Come a dire che: guardando a dei fatti entro e mediante un sentire (che, in quanto tale, ha la caratteristica dell’assoluto e che forse fa riferimento alla Meraviglia wittgensteiniana o all’abbandono di cui dice Adorno) si prova a dire dei fatti non con metodo e finalità scientifica, bensì in base al senso che quei fatti assumono. Il senso come valore (quindi come esperienza non soggetta alla quantificazione, ma qualitativa) non è dicibile, ma tramite il linguaggio compare per assenza.
Come se il linguaggio fosse la sua maschera.
Il senso dell’essere non è dicibile proprio in quanto senso. Così come non si puo’ parlare del senso del tatto se non per il tramite degli oggetti che si toccano.
“Abbandonarsi all’oggetto equivale a rendere giustizia ai
suoi momenti qualitativi. L’oggettivazione scientifica, seguendo la tendenza
alla quantificazione di tutta la scienza a partire da Decartes, tende a
escludere le qualità, a trasformarle in proprietà misurabili. La stessa
razionalità viene sempre più assimilata more matematico alla capacità di
quantificare. Sebbene ciò tenga esattamente conto del primato della trionfante
scienza della natura, non è riposto nel concetto di ratio in sé. Non in ultimo
essa è abbagliata, perché si chiude ai momenti qualitativi, a loro volta
razionalmente pensabili. La ratio non è soltanto synagoge, ascesa dai fenomeni
dispersi al loro concetto di genere. Altrettanto essa esige la facoltà di
differenziare. Senza di essa la funzione sintetica del pensiero, l’unificazione
astrattiva, non sarebbe possibile: mettere insieme l’uguale significa
necessariamente separarlo dal diseguale. Ma questo è il qualitativo; il
pensiero che non lo pensa è già castrato e in disaccordo con sé.” (Adorno,
Dialettica negativa).



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