[...]mentre i singoli lavori utili o concreti, che producono valori d'uso diversi, sono per l'appunto lavori diversi, i lavori in quanto produttori di valore sono eguali, parti di un unico lavoro generale o comune, dunque separato dalle specificità individuali, di un lavoro che ha perduto il suo legame con le soggettività, e quindi con le differenze specifiche dei lavori singoli. "Siffatto lavoro-spiega Napoleoni-il lavoro cioè separato dalla soggettività, è ciò che Marx chiama lavoro astratto: l'attività lavorativa umana in generale, non differenziata al suo interno, e che, al suo interno, po' essere distinta solo in parti quantitativamente identiche. Il lavoro privato, di per sè asociale, diventa sociale in quanto perda la sua natura immediata di lavoro concreto, utile, determinato, e si rovesci nell'opposto, ossia in lavoro astratto". E' qui implicito il carattere contraddittorio del lavoro nella società borghese. Poichè il lavoro astratto è sì lavoro sociale, ma non perchè sia la somma dei singoli lavori individuali, bensì', al contrario, proprio perchè è la negazione dei singoli lavori differenti.
Ovvero, per usare le parole di Marx, "il lavoro privato deve dunque rappresentarsi immediatamente come il suo contrario [...], come lavoro astrattamente generale": solo così il lavoro individuale diventa lavoro sociale.
E' qui celata, secondo Marx, la contraddizione che costituisce il fondamento della società capitalistica e del suo movimento "sussultorio". Tale società, infatti, è basata sulla separazione fra particolare e universale, fra individuale e sociale, sicchè l'unità sociale capitalistica non è immediata, non è "bell'e pronta", ma è "risultato in divenire", cioè diviene unità grazie all'unificazione di elementi separati e contrapposti: è dunque un'unità profondamente contraddittoria. Questa unità contraddittoria è la stessa che caratterizza la merce in quanto unità contraddittoria di valore d'uso e di valore di scambio: nella produzione capitalistica il valore d'uso non costituisce piu' il presupposto e il fine della produzione, bensì è mezzo per qualcosa d'altro, per il valore. Per realizzarsi in quanto cellula dell'articolazione sociale, la merce deve compiere un vero e proprio "salto mortale", cioè deve trasformare la sua natura concreta a particolare, il suo valore d'uso, in un elemento astratto e universale, il valore. Ma ciò significa che, per funzionare come valore, la merce deve trasformare il suo corpo mortale nella forma luminosa del denaro.
Ovvero-come spiega assai bene Marina Bianchi- "la merce come cosa sociale, come valore di scambio, si stacca, si separa dal suo corpo naturale, dal suo valore d'uso", e quindi, mentre "il valore di scambio non puo' esistere se non ha a sua base il valore d'uso", "d'altro canto esiste solo se ne prescinde, solo in quanto si rende indipendente dall'uso particolare". Valore d'uso e valore di scambio "sono opposti e devono essere uniti, sono separati, ma sono separabili. Non possono stare l'uno senza l'altro, ma sono sempre l'uno contro l'altro". Questa contraddizione che caratterizza la merce è la contraddizione dell'unità sociale capitalistica, ne determina l'andamento sussultorio e contiene in germe la possibilità delle crisi.
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