mercoledì 12 febbraio 2014

-Il balbettio filosofico-

Il Balbettio filosofico è il tentativo di descrivere un’esperienza di tipo spirituale ossia un’esperienza che non fa riferimento, in ultima analisi, al dato sensoriale, bensì che, tramite esso, e/o la correlazione di esso con gli altri dati, descrive, ossia dice, del senso dell’essere.
Come a dire che: guardando a dei fatti entro  e mediante un sentire (che, in quanto tale, ha la caratteristica dell’assoluto e che forse fa riferimento alla Meraviglia wittgensteiniana o all’abbandono di cui dice Adorno) si prova a dire dei fatti non con metodo e finalità scientifica, bensì in base al senso che quei fatti assumono. Il senso come valore (quindi come esperienza non soggetta alla quantificazione, ma  qualitativa) non è dicibile, ma tramite il linguaggio compare per assenza.
Come se il linguaggio fosse la sua maschera. 
Il senso dell’essere non è dicibile proprio in quanto senso. Così come non  si puo’ parlare del senso del tatto se non per il tramite degli oggetti che si toccano.






“Abbandonarsi all’oggetto equivale a rendere giustizia ai suoi momenti qualitativi. L’oggettivazione scientifica, seguendo la tendenza alla quantificazione di tutta la scienza a partire da Decartes, tende a escludere le qualità, a trasformarle in proprietà misurabili. La stessa razionalità viene sempre più assimilata more matematico alla capacità di quantificare. Sebbene ciò tenga esattamente conto del primato della trionfante scienza della natura, non è riposto nel concetto di ratio in sé. Non in ultimo essa è abbagliata, perché si chiude ai momenti qualitativi, a loro volta razionalmente pensabili. La ratio non è soltanto synagoge, ascesa dai fenomeni dispersi al loro concetto di genere. Altrettanto essa esige la facoltà di differenziare. Senza di essa la funzione sintetica del pensiero, l’unificazione astrattiva, non sarebbe possibile: mettere insieme l’uguale significa necessariamente separarlo dal diseguale. Ma questo è il qualitativo; il pensiero che non lo pensa è già castrato e in disaccordo con sé.” (Adorno, Dialettica negativa).

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