloggiati anche 700 sfollati, provenienti da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Il 12 agosto 1944 [...]arrivano  i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVI divisione Panzergrenadier.
Entrano a Sant'Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
Bruciano le case, devastano le chiese. Alla fine si contano 560 morti.

In pochissimi riescono a sopravvivere a quel massacro. Una starge efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro 142 bambini con non meno di 10 anni.

Anna Pardini, una delle vittime è nata solo pochi giorni prima.
Decine di cadaveri vengono ammassati nella piazza e bruciati.
Ennio Mancini è uno dei superstiti.Siamo a  Sant'Anna di Stazzema, poche case sparse nell'entroterra della provincia di Lucca.
Trecento abitanti, per lo piu' contadini  poverissimi, lavoratori occupati nelle miniere di ferro e zolfo.
Nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini, Le Case, sono alloggiati anche 700 sfollati, provenienti da Pisa, Pietrasanta, Lucca. Il 12 agosto 1944 [...] arrivano  i soldati nazisti del Secondo Reggimento della XVI divisione Panzergrenadier. Entrano a Sant'Anna di Stazzema accompagnati da italiani fascisti in camicia nera.
 Bruciano le case, devastarano le chiese. Alla fine si contano 560 morti. In pochissimi riescono a sopravvivere a quel massacro. Una starge efferata, compiuta contro civili in fuga dalla guerra, donne, vecchi, contro 142 bambini con non meno di 10 anni.


Arrivammo alle case dove abitavano i nostri parenti: cadaveri sparsi dappertutto, rovine, fuoco e i pochi sopravvissuti impietriti dal dolore.
In una casa, sventrata dal fuoco, su una trave che ancora ardeva-incastrata- c'era la rete di un letto e sopra tre corpi quasi compeltamente consumati[...]uno dei corpi era piccolo, il corpo di un bambino.


L'ex rabbino Elio Toaff è uno dei primi partigiani della Brigata Garibaldi a entrare a Sant'Anna di Stazzema dopo la strage:


La prima casa che trovammo era alla Vaccaereccia: fumava ancora. Dentro c'erano i corpi di un centinaio di persone, in maggioranza donne e bambini. Le SS, quattro colonne da cento uomini ciascuna di quella stessa XVI divisione che ha agito poi a Marzabotto, li avevano chiusi lì dentro, poi avevano dato fuoco alla paglia e avevano gettato dentro delle bombe .
Vedemmo un ammasso irriconoscibile. Piu' avanti c'era un'altra casa, con la porta spalancata.
Entrai e ho ancora difficoltà  a raccontare...
C'era una donna, seduta di spalle, di fronte ad un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta.
Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d'arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato.
Nel 1944 Sant'Anna di Stazzema si trova proprio sul filo della cosiddetta Linea Gotica, il fronte di guerra dove sono attestate le forze dell'Asse,i militari della Repubblica sociale italiana, i soldati anglo-americani.
La linea taglia in due la pensiola italiana da Massa Carrara a Pesaro[...] I nazisti sono in ritirata
[...]Monte Sole e Marzabotto  si trovano in provincia di Bologna[...]

Nella zona di Monte Sole sono in corso da mesi  azioni clandestine del gruppo partigiano Stella rossa, civili, tutti comunisti.

La mattina del 29 settembre 1944, prima di muovere all'attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste accerchiano una vasta area di territorio [...] le truppe si muovono all'assalto di abitazioni, cascine, scuole. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione impaurita si rifugia nella chiesa.

 I nazisti pianificano la mattanza. Prima tocca a don Ubaldo Marchioni, ai vecchi, alle donne, ai bambini. Poi i militari si spostano nel cimitero. Le loro mitraglliatrici colpiscono e uccidono 147 persone, tra le quali 50 giovanissime[...]

Dopo 6 giorni di rastrellamenti e violenze 1330 persone perdono la vita.

Nell'armadio della vergogna sono contenuri registri che narrano con una precisione encomiabile  delle stragi compiute in tutta Italia da nazisti e fascisti, Ss e repubblichini di Salò contro gente senza armi, sono riportati i  nomi delle vittime e degli assassini.
Nel giugno del 1947 una lettera attestava che i processi per quelle stargi erano pronti, da un mese e  pochi giorni era cambiata la maggioranza di governo, dal centrosinistra al centrodestra e  quei processi non furono fatti.

Nel 1956 un magistrato  militare si rivolse al ministro degli Esteri del Governo Segni, Gaetano  Martino, liberale, (padre dell'attuale Antonio) per chiedere se si potevano processare i criminali nazisti che avevano ucciso a tradimento a Cefalonia dai 4.500 ai 6.500 militari della divisione Acqui; a tal proprosito il  il ministro Martino scrisse al suo collega Paolo Emilio Taviani, democrisrtiano, ministro della Difesa che pur trattandosi di delitti infami, era meglio mettere da parte la giustizia, se si voleva il riarmo della Germania in funzione anti Urss.
Nel 1960 furono archiviati i fascicoli nell'armadio.
Perchè? Di chi fu la responsabilità? A questa domanda non è stata data ancora una risposta chiara e univoca.

Nell'anno del ritrovamento dell'armadio il primo a diffondere il contenuto dei fascicoli fu il giornalista dell'Espresso Franco Giustolisi.

Alle procure militari di compertenza fu inviato il materiale necessario per avviare le indagini.
22 giugno 2005:  vengono condannati all'ergastolo i responsabili per la strage di Sant'Anna di Stazzema.

14 gennaio 2007,  quelli per la strage di Marzabotto -Monte Sole. Tutti ottantenni,  all'epoca dell'archiviazione quarantenni o cinquantenni, nel 1945, finita la Seconda guerra mondiale avevano piu' o meno dai 25 ai 35 anni.
Si legge nella motivazione della sentenza:<<una strage freddamente pianificata a tavolino, sulla base
della arbitraria e ingiusta equiparazione tra civili e partigiani. La furia nazista  non operò alcuna distinzione tra le persone, gli oridini impartiti erano chiari: uccidere tutti e distruggere tutto>>.


Il procuratore capo di La Spezia Marco De Paolis racconta:

[...] Cerco di non pensarci troppo, ma la verità è che sto facendo una Norimberga italina, con sessant'anni di ritardo.

Nel maggio 2003 viene istuituita una Commissione parlamentare d'inchiesta che termina i suoi lavori propronendo due relazioni contrapposte, di maggioranza (centrodestra) e di  minoranza (centrosinistra).

 Quella di maggioranza presentata dall'onorevole Enzo Raisi(!!!) di  Alleanza Nazionale è stata approvata l'8 febbraio 2006. Giovanni Brunale, senatore del gruppo ds, componente della Commissione, nella relaizone di minoranza segnala:


<<Si disconosce il fatto che l'occoultamento perpetuato  fino al 1944 fu voluto e posto in essere con decisioni abnormi e illeggittime in via continuativa da parte dei vertici della magistratura militare e che in tale contesto, pur in presenza  di una sostanziale ambiguità del diritto internazionale in merito alla punizioni dei crimini di guerra, fu di peso anche il fatto  della contiguità esistente tra la magistratura militare  che quei  crimini d oveva giudicare e i militari tedeschi e fascisti che li avevano commessi. Si disconosce il fatto che l'occultamento avvenne con il coinvolgimento  nelle decisioni del sistema politico e di governo dell'epoca declassando, ad esempio,  il noto carteggio dell'ottobre 1956 tra i ministri Martino e Taviani ad iniziativa personale ed episodica; ignorando  altresì la corripsondenza tra il procuratore Santacroce e il ministro Andreotti del marzo 1965 e tutta quella avvenuta  tra il 1965 e il 1971 tra la Procura generale militare e il ministro della Difesa.

Si è teorizzato a piu' riprese e con vere e proprie distorsioni storico -giuridiche che i crimini compiuti contro i civili italiani da parte dei militari tedeschi e dei repubblichini di Salò non fossero ascrivibili al
 capitolo dei reati contro l'umanità che risultano essere per loro natura imperscrittibili.>>


Riporto alcune affermazioni dalla prefazione del libro di  Franco Giustolisi:

...Si parla  tanto di una ricerca di memoria condivisa o da condividere. Su quali  basi ciò puo' accadere? Solo con il pieno riconoscimento della Carta costituzionale che ha messo fuori gioco i fascisti.
Comunque la giustizia e la storia non possono mai cedere il passo a niente e nessuno...
...anche il piu' feroce, il piu' ributtante, il piu' interessato  dei partigiani si batteva per la libertà; anche il piu' dolce, il piu' idealista, il piu'  mite dei repubblichini si batteva per la dittatura.
...perchè un governo di centrodestra, io sostengo a guida degasperiana, impedì, per Ragion di Stato ancora ignota, che venisse fatta giustizia. Probabilmente è questo il motivo dell'ignobile conclusione della relazione, clerical-fascista di quella vecchia maggioranza: che non venisse nenache sfiorato il nome sacro di De Gasperi e, di questo sono ancora piu' sicuro,  affichè non emergesse il vile ruolo dei repubblichini, concorrenti, in quanto a ferocia, delle SS.


A questo punto come  posso non riportare alcuni brani tratti dalla "Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti" e in particolare questo.

Audizione del senatore a vita Giulio Andreotti




GIULIO ANDREOTTI. Salvo qualche sintetico accenno che ho letto sulla stampa e al quale non ho
dato particolare rilievo, sull'argomento di cui si occupa la vostra Commissione mi fu rivolta una
domanda nel corso di una delle serate radiofoniche riservate ai partiti nella campagna elettorale del
2001: ne parlò un giudice militare che disse che l'input era stato dei politici. Io chiesi di quali politici
 parlasse, perché per un certo tempo ero stato nella vita attiva del Governo e anche al Ministero della
difesa, ma lui non seppe specificare. Posso dire con assoluta precisione che, nel corso della mia lunghissima vita ministeriale, a cominciare dall'incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dal 1947 al 1954 e poi in molti ministeri ed anche alla Presidenza del Consiglio, di questo problema non ho mai avuto occasione di sentire parlare. Però, per connessione, posso dire - sono andato a  riguardare i miei appunti - che quando sono divenuto per la prima volta ministro della difesa, tra le pratiche che mi furono consegnate, ma sulle quali già c'era stata una risposta negativa del ministro Tanassi, c'era una proposta del procuratore generale Santacroce volta a commutare la pena a Kappler, probabilmente perché era stato abolito l'ergastolo in generale. La proposta pareva eccessivamente favorevole - tanto che confermai la risposta negativa - in quanto tendeva a commutare l'ergastolo in un numero di anni pari a quelli che egli aveva scontato fino a quel momento; in altre parole si trattava di rimettere Kappler in libertà. Non faccio su questo valutazioni di carattere politico, però specifico che il procuratore generale militare non ha rapporti diretti con il ministro della difesa, a differenza del capo di stato maggiore e del segretario generale, per una ragione quasi istituzionale, nel senso che si ritengono più magistrati che militari.
 Comunque, sia allora, sia in seguito, nel 1974, non ho mai avuto occasione di ricevere il procuratore generale militare, a differenza di quanto era avvenuto prima, quando il presidente del tribunale militare era stato il generale Cerica, che conoscevo per ragioni erritoriali e con il quale avevo un rapporto personale.
Sono rimasto molto meravigliato da quanto ho letto perché in altre mansioni, in maniera forse diretta, ma in qualità di ministro della difesa in maniera più diretta, ho avuto moltissimi rapporti con i ministri della difesa della Repubblica federale e ricordo che Strauss era molto duro nei confronti
 del passato e, forse per ragioni di politica interna, criticava qualche membro anche autorevole del
 Governo che aveva fatto parte della gioventù hitleriana, della quale lui si gloriava di non aver fatto
 parte. Mettere il silenziatore o addirittura occultare dei procedimenti pensando di fare qualcosa di
opportuno e di gradito ai tedeschi della Repubblica federale o eventualmente della Repubblica
democratica, secondo me, era del tutto sbagliato. Ho letto che vi sarebbero state, in un tempo
precedente rispetto a quello a cui mi sono riferito prima, idee diverse che sarebbero state estrinsecate
 dai ministri Martino e Taviani, ma a me non risulta. Posso, senza dubbio, dire che mai di queste
 cose si è parlato in Consiglio dei ministri, altrimenti lo avrei saputo. Potrebbero esserci dei motivi
precisi alla base di questi riferimenti, che io conosco indirettamente da quello che ho
 appreso in questo periodo, però mi sembrano in difformità rispetto alla tendenza che da
Adenauer in poi ho sempre visto, da parte sia dei democristiani, sia dei socialdemocratici,
una tendenza ad un grandissimo rigore verso il passato e non alla benevolenza.
Mi auguro che la vostra Commissione possa arrivare ad una conclusione di grande chiarificazione,
 considerato che alcune città italiane vivono tuttora una fortissima emozione per ciò che è accaduto
in quel periodo: mi riferisco, ad esempio, a Sant'Anna di Stazzema, ma anche ad altre città. Avere
 bloccato l'azione nei confronti di queste stragi, per le quali non vige la prescrizione, credo che sia
ingiusto nei confronti non solo delle vittime ma anche dello stesso popolo tedesco che non può essere
chiamato come responsabile di quei fatti. Quando parlo di responsabili mi riferisco non a singoli
membri dei plotoni d'esecuzione, per i quali può valere la disciplina militare, ma a personaggi come
 Kappler, che prima ho citato, e Reder. Mentre da parte dei politici tedeschi non ho potuto captare
opinioni di benevolenza, ci fu da parte del Cancelliere Kreisky, per quello che riguarda Reder, un
 intervento tendente alla grazia. Nonostante gli interventi di prelati e di uomini di cultura, il
Governo non ha mai cambiato opinione in proposito.


PRESIDENTE. Do ora la parola ai colleghi che desiderano intervenire. Senatore Eufemi, prego.

 MAURIZIO EUFEMI. La ringrazio, presidente, per la sua chiarezza espositiva che sgombra
ogni dubbio rispetto ad audizioni che abbiamo avuto in quest'aula.
In particolare mi riferisco a quella del dottor Rosin tendente a dimostrare la dipendenza
e la subordinazione della giustizia militare al potere politico, che però non è stata suffragata
 da alcun elemento probante. Vorrei sapere se la nomina politica da parte dell'Esecutivo portasse
ad una subordinazione di queste autorità.

GIULIO ANDREOTTI. No. Si trattava di una nomina che passava per il Consiglio dei ministri,
però non c'era assolutamente subordinazione, anzi, come ho detto prima, il rapporto con il
 procuratore generale militare o con il presidente del tribunale militare non esisteva.

MAURIZIO EUFEMI. Nel periodo in cui lei era ministro della difesa è stato informato
dal procuratore generale Santacroce del provvedimento di archiviazione provvisoria dei
duemila fascicoli relativi a crimini di guerra, provvedimento chiaramente illegale,
antigiuridico ed abnorme, un atto, a detta di Rosin, amministrativo dalla rilevanza
prevalentemente interna?

GIULIO ANDREOTTI. Assolutamente no. Come ho detto in maniera più che esplicita,
non ho mai sentito parlare di questo problema. Se mi fosse stata fatta una proposta di
questo genere, non solo avrei detto di no, ma forse avrei cercato di cambiarla.

MAURIZIO EUFEMI. Quindi, conferma che ci fu totale autonomia?

GIULIO ANDREOTTI. Parlo di quello che conosco. D'altro canto sono stati anni importanti.
 Una cosa di questo genere mi pare del tutto improponibile, ma forse se c'erano degli argomenti
- che non conosco - tali da richiedere una decisione in tal senso, se ne sarebbe dovuto informare
 il Consiglio dei ministri, in quanto non era una responsabilità che potesse prendere un
 singolo ministro.

PRESIDENTE. Prego, onorevole Carli.

CARLO CARLI. La ringrazio, presidente, per la sua disponibilità a riferire a questa Commissione,
 che riteniamo particolarmente importante sia per la memoria del nostro Paese, sia per la giustizia,
 una giustizia non mancata ma negata.
La magistratura militare, fino al 1981, aveva sostanzialmente un rapporto gerarchico con il
Governo, perché c'era un'assoggettazione della magistratura militare al potere politico ed in
 particolare al ministro della difesa. Questo riferimento è dato anche dalle affermazioni di
magistrati militari: Vindicio Bonagura, il 17 settembre 1996, sostiene, nell'ambito dell'indagine
condotta dal CMM, che la procura generale era molto legata all'Esecutivo e al ministro dell'epoca;
Quaranta, nell'audizione del 23 novembre 2004, ha dichiarato di fronte a questa Commissione
che i magistrati militari indossavano la divisa ed erano sottoposti al ministro della difesa,
 al quale si rivolgevano con dei «signorsì»; infine, Maggiore, già procuratore militare,
nell'audizione del 27 ottobre 2004, ha riferito che Santacroce dovette mettere quella firma,
riferendosi all'archiviazione provvisoria del 4 gennaio 1960, per esigenze del mondo politico,
tanto che non avrebbe mai voluto trovarsi nelle condizioni di Santacroce. Ci sono, quindi,
 delle dichiarazioni evidenti.
Però, vorrei fare un passo indietro e tornare alle vicende successive alla guerra e relative ai
 processi a carico di coloro che si erano macchiati di crimini che possono definirsi contro
l'umanità, che non vanno in prescrizione. Gran parte di questi crimini era perfettamente
documentata - abbiamo agli atti rapporti degli alleati e dei carabinieri - per cui i processi
 potevano essere celebrati immediatamente, a partire dal 1946.
La questione dei criminali di guerra non riguardava solo il nostro paese ma anche altri paesi
e i crimini compiuti dai criminali italiani all'estero. In particolare, già nel 1948,
 da parte della Jugoslavia è stata chiesta al nostro paese l'estradizione di militari italiani che si erano macchiati di gravi reati. Lei allora era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Governo De Gasperi) ed è agli atti una sua lettera del 2 febbraio 1948che va verso un temporeggiamento rispetto alla richiesta di estradizione della Jugoslavia.Il documento è stato pubblicato il 16 febbraio 1948: «Oggetto: presunti criminali di guerra italiani. Il Presidente del Consiglio dei ministri concorda sulle conclusioni raggiunte dalla commissione interministeriale riunitasi presso il Ministero degli affari esteri il 3 gennaio, in merito al seguitoda dare alle richieste jugoslave di consegna di presunti criminali di guerra italiani».
La lettera è firmata «Andreotti», evidentemente su mandato del Presidente del Consiglio,
 che ha espresso una volontà precisa. Può dirci qualcosa in proposito? Chiaramente vi è
una connessione, perché da un lato ci sono gli altri paesi che chiedono l'estradizione di italiani e,
 dall'altro, le autorità della giustizia militare che chiedono l'estradizione di militari tedeschi nazisti
 per i crimini che hanno compiuto in Italia.

GIULIO ANDREOTTI. Ricordo benissimo il fatto e la ragione per cui si ebbe questa battuta d'arresto:
 tra coloro che gli jugoslavi volevano c'era il ministro del lavoro Achille Marazza che era stato uno dei
 membri del CLN Alta Italia ed era una personalità abbastanza conosciuta. Di fatto, chiedevamo di
avere un minimo di documentazione, e poi vi era una certa sfiducia nei confronti del sistema di Tito.
 Si trattava non di dare qualcuno alla magistratura anglosassone ma di dare qualcuno ad un sistema
da prendersi con le molle. Non c'era certamente il desiderio di coprire qualcosa, però ricordo che
persone assolutamente non sospettabili, persone che avevano fatto la guerra in quell'area
consigliavano di avere una grandissima prudenza. Era un momento in cui la lotta politica
 forse prevaleva sui desideri di giustizia, però, nel caso specifico, era indicato Marazza,
persona di una mitezza tale che vederlo tra i responsabili di atti di violenza e sterminio
sembrava assurdo. Si chiedevano, quindi, adeguate documentazioni a base delle richieste,
 che erano estremamente generiche. Tito poi ebbe una forte conversione, anzi chiese pure
a noi una mano, nel senso di garantirgli che non avremmo approfittato se lui avesse dovuto
schierare le truppe ad est in una fase in cui la sua amicizia con Mosca era un ricordo e,
 dopo quello che era accaduto in Cecoslovacchia ed in Ungheria, si sentiva minacciato.

CARLO CARLI. Poi lei è venuto a conoscenza di una corrispondenza tra i ministri Taviani
 e Martino sul fatto che non si intendeva dare seguito alla richiesta di estradizione per fare
 i processi ai nazisti?

GIULIO ANDREOTTI. Assolutamente no. Anzi, direi che il mio pensiero era diverso.
 Si tratta di punti di vista personali e questo non era sicuramente il punto di vista né del
Presidente del Consiglio, né del Consiglio dei ministri.

CARLO CARLI. Quindi lei non era a conoscenza dell'esistenza dell'archivio che sostanzialmente
occultava questi fascicoli?

GIULIO ANDREOTTI. No. Sono rimasto meravigliato le prime volte che ne ho sentito parlare,
tanto che pensavo si trattasse di un'invenzione. C'è da dire che è un settore molto difficile.
Noi abbiamo nelle disposizioni transitorie della Costituzione l'impegno entro cinque anni a
fare il riordino della magistratura militare. Ciò però allora non fu fatto, anche perché poi tutti
i reati comuni sono passati alla magistratura ordinaria e alla magistratura militare è rimasto
 poco in tempo di pace.

CARLO CARLI. Su questo punto c'è un'importante corrispondenza nell'anno 1965.
Poiché i reati a carico di coloro che avevano commesso questi gravi crimini potevano andare
 in prescrizione, la Germania ci ha chiesto quale fosse lo stato dei processi. C'è stata quindi un'intensa corrispondenza tra il Governo tedesco e il Governo italiano.
 In particolare, un'esigua parte dei fascicoli (20) è stata inviata in Germania,
attraverso il Ministero degli affari esteri, ed altra parte attraverso la procura militare.
Alcuni di questi fascicoli riguardano stragi ed eccidi molto importanti. Desidero citare alcune
 carte dalle quali si desumerebbe che lei era a conoscenza di questo archivio: il 14 gennaio 1965
il suo capo di gabinetto comunicava al ministro la decisione del Governo tedesco di determinare,
ex legge 8 marzo 1965, la data di maturazione dei termini di prescrizione per i crimini nazisti.
In calce compare uno scritto, presumibilmente suo, in cui si legge «nel caso emergano elementi
 positivi, raccogliere e prospettare con appunto», per informare il ministro della difesa su questa
situazione. Si desume quindi che lei avesse l'informazione dell'esistenza dell'archivio.
Le mostro il documento 501 a pagina 192. Mi rendo conto che sono passati tanti anni...

GIULIO ANDREOTTI. No, non ho problemi di memoria.

CARLO CARLI. Credo che quello in calce sia un suo appunto. Non si capisce il nome di riferimento.

 GIULIO ANDREOTTI. Sembra «signor Aloia» e non generale. Se c'era una decretazione
del ministro, intervenivo io stesso. Qui si tratta di una fase preparatoria e conferma quanto
ho detto prima e cioè che non c'era un rapporto diretto.

Dopo che è morto Taviani, è uscito il suo volume che io ero molto curioso di leggere,
 perché egli diceva che alcune cose si sarebbero poi apprese dal suo libro. Io invece non ne ho
apprese molte. Lui aveva l'abitudine di utilizzare molto l'ufficio speciale affari riservati
del Ministero, dove c'era D'Amato, un personaggio strano che faceva una rubrica gastronomica
su l'Espresso e per il resto era collegato a tutti i servizi, una persona che non mi piaceva e
che non ho mai voluto ricevere.

CARLO CARLI. L'appunto in fondo è suo?

GIULIO ANDREOTTI. No, non è mio. Non è calligrafia mia.

CARLO CARLI. Però è d'ordine del ministro.

GIULIO ANDREOTTI. È una disposizione del vicecapo di gabinetto «nel caso emergessero
 elementi positivi, raccogliere e prospettare con un appunto per il signor ministro».
Questa non è calligrafia mia, è il vicecapo di gabinetto, che non ricordo come si chiamasse.
 È comunque una fase più che iniziale.

CARLO CARLI. Per noi è utile capire.

GIULIO ANDREOTTI. Lei prima ha fatto cenno a dichiarazioni di membri della giustizia militare.
 Sono passati molti anni e non so se ci sia qualcuno che era in servizio al tempo di Santacroce,
ma posso dire che non è vero, ma può darsi che la «casta» adesso tenda a dire che non siano stati
loro a farlo. Se lo hanno fatto, hanno fatto un abuso, anzi un reato. Mi dispiace molto per la
 memoria di Santacroce, che conoscevo poco; ho comunque molto rispetto sia per la persona,
 sia per la carica che aveva. Certamente, però è incredibile che possa essere successo un fatto simile.


CARLO CARLI. Sempre il 15 gennaio 1965 venivano richieste al Sifar informazioni sulla situazione
dei criminali di guerra non processati. Poi, in data 20 gennaio 1965, d'ordine del ministro - come per
la richiesta precedente inviata al Sifar - veniva fatta richiesta - in seguito sollecitata - alla
procura generale militare per sapere quanto vi fosse negli archivi in merito alla questione dei
criminali di guerra. Sostanzialmente c'è una corrispondenza dal procuratore generale dell'epoca
 con il Governo, con la quale si informa dell'esistenza della documentazione, tant'è vero che in data
27 marzo 1965 il capo di gabinetto del ministro della difesa trasmetteva alla procura generale presso il Tribunale supremo militare la richiesta, proveniente dal Ministero degli affari esteri, di copia dei fascicoli istruiti. È della stessa data la relazione con la quale il dottor Santacroce informava il ministro della difesa dell'esistenza di molte altre notizie di reato. Quindi, Santacroce dava informazioni su tutta la documentazione, come si può desumere dagli atti, facilmente consultabili.
È difficile comprendere come il ministro della difesa potesse non essere a conoscenza
di tutta questa situazione e dell'enorme mole di materiale (ci sono poi anche i 695 fascicoli
 rinvenuti nel 1994), anche in considerazione della corrispondenza cui ho fatto cenno.

GIULIO ANDREOTTI. Può darsi che ci siano cose non verosimili e non vere. In questo caso
non è vero; io non ne so assolutamente niente. Circa la dizione «per il signor ministro»,
 per prassi al ministro i documenti arrivano in modo definitivo. Comunque, io non credo
 che gli archivi del Ministero siano monchi in questo caso, per cui dovrebbe essere verificabile
l'itinerario negli archivi del Sifar e del Ministero. Ripeto che non ne sapevo assolutamente
niente. Nessuno si poteva sognare che, proponendo una cosa di questo genere, io facessi il palo
 in uno scippo storicamente ed umanamente così grave. Potrei aver dimenticato qualche pratica
d'ufficio di trasferimento di militari, ma una pratica di questo genere non la dimenticherei.

CARLO CARLI. C'è una lettera del 12 settembre 1965 con cui il capo di gabinetto d'ordine del
ministro della difesa comunicava alla procura generale militare di avere inviato la relazione
del 27 marzo 1965 al ministro degli affari esteri, che a sua volta aveva precisato come fosse
 «della massima importanza la conoscenza del materiale relativo ai crimini di guerra nazisti rimasti
 tuttora impuniti». Seguiva poi la richiesta di «trasmettere a questo ufficio di gabinetto tutti
questi elementi atti a lumeggiare la natura del materiale in questione», precisando che, in caso
di esplicita richiesta da parte del Ministero degli affari esteri, «può essere messo a disposizione
 dell'ambasciata di Germania». In sostanza si diceva che c'era molto materiale che non era stato
inviato alla magistratura militare per gli adempimenti relativi all'azione penale. Inoltre, c'è
la strage di Cefalonia, un fatto molto importante e dolorosissimo: su richiesta del ministro della
difesa, il procuratore generale militare, dottor Santacroce, con nota del 29 aprile 1965, dava conto
 della vicenda processuale riguardante i fatti di Cefalonia. Il magistrato militare spiegava
che «la procura generale non ritiene conveniente la comunicazione di quanto ulteriormente
risulta dagli atti dei suindicati procedimenti, dato che essi riguardano anche imputati italiani».
 Cosa ci può dire in proposito?

GIULIO ANDREOTTI. Rimango molto sorpreso che lo si possa pensare, ma ancora di più che
lo si possa scrivere. Sebbene si tratti di una magistratura sui generis, mista, questa «convenienza»
 in realtà è un dovere, perché non si tratta di un adempimento discrezionale.

CARLO CARLI. Tant'è vero che lei il 15 maggio 1965 interessa il suo ufficio leggi e decreti
proprio per esaminare...

GIULIO ANDREOTTI. Ho fatto delle ricerche, ma purtroppo il capo dell'ufficio legislativo
di allora è morto e non ho potuto consultarlo, però al Ministero della difesa le documentazioni
sono estremamente dettagliate ed anche conservate, tanto che si fanno libri di storia con le carte
che provengono dal Ministero.

CARLO CARLI. E che a noi non vengono date.

GIULIO ANDREOTTI. Non lo so.

 CARLO CARLI. Il ministro della difesa non ci invia le carte che richiediamo.

GIULIO ANDREOTTI. Certe frasi come «d'ordine del ministro» sono un po' rituali.
 Però i miei collaboratori del Ministero, il capo ed il funzionario dell'ufficio legislativo erano
 persone di grande affidabilità. Per il resto, la cautela nell'accettare incriminazioni e in
 particolare nel consegnare persone a Tito credo nessuno possa contestare che fosse giusta.



martedì 11 novembre 2008

-Elisabeth- II



-II-


Aveva un po’ di tempo residuo prima di ripiombarsi nella sua impegnativa quotidianità.
Era sera ed era arrivata sui colli, una delle zone   piu’ alte della città, una parte della città che prima dell’urbanizzazione selvaggia ospitava cascine abitate dagli antichi contadini e dai loro animali, dagli animali che permettevano loro la conduzione di una discreta esistenza. Fedeli compagni ai quali si doveva riconoscenza.
Qualcuno mi ha raccontato che sulle colline degradanti su Napoli prima di quel tempo maledetto si vedevano scendere e pascolare le pecore e che i contadini portavano il latte nella città, nella zona del centro storico.
Qualcuno addirittura accompagnava la mucca in giro per portare il latte a domicilio, qualcuno mi sembra che mi abbia parlato del sapore di nocciola di quel latte appena munto.
Una zona anticamente agricola che confina con la zona delle ciliegie, lì dove esiste una ciliegia alla quale si è dato il marchio doc, proprio lì dove oggi sono in azione rumorosi macchinari per allestire una discarica, una discarica su un territorio non ancora bonificato e già violentato in passato da menti e mani criminali, una collina (quella di Chiaiano, confinante con i Colli di cui parlo, Colli detti Ameni) tinta di azzurro, un azzurro artificiale, l’azzurro dell’amianto, sottile polvere azzurra che aleggia nell’aria infilrandosi nei corpi degli  operai e dei militari (malamente o inutilmente bardati) che allestiscono la futura discarica, ennesimo crimine su questa città.
Quei colli antichi non esistono piu’, esiste ancora una cascina, ma ristrutturata e fittata a cittadini che vi si sono rifugiati, esiste ancora  una casa agricola su territorio ecclesiale di un contadino che non demorde. Quella vasta zona della sua adolescenza, lì dove trascorse i primi anni della sua vita nel mondo, quella zona non esiste piu’.
Ricorda ancora quei possenti cilindri di cemento basi della superstrada futura violentare quella campagna divenuta polverosa, arida.
Ricorda la mamma di uno dei suoi primi amori, una mamma rude e agguerrita in stivali di gomma urlarle contro cinquecento metri di distanza perché distraeva il figlio innamorato, il figlio a cui lei aveva riservato un destino molto diverso.
Ricorda ancora il cognome di quella famiglia composta da mamma, figlio e figlia, i Savarese, quell’amore che suscitò le prime gelosie e invidie e che la vide bersaglio della ragazzina (con compagna in mitra a difenderla) di turno, gelosa di quell’amore che proprio non la voleva, ma lei non lo accettava e mirava il tiro sulla rivale. Storia antica e sempre ricorrente.
Ricorda il senso di ingiustizia e il tagliente senso di colpa invaderla quando incontrava il viso smagrito dell’adolescente rifiutata ed innamorata.
Quel breve ed infantile amore terminò molto presto, per la verità e terminò senza che neanche le loro bocche si fossero sfiorate.
Da allora  la sua natura irrequieta (come è stata definita poi…) già aveva fatto capolino e già la tormentava, lei che è sempre stata inabile nei rapporti di coppia, lei che non ha mai saputo avere un rapporto di coppia.
Lei, che sa quanto c’entri poco una eventuale natura genetica, ma quanto la forza di quella geneSica imprima i primi segni nell’adolescenza con i ricordi che  lascerà nel nostro animo, nei giudizi che ci formeremo di noi (nel di dentro di noi).
Lei che potrei chiamare Esther o Elisabeth continuando, così, la saga.
Si trovava in quella sera autunnale di nuovo lì sui colli e le lancette dell’orologio tardavano a girare, così decise di ripercorrere il tempo andato e si avviò sul marciapiede destro contro le macchine di ritorno dalla giornata lavorativa, luci e clacson invadenti, incuranti della dolcezza che le invadeva il cuore, quella tonalità di dolcezza e lacrima che solo il senso della nostalgia puo' indurre.
Erano passati anni da quando non ripercorreva piu’ quelle strade, ed ora che aveva a sua disposizione un’ora o forse due, no, di meno, voleva riconcedersi quel lusso.
I suoi piedi arrivarono al termine di quel breve tratto di strada trafficato e vide dinanzi a sé svolgersi la prima traversa realmente significativa, non quella in cui era nata, ma quella nella quale aveva compiuto i primi passi da sola nel mondo, lei ancora così piccola e già ingoiata dal mondo, mano nella mano con la sua amica del cuore, o leggermente distanti, percorrevano quello spazio per recarsi a scuola, la sua amica così avvenente e falsamente pudica che amava già farsi guardare le gambe ed un po’ piu’ su, leggermente avvolta da quella gialla gonna mini a fisarmonica, le sembra di toccare ancora il tessuto setato di quella breve gonna e quelle pieghette perfette, ordinate così come era ordinata (apparentemente) la vita della sua compagnella.
Cominciò ad annusare l’aria, come da sua abitudine, come un segucio in cerca del tesoro e già potè abbandonarsi in quell’atmosfera d’infanzia, di protezione, di sogno e già le prime lacrime calde le bagnarono il cuore.
L’abitazione del primo fidanzatino della sorella, anche lui dalla famiglia così ordinata, il vecchio cartolibrario dal quale acquistava, come eseguendo un antico rito propizio, il diario scolastico, il fruttivendolo con la merce sempre esposta e il profumo di terra ancora emergente e, nella curva, quella fredda banca, deposito glaciale, come le pesanti cassaforti in ferro al suo intreno dei soldi della sua mamma, la sua mamma che in quell’atto di autonomia già evidenziava la separazione di fatto con il marito. Quella banca e quegli impiegati così importati, misteriosi, noiosi.
Svoltò nuovamente l’angolo e la strada ancora piu’ familiare ospitò la sua vista, un breve tratto di strada in leggera discesa la cui parte interna si svolgeva con larghi  gradoni ed era stata interamente privatizzata dal solito negozio di arredi di interni che vi affacciava.
Passeggiò sul lato privatizzato, quel lato che era stato suo e il suo cuore si ricompattava e sfaldava velocemente nei ricordi ora dolci, ora tetri.
Passeggiava lentamente, passeggiata  inconsueta a quell’ora della sera in quella strada di periferia veicolata da rumorose vetture. Finalmente giunse all’entrata della sua traversa e con sua sopresa vide che un pesante cancello di ferro la delimitava, indugiò brevemente sull’oppotrunità di terminare il viaggio nel passato o di avventurarsi fino alla fine, il breve pensiero fu interrotto dall’apertura del cancello automatico che sembrò quasi invitarla dentro.
L’estraneità indotta dai nuovi visi che incontrava non la traeva in  inganno. Lì era la sua infanzia, lì il suo cuore e la sua mente si erano formati, Lì i battiti del cuore avevano cominciato a decellerare ed accelerare a seconda degli eventi.
Il suo passo divenne felpto come se la corproreità si fosse dissuasa dal senso dell’esistenza e la sua anima vagava, sentiva il suo cuore battere ed esistere e cercava nel cervello tracce di ricordi.
Ricordi che la invadevano e riempivano e nell’opera di separazione lei li definiva. Si accostò al cancello interno, quello in fondo alla traversa, al suo interno, sulla destra, quel lato della traversa ben nascosto, non visibile e piu’ in salita rispetto all’entrata.
Si fermò nei pressi del cancello (quello sempre esistito), il cancello nero e bianco anni 60 della sua infanzia, quel cancello che per metà della sua lungezza si sposava in tutte le stagioni con l’edera che lo avvinceva e ricordò il verso di quella antica canzone della nonna “avvinta come l’edera..”
I suoni dell’infanzia, del sogno, delle certezze create, degli odori di torte, del tepore della sera che avvolgeva i corpi nelle case riscaldate e la tappezzeria della camera a fiorellini minuti bianchi su fondo rosa antico e i mobili di legno chiaro, rassicuranti e il salone importante allestito le domeniche a festa o i natali, il salone  abitato da qual gigante tenero che tutti gli anni ritornava come un fratello orso in letargo, quel finto albero di natale che non avevano mai abbandonato in strada, con gli addobbi sempre uguali che ritornavano una volta l’anno facendo capolino dallo scatolone e quelle lucine che illuminavano il buio ed elegante salone nelle sere fredde del natale e lei e la sorellona che correvano felici attorno a quel gigante intonando festose cantilene e la befana (che mai avevano visto) appostata dietro la porta e il mammone di cui tanto le avevano parlato e che la faceva ranicchiare sotto le pesanti coperte in attesa che arrivasse qualcuno a salvarla.
Sentì le guance bagnate, lacrime tiepide le solcavano il viso e con una mano vi si immerse, carezzandole, delicatamente, come avrebbe voluto essere accarezzata in quel momento.
Nuovamente si tuffò in quel mondo, in quella visione con gli occhi fisici stretti e quelli dell’anima spalancati. Sentì la voce della mamma, la paura per le parole che sarebbero fuoriuscite da quella bocca, il papà tenebroso, in vestaglia grigia aggirarsi per la casa, corrucciato.
Il papà riposarsi nel suo lettone in quella stanza buia, dalle tapparelle abbassate e il cortile interno con i giardini privati in basso, quel cortile su cui affacciavano gran parte delle abitazioni e delle famiglie da loro conosciute.
I mobili arancioni sui quali si aggrappava e i pensili e il tavolo che si ritraeva e il rumore del frullatore e la visione delle loro manine di bimbe che impastavano i biscotti per le forme di cuore, di stella.
E il bagno che affacciava sulla campagna, il bagno nel cui specchio si vide diventata signorina e stupita del suo corpo che si trasformava e l’odore di casa, di quella casa, l’odore di quella casa che non avrebbe piu’ sentito, l’odore dell’infanzia andata.