sabato 4 febbraio 2012

-Sogni-


Ce l'ho fatta, il mio malessere mi ha portata a a svelare qualcosa di me che non riuscivo a capire. Il mio inconscio, come al solito, fa il suo dovere. Lui si impegna molto per darmi una mano, mi fa sognare e mi mette innanzi immagini che svelano l 'arcano e la cripticità del mio fondo.
Un lungo balcone arredato con sedili in vimini  e arricchito da folte piante, un balcone lungo e vuoto che mia mamma contrapponeva al suo bel balcone anche esso lungo con arredi in legno piu' scuri  e massicci, ma con poche piante. A quel punto riuscii ad affermare che  forse cio' che mancava nel suo erano le piante e le feci vedere il balcone altro. Mi proposi, però, sia a voce che dentro di me, di comprare io le piante, le  avrei comprate a  partire da piante piccole che sarebbero costate di meno e mia mamma parlava con me,  interagiva con tutta calma ed era consenziente, riteneva che la mia idea fosse buona.
Prima di visualizzare il balcone ne avevo visto un altro sempre nella stessa  casa,  quest'altro mia mamma lo aveva arricchito con bellissime  maschere di porcellana colorate che destavano il piacere delle proprietarie  del balcone di fronte.
Prima dei due balconi c'era questa casa interna vissuta che mi sfugge tuttora al ricordo, una casa di calore e di allegria dove Alessandro giocava col babbo che stava per due giorni di festa da noi e dove un'estranea dottoressa magra asciutta dai capelli neri e per niente attraente decise di far vedere a me ad a  mia sorella di come si divertiva e gioiva a ballare la taranta quando vi si trovava.
E ballava ballava nella mia piccola attuale stanza da letto con me e mia sorella che ridevamo di vergogna come  accadeva quando eravamo piccole e un 'emozione ci sovrastava.
Anche all'epoca non riuscivamo a gestire ed a comprendere da dove uscissero fuori quelle forze che ci destabilizzavano.
Quelle forze erano le emozioni che non potevamo vivere perchè la loro dirompenza vitale mal si addiceva all'ordine a ed al controllo che doveva regnare.
Un ordine ed un controllo che permetteva alla mamma di poter proseguire le sue giornate
in una discreta modalità e normalità sociale ed interiore.
Torno al balcone e, svegliatomi da questa lunga ed interiore notte, mi sono chiesta se io un balcone così lo vorrei, se io vorrei vedere abitato un balcone così. Ho provato ad immaginare il balcone vissuto da persone che si accomodavano sui sedili e ne godevano la bellezza, ma non riuscivo a percepire, da questa scena, il piacere ed a collocare le immagini.
Ho provato a far colloquiare gli attori, ma non sapevo cosa si sarebbero dovuti dire...
Non sapevo cosa si sarebbero dovuti dire e cosa avrebbero dovuto fare insieme.
Ci si incontra e  per cosa?..
Ci si incontra e per fare che? 
Che senso ha tutto?
Mi sovviene alla mente cio' che mi disse Peppe Fortunato prima di approdare alla  fine del suo tormento chiamato vita, quando provò a mettere ordine nella sua esistenza ed a comprendere l'origine di quel male che credeva sepolto.
Mi scrisse in una delle ultime lettere che, all'improvviso, aveva guardato alla sua  vita come ad una Ferrari di lusso  bellissima, ma vuota. Ora lo capisco.
La mia vita è vuota,  ecco la cosa che non riuscivo a comprendere.
Ecco perchè mi circondo di persone che non possono darmi  neanche la minima idea di stabilità, perchè io non so cosa sia la stabilità, la comunicazione e  non so cosa sia il volere e il poter volere qualcosa dalla vita.
Sono io che cammino e sono io sola che cammino... Provo a vedermi con la gente, a recitare il ruolo di Valeria che è presente e che  dà vicinanza, ascolto calore, ma oltre tutto ciò a me cosa resta di me, cosa resta?

Dov'è il contatto di me con me stessa? Penso ad X ed alla sua vita, ad i suoi genitori ed alla forza con la quale difende quella che è la sua vita, il suo senso, ciò che ha imparato a decifrare come importante, il padre, la madre, la famiglia. A modo suo si difende e porta avanti un progetto che ha la radici in quanto  ha imparato. Io cosa ho imparato?
Come si puo' solo immaginare di forzare qualcosa da una persona che, come me, vive queste incertezze, questi dubbi? Una persona che con la propria vita va al vento?
Capisco perchè il terapeuta mi esortava ad un progetto, perchè mi chiedesse se io credessi al fato o alla progettualità.
Me lo chiedeva perchè vedeva in me l'assenza di strutture, di basi e si disorientava.
Mi chiedo se mai potrò essere diversa, cosa posso osare volere, e cosa posso  essere  capace di immaginare che voglio. Vedo solo deserto, silenzio e solitudine dentro e fuori di me.
Potrei incontrare oggi qualcuno, parlare, lasciarmi affogare da  parole che non mi appartengono, lasciare che la mia vita venga indirizzata,  che la vela ammainata e poi?
Cosa resta di me, cosa resterebbe di me?
Una sola speranza vedo di me ed è una speranza che si nutre di solitudine, di stanze buie, di tentativi di dialogo con chi è affine a me, con chi, con la tenerezza che solo un dolore vissuto sulla pelle quotidianamente, istante dopo istante, solo con quella dirige la propria esistenza ed i rapporti con gli altri.
Penso al film di Ken Loach che tanto adoro, all'attore principale, a quando decise di tornare alla dipendenza dall'alcool e di quando al risveglio ridestò la sua coscienza per trovarsi ancora ed ancora solo. Si puo' negare la propria realtà ed uscirne vivi?

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