mercoledì 19 febbraio 2014

-Pericolo del linguaggio che vuole restare fedele alla cosa-

"[...]Se è vero che "il linguaggio come espressione della cosa non finisce nella comunicazione, nella partecipazione agli altri", è anche vero però, per Adorno, che esso non è "semplicemente indipendente dalla comunicazione. Altrimenti si sottrarrebbe a qualsiasi critica, anche nel suo rapporto con la cosa, e lo abbasserebbe a pretensione arbitraria. Il linguaggio come espressione della cosa e il linguaggio come partecipazione sono inscindibilmente intrecciati. L’attitudine a nominare la cosa stessa si è pure formata dalla e nella necessità di trasmetterla e conserva questa necessità. […] Anche il comportamento linguistico più integro non può eliminare l’antagonismo di in- sé e per-altro. Mentre nella poesia questo antagonismo può rimanere sospeso al di sopra dei testi, la filosofia è tenuta a includerlo. Ciò viene reso più difficile dal momento storico nel quale la comunicazione imposta dal mercato […] grava sul linguaggio in modo tale che questo, per contrastare il conformismo di quello che il positivismo chiama “linguaggio quotidiano”, liquida di forza la comunicazione. Esso preferisce diventare incomprensibile che non deformare le cose con una comunicazione la quale impedisce di metterle in comunione. Ma lo sforzo linguistico del teoretico tocca un limite che esso deve attentamente considerare, qualora non voglia arrivare al sabotaggio di se stesso per la sua fedeltà alla cosa; come gli capiterebbe per altro verso per la sua fedeltà. […] Il correttivo è lo sforzo, per quanto sempre irriconoscibile, a intendersi. Questo rimane come il polo opposto alla pura oggettività linguistica. Solo nella tensione dei due poli si raggiunge la piena verità dell’espressione".".

Da Il bisogno di dire, Viviana Ceppa.
Virgolettato: Tre studi su Hegel, Adorno.

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